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October 31, 2006

Il Boléro

“Una danza di movimento molto moderato e costantemente uniforme, tanto per la melodia che per l’armonia e il ritmo, quest’ultimo marcato incessantemente dal tamburo. Il solo elemento di diversità è rappresentato dal crescendo orchestrale”: così Maurice Ravel (1875 – 1937) definisce il suo Boléro. E ci sarebbe poco da aggiungere. Listen to it here.
E’ una composizione in cui emerge in modo del tutto evidente la maestria di Ravel come orchestratore: in effetti, la composizione del Boléro si riduce quasi a un lavoro di pura orchestrazione. Il tema, tipicamente spagnolo, non è armonizzato in maniera particolarmente originale, né è variato, tantomeno modulato, salvo all’ultima coda.
E’ molto interessante la composizione dell’orchestra: archi, un’arpa, una celesta; quattro clarinetti: uno in mi bemolle,  due in si bemolle, un clarinetto basso; due flauti, due ottavini, due oboe, un oboe d’amore, un corno inglese; due fagotti, un controfagotto, quattro corni, una piccola tromba in re, tre trombe, tre tromboni, una tuba, tre sassofoni (sopranino, soprano e tenore); e le percussioni: tre timballi, due tamburi, cimbali e tam-tam. L’utilizzo dell’oboe d’amore, il cui suono è intermedio tra quello dell’oboe e quello del corno inglese,  è abbastanza insolito, così come la presenza della piccola tromba in re.
Il compositore era molto attento a che la composizione non fosse suonata troppo svelta: son famosi i suoi rimproveri rivolti a Toscanini, che nella direzione del Boléro tendeva ad accelerare. Racconta il maestro Pedro de Freitas Branco che lui stesso fu testimone dei rimproveri che Ravel indirizzò al celebre maestro italiano: “ma – aveva risposto quest’ultimo – se lo suono meno svelto non sarà più sopportabile!”. Uscendo dal teatro, il compositore fece a de Freitas Branco questa riflessione: “Egli non capirà mai, dunque, che io ho precisamente voluto che fosse insopportabile”. Quando era lo stesso autore a dirigere la propria composizione lo faceva lentamente, escludendo inesorabilmente qualunque variazione, piccola che fosse, di tempo e soprattutto l’accelerazione.
Roger Cotte scrisse che Ravel fu estremamente sorpreso del successo del suo Boléro e sempre pensò che ciò fosse stato possibile a causa di un’incomprensione tra pubblico e opera. Dopo la prima esecuzione, il 20 novembre 1928, quando il fratello gli riferì che, nonostante l’entusiasmo generale, una vecchia signora aveva avuto una reazione indignata e si era lasciata trasportare fino a gridare “al pazzo!”, egli rispose con un misterioso sorriso: “Quella…quella ha capito”
(Carla Dessy)

October 26, 2006

L'Economia Antica

M.I.FINLEY, The Ancient Economy, Berkeley and L.A., Un. of California Press, 1973 (“Sather Classical lectures”)

E’ un testo talmente ricco e interessante che, più che una recensione, ve ne propongo una sintesi.

Si tratta di una raccolta di sei conferenze.

 

La prima è intitolata a “Gli antichi e la loro economia”. Il concetto moderno di economia (come quello di famiglia) era sconosciuto agli antichi, che certo facevano più o meno tutte le cose che noi intendiamo come economia, ma non le riunivano in unità, in un “differenziato sistema sociale” (Parsons). Hume notò che nell’antichità nessuna città è nata per il sorgere di un’industria, Salin che le crisi dell’antichità sono sempre dovute a eventi eccezionali, mai ai cicli economici come li conosciamo oggi. Se per “sistema economico” si intende “un enorme conglomerato di mercati interdipendenti” (Roll), allora niente di simile esisteva in antico.

Non si tratta di un problema intellettuale, ma istituzionale; e i modelli moderni, applicati all’antichità, ci portano facilmente fuori strada. Ad es., in Grecia e a Roma salari e tassi d’interesse  rimanevano stabili per lunghissimo tempo (salvo eventi esterni come guerre ecc.), sicché parlare di “mercato del lavoro” o “del denaro” è fuorviante. Persino in presenza di un florido settore di prestiti marittimi (che svolgevano anche le funzioni dell’assicurazione), un matematica attuariale non si sviluppò, e nemmeno una statistica, anche se la matematica degli antichi sarebbe stata perfettamente in grado di affrontare il problema: ma non lo fecero.

E poi c’è anche il problema dei dati, che sono quanto mai lacunosi, perché gli antichi non ragionavano in cifre. Eppure gli studiosi moderni continuano a ignorare questi aspetti.

Quanto al concetto di “antichità”, F. lo restringe all’Europa greco-romana, escludendo il VOA (essenzialmente per la sua diversa struttura, templare-palaziale, ed il diverso regime dei terreni, pubblico anziché privato, e per la diversa natura delle terre, alluvionali anziché asciutte. E poi c’è il problema politico- eleutherìa e libertas non sono traducibili né nelle lingue dell’estremo oriente né in quelle del VOAàAnche se qui, mi piacerebbe sapere cosa ne direbbe Sen ). Tra l’altro, la riforma fiscale di Diocleziano fu complicatissima proprio perché teneva conto di situazioni giuridiche ed economiche diversissime nelle varie parti dell’impero.

Insomma, quando si parla di economia antica come se si trattasse di una “singola unità economica” si dice qualcosa di vago e indimostrabile fonti alla mano. Il commercio su vasta scala non escludeva l’esistenza di un’economia “domestica” di autosufficienza, e non esisteva una divisione del lavoro estremizzata, nel senso moderno. F. ritiene comunque che si possa parlare di economia antica, perché negli ultimi secoli il mondo antico era un’ unità (non economica, ma) politica, e perché c’era una struttura comune cultural-psicologica, la cui rilevanza economica F. mette in luce in seguito.

 

La seconda conferenza è dedicata a “Ordini e Status”. Tra gli antichi, il giudizio su ricchezza e povertà era netto e privo di ambiguità: “Beati i poveri” viene da tutt’altra civiltà. Non che non esistessero la carità e la generosità (anche se la parola filantropia nel senso moderno non esisteva), ma la realtà si ritrova piuttosto nelle leggi sui debiti. Un passaggio di Cicerone dal De Officiis (I, 150-151) espone con chiarezza il problema: alcune attività si addicono solo a uomini illiberali e indegni di approvazione: ad es., il commercio su piccola scala (mentre quello su larga scala, purché per l’importazione, andava bene). L’attività veramente liberale è quella agricola, quella del possidente terriero. Le distinzioni sono tre: ordine, status e classe. L’ordine implica differenze giuridiche (patrizi/plebei, i senatori, i cittadini, gli ordini di Solone), lo status (ad es., la nobilitas) no. In Grecia, all’emergere della democrazia, il passaggio dall’ordine allo status fu ancora più netto. La proprietà terriera era solo dei cittadini, mentre il prestito era appannaggio degli stranieri: questo ovviamente comportava gravi inefficienze economiche, ma a nessuno venne mai in mente di rimediarvi.

