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Parla la classe del 1912

"Mio nonno e mia nonna avevano nove figli; tutti si sposarono ed ebbero figli a loro volta. Abitavamo tutti quanti insieme, eravamo ventinove. Solo a voler dire "Buongiorno" e "Buonanotte" a tutti, passava mezza giornata...

Avevamo un bel podere, tra San Lorenzo e Pergola. Eravamo tra quelli che se la passavano meglio, da quelle parti. Eppure noialtri dodici ragazzini, in cucina (grande un quattro metri e mezzo per otto), avevamo un tavolo poggiato su quattro sedie e mangiavamo ginocchioni per terra.

Quando si facevano gli gnocchi (una volta ogni due, tre settimane) era una festa.

Avevamo anche un grande salone, di dieci metri per cinque circa, che usavamo per allevare i bachi da seta. Arrivavano in una scatola da scarpe, minuscoli (ce li portava l'impresa, a cui poi li rivendevamo come bozzoli; era un'impresa grande, produceva cinquanta/sessanta tonnellate l'anno); noialtri ci divertivamo un mondo a guardarli. Crescevano velocemente ed erano voracissimi (ma quelli molto grossi, i bachi giganti, non andavano bene, la loro seta non era buona e la ditta non li voleva). Li sistemavamo subito nei cassettoni pieni di foglie di gelso, disposti ad intervalli di sessanta centimetri d'altezza in tre torri di legno alte tre metri circa; quando poi arrivava il momento del bozzolo, gli sistemavamo intorno rametti d'ulivo, ai quali i bachi attaccano il filo per cominciare la costruzione del bozzolo.  Quelli che non riuscivano a fare il bozzolo li prendevamo, li portavamo sull'aia e li davamo da mangiare alle galline, che non aspettavano altro e stavano lì col becco già aperto. Poi bisognava sbrigarsi, una volta finito il bozzolo, a farlo seccare, altrimenti il baco si apriva la strada all'esterno del bozzolo forandolo e  danneggiando la seta. Facevamo un quintale circa l'anno. Zio Menco, che aveva un podere dall'altra parte della collina, ne faceva di più, un paio di quintali all'anno, perché dipendeva dalla quantità di gelsi che c'era.

A scuola ero bravo, arrivai in terza elementare come tutti gli altri ragazzi della famiglia, ma poi non mi fecero proseguire. La maestra si arrabbiò e venne a chiedere spiegazioni ai miei. Una delle zie le rispose che, siccome gli altri ragazzi, miei cugini e fratelli, si erano fermati alla terza, neanch'io avrei continuato, e non ci fu niente da fare. A dieci anni, poi, a pensarci, cosa mai potrai fare di buono nei campi? Sei solo capace di andare dietro ai più grandi, guardarli e parlare.

Oggi tutti vanno a scuola. Nessuno di noi ha mai viaggiato o visto nulla del mondo, né a dieci anni, né dopo. Mia nipote va in Inghilterra da sola a quattordici anni. A quattordici anni noi avevamo fatto solo la terza elementare."

Commenti

tzè, e chi ce l'ha adesso una cucina 4.5x8?!?
uno schiaffo alla miseria...

addb | 15.07.08 16:00

Eh lo so, ma erano 30 persone nella famiglia di mio nonno... Ti garantisco che non ci stavano molto larghi.

