Discutiamo di questo metodo- (2)
Vorrei continuare la discussione aggiornandola con alcuni testi apparsi su Micromega.
Innanzitutto c'è la nuova replica di Travaglio, Si tratta di un testo quasi imbarazzante, tanto è in prima peersona: io, io, io. Ma, indubbiamente, illuminante.
Per es. scrive: "Da qualche giorno, avendo osato raccontare le amicizie mafiose del presidente del Senato, ricevo lezioni di giornalismo anche dal primo che passa per la strada".
E subito dopo, a proposito del Riformista, che si era appunto permesso di dargli lezioni di giornalismo: "Quattro giorni fa titolava: “Sconfiggere Furio Colombo e Travaglio”. Ecco, di sconfiggere Berlusconi non se ne parla più, anzi ci si arrende. Si dialoga, con gran trasporto e voluttà. Vedi mai che, dal banchetto del ricco epulone, cada qualche briciola". Ma qua delle due l'una: o il Riformista è un giornale, e allora se critica T. non è il "primo che passa per la strada", oppure è un organo politico, e allora è T. che a sua volta dà lezioni di politica ai politici: chi la fa l'aspetti. Seguono malignità varie su Minoli, Lucia Annunziata, Reichlin. E, naturalmente, D'Avanzo. L'unico "argomento" di questa lunga, livorosa filippica, è: IO sono al di sopra della critica, e chi MI critica è un dilettante, un imbroglione, un pezzente. Del fatto che D'Avanzo e altri abbiano potuto criticare non T., ma un certo tipo di giornalismo, manco mezza parola.
La cosa non sorprende, perché MicroMega fa quadrato. Pubblica una lunga lettera di una "cara lettrice" di solidarietà piena e incondizionata a Travaglio, e nella quale si passano al microscopio i toni spocchiosi, le malignità, i difetti più veniali del famoso pezzo di D'Avanzo: ma di repliche al suo argomento, manco l'ombra.
Né può mancare il Direttore in persona, Flores d'Arcais, con un testo significativamente intitolato "Siamo tutti Marco Travaglio (se siamo ancora democratici)". Da Gramsci a Hannah Arendt (si vede che le citazioni sono spocchiose solo quando le fa D'Avanzo), la tesi è che la verità è rivoluzionaria, e la dittatura comincia quando si vogliono "mettere in discussione" le "modeste verità di fatto". Ovvero: "L’alluvione di attacchi, vaderetro e altre contumelie utilizza ogni arma della più vieta retorica, ma il servo vituperio tace fragorosamente sull’unica questione che conti: lo statuto verità/falsità di quanto Travaglio, da modesto cronista quale si presenta e rivendica, ha puntualmente riferito." Flores d'Arcais trascura, ovviamente, il punto importante: che qui non era in discussione il fatto che X avesse conosciuto dei mafiosi, ma se parlarne in quel certo modo fosse "giornalismo" o fosse mera contumelia politica. Senza contare che - non per dispiacere due menti del calibro di Travaglio e Flores - proprio come è del tutto lecito che il primo che passa per la strada dia a un giornalista delle lezioni di giornalismo (e un netturbino delle lezioni di politica al sindaco, o un taxista a un ministro, o un ministro al taxista se è per questo), ed anzi più che lecito è auspicabile che accada, così pure è auspicabile, proprio per la ricerca della verità, che le "modeste verità di fatto", come anche quelle che si limitano a sembrare tali, vengano appunto "messe in discussione" quanto più spesso possibile. E' la ricerca della verità, onesta, faticosa e aperta alla contestazione, che è la migliore, anzi l'unica salvaguardia delle libertà democratiche: non le verità, grandi o modeste, già fatte e pronte per l'uso. "Le macchie lunari non esistono!", diceva l'aristotelista rifiutando di guardare nel cannocchiale di Galileo. "Dreyfus è colpevole!", dicevano i generali francesi ancor prima di aver letto i capi d'accusa. "Travaglio non si discute, se siamo democratici!", dicono i tartufi. (Ma chi se ne frega di Travaglio?)