Il concetto di “classe” (anche nel chiaro senso marxiano, di possesso o relazione con i mezzi di produzione) non è facile da applicare all’antichità: schiavi e liberi salariati da una parte, ricchi senatori o piccoli proprietari terrieri dall’altra, fanno forse parte della stessa classe? C’è poi il pasticcio degli equites, che molti credono esser stati dei capitalisti ante litteram: ma al 90% erano proprietari terrieri, mentre solo pochi erano pubblicani (concessionari di imposte, banchieri ecc.), e non erano affatto una classe a sé né rappresentativi di tutti gli equites. La realtà è che nell’antichità gli aspetti economici, politici e religiosi erano connessi in modo inestricabile (Lukàcs).

I tassi d’interesse furono spesso, e con successo, limitati dalla legge. I prestiti erano diffusissimi e necessari, anche per gli alti costi della politica (da cui anche lo stimolo a depredare le province). L’attività di faeneratores era illiberale in sé, ma come sottoprodotto della carriera politica andava benissimo. L’attività di avvocati e giureconsulti, analogamente, era gratuita e comportava obblighi di tipo non economico. Infine, l’attività commerciale: l’unica compatibile con la liberalitas era l’industria dei mattoni (in quanto strettamente connessa alla proprietà terriera). Nell’antichità, esisteva il gentleman farmer, non il gentleman merchant. Perché? Per ragioni ideologiche. I Romani delle classi superiori avrebbero potuto svolgere attività economiche, ma non volevano perché il loro codice di valori non glielo permetteva. E quando si tratta dell’economia antica, bisogna che nei nostri modelli lasciamo spazio a queste questioni di status.

 

La terza tratta di “Padroni e Schiavi”. Non c’è niente, dice F., che abbia creato più confusioni fra gli studiosi moderni della schiavitù. La figura dello schiavo nell’antichità è diversificata: non esiste solo lo schiavo “bene mobile” (chattel), ma anche gli Iloti a Sparta, o l’istituto del peculium a Roma. Soprattutto è fuorviante la tripartizione schiavi/servi/liberi salariati. Il concetto di lavoro “libero” è complesso e tardo.

Tanto per cominciare, nell’età arcaica e poi nel tardo Impero (dopo il IV secolo d.C.) la schiavitù fu un fenomeno marginale, e in certe zone (come Egitto e Siria) lo fu sempre. Ma nel periodo classico, in Grecia e a Roma, fu centrale: ogni attività economica di una certa portata comprendeva schiavi, e certe attività (come le miniere o il lavoro domestico) erano riservate agli schiavi. I lavoratori liberi erano diffusi ovunque, ma di norma erano lavoratori autonomi (cfr. la distinzione romana tra locatio operis e locatio operarum). Insomma, Grecia e Roma erano società “schiavistiche” proprio come gli Stati del Sud USA (anche se la proporzione di proprietari di schiavi sull’intera popolazione era nell’antichità assai più elevata).

I salari restavano stabili a lungo, né esistevano programmi di sostegno al lavoro (in senso moderno). Non esisteva neppure un concetto di “lavoro” come funzione sociale universale, che abbracciasse tutti gli uomini; il concetto biblico del lavoro come maledizione del genere umano era sconosciuto.

C’è poi il problema dell’efficienza economica della schiavitù. Di solito la si nega, ma le prove non sono univoche. Di fatto, comunque, gli antichi (così come gli schiavisti USA) ci tenevano ai loro schiavi, a prescindere da considerazioni economiche, il che dovrebbe implicare che concetti come crescita economica, progresso tecnico, efficienza non sono “naturali”, non sono sempre stati conosciuti o ricercati.

Come si sa, la schiavitù non fu abolita,, ed era ancora diffusa, ma insomma è evidente che nel IV-V secolo d.C. aveva perso il suo ruolo chiave. Una spiegazione è che, con l’estensione dell’Impero, fossero venute meno le fonti d’approvvigionamento di schiavi. Ma secondo F. non è vero (di fatto l’ampliamento dell’Impero era terminato già nel 14 d.C., mentre l’acquisto di schiavi continuò). La ragione, secondo F., è invece il mutamento della struttura sociale, che ritornava al periodo arcaico (anche grazie alla nascita dell’Impero burocratico e onnipotente), con la distinzione honestiores/humiliores che rimpiazzava quella liberi/schiavi. Di certo il Cristianesimo (che mai chiese l’abolizione della schiavitù) non influì. Influì invece il crescente peso fiscale: i piccoli contadini divennero coloni, non schiavi ma nemmeno liberi; la schiavitù declinò perché la manodopera era già disponibile a sufficienza sotto forma di coloni.

 

La quarta conferenza è su “Proprietari e contadini”. Per i greci e i romani in epoca repubblicana, la tassa sui terreni era il marchio della tirannide. Cionostante, erano i cittadini (gli unici a possedere la terra) che contribuivano ai bisogni dello Stato. Nel tardo impero romano, invece,a  contribuire erano solo le classi inferiori e la classe media (e proprio mediante tasse sulla terra).

Innanzitutto, le dimensioni della proprietà terriera variavano enormemente: da Erode Attico al proprietario di 6 acri; questi ultimi facevano un’agricoltura di mera sussistenza e con grande fatica; nei centri agrari, praticamente la moneta non c’era e si praticava il baratto. Soprattutto, nessuno mai parlò di idee come l’accrescimento della produzione e dello scambio e la circolazione dei capitali: come diceva Catone, “un pater familias deve vendere, non comperare”. Nessuno pensò mai ad economie di scala (e così quando Plinio il giovane vuole comperare un terreno sito accanto ai suoi, a tutto pensa – inclusa la bellezza della veduta - meno che alle economie di scala). Quello dell’ absentee landlord era un sistema economico tradizionalistico: anche l’affitto decennale era un istituto abbastanza sfavorevole ad ogni innovazione tecnologica e ad aumenti di produttività (dato che all’affittuario ovviamente mancava qualsiasi incentivo in tal senso). Insomma, nessuno ci pensò mai: non si varcò mai la soglia oltre cui la proprietà terriera si sarebbe trasformata in vera e propria impresa.

Le uniche forme di impiego del denaro ammesse per i ceti ricchi erano: terra, prestiti a breve con interesse e casseforti.  Nessuno mai neppure sviluppò il concetto di ammortamento. Nemmeno esisteva un vero mercato immobiliare, tanto che non esistevano agenti immobiliari. Insomma, si comperavano terre non per ragioni economiche (benché gli immobili fossero un “buon investimento”), ma per ragioni ideologiche (la terra è “naturale” e il suo possesso è “morale”).

 

La quinta lezione è su “Città e campagna”. Gli antichi elogiavano la campagna e consideravano le città come il fondamento della civiltà. Ma, come notò Max Weber, le città antiche erano fondamentalmente centri di consumo, parassitiche, e si basavano (anche per le difficoltà di trasporto su strada: in pratica, gli unici trasporti affidabili erano per via d’acqua) su 4 risorse: 1) la produzione agricola locale, 2) la presenza di risorse speciali (miniere di argento e altri metalli), 3) commercio e turismo e 4) entrate da rendite, tasse, bottino, tributi, doni ecc. L’apporto dell’industria era del tutto trascurabile. Questo vale anche per il famoso passo di Senofonte (Ciropedia VIII.2.5) sulla divisione del lavoro nelle attività industriali cittadine (in pratica, non esisteva alcuna elasticità della domanda e la produzione non si poteva ampliare).

