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Infelicità e sviluppo

E' incredibile quanti libri come questo vengano annualmente pubblicati in Italia che ripetono tutti sempre la stessa solfa: "Ciò che continuiamo a chiamare sviluppo, l'insieme dei processi economici e sociali che nell'ultimo mezzo secolo ha moltiplicato i redditi individuali degli occidentali, elevato il loro benessere materiale, innalzato il loro orizzonte culturale, esteso gli spazi di libertà e rafforzato la loro partecipazione democratica, si è concluso: anzi si è rovesciato nel suo contrario. Oggi il meccanismo spontaneo della crescita non garantisce però benessere materiale ai cittadini. Piero Bevilacqua passa in rassegna le spie rosse che lampeggiano impazzite nella nostra paradossale "civiltà del benessere". La sua non è la "consueta lamentazione dell'ambientalismo" ma un'indagine su scala mondiale e a vasto spettro di ambiti sociali, alla ricerca di una spiegazione all'inspiegabile: perché nelle società più ricche, come gli Usa e il Giappone, la crescita del reddito monetario degli individui si accompagna a un sensibile aumento della loro privata infelicità, a un perdita sempre più evidente di relazioni sociali, a un impoverimento affettivo dei rapporti umani, al precipitare degli individui in una dimensione di competizione affannosa? "

Dico io: va bene, lasciamo perdere che sviluppo e crescita non sono la stessa cosa, mentre il tipo non sembra distinguere. Diciamo allora che la ricchezza non porta la felicità (ammazza che scoperta). Ma da questo non segue mica che la felicità la porti la povertà, no? Posto che felicità e ricchezza non sono necessariamente correlate, perché sono due cose diverse, non bisognerebbe dire che, poste due persone ugualmente infelici (o ugualmente felici) ma con redditi diversi, quella più ricca starà meglio di quella più povera?

Commenti

Forse perché la gente non studia storia o, semplicemente, non si guarda un qualsiasi trionfo della morte medievale. Forse, guardandoli, la gente si renderebbe conto cosa può significare vivere con il terrore continuo di morire e di finire pure all'inferno.
Ovvero detto in altri termini: ma sulla base di cosa se non la presunta "evidenza" (che a me, non sembra affatto evidente) si dice che vi è un "sensibile aumento della loro privata infelicità"?
Lasciamo stare un attimo i noti problemi del felicitometro e immaginiamo che la felicità possa in qualche modo essere misura.
Perchè nel 1734 (data inventata) la gente viveva "meglio" ovvero era più "felice"?
Perché la gente viveva in contesto di costrizione sociale da urlo al punto che risultavano normali le leggi suntuarie ? (vabbé erano prima, ma lo spirito era più o meno lo stesso).
Mi sembra che questi signori non abbiano tanto chiaro cosa potesse esssere vivere in un paesino di provincia dove se non eri "in linea" con l'opinione dlela gente eri semplicemnte messo al bando (quando non trovano il modo di ammazzarti).
La nostra civiltà, con tutti i suoi difetti, non è solo più ricca: è più gentile, cortese e attenta ai deboli, altro che storie.
Semmai, questi speculatori (nel senso medievale: speculator = boia ;-) ) dell'incazzatura sono i maligni semi dell'intolleranza e della scarsa gentilezza e cortesia che man man sta avanzando. Perché nel "denunciare" i gravissimi mali del mondo non possono essere gentili (eccheccazzo, se devi salvare il mondo un minimo di ruvidità è necessaria) e perché debbono riaffermare i loro stramaledetti diritti (inventati) cosa che, ovviamente, non puoi fare cortesemente (i processi non sono posti cortesi).
Vabbé, scusa, ho mal di fegato: ho fatto un discorso approssimativo e poco meditato. Ma ho le orecchie che mi fanno male a causa degli urli di gente che "denuncia" qualcosa.

etienne64 | 22.07.08 18:53

Ho letto, alla Posta hanno esagerato, eh?
:-))
E' tutto giusto quel che dici (a parte forse una cosa: leggi suntuarie c'erano, anche se ovviamente non dappertutto, anche nel Settecento. Ora non ho i riff. sottomano, ma se non sbaglio ce n'è qualcuno in questo libro:
link -molto divertente).

