Fantasticare
Allorché comparvero le catene di montaggio si osò coingetturare che gli operai addetti (o, che è lo stesso, coloro che sorvegliano i quadranti delle fabbriche automatiche o i guidatori al volante su un'autostrada), una volta perfettamente allenati alle loro manovre meccaniche, avrebbero avuto la mente del tutto sgombra per pensare. In verità alla catena di montaggio e in altrettali frangenti l'uomo può soltanto fantasticare.
La differenza tra fantasticheria e pensiero, sia pure un pensiero riccamente nutrito di fantasia, è manifesta: basta il colpo d'occhio su due opposte figure: l'uomo che fantastica seduto in un'anticamera con il piede o la mano che tradiscono nei loro movimenti automatici e nervosi il lavorio dell'immaginazione, e, di contro, l'uomo che medita e contempla, assorto senza alcun gesto o contrazione.
Nella lingua italiana la condanna della fantasticheria era implicita: fantasticamente voleva dire nel buon secolo: con modo rincrescevole, molesto e in latino l'uomo fantastico si diceva morosus, che significa altresì stravagante, morboso...
La fantasticheria, come il grillotalpa ai coltivi, è esiziale alla coltura dei sentimenti.
(E.ZOLLA, Storia del fantasticare, Milano, 1964, 1973, p. 7-8)
Commenti
bello.
aggiungerei nei luoghi del fantasticare la macchina nel traffico delle ore di punto
Resta la domanda: come riuscire ad utilizzare, ottimizzandoli, tutti questi pensieri che invece vengono praticamente "buttati via"?
Ecco a che si riferiva G.M. Volontè ("pezzo-culo, pezzo-culo, pezzo-culo")
Ragazzi, attenzione: questo qua è un reazionario vero, uno per il quale la modernità, dall'Illuminismo in qua, è tutta da buttare.
Intanto, c'è da dire che la "fantasticheria", nel senso in cui la usa Z., non è affatto caratteristica dell'età moderna: infatti non si vede perché il contadino preso a zappare dall'alba al tramonto, il filatore a domicilio, il minatore ecc., o il cliens in attesa di parlare a Cicerone o a Lucullo si sarebbero trovati in situazioni psicologiche diverse da quelle dell'operaio nella catena di montaggio o del paziente nella sala d'attesa del'ospedale.
Poi è vero che la fantasticheria è improduttiva a differenza della fantasia o dell'immaginazione (non sentite già il sapore ancien régime di questa distinzione delle facoltà spirituali?), ma è pure vero che ci sono, e sono sempre esistite, situazioni in cui l'attenzione vigile non può esserci e di conseguenza la mente umana deve sviluppare fantasticherie, perché non può far altro. La tesi di Z., logicamente intesa, conduce a sostenere che quelle attività (meccaniche e ripetitive) che non consentono l'esercizio dell'attenzione vigile devono essere abbandonate; ma allora dovrebbero essere abbandonate una quantità di altre attività indispensabili alla vita stessa della società (vedi l'elenco sopra): e non riconsocere questo punto è proprio malafede da reazionario.
onestamente dal pezzetto che hai pubblicato è piuttosto difficile dedurre quello che aggiungi dopo.
mi sembrava una considerazione pre fine settimana sulla fantasticheria....
Lo so, soupe, hai ragione.
D'altronde Zolla lo conoscono in pochi (ed è un peccato, lo dico sinceramente).
Intervento random.
"La differenza tra fantasticheria e pensiero... l'uomo che medita e contempla, assorto senza alcun gesto o contrazione". Vien da dire che sono d'accordo, anzi fino a un po' di tempo fa ero proprio d'accordo con questa visione. Ma questo "pensiero assoluto" (come a me piace chiamarlo) non è forse il vero male della nostra epoca? Dove lo si trova? Non nei "pensatoi" ma nel rimuginio dei giovani ostinati; nelle fantasticherie dei quarantenni (grazie all'immaginare astratto della canzone dei Beatles) che sognano un posto fisso che non c'è più; in tutta la teoria che insomma non tiene conto della vita quotidiana. Anche la nostra Costituzione sembra immaginata, tanto se ne favoleggia come oggetto intoccabile e scritta forse da una sconosciuta divinità pagana... Il pensare, credo, o è pensare mentre si fa o anche con la migliore dignità che si sia intenzionati ad attribuirgli è riflessione, fatto intimo di cui non resta traccia.
E' proprio il carattere speculativo, fine a sè stesso, estemporaneo e improvviso che rende l'immaginazione la più grande facoltà della mente umana. Si, anche più della ragione. Almeno il fantasticare, ,proiettandosi in una realtà altra, non corre il rischio di inciampare su se stesso, come invece può capitare alla ragione.