Inoltre, non esistevano moneta fiduciaria né titoli di credito: l’unica moneta era quella metallica- e sovente scarseggiava. Non esisteva neppure un debito pubblico.

In Grecia, non esistevano neppure esempi attestati di attività creditizia (a Roma, invece, sì: c’erano i faeneratores). A Roma non esistevano società commerciali (benché, ad altri fini, le società fossero conosciute). Tutto ciò dimostra che il problema non era di mezzi, ma di mentalità: la mentalità era acquisitiva, non produttiva. Gli unici ceti che nell’antichità avrebbero potuto (essendo liberi dai vincoli morali e ideologici delle élites) sviluppare il capitalismo – cioè i meteci, i liberti, gli schiavi – non possedevano i mezzi necessari; le classi superiori viceversa, che i mezzi li avevano, non ne avevano la volontà. E questa è anche la ragione per cui non vi furono innovazioni tecnologiche, che pure erano alla portata degli antichi. “Progresso tecnico, crescita economica, produttività, persino efficienza, non sono stati scopi significativi” fino a tempi recenti.

 

L’ultima conferenza è dedicata a “Stato ed Economia”. In origine le liturgie (incarichi piuttosto onerosi, attribuiti annualmente a vari cittadini) erano onorifiche e anche assai ambite, ma nel tardo Impero romano divennero obbligatorie. Servivano a pagare le spese pubbliche, con le tasche dei ricchi. Ma nel tardo Impero, i più ricchi vennero esentati, a differenza dei coloni e della classe possidente provinciale.

In antico, come si sa, la potestà dello Stato era assoluta, non esistevano diritti inalienabili. Ecco perché, se non ci fu “intervento dello Stato nell’economia”, ciò non avvenne certo per via dell’esistenza di una dottrina di laissez faire (anche perché non esisteva nemmeno il concetto di “economia”, né una scienza economica). Le decisioni politiche non venivano prese per ragioni economiche (v. l’azione romana contro Rodi) e le loro conseguenze economiche erano del tutto trascurate. Si pensi alla questione del divieto agli stranieri di possedere terreni: le (gravi) conseguenze economiche del divieto non interessavano nessuno. Quanto alle guerre: nel periodo arcaico, erano spesso razzie; ma successivamente, l’elemento economico divenne sempre meno rilevante; né esistono esempi di “guerre commerciali” come quella anglo-olandese.

L’intervento dello Stato nell’economia fu scarsissimo, né cambiò di natura passando dalle piccole città-Stato al grande Impero romano. Ciò che importava non era lo sviluppo commerciale, ma la soddisfazione dei bisogni materiali impellenti. Col tardo Impero romano (ad es. la trasformazione della Sicilia nel granaio di Roma e dell’esercito) si creò un vero e proprio complesso militar-industriale i cui effetti furono perniciosi (esclusione del settore privato dal vasto settore delle forniture militari, ritiro delle classi alte nell’auto-produzione, e conseguente riduzione nella produzione totale). Al riguardo, è significativo l’atteggiamento verso gli stranieri e la questione della reciprocità nella condizione giuridica. I Romani ci arrivarono lentamente, prima con trattati, poi direttamente con leggi imposte unilateralmente; i Greci, con trattati;ma ad Atene, che aveva un enorme bisogno dei mercanti stranieri, si garantì con legge ai mercanti stranieri pari accesso alla giustizia senza richiedere alcuna reciprocità (e Senofonte arrivò a proporre di concedere ad essi anche la proprietà terriera).

Le tasse venivano applicate senza alcun interesse per i loro effetti economici; le esenzioni erano concesse per scopi onorifici (come l’attribuzione di un seggio a teatro alle personalità illustri) e i Romani non fecero nulla di meglio, anzi (la struttura fiscale era regressiva, e lo fu sempre più).

Il mondo antico affrettò la sua fine grazie alla sua struttura sociale e politica, al suo sistema di valori profondamente <<embedded>> e istituzionalizzato e, sotto a tutto ciò, all’organizzazione e allo sfruttamento delle sue forze produttive. Questa, se proprio si vuole, è una spiegazione economica della fine del mondo antico”.

 

(Luca Simonetti)

October 23, 2006

Lo Sprawl- di Anna Diana Debernardi

Premessa.

 

Lo sprawl è la diffusione della città e del suo suburbio su una quantità sempre maggiore di terreni agricoli, alla periferia di un’area urbana (le megalopoli terzomondiste sono un caso a sé stante per l’assenza del rapporto diretto di tipo occidentale sprawl/sviluppo economico, n.d.r.).

Ovvero: terreni rurali, spazi aperti che si trasformano in aree edificate, urbanizzate.

Dal punto di vista urbanistico, la qualità è più importante della quantità di terreno “consumato”: si valutano l’aspetto esteriore del costruito e la sua adeguatezza, per esempio, rispetto ai percorsi pedonali all’interno dei nuovi isolati.

Dal punto di vista ambientalista, invece, conta solo la quantità : lo sprawl indica la riduzione delle superfici rurali dovuta all’incremento della superficie totale della città e i suoi sobborghi in un particolare periodo.

L’approccio ambientalista riconduce il fenomeno urbanistico dello sprawl a criterio di misurazione: per esempio, se un’area urbana copriva 25 chilometri quadrati nel 1980, e poi 30 chilometri quadrati nel 1990, si dice che la città e i suoi sobborghi “hanno fatto sprawl per 5 chilometri quadrati”.

Ma la qualità influenza direttamente la quantità, tanto che in genere lo sprawl ben pianificato si traduce in meno chilometri quadrati di terreno rurale coperto dallo sviluppo urbano.

L’urbanistica sta dibattendo vivacemente sul fenomeno dello sprawl, per alcuni fenomeno inevitabile, per altri un male da arginare, per altri ancora niente affatto un male.

Una delle tesi più recenti e provocatorie, sostenuta da Robert Bruegmann[1] nel suo ultimo libro “Sprawl: a compact history” è che lo sprawl non sia assolutamente una patologia novecentesca legata all’automobilismo di massa, ma un percorso lungo, per certi versi inevitabile, che dagli albori delle civiltà urbane rappresenta una naturale evoluzione delle città in crescita.

Bruegmann contesta l’idea, diffusa tra architetti, urbanisti, accademici, funzionari pubblici e ambientalisti in tutto il mondo ricco, secondo cui lo sprawl è economicamente inefficiente, socialmente iniquo, ambientalmente dannoso e brutto; secondo il professore di Chicago è tutto da dimostrare che lo sprawl porti con sé necessariamente un maggior consumo di energia, un incremento degli spostamenti in auto, viaggi pendolari più lunghi e più traffico e inquinamento.

Se fosse vero tutto ciò, sostiene, i tempi di pendolarismo sarebbero ridotti nelle città più dense e più lunghi in quelle diffuse.