Aggiungo una cosa. Diciamo che questi Decrescenti non affermino che la felicità è in diminuzione, ma si limitino a dire che però non è in crescita, nonostante lo sviluppo economico. OK. Ma perchè questa sarebbe una critica allo sviluppo economico? Svil. econ. significa più case (o case migliori), più cibo (o cibo migliore), più infrastrutture, più istruzione, più sanità. La finalità dello svil. econ. non è quella di rendere tutti più felici, è quella di renderci più ricchi (e più sani, più longevi, più istruiti, ecc.). Nessuno nega che si possa essere felici anche se vivi in una capanna di fango, mangi quando capita, dei tuoi figli la gran parte è morta prima di raggiungere i sei anni, alcuni di quelli sopravvissuti sono rimasti ciechi per una malattia e nessuno di voi sa leggere e scrivere, e che di converso si possa essere infelici anche se guadagni tanti soldi, hai due lauree e tre master, sai tante lingue, su Forbes ti hanno nominato Avvocato dell'Anno e vivi nel paese di Bengodi: ma che c'entra?

KK | 22.07.08 19:17

Sicuro?
Dal punto di vista materiale si, poi penserebbe all'infelicità materiale dell'altro e si guasterebbe la vita;.)

Mario | 22.07.08 20:07

Un testo sull'economia della felicità
link

e se ne discutono loro..
link

Mario | 22.07.08 20:18

Dici quindi che la faccenda è come l'ha messa Orazio satiro?
"illuc, unde abii, rodeo, qui nemo, ut avarus,
se probet ac potius laudet diversa sequentis,
quodque aliena capella gerat distentius uber,
tabescat neque se maiori pauperiorum
turbae conparet, hunc atque hunc superare laboret.
sic festinanti semper locupletior obstat,
ut, cum carceribus missos rapit ungula currus,
instat equis auriga suos vincentibus, illum
praeteritum temnens extremos inter euntem.
inde fit, ut raro, qui se vixisse beatum
dicat et exacto contenuts tempore vita
cedat uti conviva satur, reperire queamus.
"
(cioè:" Torno al punto di partenza: come mai l'uomo (com'è il caso dell'avaro) non è mai soddisfatto di sé e bada piuttosto a chi ha preso altre strade, e, se la capretta di uno ha le mammelle più turgide, si strugge d'invidia, senza mai far il confronto con la massa di quelli che sono più poveri, sempre smanioso di passare avanti a questo o a quello; e così in codesto suo affannarsi gli si para davanti lo spettro di uno più ricco, come fa l'auriga che, quando il cavallo ha preso il via e trascina il cocchio di carriera, serra addosso a quelli che l'hanno sorpassato, e non si cura di quell'altro rimasto indietro, che arranca in coda. Ecco perché di rado s'incontra uno che riconosca di essere vissuto nel benessere, e arrivato alla fine della vita, l'abbandoni soddisfatto come un convitato sazio si alza da tavola")

KK | 23.07.08 09:06

Grazie per la traduzione.
Credo che il concetto di felicità sia una cosa troppo "complicata"e personale per farne un elemento di cui discutere in ambito economico.Eviterei di associarla alla crescita in modo meccanico.
D'altro canto mi chiedo perché c'è cosi' tanta gente insoddisfatta (indipendentemente dalla condizione economica).
Certo, se vieni vessato, umiliato o vivi ai margini sulla strada quella condizione ti fa vivere male.Magari da incazzato non necessariamente da infelice.
Se limito il mio orizzonte a casa mia osservo come, nello stesso ambiente e nello stesso spazio e misurandoci tutti più o meno con gli stessi problemi, abbiamo un approccio completamente diverso sulla questione.Più che di felicità parlerei,in molti casi, di soddisfazione per quello che fai.Poi la felicità è un contenitore in cui hai bisogno di acqua che ti versi anche qualcun altro.Banalmente puoi essere ricco e senza amici, ad esempio.O povero e sentirti al sicuro, all'interno di uno spazio precario, perché c'è gente nella tua stessa condizione e questo fatto, da solo, ti aiuta a stare bene con te stesso e con gli altri.