KK | 15.07.08 16:01

Erano fortunati ad avere un locale apposta per la coltivazione dei bachi, in Lombardia alla fine del'800 da quel che diceva mio nonno non avendo molto spazio si dormiva nel locale dei bachi, che tra l'altro sono particolarmente puzzolenti.
i bachi qui non venivano messi nei cassettoni, ma su graticci coperti di fogli di carta, c'è un altro piccolo particolare che ricordo dei racconti di mio nonno, in paese c'era una filanda nella quale lavorava sua zia ( attraverso la quale ho ereditato 2 sedie Thonet modello 18 che si trovavano negli uffici ), in questa filanda si facevano bollire i bozzoli per impedre la nascita delle farfalle, nella stessa acqua le lavoratrici della filanda facevano bollire le patate del pranzo.

pietro | 15.07.08 20:32

Pensandoci bene le differenze possono derivare anche dal fatto che mio nonno era nato nel 1885......

pietro | 15.07.08 20:42

Simpatico tuo nonno.Il mio a 16 anni era già in AmeriKa;-)( lui licenza elementare e muratore),a 18 sul Piave e nel 36 in Africa.

mario | 15.07.08 21:13

ecco, io mi domando: ma voi, ai vostri nipoti, che racconti fantastici potrete fare?

io un bel nulla.
vite miserevoli nella pax europea...

addb | 16.07.08 09:19

a dire il vero non mi pare un racconto "fantastico", ma il raconto di una vita piuttosto dura.
personalmente sono contento di aver superato la terza elementare e di poter raccontare a mia figlia le storie di quando "papà andava a scuola", di non avere bachi da seta nei cassetti e di essere stato per la prima volta in inghilterra a 14 anni.

soupe | 16.07.08 10:58

ma rispetto al nonno di kk rimpiango il fatto che per me "vedere la famiglia" da sempre vuol dire fare fantastiliardi di chilometri

soupe | 16.07.08 11:01

Cara addb,
se per te sono "vite miserevoli" le nostre e "racconti fantastici" i loro (in trenta in una casa, a scuola fino alla terza elementare e poi a lavorare, zero possibilità, zero esperienze, zero interessi, poca salute e poco cibo, due guerre mondiali con un subisso di morti (nella famiglia di mio trisnonno, nove figli, il capostipite fu l'unica vittima della I GM: morì di un colpo quando seppe che tutti e nove i figli erano sopravvissuti e stavano tornando a casa sani e salvi), mi sa che veramente siamo messi male...

KK | 16.07.08 11:01

Ah, vedo che l'ottimo soupe (bentornato!) mi ha anticipato di un soffio...

KK | 16.07.08 11:03

mannò, vedete che non avete elasticià?!?ovvio che la nostra vità è tutto migliore.
se sento i racconti dei miei nonni mi vengono i brividi, raccontano di un mondo che non mi ha neppure sfiorato.
io racconterò che facevo le settimane bianche, mi sono laureata e bla bla bla e mio nipote forse capirà quel mondo, perché molto simile al suo.
di me non so con certezza, ma mia madre con sua nipote racconterà un mondo compatibile.
non so se mi spiego o se volete capirmi!

addb | 16.07.08 11:14

e aggiungo: se hai una vita, volente o nolente, straordinaria da raccontare, non ci sarà bisogno d'avere l'abilità di un narratore per incantare gli astanti, se hai da racocntare vicende normali di normale pacifica vita sarà meglio aver più talento, perché gli astanti potrebbero addormentarsi o trarne poco o niente da quei racconti.

addb | 16.07.08 11:18

e aggiungo ancora, perché mi aveta fatta innervosire: perché mai postare un racconto del genere? forse perché è più interessante di per sé di un racconto che ci dice:"in famiglia eravamo in 4, tutti belli pasciuti, latte artificiale, giochini ovunque e a 14 anni viaggio da solo in inghilterra".
miii, che interesse sentirselo dire.
soprattutto inedito, nessuno di noi si aspetterebbe un racconto del genere!

addb | 16.07.08 11:30

No, addb, non ti innervosire.
Quel che volevo dire con il racconto di mio nonno è:
avete presente tutti questi che vi dicono che la crescita non conta un cazzo, che si stava meglio prima, perché c'era tanto tempo libero e tanta solidarietà, tanta "vita di relazione"? Bene: ECCO cosa vuol dire "crescita". Vuol dire andare a scuola invece che lavorare a otto anni, laurearsi, imparare le lingue, viaggiare, andare al cinema a teatro in discoteca, avere cibo, vestiti, medicine, mezzi di locomozione, eccetera.
Nessuno di quelli che sono vissuti prima vorrebbe cambiare allora con oggi. Oggi è MOLTO MEGLIO.