(Tartufi che nel frattempo ci vanno spiegando, evidenze alla mano - non mancano davvero: ripetono la filastrocca da venticinque anni - che la ricetta per rivitalizzare la sinistra è la "coerenza con i valori che si proclamano"; e il loro politico per antonomasia si autodefinisce "antiberlusconiano, sparuta pattuglia ma ancora viva e che lotta in mezzo a noi" e ci spiega, a proposito degli elettori di Berlusconi, che "Una parte cospicua di loro ha votato convinta di fare il proprio interesse. Vedremo se ha sbagliato o no. Poiché in Italia almeno il 30% dei cittadini è informata solo dalla televisione, una parte non trascurabile degli italiani ha votato sotto l’influenza di un potere mediatico che in trent’anni ha potuto modellare stili di vita e modelli di consumo. [Quindi sono cretini?, chiede l'intervistatore. E Pardi serafico:]
Sarebbe offensivo dirlo. Mettiamola così: esiste una larga fetta di popolazione che è facilmente orientabile da chi ne ha i mezzi.")
Commenti
Mah... io continuo a pensare al mega-complottone: i due sono amici per la pelle e con la loro performance hanno offerto molti e preziosi spunti di riflessione, anche per tassisti e netturbini.
Però il pezzo di Travaglio è divertente e non male (a parte non rispondere al tema...): tutti i suoi colleghi citati, in effetti, in un altro paese un po' più decente al massimo farebbero gli agricoltori (e mi scusino gli agricoltori...).
Esercizio per KK:
Saggio di max 200 parole che esamini l'affermazione:
"[Lucia Annunziata] invoca una “grande riflessione sull’etica della professione in generale” (a proposito della pallosissima questione "divertente")
en passant per quest'altra:
"[Mario Capanna ] L’ha definita ("il '68") “la rivoluzione non consumata”, in quanto non aveva come obiettivo la presa del potere, ma una diversa visione del rapporto “con” il potere. Una rivoluzione culturale insomma, ed in questo senso il ’68 ha vinto; dal punto di vista politico, invece, Capanna ha affermato che non ha (ancora) vinto.
(che ho preso qui)
Testi: i soliti "ebbbrei".
Hoc opus, hic labor est.
F.,
quel che dice Annunziata sull'"etica della professione" esattamente non lo so. Mi sembra eloquente che Travaglio la metta in termini di etica professionale, quando il problema - secondo me - è piuttosto di degrado non etico, ma "tecnico" della professione (ammesso e non concesso che quella del giornalista sia una professione). Travaglio sembra credere che l'unica cosa che conti per un giornalista sia l'indipendenza, mentre si può essere "indipendenti" ed essere ciononostante (i) disonesti e (ii) incompetenti, e in entrambi i casi per la mancanza di una cosa che non ha a che fare con l'etica: cioè il metodo.
Ma ammetto che è possibilissimo che anche Annunziata abbia effettivamente parlato di "etica".
Quanto a Capanna:
quando dice che il 68 aveva come obiettivo non la presa del potere, ma la trasformazione del rapporto con il potere, dice la stessa cosa di Cohn-Bendit ("Forget '68"). Ma allora è contraddittorio dire che il 68 "dal punto di vista politico non ha ancora vinto": perché il 68 non voleva affatto "vincere".
Aggiungo che certe cose dette poi da Capanna ("Per salvare il mondo Capanna ha detto che sono necessarie 3 rivoluzioni simultanee: delle coscienze, dell’economia e della politica. Occorre immaginare un mondo nuovo con uno sviluppo equilibrato (la famosa “decrescita”). In altri termini: occorre liberarci di una “sacco di cazzate” inutili, magari capendo (e combattendo) la differenza tra onesto guadagno e profitto.
