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September 20, 2006

Incomprensioni. La Torre Agbar a Barcellona

Barcellona, Catalogna, Spagna.

Torre Agbar, Jean Nouvel.

 

Torre Agbar Torre AgbarAgbar evoca sonorità arabeggianti, invece significa Agua de Barcelona, molto semplicemente.

La torre Agbar è da circa 2 anni il nuovo punto più alto della città di Barcellona.

142 metri di lamelle di vetro stratificato a differenti gradi di trasparenza, orientate in funzione della posizione e dell’incidenza dei raggi solari.

Una meraviglia?

Nelle intenzioni del progettista, il francese Jean Nouvel, sì.

Probabilmente anche in quelle del committente, si spera, almeno.

 

“Non è una torre o un grattacielo nel senso americano. E’ piuttosto un’apparizione, che emerge singolare dal centro di una città in genere tranquilla. Al contrario delle sottili guglie e dei campanili che tipicamente trafiggono l’orizzonte nelle città orizzontali, questa è una massa fluida che sgorga dalla terra come un geyser sotto pressione calcolata e permanente.

La superficie dell’edificio evoca l’acqua: fluida e ininterrotta, scintillante e trasparente, i materiali si svelano in sfumate ombre di colore e luce. Un’architettura della terra senza la pesantezza della pietra, una lontana eco delle antiche ossessioni formali catalane, che un vento misterioso porta dalle alture del Monserrat.

Le ambiguità di materiali e luce conducono la Torre Agbar ad entrare in risonanza con il profilo di Barcellona, notte e giorno, come un miraggio in lontananza a contrassegnare l’ingresso all’Avenida Diagonal dalla Plaza de las Glorias Catalanes. Questo oggetto singolare sarà il nuovo simbolo di Barcellona, città internazionale, e ne diverrà uno dei suoi migliori ambasciatori.” (Jean Nouvel)

Tecnicamente, 2 cilindri in calcestruzzo a sezione ovale sostengono un sistema di travi metalliche di supporto ai solai collaboranti in calcestruzzo e lamiere grecate in acciaio.

Esternamente la torre appare come un’immagine digitale a milioni di pixel, in realtà un reticolo irregolare di moduli quadrangolari in lamiera di alluminio ondulato, laccati in 25 colori: in basso, i toni rossastri della terra (non dimenticate che è un geyser!), procedendo verso l’alto i toni sfumano al blu, fino a “fondersi” col cielo, alla ricerca della smaterializzazione.

Il tema della smaterializzazione non è una novità; soprattutto per edifici alti i progettisti hanno spesso proposto strutture che si alleggeriscono progressivamente verso l’alto, fino a divenire trasparenti.

Il linguaggio dell’architettura classica prevede, al contrario, linee di demarcazione forti, a scandire e poi  limitare l’edificio nella sua parte terminale; sono i marcapiano, sono i cornicioni, gli sporti di gronda. Tutti elementi profondamente materici, dai colori e dai materiali contrastanti quelli utilizzati per il resto della facciata;  sono i limiti dell’edificio, la giusta cornice. Sono, altresì, un modo efficace per dare ritmo, riconoscibilità, lettura dell’oggetto architettonico.

L’architettura di oggi è molto più libera, ha abbandonato il linguaggio classico, ha libertà di riprenderlo o di reinventarlo, di stravolgerlo, di piegarlo alle proprie esigenze. Ma è pur sempre condannata a farsi leggere e comprendere. E’ pur sempre pratica alla continua ricerca di proporzioni, di armonia con il contesto, con se stessa, con ciò che le accade attorno, di architettonico, di sociale, di naturale.

La Torre Agbar svetta sul grande svincolo stradale de las Glorias Catalanes, alle sue spalle, tra l’Avenida Diagonal - che attraversa in diagonale la città di Barcellona - e il mare è il Poble Nou, quartiere della prima industrializzazione della città, per opera degli inglesi, alla fine dell’Ottocento. Disseminato di fabbriche in mattoni rossi a vista e ciminiere, il Poble Nou viene ben presto definito la Manchester di Spagna.

Dismesse le fabbriche, superata la guerra, la dittatura e le Olimpiadi del ‘92, ora è un quartiere ambitissimo dalla speculazione edilizia, e sta velocemente perdendo il proprio volto popolare, quello degli operai e delle officine. Nei sui graziosi edifici si aprono loft (piacciono molto), studi di architettura, di design, di grafica.

Nel Poble Nou le dimensioni delle case sono ridotte rispetto al resto della città, tutto è più basso, le strade del Plan Cerdà (20 m di larghezza) qua non sono arrivate, qua sopravvivono stradine dai tracciati contorti, irregolari.

Morfologicamente, non sembra nemmeno di essere a Barcellona.

Torniamo alla Torre di Nouvel.

Cosa vedete in questo grattacielo? Come lo vedete? E’ lo sgorgare dell’acqua dalla terra o vi viene in mente altro?