KK | 16.07.08 11:35

già, scusa, dimenticavo che sei sempre didattico.
io invece mi concentravo sul valore "letterario" che un racconto con queste descrizioni ha di per sé, senza bisogno di altre abilità.

addb | 16.07.08 11:50

cmq o non so bene che età hai tu, oppure tuo nonno ha avuto figli presto e i tuoi genitori anche...

addb | 16.07.08 11:52

Mio nonno (oggi novantaseienne) ha avuto un figlio a ventiquattro anni (1936, ragion per cui - immagino: non gliel'ho ancora chiesto, provvederò il prossimo w/e- ha scapolato la II GM) e questo a sua volta ne ha avuto uno a 28 (io, 1964).

Didattico, tzè.
Quanto al valore letterario, be'.... Diciamo che lo devo prendere come un complimento? Perché non è che abbia riportato esattamente le parole di mio nonno (e visto che sono pedante: faccio come Tucidide...)

KK | 16.07.08 12:04

non ho proprio fatto una gaffe, allora.
ti avevo più o meno collocato come età.
sai, io son classe '79, i miei nonni più anziani sono nati nel '17 e allora era sorto il dubbio: il gap tra me e te è ben di più di quello tra tuo nonno e i miei.

ma i miei nonni figliarono dopo la guerra, che si fecero in pieno.

ticidide...tzè.

addb | 16.07.08 12:15

Io sono del 1975, i miei genityori 8entrambi) del 1929. Mio fratello maggiore è del 1951, mia sorella del 1954 e l'altro fratello del 1962. Stesso padre e stessa madre.
I miei genitori mi raccontano della II GM ancora oggi: mio padre viveva sulle montagne della Garfagnana (Lucca), invase dai tedeschi. Là cosa sucecdeva "davvero" lo sapevano poco, e per loro la vita di un soldato tedesco di 19 anni valeva quanto quella di un italiano della stessa età. Mia madre viveva in una bellissima villa nelle campagne lucchesi, mio nonno era antifascista, nascondeva gli ebrei in cantina coi figli dei quali mia madre e miei zii giocavano la sera, di anscosto. Erano benestanti, ma nonostante tutto hanno dovuto faticare (per motivi di sicurezza) a terminare il liceo.
Non ho avuto mai racconti come quelli di KK, ma anche dai racconti dei miei non c'è dubbio che adesso tiamo molto meglio. Pensiamo alle malattie (anche i ricchi allora morivano di tisi a 18 anni, o di malattie banali) ai viaggi che possiamo fare, all'istruzione che possiamo avere, ai mezzi di comunicazione.
Chi dice che "si stava meglio quando si stava" peggio si trincera dietro una logica arcaica e logora. Perchè la cultura, le buone letture, i rapporti umani non sono inversamente proporzionali al progresso, sono "valori" (uso un termine improprio) che dovrebbero essere connaturati e, come tali, perpetrati da singolo.

Pippi | 16.07.08 12:41

Io ho conosciuto solo le mie due nonne (che si chiamavano entrambe Filomena, come mia sorella). Del nonno paterno si racconta che fu trovato ancora in fasce davanti al Municipio e affidato a una famiglia che però non gli diede il cognome. Il mio, infatti, è un cognome poco diffuso e presente solo in alcune zone del Sud Italia. Però, in Calabria, apparteneva a proprietari terrieri di estrazione nobiliare (chissà, magari un giorno mi arriva una bella eredità...). Mio nonno materno sposò mia nonna quando lei aveva 16 anni, appena tornata dal Brasile dove i genitori erano entrambi morti (la vena brasiliana si vede in me per come tiro le punizioni nelle partite di calcio, ma vabbè...). Mia mamma dice che aveva per soprabito la giacca vecchia di uno dei fratelli maggiori; mangiavano tutti nello stesso piatto (e per prima dovevano servirsi gli uomini di casa); lei studiò fino alla 5 elementare, poi dovette abbandonare. Mio padre è stato un operaio specializzato: ha lavorato per circa 38 anni a Stoccarda. In questo è stato più europeista di me. Oggi, non c'è più.
Sì, noi stiamo decisamente meglio.