La realtà invece si avvicina di più al contrario e cita l’esempio di Tokyo, città ad alta densità in cui però i tempi di pendolarismo sono tra i più i lunghi al mondo, nonostante una rete di trasporto pubblico tra le più sviluppate.

“Non c’è nessun motivo intrinseco –dice- per cui una vita in ambiente a bassa densità debba portare ad una maggior consumo energetico o produrre più inquinamento dell’alta densità. In realtà, a densità sufficientemente basse è possibile immaginare gli abitanti suburbani che si autoproducono quasi tutta la propria energia tramite impianti solari, eolici, geotermici, prelevando l’acqua e restituendo localmente quella utilizzata al terreno, tutto senza grandi sistemi centralizzati che erano necessari a sostenere le città industriali dense del XIX secolo, che noi spesso confondiamo con la condizione urbana naturale.”

Bruegamnn fa leva sull’incapacità dei detrattori dello sprawl di mettersi d’accordo su cosa significhi esattamente il termine, fatto salvo che sono tutti unanimemente d’accordo sulla sua accezione negativa.

Evidenzia un atteggiamento snobistico nella vasta comunità di avversori, che mai userebbero quel termine per definire il proprio quartiere, perché “sprawl è dove abitano gli altri, prodotto di scelte sbagliate e mancanza di discernimento altrui, ovviamente.”

Ma su cosa basa la propria tesi difensiva dello sprawl? Ricerca le ragioni del fenomeno nella Storia e cerca di dimostrare quanto lo sprawl abbia sempre accompagnato la vita delle città, fin dall’antica Roma, presentando ed analizzando, con l’abilità dello storico esperto, una vasta casistica di città, nei diversi continenti e lungo i secoli; per Bruegmann, lo sprawl si presenta automaticamente appena i cittadini raggiungono un certo grado di agiatezza che permetta loro di abbandonare il centro della città, denso e malsano, e spostarsi nei sobborghi, sicuramente più vivibili.

Cita, naturalmente , Londra, ovvero il caso più vasto di decentramento d’Europa (il professore americano non ci sta a vedere identificato lo sprawl solo come la miriade di quartieri tutti uguali comparsa attorno alle città americane a partire dagli anni ’60).

La storia urbanistica di Londra è unica e ancora oggi la capitale britannica è una delle metropoli a minor densità del mondo.

Bassa densità che deriva da tempi lontani: l’assoluta tranquillità delle campagne circostanti le ha permesso di non erigere mura difensive, quindi fin dal XVIII secolo le classi più agiate si spostarono verso Westminster, poi l’industrializzazione del XIX secolo ha letteralmente fatto esplodere il tessuto urbano, che si è spinto verso l’esterno per chilometri.

“Là dove pochi avevano obiettato, quando una manciata di famiglie agiate si era costruita grandi case in campagna, ci fu costernazione da parte dell’élite intellettuale, ora che migliaia di famiglie erano in grado di godere un po’ della stessa privacy, mobilità e possibilità di scelta. Gli osservatori descrivevano le nuove zone suburbane come brutte e monotone, prodotto di avidi speculatori senza cura per la civiltà e la bellezza. Naturalmente, ora questo sprawl del XIX secolo è considerato universalmente una parte del centro di Londra, e l’antitesi di tutto ciò che non funziona negli insediamenti contemporanei alla periferia urbana.”

Alla fine della Prima Guerra Mondiale il termine sprawl si diffonde in Gran Bretagna per denigrare le casette in linea che stavano iniziando a crescere in gran numero attorno a Londra.

In definitiva, Bruegmann sostiene che lo sprawl ha messo a disposizione del ceto medio il tipo di abitazioni di cui un tempo poteva godere soltanto l’aristocrazia, in ogni epoca storica.

 

Altri analisti e studiosi sostengono invece il contrario: lo sprawl è figlio dell’automobile, anzi, della freeway.

Se l’organizzazione delle città lungo i canali (per esempio l’Erie a New York) e lungo le ferrovie ha prodotto i cosiddetti streetcar suburbi, coi centri urbani attorno alle stazioni, le strade e le autostrade hanno invece determinato lo sprawl, ovvero la lottizzazione senza limiti, la realizzazione di centri commerciali e direzionali sempre più dispersi sul territorio e lontani dal centro della città origine.

Che differenza corre tra gli agglomerati nati attorno alle linee ferroviarie e quelli sorti lungo le grani arterie autostradali?

Secondo Alex Marshall[2], che usa il termine sprawl per definire la dispersione urbana, “è fisicamente impossibile stipare più di tante case e attività attorno ad una strada perché tutte le auto utilizzate da abitanti e lavoratori devono essere depositate da qualche parte. Le stazioni ferroviarie e della metropolitana non hanno questo problema. Inoltre sono necessarie molte più corsie stradali per far muovere il medesimo numero di persone, rispetto ai binari.”

E una questione di mobilità: l’auto privata permette la dispersione, impossibile attraverso la sola rete di trasporti pubblici.

Quindi lo sprawl nasce con l’auto privata e la sua diffusione di massa.

Né prima né dopo.

Indagarne le origini e le ragioni storiche non è però darne un giudizio.

Il giudizio negativo che molti addetti ai lavori attribuiscono allo sprawl deriva dalla convinzione che, al contrario di quanto sostenuto (per la verità un po’ debolmente) da Bruegmann, la dispersione urbana è insostenibile: consuma troppe risorse naturali, in primis il territorio, crea suburbi privi di identità (l’identità che invece i centri urbani storici sanno dare ai propri abitanti) e obbliga al sempre più massiccio uso dell’auto, costringendo gli abitanti dei suburbi a passare gran parte della propria esistenza in macchina, bloccati nel traffico.

 

La verità, probabilmente, sta nel mezzo: coloro che bocciano senza appello lo sprawl spesso vogliono dimenticare che come l’abitazione si sposta verso la periferia, anche il lavoro, i centri direzionali e i centri commerciali si spostano verso l’esterno, fino a diventare veri e propri “centri suburbani”, il cui notevole successo è dovuto alla loro capacità di cogliere i caratteri essenziali del centro tradizionale ; dimenticano che parallelamente alla netta e-migrazione di abitanti dalla città centrale verso il suburbio, è sempre esistito un processo contrapposto di in-migrazione, in particolare fatto di giovani adulti e coppie senza figli, quindi lo sprawl non uccide il downtown; dimenticano che i nuovi quartieri suburbani, se ben progettati, danno alta qualità di vita ai propri abitanti.

Per contro, coloro che considerano lo sprawl come un qualcosa destinato ad accadere inevitabilmente omettono di dire che non è l’unica tendenza di sviluppo urbanistico.

Il contrario dello sprawl è l’infill , ovvero non consumare territorio attorno alla città, riqualificare il terreno al suo interno, le aree dismesse, i cosiddetti brownfield, le ex aree industriali abbandonate.

L’infil comporta una riurbanizzazione di quartieri esistenti e i suoi sostenitori dicono che un uso dello spazio con densità maggiori è una delle chiavi per allentare lo sprawl suburbano, dato che promuove un uso più efficiente dei terreni, dell’energia e dei trasporti.