Qualsiasi cosa vi venga in mente, qualsiasi sia il giudizio estetico che ne diate, la Torre Agbar emerge in modo così dirompente nel tessuto urbano di Barcellona, nel suo orizzonte, che, piaccia o dispiaccia, bisogna farci i conti.

Anche questo è un successo dell’architettura, o forse il suo più grande insuccesso.

La Torre Agbar è un mostro sproporzionato, che tutto annulla attorno a sé; non esprime leggerezza a dispetto delle intenzioni del progettista, non si smaterializza verso l’alto, ma incombe sulla città pesante e presuntuosa.

C’è qualcosa di sbagliato nel progetto e non è la volontà di realizzare una nuova emergenza architettonica, non è l’ambizione di dettare un nuovo punto di fuga, di dare un nuovo vertice a Barcellona. Non sta qui l’errore, bensì nel non aver considerato quanto questo grattacielo, questa apparizione, subisca la gravità e precipiti in tutta la sua pesantezza verso il basso, conficcata nel terreno per non spostarsi più.

Doveva evocare l’acqua che sgorga, un’immagine vaporosa, senza lineamenti definiti, doveva essere un edificio il cui movimento dal basso va verso l’alto, tanto da “sparire” in questo alto. Invece questo grattacielo, se ispira un movimento, è un movimento verso il basso.

A dimostrazione che si può essere pesanti anche senza la pesantezza della pietra.

Molte di queste percezioni (e in architettura come viene percepito un edificio è cosa fondamentale) derivano dal fatto che non v’è attorno al grattacielo un tessuto urbano che possa sostenerlo e sopportarlo.

A Londra, la Swiss Re Tower di Foster, assimilabile per forma, non disturba e turba la vista quanto la Torre Agbar a Barcellona.                     

Poi, anche l’edificio di Foster può piacere o non piacere, ma non è inopportuno, non è incomprensibile per il luogo in cui sorge.

Anna Diana Debernardi

 

September 19, 2006

Il tramonto del romanzo di società

Ricorda di dimenticarla, di Corrado Calabrò, Roma, Newton & Compton, 1999, p. 319.

 

Questo libro è uscito ormai da un po’, ma vale comunque la pena parlarne, non solo e non tanto perché l’autore, all’epoca giudice amministrativo, nel frattempo è divenuto presidente dell’Autorità per le Garanzie nelle Telecomunicazioni (che è la ragione, lo confesso, per cui l’ho letto io), ma perché ci dice qualcosa della principale debolezza della nostra narrativa contemporanea.

La nostra letteratura non produce più romanzi di società, cioè romanzi che, mettendo in scena tanti personaggi, consentano di ritrarre una società intera, o una sua porzione, nello stesso tempo nel quale si procede a narrare la vicenda individuale che è in primo piano. Per intenderci, stiamo parlando della linea, tanto vitale in Francia, del romanzo che da Balzac arriva fino a Proust, o che in lingua inglese vanta una lunga tradizione, da Jane Austen fino a Saul Bellow ed Angus Wilson.

Non è che non ci si provi. Ci provano in tanti. Qualcuno ci è perfino riuscito (vedi, da ultimo, il geniale e irripetibile libro di De Cataldo). Ma nella maggior parte dei casi, il tentativo fallisce.

Questo romanzo è un classico esempio di fallimento, perseguito – va detto - con coraggio lodevole e massimo sprezzo del pericolo. Diciamo fallimento proprio perché l’intento (del resto, dichiarato francamente anche in seconda di copertina) è quello di creare “uno spaccato della società romana fine anni Sessanta inizi anni Settanta”, e perché l’intento non riesce. Per scrivere un vero romanzo di società è chiaro che non basta mettere in scena personaggi reali col loro nome e cognome (Felice Ippolito, Pietro Cimatti), altri con le sole iniziali (il Consigliere di Stato F.F.), altri ancora solo superficialmente travestiti ma riconoscibilissimi (l’onorevole Asterotte, la duchessa Ella dell’Agone, dalle umili origini e amante del pittore siculo Ierace e dell’onorevole psiuppino Lucio Sofo), e farli parlare di re Faruk e dello Scià di Persia, se poi i dialoghi che intrecciano fra di loro, a parte la vacuità e l’inverosimiglianza, non hanno la minima funzione strutturale. Siamo insomma nel campo di quell’ ornamento che Adolf Loos, in architettura, equiparava al delitto.