Mario | 23.07.08 09:23

io credo che intendano dirci che l'affanno della vita contemporanea, la gara a guadagnare di più, a incrementare il maledetto pil ci fa vivere peggio, nel senso che sacrifichiamo sull'altare del pil la vita sociale, le relazioni umane, i valori che contano e stiamo male.
dunque parte il ragionamento economico: se rallentiamo avremo più tempo per noi e saremo più felici.
dovrebbe essere questa l'equazione.
ora, mi chiedo: non è che questi decrescenti vorrebbero più tempo per loro a parità di benessere, reddito, servizi sociali (costosi) e tutto il resto?
purtroppo, io credo, se rallentiamo, perdiamo anche reddito e dunque rischiamo che il maggior tempo per socializzare non sia di grande felicità.
stamattina rassegna stampa di radio tre: spunto da un articolo del foglio sulla "felicità" nel riadattarsi alla crisi (=non tutto può, in tempi di vacche magre, essere pessimo): un prof di economia di tor vergata (mi sembra) avverte: quando recedere, vivere con meno, è una scelta, quando fare volontariato o cedere il proprio tempo sono una scelta, allora ci si guadagna anche psicologicamente; ma quando sono scelte imposte da maggiore povertà non c'è alcun vantaggio psicologico, anzi.
insomma, per me non ci vuole un professore per arrivarci.
i frati probabilmente sono più in pace con se stessi e con il mondo di un super manager, ma forse anche no.
come mai l'ovvio è diventato così difficile da comprendere?
come mai una faccenda privata come la felicità diventa teoria economica?
perché ricadere sul bene per tutti deciso dall'alto?
perché essere così vecchi e guardarsi sempre indietro piuttosto che avanti?
tra l'altro, come dicevate, dipingendosi un passato pittoresco e idealizzato che non è mai esistito.

addb | 23.07.08 10:40

Sembra però che l'argomento stimoli molti.
Oggi ho letto due cose sulla questione della prima faccio un copia ed incolla

"Eventi contingenti della nostra vita, come il matrimonio o la nascita di un figlio, possono rendere le persone più felici, ma solo per un breve periodo di tempo. Il nostro livello di felicità resta sostanzialmente uguale per tutta la vita adulta: lo ha scoperto uno studio durato vent'anni condotto in Germania e pubblicato dall'Economic Journal.

I ricercatori hanno misurato il livello di soddisfazione nei confronti della loro vita di centinaia di persone tra i 18 e i 60 anni al momento dell'inizio dello studio. Anche dopo eventi traumatici, il peggioramento dell'umore era temporaneo: il soggetto tendeva a recuperare il livello di soddisfazione che aveva in precedenza.

Lo studio ha analizzato un processo psicologico chiamato 'adattamento': il modo in cui le persone si adeguano alle circostanze, positive o negative. I volontari tedeschi hanno risposto a domande sul loro livello di felicità a intervalli regolari nel corso dei vent'anni dello studio. Hanno dovuto anche riferire degli eventi principali della loro vita.

I ricercatori hanno così osservato che solo la perdita del lavoro intaccava a lungo termine la felicità dell'individuo, mentre altri eventi traumatici, come il divorzio o il restare vedovi, producevano sì dolore, ma i soggetti si riprendevano rapidamente. Ugualmente temporaneo l'effetto sull'umore degli eventi positivi: l'aumento della felicità durava due anni per la nascita di un figlio, per esempio. Secondo il Dr. Yannis Georgellis della Brunel University, 'Le persone si riprendono rapidamente dagli eventi negativi, ma anche gli effetti di quelli positivi non durano molto'.