La sinistra in Italia ha perso perché non è stata radicale in questo tipo di scelta, ed è stata liquidata quindi come un Ente Inutile") fanno pensare (i) che sia un BENE che il 68 - almeno, quello di Capanna - non abbia "vinto", ovvero (ii) che è magari proprio per via di cazzate come "capire la differenza tra onesto guadagno e profitto" che il 68 non ha "vinto" e che la sinistra in Italia viene vista come un "Ente Inutile".
Lascia stare un momento "capire la differenza tra onesto guadagno e profitto", perchè non chiede di capire che differenza c'è fra le due cose, ma di capire che c'è una differenza che lui ha già "capito".
Mi domando, cioè domando anche a te, perchè la tipa ritenga che il problema di 'metodo' sollevato da D'A. sia un problema di etica professionale. Perchè quel 'metodo' sia una speciale faccenda di quella specifica professione. Perchè cavolo si legge questa questione come una faccenda di e fra "giornalisti" o di "giornalismo". Perchè se così fosse allora la 'rivoluzione' sarebbe fallita anche sul piano culturale, perchè avrebbe sì messo in discussione il rapporto "con" il potere 'antico', quello con sue 'etiche' proprie, ma MIMANDOLO, scimmiottandolo, riproducendolo con lo stabilire una sua 'etica' propria. E' per questo che - secondo me - Alberto può dire "T. non risponde alla questione ma è 'divertente'", che vuol dire "non vale per il giornalismo il criterio dei mortali, ma uno suo proprio". E naturalmente questo "ma è divertente" è una formula 'post-modernista' tipo swiss-knife, l'apriscatole universale, l'adattatore all-in-one, l'all-terrain vehicle.
Qu'en dis-tu?
Dico che il nesso col 68 e il postmoderno non lo capisco ancora molto (non ne so abbastanza, Fran!!!), ma che quel che dici sul fatto che il metodo è di tutti e non solo dei giornalisti è giustissimo.
L'*etica* professionale è affare proprio dei professionisti, ma il *metodo* no - perché il metodo è la sostanza delle professioni, delle istituzioni, forse della democrazia stessa (nel diritto, per es., il 'metodo' - cioè il rispetto delle forme procedurali - non è mera forma, è proprio LA sostanza, perché è solo col rispetto e nel rispetto di quelle procedure che si può formare la "verità" processuale; stessa cosa per le elezioni politiche, per la scelta del vincitore di un appalto o di un concorso, ecc.).
Perché la tipa ritiene che il problema di metodo sia una questione di etica professionale? Non lo so. Potrebbe darsi che per lei il metodo sia, in generale, una questione di etica. Come se il falegname che non sa intagliare il legno e il falegname che lo sa intagliare ma vende la sedia che ha già promesso a un altro cliente stessero entrambi violando l'"etica professionale". O come se i brogli elettorali fossero una questione di 'etica della politica' e non una questione di politica tout court.
Mi viene da pensare che questo sia il riflesso di una mentalità esclusiva: le regole non sono roba per tutti, ma solo per gli iniziati (arcana imperii); non se ne discute in pubblico, ma nel chiuso di stanze fumose. E così la lotta contro il potere pre-68 si risolve nel mero sostituirsi alla vecchia classe dirigente.
riesco (forse) a trovare 5 min di tempo per intervenire e rispondere (scusandomi con KK e Francesca).
Nel post precedente (avevo scritto un commento ma non sono riuscito a inviarlo) F. scrive "Nessuno dice che non bisogna indagare la 'puzza'. Nessuno discute Travaglio. Ci si domanda - si discute - il metodo di indagine della puzza.
E continuo a non capire perchè un "esprit meno superficiale" o un "esame ragionato" indebolirebbero invece di fortificare Travaglio. Perchè sarebbe più favorevole al puzzone? Mistero." Io aggiungo che, secondo me, ad uscirne rafforzato è sì T., ma perchè ne esce rafforzato il giornalismo: mi ricorda un poco i ragionamenti fatti qui (e non solo) sul dibattito architettonico.