Difetto, questo dell’ornamentazione priva di funzione, che rispunta continuamente anche in dettagli alquanto insoliti in un romanzo. L’autore ci tiene a non essere considerato un parvenu nell’ambiente intellettuale e mondano che il suo protagonista frequenta, e prova il bisogno di inserire, con costanza forse meritevole di migliore impiego,  excursus storici e critici non sempre perfettamente fusi nel testo. Si pensi alla tirata che inizia a p. 24: “La contestazione studentesca aveva ribaltato i ruoli nella scuola e nelle famiglie e sconcertato la società. Liberati dai bisogni primari grazie all’esuberanza di benessere materiale delle società opulente e affrancatisi dai bisogni secondari per l’acquisita consapevolezza della loro superfluità e inesauribilità indotta, i giovani muovevano alla società una contestazione totalizzante che sembrava fare del sessantotto un nuovo quarantotto” (e qui l’autore, evidentemente dubitando che il lettore lo segua, appone la sua brava nota  a pié di pagina: “Il 1848, l’anno delle rivoluzioni europee”),  e che poi continua con una dotta disamina del Concilio Vaticano II: tutta roba di cui non solo, onestamente, non frega nulla ai suoi lettori (e figuriamoci ai recensori), ma che non si vede proprio cosa c’entri con la storia o i suoi personaggi. Né miglior sorte incontrano i casi in cui le medesime tirate vengono messe in bocca ai personaggi stessi. Per non parlare della mania delle note a pié di pagina: in tre pagine ne contiamo ben otto (con citazioni che spaziano da  Orazio a Marcuse e Freud). Insomma, l’impressione è che l’autore abbia il costante timore di non essere preso sul serio, o di cercare una rivalsa letteraria per frustrazioni nella vita reale.

La vicenda principale, una storia di passione sessuale che sfocia alla fine nell’estraniazione  e nella perdita, soffre dei medesimi difetti di difformità e sproporzione. Che Alceo si innamori perdutamente della bellissima Leda Lambrovich, che la sposi, che la inviti a giochini voyeuristico-esibizionisti il cui senso o il cui interesse invero sfuggono, fino a costringerla a sedurre il migliore amico di lui, con le funeste ma tutt’altro che imprevedibili conseguenze che ne derivano (lei ovviamente comincia a fare sul serio, fino a mollare definitivamente il marito), tutto questo sarebbe ancora accettabile: siamo lettori post-novecenteschi, che diamine, abbiamo letto ben altro. Ma ci vorrebbe anche qualcosa che evidentemente non può dare chi si rende colpevole (così, senza neppure parere) della seguente nequizia: “Poeta - aveva scritto qualcuno - è colui per il quale ogni parola non è la fine ma l’inizio di un pensiero. <<Nuotatore>> confermava Alceo <<è colui per il quale ogni bracciata non è la fine ma l’inizio di un movimento che fluidifica il corpo nel mare>>. Lui era nuotatore e poeta. Ma non aveva scritto il poema della sua vita.” Non si tratta neppure di cerebralità. E’ che il tentativo di scrivere una nuova éducation sentimentale, da un lato senza possedere la capacità di chiamare le cose, e principalmente i sentimenti,  con il loro vero nome, e dall’altro con la costante preoccupazione di esplicitare nessi, rimandi, citazioni (l’autore, ricordiamolo, benché giurista, è un inguaribile letterato), conduce inevitabilmente e dritti dritti nel Kitsch. Se non sai riconoscere un sentimento quando lo incontri, e anzi quando ti capita non sai nemmeno come chiamarlo, potrai essere molte cose ma di certo non un romanziere.

Aggiungiamo che un qualcosa di artificiosamente onirico si ritrova anche nello stesso personaggio del protagonista, che possiede tutte le virtù del corpo e della mente (“Costruito dalla natura per il nuoto, con una capacità respiratoria praticamente inesauribile, avrebbe potuto diventare campione olimpico e recordman mondiale nel mezzofondo; avrebbe potuto essere il primo uomo al mondo a scendere sotto i quindici minuti nei 1550 stile libero… Baciato in fronte dalla musa, non si era affermato come poeta perché aveva trascurato le frequentazioni giuste”): fisico scultoreo, fulminante carriera universitaria in materie letterarie, brillante attività giornalistica, frequentazioni sociali al più alto livello, e per soprammercato una vigorìa amatoria che si può solo invidiare. Vi ricordate il Siddharta di Hesse, o peggio ancora l’Andrea Sperelli di D’Annunzio, quei personaggi la cui versatilità in tutti i campi (lo sport, la poesia, la pittura, la musica, la conversazione, l’amore ecc.) farebbe l’invidia di Superman? Beh, siamo da quelle parti lì. D’accordo, direte, sono ingenuità che fanno sorridere: infatti il bisogno di superare ossessioni o frustrazioni personali è una eccellente molla verso la scrittura, ed ha pure precedenti illustri, ma il giudizio si deve svolgere sui risultati, e non sulle intenzioni. E’ verissimo: ma se alla fin fine il personaggio in questione rimane semplicemente un fantoccio che dovrebbe pateticamente incarnare i desideri e i sogni dell’autore, qui è di risultati che si tratta.

 

(Luca Simonetti)

 

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