Aggiunge Francois Moscovici della White Water Strategies: diversi studi hanno dimostrato che le persone hanno un livello di felicità 'fisso', che può essere temporaneamente modificato da eventi contingenti, ma tende a tornare al livello di partenza. 'Una specie di termostato della felicità: quando un evento importante ci colpisce, che sia positivo o negativo, la molla si muove, ma torna rapidamente alla posizione di partenza'."

della seconda fornisco il link.
link

Mi colpiscono tutti e due, per il primo la felicità sembrerebbe una costante nella vita (adulta, sarà questa condizionata dal periodo dell'infanzia?) di un individuo che temporaneamente può avere degli sbalzi (+ o -)
Per il secondo è misurabile (una volta datane una definizione che è molto speculare a quella di soddisfazione) ed è legata al soddisfacimento di alcune condizioni.In quest'ultima c'entra la "ricchezza" che non è, in ogni caso, l'unica condizione.

Mario | 23.07.08 11:51

Ciao addb.
Tu scrivi:
"io credo che intendano dirci che l'affanno della vita contemporanea, la gara a guadagnare di più, a incrementare il maledetto pil ci fa vivere peggio, nel senso che sacrifichiamo sull'altare del pil la vita sociale, le relazioni umane, i valori che contano e stiamo male.
dunque parte il ragionamento economico: se rallentiamo avremo più tempo per noi e saremo più felici.
dovrebbe essere questa l'equazione.
ora, mi chiedo: non è che questi decrescenti vorrebbero più tempo per loro a parità di benessere, reddito, servizi sociali (costosi) e tutto il resto?
purtroppo, io credo, se rallentiamo, perdiamo anche reddito e dunque rischiamo che il maggior tempo per socializzare non sia di grande felicità.
"
Ma secondo me c'è anche di peggio. Se l'infelicità viene dai confronti (io sto meglio/peggio di), allora nulla ci autorizza a credere che decrescendo (cioè riducendo il reddito totale, il maledetto PIL) saremo più felici (infatti Orazio, citato più sopra, descriveva una situazione del tutto analoga, eppure quella là non era certo una società ossessionata dal maledetto PIL...): probabilmente lo saremo allo stesso modo di prima, solo che avremo meno vestiti, meno libri, meno film, meno strade, meno medicine, meno ospedali (e meno medici), meno scuole, ecc.- insomma, meno maledetto PIL, di prima.
E worse still: cosa ci dice che "rallentando" (= meno maledetto PIL) avremo "più tempo per noi stessi", per le relazioni amicali, conviviali, umane, disinteressate ecc.? Nulla ce lo garantisce. Il tempo libero, storicamente, è una funzione della produttività; se questa diminuisce (e la decrescita lo implica, almeno nelle varianti che la menano sull'autoproduzione ecc.) il tempo libero mica aumenta, ma diminuisce anche lui. Le vacanze per tutti, la settimana corta ecc., in Italia risalgono agli anni Cinquanta/Sessanta, mica all'Ancien Régime.

KK | 23.07.08 12:46

ah no?
e io che credevo che durante l'ancien régime tutti mangiassero croissant...

non so, "capisco" o forse solo un po' intuisco quello da cui partono e l'esigenza che sentono di darsi una via alternativa.
la ricetta esposta è quella sbagliata, come cercava di dire alessandro (nel blog che segnalava) è semmai cercare lo sviluppo sostenibile, non la decrescita insostenibile nella quale "io mi faccio il pane (croissant?) e me ne frego del fornaio sotto casa".
la scala di cui parlano è micro-economia (non nel termine tecnico, ma intendo una scala piccola, quella di economia familiare: ci mancherebbe che non possa decidere se farmi il pane oppure no) ma pensano invece di parlare di macro-economia, estendono comportamenti privati al sistema, ignorando come funzionano le cose (e, per assurdo, affamando il fornaio sotto casa).
per fortuna lo affamano solo sul blog.

tu insisti perché trovi pericolosamente diffusi questi ragionamenti, ma bisogna anche insistere che NON sono ragionamenti economici.
è come dire a uno che fa il santone che sta parlando di medicina: NON è medicina, fa il santone, chi vuole si rivolga a lui (poi magari è un criminale di guerra...)

la felicità dei sociologi non so quanto sia la felicità dei neurologi.
insomma, dobbiamo decidere di cosa e su che piano stiamo parlando.