E proprio per questo non credo che possa esistere UN metodo (e mi sembre che anche KK lo abbia affermato), ma il discorso SUL metodo, se per metodo intendiamo processo. Quindi, sempre aperto a correzioni e adattamenti. o no?
KK,
quando il '68 dice "basta fatti, adesso parole!" o "la rivoluzione deve cessare di essere per esistere" sta mettendo sotto sopra, invertendone "ironicamente" le massime, non l'etica, ma UN'etica: l'etica del Potere. Un'etica ridotta in massime (ed è perchè è ridotta in massime che 'basta' invertire esse massime per buttarla per terra).
Ora, perchè la tipa ritiene che si stia discutendo l'etica del giornalismo?
In primis, perchè è una capra.
Ma in secundis perchè non ha la minima cognizione del fatto che il 'metodo' di cui parla D'Avanzo non è una 'tecnica' (come il metodo dell'integrazione per parti, di separazione delle variabili, il metodo champenois, ect) ma nient'altro che il "metabolismo sociale" in azione, l'esercizio della cittadinanza, il "prendere sul serio l'oggetto della narrazione", il domandarsi come funziona un mulo volendo scrivere di contrabbandieri.
Non lo capisce meglio di come la France del '68 capisse "sous les pavés, la plage", o "aimez-vous les uns SUR les autres".
Forse la tipa parla di "etica professionale":
a) perché si usa così per indicare l'esigenza di fare ragionevolmente bene un lavoro (un idraulico che lavora bene lo fa per "etica")
b) perché, per la giuridificazione dell'etica il 1176 c.c. diventa norma morale;
c) perché, sotto sotto, credo ci sia una sporta di quieta rassegnazione e ci si accontenti di invocafre un po' di "etica" intesa come non fare le cose più scandalose (anche se vendi un po' di più, non andare proprio proprio nelle fogne).
Sì, anch'io penso che non esista UN metodo.
Francesca,
d'accordo: un'etica della politica ridotta in massime si può facilmente rovesciare (anche se forse gli anni dal '68 ad oggi mostrano che l'etica della politica continua a essere ridotta in massime, sia pure rovesciate :)).
D'accordo anche che il 'metodo' di D'A. non è altro che l'esercizio della cittadinanza.
Ma non è che l'oblio di questa identità viene anch'esso dal 68? Non c'è forse questo tizio link
che, dal '68, ha ricavato quel che segue: "in certe cose sono bravo per quella mia esperienza: a me fare quattro interviste e ricostruire un’organizzaizone del lavoro o una situazione sociale riesce molto facile, sulla base delle capacità di utilizzare il rapporto diretto, per capire come sta una situazione, acquisita con lunghi anni di esperienza poltiica. La cultura del ’68, degradata alle sue forme infime, è diventata il materiale, i mattoni con cui si costruisce la conoscenza sociale indispensabile alla cultura manageriale. Ma io non penso che la mia realizzazione sia all’interno della professione. Capisco che alcuni la possano cercare – una volta li avrei tacciati di collaborazionismo – ma non è il mio caso, io in una professione cerco denaro e tempo libero e, per essere molto chiaro, poca fatica"?
Che ne sa dell'esercizio della cittadinanza questo tizio che nel lavoro cerca "tempo libero e poca fatica" e la cui abilità consiste nel sapersela sbrigare con "quattro interviste"?
Sous les pavés ouais c'est la plage,
Mais l'bitume c'est mon paysage
Le bitume c'est mon paysage
Ale, questo "metodo" di cui parliamo NON è un "metodo" nel senso del "metodo delle forze" o del "metodo degli spostamenti" per la soluzione delle struttute hyperstatiche,
Stiamo parlando di una disposizione rispetto al mondo. Un orientamento. Questa non è una 'tecnica', è una postura dde curtura.