Alberto | 16.07.08 12:42

Chiedo scusa per i refusi.

Pippi | 16.07.08 12:43

mi ha ricordato lo splendido libro di Nuto Revelli, "L'anello forte" (ne consiglio caldamente la lettura a chiunque)

kuki | 16.07.08 15:32

I racconti dei nonni, e nel mio caso di un papà decisamente "fuori età" mi hanno sempre incantato e rapito, odore di un mondo da "Promessi Sposi", ma ho sempre pensato di essere forntunata ad essere nata circa 70anni dopo (come diceva soupe).
Ho però la consapevolezza che se i miei figli futuri un giorno mi chiederanno: "mamma, ma tu a 16 anni cosa facevi?? dove vivevi...com'era la tua casa???" gli dipingerò un mondo che forse non potrò offrirgli.
Sono figlia di una normale famiglia "adagiata" sul benessere dato dal lavoro: mi sono laureata, i miei non lo erano, ho un buon lavoro, ma non mi posso comprare casa e se ci riuscissi ci vogliamo allargare a 60mq? Se avessi più di un figlio non lo so se riescirò a mandarli in vacanza in Inghilterra....sono surplus e nella vita c'è tanto altro, ma io l'ho fatto e non so se riuscirò a "ricambiare il favore".
La vita è una ruota....ma mi sà che è diventata un po' quadrata.
un saluto e scusa per lo spazio rubato

pronta a partire | 16.07.08 19:15

aggiungero'....e sopratutto da nonna, con questi chiari di luna sulle pensioni, speriamo di poter ricoprire pienamente il ruolo con tutti quei regalini e "spupazzamenti" ai nipotini, per i quali, inoltre, sarò una vecchisssiiiimmmaaaaaa nonna.
ancora un saluto

pronta a partire | 16.07.08 19:21

A proposito, mi servono 20.000 euro.
KK, ti va di entrare in un affare?

Alberto | 16.07.08 20:21

Veramente i tipi per cui mio nonno faceva il muratore se la passavano molto bene.
E loro raccontavano, probabilmente, ai loro nipoti di come hanno concluso gli studi all'università.Di loro, per cui lavorò quasi sempre in Italia, disprezzava l'ostentazione ma niente di più.
In ogni caso di mio nonno ricordo che non si è mai lamentato della sua vita.Anzi, descriveva con nostalgia il suo periodo americano, il vivere nella comunità degli italiani a New York e tutto il resto.Misurava tutto in funzione del suo tempo e di come si viveva allora. Senza retorica sulla durezza ma narrandola quasi come fosse una condizione naturale.Si dichiarava socialista fino agli anni 30, poi fascista e poi niente dopo gli anni di prigionia.Ha lavorato fino a 75 anni e quando se ne è andato aveva più di 90 anni.

Mario | 17.07.08 09:41

Non si tratta di "lamentarsi della propria vita". Mio nonno non si lamenta mica: ha fatto quello che voleva, si è arricchito, i suoi figli e i suoi nipoti hanno studiato, ecc. Né c'è dubbio che anche nel 1912 c'era chi "se la passava molto bene" (c'era anche a Sumer e anche nell'età della pietra, d'altronde).