I detrattori lo definiscono “sprawl verticale” e sostengono che porti alle città molti dei medesimi problemi di quello tradizionale: traffico, parcheggi, costi dei servizi come le scuole, acqua o altre attrezzature municipali.

Alta densità contro bassa densità.

Ma allora, la città sostenibile è un mito o è possibile?

 

 

 

[1] Robert Bruegmann, Professore di Storia dell’Arte, dell’Architettura e dell’Urbanistica alla University of Illinois di Chicago, il testo citato è : Sprawl: a compact history, University of Chicago press, 2005.

[2]  Alex Marshall, Regional Plan Association di N.Y., articolo apparso sul bollettino dell’associazione Spotlight, ottobre 2006

 

(Anna Diana Debernardi)

October 22, 2006

Forme economiche precapitalistiche

Uno dei quaderni dei Grundrisse, scritti nel 1857-58, è dedicato alle Forme che precedono il sistema di produzione capitalistico. Come si sa, sia Marx che Engels hanno dedicato a più riprese passaggi, più o meno aforistici, ai sistemi economici che hanno preceduto il capitalismo (segnatamente, nel Manifesto, nell’Ideologia tedesca, nell’introduzione a Per la critica dell’economia politica: cito le Forme dalla traduzione di G. Brunetti, a c. di E.J.Hobsbawm, Roma, Ed. Riuniti, 1974), ma questo è l’unico testo che analizzi la questione diffusamente. Si tratta di uno scritto affascinante, anche perché affronta con grande perizia, benché con conoscenze storiche necessariamente limitate, argomenti di storia economica che successivamente saranno argomento di aspro dibattito fra marxisti, antropologi e storici dell’antichità classica (lo vedremo leggendo Polanyi, Godelier, Max Weber e Finley).

La nascita del lavoro libero e lo scambio di questo lavoro libero contro denaro è uno dei presupposti del capitalismo, mentre l’altro è la “separazione del lavoro libero dalle condizioni oggettive della sua realizzazione – dal mezzo di lavoro e dal materiale di lavoro” (cioè, terra e strumenti di lavoro: p. 69). Quindi, innanzitutto, distacco del lavoratore dalla terra. Prima del capitalismo, il lavoratore “ha quindi una sua esistenza oggettiva indipendentemente dal lavoro”. Lo scopo del lavoro “non è la creazione di valore(...) il suo scopo è invece il mantenimento del singolo proprietario e della sua famiglia” (p. 70).

La prima forma precapitalistica, orientale o asiatica, è quella della “comunità naturale”, o tribale, che è il presupposto dell’appropriazione e dello sfruttamento collettivo del suolo. Questa forma, dice Marx, può realizzarsi in modi molto diversi; ad es., nella forma asiatica prevede una unità complessiva che si pone come proprietà suprema, superiore a tutte le altre; il prodotto eccedente appartiene a questa proprietà suprema, che è il sovrano o lo stato. Questa è la forma che si sviluppa, suggerisce Marx in un inciso, laddove per la coltivazione della terra occorrono ingenti opere di irrigazione o bonifica (es., in Mesopotamia, Egitto ecc.: p. 73). Essa consiste in  una sorta di unità indifferenziata di città e campagna” (p. 80), di industria e di agricoltura in un'unità  self-sustaining.

La seconda forma, quella antica (cioè, greco-romana antica), presuppone non la campagna ma la città come sede degli agricoltori. (“Presso gli antichi la manifattura appare già come corruzione” rispetto all’attività agricola: p. 97). Quanto meno sono necessarie grandi opere collettive, tanto più si sviluppa la prorpoetà privata, che però qui ancora presuppone la proprietà comune, in quanto si è o si può essere proprietari privati in quanto si è membri della comunità (p. 75). Gli antichi unanimemente consideravano l’agricoltura come l’unica attività adatta all’uomo libero; la ricerca della ricchezza era limitata ai liberti e agli stranieri. E anche le corporazioni erano sconosciute presso gli antichi. Quella antica è una storia di città, ma di città fondate sulla proprietà terriera e sull’agricoltura (p. 80)

La terza forma è quella germanica. Qui la comunità esiste come riunione di proprietari, non è già a loro presupposta; e anche quando esiste una proprietà comune, questa esiste solo accanto alla proprietà privata. La forma germanica è una forma che comprende una miriade di unità economico-produttive indipendenti: “l’intera economia è contenuta in ogni singola casa” (p. 82). La comunità esiste solo nel rapportarsi di questi proprietari fondiari individuali.

Un individuo isolato, come non potrebbe parlare, così non potrebbe avere la proprietà della terra. Tutt’al più potrebbe trarre da essa le sostanze necessarie alla propria esistenza, come gli animali” (p. 84). “L’astrazione di una comunità in cui i membri non abbiano nulla in comune, se non per esempio il linguaggio, ecc., e appena questo, è evidentemente prodotto di condizioni storiche molto più recenti (...) Il linguaggio come prodotto di un singolo è un assurdo. Ma altrettanto lo è la proprietà” (p. 91)

Ma tutte queste forme variano e mutano incessantemente. La più tenace e stabile è quella aasiatica (p. 85), perché in essa il singolo è meno autonomo e la manifattura è unita all’agricoltura. Lo sviluppo è necessariamente limitato, e anzi quando questi limiti vengono eliminati, arriva la rovina e la decadenza (p. 86). “In questo senso, presso i Romani, agirono lo sviluppo della schiavità, la concentrazione del possesso della tera, lo scambio, i rapporti monetari, la conquista” (p. 86).

Presso gli antichi non troviamo mai un’indagine su quale forma di proprietà fondiaria, ecc., crei la ricchezza più produttiva, maggiore. La ricchezza non appare quale scopo della produzione (...) L’indagine è sempre volta a stabilire quale forma di proprietà crei i migliori cittadini. La ricchezza fine a se stessa si ritrova solo tra i pochi popoli commerciali (...) che vivono nei pori del mondo antico come gli ebrei vivono nei pori della società medievale” (p. 86-87). E la ricchezza, “che cosa è se non l’universalità dei bisogni, delle capacità, dei consumi, delle forze produttive, ecc. degli individui, creata nello scambio universale? Che cosa è se non il pieno sviluppo del dominio dell’uomo sulle forze della natura, sia su quelle della cosiddetta natura, sia su quelle della propria natura? Che cosa è se non l’estrinsecazione assoluta delle sue doti creative, senz’altro presupposto che il precedente sviluppo storico (...)? Nella quale l’uomo non si riproduce entro un modo determinato, ma produce la propria totalità? Dove non cerca di rimanere qualcosa di divenuto, ma è nell’assoluto movimento del divenire? Nell’economia politica borghese (...) questa completa estrinsecazione della natura interna dell’uomo appare come un completo svuotarsi, questo processo universale di oggettivazione come estraniazione totale, e la eliminazione di tutti gli scopi determinati unilaterali come sacrificio dello scopo autonomo a uno scopo completamente esteriore. Di conseguenza da un lato l’infantile mondo antico appare come qualcosa di superiore; d’altro lato esso lo è ogni qualvolta si cerchi di ritrovare un’immagine, una forma compiuta e una delimitazione data. Esso è soddisfazione da un punto di vista limitato; mentre il moderno lascia insoddisfatti, o, dove esso appare soddisfatto di se stesso, è triviale” (p. 87-88)

Che la proprietà abbia un’origine extraeconomica (come diceva Proudhon) non significa altro che l’economia borghese ha un’origine storica, il che è una mera tautologia (p. 89) Non è l’unità fra uomo e natura che ha bisogno di una spiegazione, ma la loro separazione, che è perfetta e completa solo nella separazione tra lavoro salariato e capitale (p. 90).