E' per questo che me ne sto qui assolutamente éberluée a leggere genealogie di "maestri" giornalisti - chi ce l'ha più illustre - a leggere nomi di altri giornalisti 'ironicamente' storpiati, di cui si ricorda che il suocero è affiliato dell'Opus Dei, o che hanno contratti con sordidi organismi, ect, e quell'altra che dice che bisogna riflettere sull'etica della professione. O chi ha più lettori, o chi riceve più lettere di 'solidarietà'. Horrendas canens ambages, obscuris vera involvens, ect.
Barnabiti contro Francescani, Gesuiti contro Domenicani, tutto all'interno della 'professione'.
KK,
Troppi 'passaggi' omessi!!.
Ma precisamente: come si è passati dal '68 alle stronzate del Tizio? Perchè il 'movimento' ha finito per selezionare proprio quel 'tipo' di Tizio e di Tizie? E in particolare nelle 'professioni' dette - a cavolo - "intellettuali"? E proprio in Italia e in Francia? (Capanna dice "la sinistra in Italia, ect ect ect". Ma anche in Francia alle legislative dell'anno scorso i "comunisti", "trozkysti", ect hanno rischiato di non riuscire a formare un gruppo all'Assemblée, e visto che le differenze sono enormi, dal sistema elettorale alle 'issues', ci sarà qualcosa di comune, di profondo, nel suicidio lì e là?)
Altro indizio: nonostante il regime ferocemente anticomunista fino alla fine degli anni '80, le biblioteche qui hanno, anche in traduzioni swahili, Samir Amin, Aragon, Pasolini, persino Moravia. Ma nessuna o quasi di Débord, di Lyotard, di Baudrillard, di Guattari, di Jameson. Negri, ils s'en fichent...
Nel periodo 66-88 il regime di SA combatteva i Cubani in Namibia: che i neri non fossero particolarmente attenti al "non c'è che rappresentazione", al "situazionismo"?
Lo so, Francesca: ma è un campo in cui sono alle prime armi! :))
Perché in Italia e in Francia sì e altrove no? Una differenza mi viene subito in mente con l'"altrove": la forza dei partiti comunisti (PCI, PCF) e della cultura marxista. Forse il 68 da noi e in Francia ha lottato con la sinistra "storica" e l'ha completamente svuotata, trasformandola in un partito situazionista, movimentista, bo-bo e insomma postmoderno? Mentre altrove non è successo e il marxismo non è completamente sparito dalla cultura?
Come si fa in un blog, KK?
Il COSATU (Congress of SA Trade Unions, che insieme a ANC e SA Communist Party forma la Federation of TUs) decide di organizzare seminari "itineranti", in loco, per capire cosa vada aggiornato della famosa tesi di S. Amin "The origins of underdevelopment, capitalist accumulation on a world scale". Si domandano come ci mettiamo dentro tre cose: la transizione al nuovo SA (che non è avvenuto in nessuna shape or form come "doveva"), la "globalizzazione" e la "questione ambiente".
Punto primo: NON VOGLIONO saperne di "africanità", di "tribalismi", ect.
Punto secondo, ci troviamo a parlare dell'"ipotesi Pirenne" sul Mediterrano "che ha nutrito l'Europa" finchè la "conquista Araba ha tagliato i suoi legami con la sponda africana e medio-orientale". Come "ci troviamo"? Ci 'troviamo' perchè io non so un fico dell'Africa, ma sto descrivendo il "processo storico" à la Marx.
Di qui si passa a "The Rise of Western Christendom - Triumph and Diversity" di Peter Brown (che parte da quella ipotesi per rivederla), che - en passant - avrebbe fornito tutti gli argomenti più solidi nello stolto dibbbbbattito sulle "radici cristiane dell'Europa", invece delle pseudo-contro-teologie e le tolleranze, ect, e lo illustriamo col film "The Barbarian Invasions". Ma notiamo che nell'introduzione all'edizione del 2005, Brown si serve di "The Corrupting Sea - a study of Mediterranean History", dove non solo l"ipotesi Pirenne" ma tutte le altre notevoli (Rostovtzeff, Goiten, Braudel) sono discusse alla luce di una storia dell'ecologia/economia del M. Si sta circa tre mesi sul capitolo VII: Meditarranean Catastrophes, dove si esaminano cose come "the Greek discovery of the anthropogene process".