KK | 17.07.08 12:38

"Quel che volevo dire con il racconto di mio nonno è:
avete presente tutti questi che vi dicono che la crescita non conta un cazzo, che si stava meglio prima, perché c'era tanto tempo libero e tanta solidarietà, tanta "vita di relazione"? Bene: ECCO cosa vuol dire "crescita". Vuol dire andare a scuola invece che lavorare a otto anni, laurearsi, imparare le lingue, viaggiare, andare al cinema a teatro in discoteca, avere cibo, vestiti, medicine, mezzi di locomozione, eccetera.
Nessuno di quelli che sono vissuti prima vorrebbe cambiare allora con oggi. Oggi è MOLTO MEGLIO."

Ci sarà pure qualcuno che dice che la crescita non conta... Boh!

A me la crescita va bene (adoro i miei consumi di nicchia); solamente temo che l'attuale sistema tenda a collassare e a riportarci in modo brusco ai tempi dei tuoi nonni, se non peggio. Anche se la tua amica Francesca fa delle analisi sistemiche di cui non capisco un biip, non per questo mi ha convinto che il futuro sia roseo.

Ritengo i concetti legati alla cosiddetta "decrescita" solo un modo per ammortizzare il tonfo, non il rimpianto per un passato mitico ed idealizzato.
Ma ovviamente parlo per me.

Ancora: non pensi che in caso di grande dissesto economico, la solidarietà e la "vita di relazione" potrebbero fare veramente la differenza?

Infine, se hai un modello (descrittivo, predittivo, prescrittivo) della realtà migliore della "decrescita" o di World3, che aspetti a condividerlo? Puoi indicare testi, o teorizzare tu stesso, le capacità non ti mancano...

ariafritta | 24.07.08 23:36

Primo, la decrescita non è un "modello": sono chiacchiere in libertà di gente che non perde occasione per dire che l'economia (e dunque i 'modelli' e gli altri strumenti economici) sono astrazioni che dimenticano l'essenziale, e che l'essenziale è cambiare l'immaginario, i desideri ecc. (se non lo riconosci, questo è Latouche à la lettre).
Secondo, se l'attuale sistema collasserà o meno non lo sa nessuno. Forse sì, forse no, ma l'importante è ricordare che la rivoluzione industriale (cioè il fomite di ogni male) è cominciata molto prima che si intuisse che il petrolio poteva servire a altre cose oltre che a pavimentare le strade. Forse bisognerebbe cominciare a sospettare che il capitalismo ha capacità di sopravvivenza che qualcuno sottovaluta?
Terzo, così come non è detto che la crescita implichi l'aumento dei beni 'virtuosi' (=che non consumano energia, che non inquinano, che non servono a ammazzare la gente ecc.), così non è scontato che la decrescita farà sì che diminuiscano solo i beni non virtuosi (e di fatto, inquinamento, consumo energetico e ammazzamenti vari prevalgono proprio laddove la crescita non è arrivata).
Quarto, a me cose del genere mi fanno sempre venire in mente la domanda: ma per quale ragione al mondo la "solidarietà" e la "vita di relazione" dovrebbero aumentare in un mondo dove si fosse tutti più poveri? Credi forse che quando eravamo più poveri fossimo più "solidali", avessimo più tempo libero da dedicare alla famiglia e agli amici, ecc. ecc.?
Poi vienimi a raccontare che non nutri "il rimpianto per un passato mitico ed idealizzato"...

KK | 25.07.08 11:34

Primo: non voglio entrare nel discorso su cosa sia la decrescita per i suoi sostenitori o i suoi detrattori. Anche perché sinceramente di fare l'avvocato difensore dell'ortodossia di Latouche non può fregarmene di meno. Mi sembra invece che all'interno delle "chiacchiere in libertà" ci siano delle questioni su cui può valer la pena riflettere.

Secondo: se il capitalismo sopravvive assieme al welfare state e all'ecosistema, a me va bene. Se non lo fa, forse è il caso di pensare a qualcosa...