Nella schiavitù e nella servitù della gleba, questa separazione non c’è, perché “una parte della società viene essa stessa trattata dall’altra come mera condizione inorganica e naturale della sua propria riproduzione” (p. 90).

Schiavitù e servitù della gleba non sono forme autonome (come parte dei marxisti successivamente intenderanno) ma sono “sviluppi ulteriori” delle forme asiatica e antica, e le modificano necessariamente (ma ciò accade in modo più evidente in quella antica che in quella asiatica: p. 95). Ma più in generale,  la riproduzione degli individui che compongono la comunità è allo stesso tempo “nuova produzione e distruzione della vecchia forma; non si mutano solo le condizioni obiettive, ma anche si mutano i produttori in quanto estrinsecano nuove doti, si sviluppano e  si trasformano attraverso la produzione, creano nuove forze e nuove concezioni, nuovi tipi di relazioni, nuovi bisogni e una nuova lingua. Quanto più tradizionale è lo stesso metodo di produzione (...) cioè quanto più l’effettivo processo di appropriazione rimane eguale a se stesso, tanto più costanti sono le vecchie forme di proprietà, e quindi la comunità in generale” (p. 96-97)

Quindi proprietà significa in origine (nella forme asiatica, antica,  germanica e “slava”- una forma di cui non si parla mai più nelle Forme) “rapporto del soggetto che lavora con le condizioni della sua produzione o riproduzione in quanto sue” (p. 98). La tesi della proprietà privata nata come espropriazione violenta del più forte a danno del più debole “è assurda (...) in quanto essa parte dallo sviluppo  di uomini isolati. L’uomo si isola solo attrraverso il processo storico. Originariamente egli si presenta come essere sociale, tribale, animale gregario” (p. 99).

L’artigianato tipico del medioevo rappresenta lo sviluppo col quale si dissolvono i rapporti in cui l’uomo appare come proprietario del suo strumento di lavoro (p. 101).

Il capitale pressuppone il denaro e la circolazione, ma non si esaurisce in esso (p. 111). “Il processo storico non è il risultato del capitale, ma il presupposto di questo” (p. 112). La semplice esistenza di un patrimonio monetario, in sé, non è condizione sufficiente perché sorga il capitalismo: altrimenti il capitalismo ci sarebbe stato anche  a Roma e a Bisanzio. Anche lì la dissoluzione della forma antica avvenne con lo sviluppo del patrimonio monetario e del commercio: ma ciò non portò all’industria, ma al predominio della campagna sulle città (p. 113)

Nell’artigianato cittadino (...) lo scopo fondamentale, immediato di questa produzione è il sussistere in quanto artigiano, in quanto maestro artigiano, dunque valore d’uso; non arricchimento, non valore di scambio. La produzione è pertanto ovunque subordinata a un consumo presupposto, l’offerta è subordinata alla domanda, e si espande solo lentamente” (p. 122). Il capitalismo non è esistito nell’antichità, perché non esisteva il lavoro libero (p. 122), anzi non esisteva nemmeno una parola per esprimere il concetto di capitale (p. 123).

 (Luca Simonetti) 

October 19, 2006

Architettura di vetro

1

Non è per invadere il campo dei molti architetti del blog, ma in attesa di pubblicare nuovi articoli dei medesimi, non resisto alla tentazione di citare alcuni brani di Glasarkitektur, il libro di Paul Scheerbart del 1914 (cap. I, “L’ambiente e il suo influsso sull’evoluzione della civiltà”; cap. 110, “Chimica e tecnica nel ventesimo secolo”; cap. 111, “La civiltà del vetro”, trad. M. Fabbri, Adelphi, Milano, 1982, p.15, 139, 140):

Noi viviamo perlopiù in spazi chiusi. Essi costituiscono l’ambiente da cui si sviluppa la nostra civiltà. La nostra civiltà è in certa misura un prodotto della nostra architettura. Se vogliamo elevare il livello della nostra civiltà saremo quindi costretti, volenti o nolenti, a sovvertire la nostra architettura. E questo ci riuscirà soltanto eliminando la chiusura degli spazi in cui viviamo. Ma ciò sarà possibile soltanto con l’introduzione dell’architettura di vetro, che permette alla luce del sole, al chiarore della luna e delle stelle di penetrare nelle stanze non solo da un paio di finestre, ma direttamente dalle pareti, possibilmente numerose, completamente di vetro, anzi di vetro colorato. Il nuovo ambiente che in tal modo ci creeremo dovrà portarci una nuova civiltà.

 

Non siamo alla fine, bensì all’inizio di un’era della civiltà. Dalla tecnica e dalla chimica possiamo attenderci ben altri miracoli veramente straordinari. Non dimentichiamolo mai. Questa sicurezza dovrebbe infonderci un coraggio sempre nuovo. Ci sarebbe ancora da menzionare il vetro che non si  scheggia mai, formato da una lastra di celluloide incorporata fra due lastre di vetro.

 

Dopo quanto si è detto possiamo ben parlare di una <<civiltà del vetro>>. Il nuovo ambiente di vetro opererà una completa trasformazione dell’uomo. E adesso non ci resta che augurarci che la nuova civiltà del vetro non trovi troppi avversari. Anzi dobbiamo augurarci che la civiltà del vetro di avversari ne trovi sempre meno. Essere legati all’antico è in certi casi un’ottima cosa; almeno si preservano le cose antiche. Anche noi siamo legati all’antico- non vogliamo, infatti, che siano abbattute le piramidi dell’antico Egitto. Aspiriamo però anche al nuovo- con tutte le nostre forze- e possano queste forze crescere sempre più!

October 12, 2006

Primavera e Autunno

Ricordate la poesia di Ronsard sulla morte di Marie? Quella con la trasfigurazione finale, il corpo dell’amata morta che si trasforma in rose? Bene, in quest’altra poesia (bellissima) di Gerard Manley Hopkins, Spring and Fall (Primavera e Autunno), si può vedere all’opera un atteggiamento completamente diverso.

 

Margherita, ti rammarichi
che a Goldengrove cadono le foglie?
Tu, con i tuoi freschi pensieri, le foglie
come le cose dell’uomo le curi, le puoi curare?
Áh! maturandosi, il cuore diviene
più freddo, a poco a poco, a queste viste
né serba un sospiro, anche se a terra le spoglie
del bosco giacciono; monti di foglie sfatte;
e tuttavia piangerai e saprai perché.
Non ha importanza, bimba, il nome:
le fonti del dolore son sempre le stesse.
Non avevano espresso né bocca né mente
Quanto il cuore avvertiva, l’anima indovinava:
Tu piangi per il guasto a cui l’uomo nacque,
per Margherita piangi.