per me quelli non parlano di economia.

addb | 23.07.08 15:05

Ah, guarda, addb, che quelli non stiano parlando di "economia" è certo. Il loro discorso è un altro: stanno cercando di esprimere, confusamente, un desiderio (nalla maggior parte dei casi, sincero) di cambiare le cose. Solo che, dato che (i) di come stanno le cose non sanno granché, salvo che alcune cose che vedono non gli piacciono (ii) diffidano di qualunque discorso articolato (perché, fondamentalmente, rifiutano ogni tipo di mediazione), quindi anche della scienza e della logica, (iii) diffidano dei partiti tradizionali, anche di sinistra (perché, non appena si fa politica sul serio, ci si accorge che le cose sono parecchio più complicate di quanto uno non pensi standosene al bar sotto casa, il che diventa - agli occhi di chi sta nel bar sotto casa - un "tradimento"), ovviamente non hanno la più pallida idea di cosa fare. E' di qui che nascono i movimenti di "consumo critico", no-global, disobbedienti ecc.

Poi non sanno nemmeno cos'è la "felicità", ma questo secondo me è un altro discorso.

KK | 23.07.08 15:35

oramai ci si linka a vicenda :o)
pare però che proprio l'argomento non interessi, se non il problema di chi è La Tizia o il Tale. Peccato.

alessandro | 23.07.08 17:30

Ho visto :-))
Simpatico quello del gatto a nove code...
(io ho un gatto, che magari avrà anche sette vite, ma una coda sola)

KK | 23.07.08 19:33

però dobbiamo anche litigare, altrimenti poi sembra che ci parliamo addosso anche noi! Puoi far intervenire Francesca a cazziarmi un poco? :o)

alessandro | 23.07.08 20:23

pretendo il link al blog dei verdi!

alessandro | 23.07.08 20:24

Eccolo:
link
(ma non mi hanno ancora sdoganato il commento :))

Ma se non abbiamo fatto altro che litigare...

KK | 23.07.08 20:52

non sono d'accordo, KK! E' anche successo che ci trovassimo concordi. :o)

alessandro | 23.07.08 21:02

Ho il sospetto che l'infelicità di KK sia data non da una condizione materiale di vita ma da una frustrazione di tipo intellettuale, lui non sopporta i no-global.
Con tutto il rispetto, amico mio, ma la tua critica non può essere fatta per approssimazione e sulle etichette sorvolando sugli argomenti di quei movimenti.Perché, a me, questa è l'impressione che dà questo tipo di approccio.La cosa singolare è che, indipendentemente dai libri (ne ho letto anche uno intitolato la "felicità manageriale"), molti giornali creano una relazione meccanica tra male di vivere e modello sociale.Magri non in modo consapevole ma indiretto.L'ultima oggi sulla stampa dove c'è un'intera pagina dedicata ai divorzi ed alla crisi economica.
I miei hanno vissuto una vita superando periodi molto complicati, i miei nonni non ne parliamo e, nel mio piccolo, anche con mia moglie andiamo avanti.Solo che a noi nessuno dedica spazio.
Personalmente ritengo che spostare una questione (es. lo sviluppo)all'interno di una cetegoria come è quella della felicità sia una forzatura senza senso.E non la si risolve né con più né con meno sviluppo. A volte penso che siano i "borghesi" quelli che hanno il privilegio di dedicare tempo a questi aspetti (parlandone in modo approssimativo) perché gli altri sono troppo impegnati a sopravvivere.Però i movimenti di cui parli te sono altro e se c'è qualche adepto di filosofie new age è una roba che fa parte della normale dialettica.

mario | 24.07.08 10:56

Mario,
non so più come dirlo: io sono *D'ACCORDO*. Anch'io penso che "spostare una questione (es. lo sviluppo)all'interno di una cetegoria come è quella della felicità sia una forzatura senza senso.E non la si risolve né con più né con meno sviluppo.", e dè proprio quello che io e gli altri stiamo dicendo e scrivendo da mesi (qualcuno da anni).

KK | 24.07.08 13:30

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