Terzo: sono d'accordo. In caso di decrescita forzata, il problema sarà quello di evitare la barbarie.

Quarto: io non penso che solidarietà e vita di relazione nascano in modo virtuoso e inevitabile dalla povertà. Piuttosto credo che in presenza di risorse scarse, le comunità coese sopravvivano meglio degli individui isolati o delle società "disgregate" (anche se conosco bene gli svantaggi che presenta una comunità coesa in termini di controllo sociale).

"Poi vienimi a raccontare che non nutri "il rimpianto per un passato mitico ed idealizzato"..."

Vedi il quarto punto.

ariafritta | 25.07.08 20:06

Benissimo, condivido. Se quindi solidarietà e vita di relazione (cne io sono ben lungi dal denigrare o considerare cose non importanti e magari anche necessarie) non nascono automaticamente dalla povertà, siamo d'accordo sul resto.

Piuttosto io mi chiedo dov'è che stiano la solidarietà e la vita di relaizone nei comportamenti concreti di tanti "decrescenti", che passano la vita a vantarsi di quanto loro sono coerenti, onesti, solidali, sobri, liberi dai vincoli del consumismo e della pubblicità ecc. e quanto tutti gli altri siano viceversa spreconi, lobotomizzati e inebetiti da media e pubblicità, proni ad ogni desiderio anche il più insensato ecc. Una come Troppagrazia (per fare il primo esempio che mi viene in mente; ma nei libri della Sassatelli o di Ceccarini sul consumoc critico ci sono centinaia di interviste dal tenore analogo) è esemplare da questo punto di vista.

KK | 25.07.08 20:44

"Francesca fa delle analisi sistemiche di cui non capisco un biip, non per questo mi ha convinto che il futuro sia roseo".

Perchè mai le 'analisi sistemiche' (quali? hai voglia di parlarne? vuoi dirmi come posso spiegarmi meglio?) dovrebbero avere lo scopo di convincere qualcuno che 'il futuro è roseo'?

Leggo gli articoli che hai messo sul tuo blog e non posso fare a meno di considerare che se solo nel vostro paese si avesse un'idea ancorata alla realtà di che cosa concretamente sia una catastrofe economica (un "tonfo"...for Pete's sake!!)); se davvero se ne valutasse concretamente l'avvenimento in una prospettiva storica e materiale, intendo nel mondo terrestre in carne ed ossa, hic et nunc, forse ci si renderbbe conto di quanto fatue, auto-assolutorie e auto-consolatorie siano quelle 'analisi sistemiche' con le quali ci si convince che il 'futuro è tonfico'. La cui misura è data esattamente dalla corrispondente fatuità del catechismo panzico e penitente che gli si oppone.

E del resto: per svegliarsi alle delizie della 'solidarietà e [del]la "vita di relazione"' bisogna prospettare il 'dissesto economico'? e un dissesto economico capace di questo sarebbe annunciato dalla cazzata dello spot price del petrolio? O, come nell'articolo di Fabris, è la "necessità" che deve spingerci alla "virtù"?

Non è l'analisi 'economica' balorda che mi fa ridere: è la pochezza di questa idea meschinissima (e insultante per chi vive hic e nunc nel dissesto economico vero); questa idea, che si pretende che ne consegua, di 'solidarietà' e di 'vita di relazione' e di 'virtù' ridotte a catechismo mélo e a grandstanding moralistico (e non poco esibizionistico) a buon mercato, fatto di gesti e di fioretti e di astinenza e di frasette edificanti, o - equivalentemente - di pose chagrines, tetriche, rabarbative, Catoniane, mal plaisantes, mal contentes, severe e rechignées con le quali si disprezzano "gli imbecilli" e si guadagna il Paradiso.

Insomma non si prende abbastanza sul serio il dissesto economico possibile concretamente, e dunque, quanto a me, je m'en moque.


Francesca | 08.08.08 11:20

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