 

(Trad.  A. Guidi).

 

MÁRGARÉT, áre you gríeving

 

Over Goldengrove unleaving?

 

Leáves, líke the things of man, you

 

With your fresh thoughts care for, can you?

 

Áh! ás the heart grows older
        5
It will come to such sights colder

 

By and by, nor spare a sigh

 

Though worlds of wanwood leafmeal lie;

 

And yet you wíll weep and know why.

 

Now no matter, child, the name:
        10
Sórrow’s spríngs áre the same.

 

Nor mouth had, no nor mind, expressed

 

What heart heard of, ghost guessed:

 

It ís the blight man was born for,

 

It is Margaret you mourn for.

 

 

Stavolta si tratta di un atteggiamento specificamente cristiano, perché è proprio del cristianesimo porre l’accento sulla caducità e corruttibilità della natura (compreso l’uomo). Naturalmente il tema della caducità dell’uomo  è presente ovunque, anche nell’antichità classica (pensate a Mimnermo, fr. 2 Diehl, Noi siamo come le foglie), specialmente nella variante che contrappone la fine senza remissione dell’uomo con il ritorno costante delle stagioni (e qui il locus classicus è la grande ode di Orazio, IV, 7, Diffugere nives). Eppure la classicità (e poi il Rinascimento) ha sempre contrapposto alla natura peritura l’eternità dell’opera umana (e soprattutto dell’arte); basti pensare che Shakespeare, che riprese il vanto di Orazio (III, 30, Exegi monumentum: “Non omnis moriar”) e di Ovidio (Metamorfosi, XV, 871 ss) in una delle rivendicazioni più orgogliose della letteratura mondiale (sonetto 55, Not marble, nor the gilded monuments), in un altro sonetto (18, Shall I compare thee to a Summer’s day?) rifiuta persino di paragonare la donna amata alle bellezze della natura, perché l’amata (“more lovely and more temperate”), a differenza delle rose e dei fiori, non appassirà, visto che continuerà a vivere nei versi del poeta (come conferma anche il sonetto successivo: “My love shall in my verse ever live young”). Insomma esiste una possibilità di riscatto, di imporre l’ordine al caos, di trovare un senso all’esistenza, e questa possibilità è pienamente alla portata dell’uomo

Niente di simile nell’atteggiamento cristiano. Seguendo l’approccio definito una volta per tutte da San Paolo nella Lettera ai Romani (8, 19-23: “Tutto l’universo aspetta con grande impazienza il momento in cui Dio mostrerà il vero volto dei suoi figli. Il creato è stato condannato a non avere senso, non perché l’abbia voluto, ma a causa di chi ve l’ha trascinato. Vi è però una speranza: anch’esso sarà liberato dal potere della corruzione per partecipare alla libertà e alla gloria dei figli di Dio. Noi sappiamo che fino a ora tutto il creato soffre e geme come una donna che partorisce. E non soltanto il creato, ma anche noi, che già abbiamo le primizie dello Spirito, soffriamo in noi stessi perché aspettiamo che Dio, liberandoci totalmente, manifesti che siamo suoi figli... Anche lo Spirito viene in aiuto della nostra debolezza, perché noi non sappiamo neppure come dobbiamo pregare, mentre lo Spirito stesso prega Dio con sospiri che non si possono spiegare a parole”), il cristianesimo connette la caducità della natura e dell’uomo col peccato originale (vedete che anche Hopkins – che non solo era cattolico, ma era anche Gesuita - parla di “blight man was born for”). Non c’è salvezza e non c’è consolazione, per l’uomo e per la natura, tranne che in Dio.

(Luca Simonetti)

De Architectura- Dialogo tra due architetti, di Anna Diana Debernardi e Alessandro Maffucci

Quello proposto di seguente è un dialogo svoltosi a distanza, a mezzo posta informatica, tra due architetti che non si conoscevano prima.

 

 

addb: Sono stata alla Biennale in una giornata di fine settembre, tersa e meravigliosa; Venezia al suo massimo splendore, davvero un peccato sentirsi “confinati” ai Giardini e all’Arsenale, soprattutto di fronte all’edizione deludente di quest’anno.

 

Alessandro: Non ci sono stato, perché la definisci deludente?

addb:  Saranno mica gigantografie e foto satellitari delle città del mondo infarcite di dati demografici e  demoscopici reperibili in ogni atlante aggiornato a fare un'edizione seria! Quelle che sembravano le premesse per uno studio sulle città future, o un dibattito, erano invece il menu completo. Non mi sembra che l'architettura e l'urbanistica si siano molto sprecate ad elaborare proposte concrete, almeno a Venezia non v'era traccia…

Alessandro:   Io ho un vago ricordo dell'unica biennale a cui andai, dal titolo bellissimo: “Sensori del futuro. L'architetto come sismografo”. Lo stand più bello era quello del Giappone, con manichini che sbandieravano bandiere da Gran Premio dopo un incidente con alle spalle un cumulo di macerie, simbolo di ciò che restava della città di Kobe. Per il resto, una serie di modellini di architetti delle varie parti del mondo: una mostra di modellismo insomma.

Ricordo che ho sognato di connettere il tutto con metri di ferrovia Rivarossi.

Mi sembra di capire che quella odierna sia invece una mostra di fotografia e geografia, a rappresentare la supremazia del satellite e di Google Earth: essi stessi diventano l'essenza di ogni volontà di rappresentare il reale e le sue immagini.

Cosa c'entrano l'architettura e l'urbanistica?

addb: E pensare che i padiglioni tendo a visitarli velocemente, nemmeno tutti. Punto l'Arsenale. Certi allestimenti dei padiglioni, ricercatamente e forzatamente creativi mi innervosiscono; mi innervosiscono anche i giovani visitatori pieni di sé e della propria pseudo arte, i nerd dell'architettura, li chiamo.

Per me l'architettura non è arte, non è il bello di per se stesso, non è un monumento, non fa parte del mondo del design, della moda, degli allestimenti. L'architettura è altro.