COSATU fonda quattro borse di studio per uno studio dell'Africa sul modello del Corrupting Sea (ti ricordi quando ti dissi che sarebbe stato interessante... Beh, questi lo FANNO). Ma naturalmente: "dove sono gli Strabo e gli Herodoto africani?" Ci sono arabi, portoghesi, inglesi, olandesi, francesi. Ma gli africani? Si avvia una ricerca per tutta l'Africa, e questo fa partire a sua volta archeologi, geologi, filologi africani che si mettono a guardare l'Africa con tutto un nuovo sguardo. Non sono più a scimmiottare l'approccio "etnografico-folkloristico" europeo, ma a rivitalizzare l'analsi "marxista" del processo storico, e dunque dello spazio fisico, e dunque della cultura, e delle relazioni fra tutte queste cose.
Qui c'è spazio per tutto, da Homero a Brown, MENO che per Lyotard o Baudrillard e meno che mai per Latouche.
Il loro '68 è la transizione al nuovo SA.
Par contre, Bertinotti torna dal Sud America, poco prima delle elezioni, e scopre che è ora di abbandonare l'"universalismo", di riscoprire l'"indigenismo". E il "mediterraneo" è uno spazio di "lentezza" (idea venuta a viaggiatori nordici che si rompevano le scatole ad aspettare le lungaggini di verifica del passaporto, o il guardiano che venisse ad aprire la grille di accesso al Forum, ect).
Supponiamo - una PURA supposizione! - che la ragione per cui il COSATU anima questa cosa mentre chez vous il suo equivalente riscopre Ruskin e Pugin e i "monasteri del III millennio" abbia qualcosa (je n'en sais rien) a che fare con questa cosa: che quaggiù il loro '68 (la componente "fine del mito rivoluzionario", del mito "Angelo Sterminatore", "Comité de Salut Public" e "Tribunal Révolutionnaire" con le sue guillotines e i suoi campi di rieducazione) sia ancora vitale.
Supponi che abbiano scoperto un loro modo originale di capire che il fatto che la loro transizione NON è avvenuta 'come doveva' secondo il mito NON significhi che allora il processo storico va sostituito con i processi digestivi o l'io psychologico; che insomma abbiano trovato il modo di schivare il "postmodernismo" (o che semplicemente lo abbiano trovato di una noia mortale); che insomma questi ammettano di convivere con la "Sovversione Permanente" e il "Trionfo di Roma su Venezia", secondo quell'analisi più suggestiva e clever che profonda, ma evocativa, di R. G.mann alla fine di Mai '68 expliqué à N. Sarkozy.
Supponi che questi 'sappiano' alla loro maniera di quella citazione di Romain Goupil (la défaite dépasse toutes nos espérances: "in breve (noi del '68) avevamo partorito la società attuale", e che NON abbiano nessuna intenzione di "partorire" accorgendosene solo a 60 anni!.
Va bene, lo suppongo.
Dico da subito, però, che la lettura del '68 come fine del mito rivoluzionario, del bagno di sangue, della rivoluzione conclusa ecc., è molto suggestiva però non è l'unica possibile. Anche a prescindere dagli esiti (perché è possibilissimo che in Italia il 68 sia stato una cosa diversa: mi sembra che lo dica anche G.smann).
Inoltre, il concetto di "società attuale" non lo so quanto è fecondo (la nostra società di oggi è tanto attuale quanto quella sudafricana di oggi: purtroppo questa comune 'attualità' non ci dice molto però su somiglianze e differenze. O no?).
Aggiungo che la lettura di A e R Glucksmann del 68 mi sembra che non spiega proprio un punto cruciale (che invece BHL trattava benissimo), cioè il tramonto dell'ideale europeo.
