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Che cosa devono sapere le matricole sul commercio?
Di Paul R. Krugman (1997)
Pochi tra le matricole iscritte a un corso introduttivo di economia proseguiranno gli studi in questo campo, e in effetti la maggior parte non seguiranno nemmeno altri corsi di economia più avanzati. Perciò quel che imparano di economia è ciò che imparano in quel corso introduttivo. Ora è ancora più importante di quanto non lo fosse prima che la loro educazione di base includa una solida introduzione ai principi del commercio internazionale.
Potrei giustificare questa asserzione col dire che il commercio internazionale ora è più importante per l’economia USA di quanto non fosse prima. Ma c’è un’altra ragione, che io credo ancor più importante: la crescente percezione da parte del pubblico generale che il commercio internazionale sia una questione vitale. Viviamo in un periodo in cui gli americani sono ossessionati dal commercio internazionale, in cui Head to Head di Thurow è il best-seller della saggistica e Rising Sun di Chricton è in cima alla fiction. I media e la letteratura d’affari sono saturi di discussioni sul ruolo dell’America nell’economia mondiale.
Il problema è che la maggior parte di quel che uno studente legge o ascolta sull’economia internazionale sono stupidaggini. Quel che intendo sostenere in questo scritto è che la cosa più importante da insegnare alle nostre matricole a proposito del commercio è come scoprire le stupidaggini. Cioè, la nostra missione principale dovrebbe essere vaccinare le menti delle nostre matricole contro gli equivoci che sono così predominanti in quel che passa per essere la discussione informata in materia di commercio internazionale.
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B.-H. LẾVY, Ce grand cadavre à la renverse, Paris, Grasset, 2007
Nel gennaio 2007 BHL (come in Francia è noto Lévy) riceve la telefonata di Sarkozy (candidato all’Eliseo, nonché suo amico da anni), il quale lo invita ad appoggiarlo. Ma BHL prima esita, poi rifiuta, perché, dice, la Gauche è “la mia famiglia”. Sarkozy ha un bel ricordargli le volte in cui Lévy è stato in feroce disaccordo con quella “famiglia”, e proprio su questioni cruciali (i diritti umani, la politica internazionale, il Darfur, la Cecenia, la Bosnia, ecc.), ma senza successo. Abbassato il telefono, tuttavia, BHL è costretto ad interrogarsi sui motivi per restare fedele a una sinistra che, sulle cose che più gli stanno a cuore, si comporta “stranamente”. Il resto del libro è un tentativo di rispondere a questa domanda.
G. TREMONTI, La paura e la speranza, Milano, 2008
È un saggio senza dubbio discutibile, ma anche complesso e ricco di spunti di riflessione. Mi limiterò a riassumerne gli aspetti che mi sembrano essenziali, senza (o quasi) entrare nel merito dei contenuti. È un’opera estremamente articolata ed anche macchinosa nella sua costruzione, ma basata in realtà su poche idee essenziali, alcune delle quali peraltro, in particolare laddove l’autore tira in ballo concetti come identità autorità e valori, abbastanza discutibili e a mio avviso eccessivamente “integraliste”.
In ogni caso, il discorso si svolge su due piani: uno economico (ovvero di economia politica); l’altro culturale, politico e istituzionale.
Il primo, più generico, potrebbe a mio avviso – almeno da molti punti di vista – essere sottoscritto da molte delle attuali parti politiche. Il secondo è invece decisamente più orientato verso destra, in particolare verso le idee federaliste (…non a caso Tremonti è, anche politicamente, un “uomo del nord”).
Riprende il Concorso!
Avrei senz'altro voluto premiare, per queste prime tre settimane d'agosto, l'ineffabile lettera di Veltroni a Rep e l'indegno articolo di Sandro Viola sempre su Rep; ma è stato impossibile sottrarsi all'evidenza: il primo premio va e non può non andare ai due articoli con cui Furio Colombo, sull'Unità, prima ha negato l'esistenza di un giornalista italiano (Barigazzi) e poi, di fronte all'evidenza contraria, se l'è cavata con un articolo (se possibile) ancor più demente in cui ha coniato, sempre per il povero giornalista, l'inedita categoria della "quasi inesistenza".
E questo qua ha anche fatto il direttore del giornale fondato da Gramsci.
Di Veltroni e Viola, del resto, non mancherà occasione di parlare più a lungo.
L. CECCARINI, Consumare con impegno, Roma-Bari, Laterza, 2008-07-14 
Questo saggio studia il c.d. consumo ‘critico’, ‘etico’, o alterconsumo, da un punto di vista sociologico, cioè (come a quanto pare ormai la sociologia viene correntemente onsiderata) come insieme di rappresentazioni.
Se il consumo è centrale nel mondo contemporaneo, non è sorprendente che molti cerchino di caricare il consumo di finalità diverse da quelle usuali. Da attività meramente economica, volta alla soddisfazione di un bisogno e alla razionale massimizzazione dell’utilità secondo il calcolo economico, diviene un mezzo di espressione, di protesta, e anche di comunicaizone e partecipazione (o anche, paradossalmente: “il consumo, elemento fondamentale del mercato, diventa anche strumento dell’impegno civico e poilitico contro determinate pratiche di mercato”, p. 29).
R. GARY, Europa, Paris, Gallimard, 1972, p. 373
Mai tradotto in italiano, e a quel che so neppure ristampato, è un romanzo bellissimo. La trama è semplice: venticinque anni prima dell'inizio del libro, un giovane uomo (Jean Danthès), al promettente inizio della carriera diplomatica, ha abbandonato una donna (Malwina von Leyden) più anziana e dal dubbio passato, non si sa se prima o dopo averle causato - o forse solo aver assistito all'incidente - una grave infermità.
Questa è la fiaba del “io ti presto pochi spiccioli, quelli che ti servono per costruire semplici oggetti e rivenderli, tu mi restituisci gli spiccioli con un piccolo interesse e in piccole rate”.
E’ una fiaba, state accorti, non è la pubblicità della cucina o del televisore al plasma in 10 comode rate.
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