Non ne so assolutamente nulla dell'Africa, F., non so nemmeno se un "68" ce l'abbiano avuto (anche se la "rivoluzione" sudafricana ricorda molto le rivoluzioni orange di cui parla R.Glucksmann). Non sarà che laggiù quella carica di novità, di impegno, di rivolta contro il mito rivoluzionario, è dovuta al fatto che hanno tuttora da confrontarsi con cose molto più serie che non gli intralci al traffico per la processione del Corpus Domini?
Sono semplici domande, eh (o forse il tuo discorso non era ancora finito?)
Però credo di capire cosa vuoi dire.
Be', allora bisogna riconoscere che la questione: "PERCHE' in SA il COSATU anima questa cosa mentre chez vous il suo equivalente riscopre Ruskin e Pugin e i "monasteri del III millennio" è sicuramente un progetto di ricerca che merita di essere intrapreso!
:))
Senti, come faccio a sapere che cosa è "per l'Italia"? Hai messo un "autoritratto di gruppo" del '68, quell'altro col "tempo libero e denaro", Capanna, e quanto al 'sessantottino' mi sembra che dormisse. Come faccio a sapere?
Quando cappero succederà che Sofri la smette con i Promessi Sposi e la scrive lui una storia? Dico una storia, non autoritratti e rimembranze. Una storia come si scrive la storia, coi documenti et tutto il resto.
L'unica cosa che mi viene in mente è che, in Italia, il '77 ha fatto fuori il '68, e che la VOSTRA (e francese) "società attuale" (non parlo affatto di 'similarità' di quella italiana o francese con quella sudafr: non c'è nessuna relazione, infatti) sia un prodotto del '77. Ma non ho i documenti, come faccio a saperlo? Quando me lo dici TU? Non vedo architettura; vedo filmettini e ristorantini e strappapanze e 'gelida ironia', psycho-coiffeurs e bombikilombi.
Quello che so è che non vedo ombra di 'comunisti' di nessuna denominazione da voi. E quanto al marxismo ce n'è quanto c'è solfo di bealzebob nel corpus domini (che non so da dove salta fuori).
Allez, je me sauve.
Quanto a BHL e G.mann: PAS DU TOUT LE MÊME SUJET!
Va così (à peu près):
Keynes-> Steiner/Gary -> BHL -> Bruckner-> Daniel Bell- >Manuel Castells/Chiapello/Boltansky-> G.mann.
Il corpus domini viene da qui:
link
Lo so che non parlavi di similarità: volevo dire che il concetto di "società attuale" nella frase di Goupil mi sembra poco utile (ma probabilmente non ho capito io).
Ehi, io te lo direi volentieri, ma ho già detto che sono solo all'inizio! Devo ancora leggere quasi tutto!
Il Corpus Domini fu istituito da Sisto IV intorno al 1475 (o giù di lì) in ricordo del miracolo di Bolsena (un prete dubitava della transustanziasione, elevò l'ostia e questa inziò a gocciare sangue), avvenuto un paio di secoli prima. Per maggiori ragguagli, Raffaello, Stanza di Eliodoro, sopra la finestra.
Qualcosa di analogo mi pare avvenne anche a Lanciano, ma molto tempo dopo (non ne sono sicuro).
Grazie, Etienne.
Ho citato non il C.D., ma il post di conteoliver sulla processione del C.D., perchè quando si arriva a definire "catastrofe" (sia pure scherzosamente) un ingorgo nel traffico, traendone (non tanto scherzosamente) pensose riflessioni sul destino della "laicità" nel nostro paese, vuol dire che o non abbiamo più cose serie di cui preoccuparci (improbabile), oppure che non sappiamo distinguere le cose serie dalle cazzate (probabilissimo)- e, di conseguenza, a occuparsi delle cose serie saranno gli altri. Di qui tutti gli stupori sul perché mai tanta gente vota per Berlusconi: ma saranno matti, ma saranno disonesti, ecc.