Eppure mi sembra tanto che si punti di più sull'immagine, tutto patinato, grafico,  quando poi arrivano i maestri, però, ecco che spesso non si usano per la presentazione dei progetti nemmeno i rendering, besì tante sezioni e il plastico.
Comunque esatto: quest'anno è una mostra di geografia e fotografia.
Alessandro:   Credo che la globalizzazione (in ogni dialogo serio contemporaneo deve comparire almeno una volta questo termine) abbia segnato un punto di non ritorno. Mi piace pensare che il tuo sia un approccio negazionista se non almeno nichilista all'architettura, e questo mi diverte. Mi chiedo sempre più spesso come possa io possa conciliare la negazione di dio senza allo stesso tempo non negare la morte dell'architettura. Ho giusto sotto gli occhi il numero di Domus di ottobre. Cito testualmente (p.80): "Pyonyang è oggi identica alla città concepita nella mente di kim Il-sung. E' una città che è stata pensata e costruita tutta d'un colpo da un dittatore e dal suo staff di architetti. Non sono i ritratti ad assomigliare alla città; è la città - la città contemporanea - che è l'esatta rappresentazione di come è stata ritratta trenta o quaranta anni fa. L'integrazione è totale, in parte perchè sia la vera città sia quella progettata sono retroattive; si adattano l'una all'altra correggendo il passato." Ecco, concordando con te, questi nerd dell'architettura patinata da rivista non si sono accorti, scrivendo, di aver oltrepassato un punto di non ritorno. Li abbiamo persi, insomma.
addb: Accartocciati su noi stessi? Spiegami la tua affermazione: "Mi chiedo sempre più spesso come possa io possa conciliare la negazione di dio senza allo stesso tempo non negare la morte dell'architettura." Sei pessimista sul futuro dell'architettura? Eppure stiamo vivendo un periodo di architetti superstar.
Alessandro:   Non è questione di pessimismo, perché allora tutti i non credenti dovrebbero esserlo. Quello che voglio dire è che, pur riconoscendo il fatto che un ambiente migliore possa contribuire all'innalzamento della qualità della vita (determinismo?), non ritengo che il ruolo dell'architetto contemporaneo debba essere ispirato dall'osservanza di regole e linguaggi che certa critica riconoscono in certa architettura. L'architetto, come cittadino e solo in quanto tale, ha il dovere di agire eticamente. Mi sembra sufficiente: tuttavia non sempre succede. prendiamo ad esempio una delle regole deontologiche più detestabili: il divieto di esprimere opinioni su un collega. Non trovi sia poco etico? Una limitazione del dovere di critica di un collega?
addb: Allora sei ottimista, se credi che agire eticamente sia sufficiente per fare buona architettura.

La regola detestabile che citi fa parte di una sovrastruttura ipocrita che lascia ai critici al di fuori del sistema la facoltà di critica, appunto; mentre gli addetti ai lavori sorvolano, ma non accade solo in questo ambiente. E forse non è la cosa più grave. Trovo più colpevole l'atteggiamento sempre e per forza acritico delle riviste di settore, che presentano i progetti senza mai giudicarli; bisogna rifarsi agli articoli di giornale per vedere delle critiche, rivolgersi alla cosiddetta opinione pubblica, la famosa “gente” per sentire le voci contrastanti. Ma poi quest'ultima è facilmente liquidabile con un "tanto non capisce...".

Il Guggenheim di Bilbao di Ghery era stato bocciato dal voto popolare, attraverso referendum consultivo, ma le autorità lo vollero, fortissimamente, e il museo adesso è l'attrazione maggiore per la città, con introiti enormi.

Caso italiano: il governatore di Ravello ha oltrepassato le leggi del territorio (prg) per consentire la costruzione l'auditorium di Niemeyer, per alcuni un capolavoro che aiuterà la municipalità, per altri un oggetto fuori contesto da bocciare. In questo caso è vero che il progetto è illegittimo, ma potrebbe essere un'occasione persa, per un'Italia ripiegata su se stessa, senza nuova architettura, senza coraggio, cristallizzata e bloccata dalla paura di "rovinare", meticciare le architettura storiche, che spesso, contro ogni senso, hanno avuto la precedenza su tutto il resto. Altro esempio è Venezia: quando sarà mai fatto 'sto benedetto ponte di Calatrava?

Possibile che noi si viva nell'unico Paese in cui ci sono sempre buone ragioni per non costruire e mai buone ragioni per costruire?

Il tema è complesso: ogni nostra città ha numerosi esempi, Firenze e i nuovi Uffizi, Roma e l'Ara Pacis... insomma, l'impressione che ho è che si passi senza mezze misure dall'assoluta acriticità delle riviste di settore all'assoluta "demolizione" dei critici esterni che fomentano un'opinione pubblica avversa.

Più coraggio, il coraggio di prendersi la responsabilità di essere più lungimiranti (intuire che il museo Guggenheim piacerà) rispetto a chi fa di mestiere un'altra cosa, sarebbe utile a questo Paese.

Poi, certo, non sempre ci si azzecca. Rischio di impresa.

Alessandro:   Lo ammetto, sono ottimista. Ma non dico affatto che agire eticamente sia sufficiente per fare buona architettura, è un problema che non mi riguarda, e non dovrebbe riguardare la società né tanto meno la critica. L'architetto deve essere etico in quanto cittadino: in questa ottica l'architettura non esiste, anzi, diventa l'alibi per nascondere le ipocrisie e l'inciviltà.

Perché gli architetti non parlano di certificazione etica? Perché solo alcuni architetti parlano di sostenibilità ambientale? Forse perché a non essere sostenibile è l'idea alla base della stessa architettura, l'idea cioè che il manufatto possa avere carattere di monumentalità o di segno perenne del paesaggio, ad eterna memoria della civiltà. Ecco, credo che questo sia il punto di non ritorno su cui prima di tutto dovremmo riflettere: abbiamo il compito di restituire alle generazioni future il territorio come esso è, senza le nostre contorte e devastanti e perenni roccaforti energifore. Scendere dalla cattedra e ragionare in termini di architettura biodegradabile. Non sto scherzando.

Altra questione è, a mio avviso, la legittimazione della committenza, tanto più se pubblica. E qui gli architetti dovrebbero c'entrare poco, se non nel rifiutare certi incarichi che ritengono poco etici. Ad esempio: se ad un professionista venisse commissionata una mina antiuomo, come dovrebbe comportarsi? e come si comporterebbero i nostri colleghi?
addb: Architettura biodegradabile… Non è il paesaggio urbano che ti affascina? Ma solo la natura in se stessa? L'antropizzazione del paesaggio è inevitabile, laddove arriva l'uomo. Anche se fosse biodegradabile, sarebbe un continuo tirar su costruzioni biodegradabili. I Giapponesi danno una speranza di vita di circa 10 anni agli edifici, ma li sostituiscono con altri. Come organizzeresti la vita umana senza costruire, tracciare strade, trasformare il territorio? La verginità è persa dal momento in cui si tira su una tenda. Sei oltre al concetto di sostenibilità.

Etico è anche dare una casa a chi non ce l'ha. D'accordo, etico non sempre è anche estetico, ma tu non cerchi l'unione delle due cose, aborri tout court l'architettura perché non si auto elimina, perché insiste sul territorio, perché è volume. Perché sei e fai l'architetto?

Alessandro: Mi affascina una parte del paesaggio urbano, e sovente coincide con quello non pianificato e progettato. Mi aliena un'altra parte del paesaggio urbano, quello che risente della pianificazione e della cattiva progettazione. Ma è un mio sentire, non pretendo che debba essere universale. Come l'idea di Dio. E preferisco l'approccio giapponese, o le teorie di Ruskin. Credo di essere certamente oltre il "tuo" concetto di sostenibilità. Tu aborri l'idea che l'architettura possa (e perché no) debba autoeliminarsi. Io no. Lo ripeto: se accetto l'idea che dio sia morto, perché dovrei non fare la stessa cosa per l'architettura? Perché devo "credere" che sia l'architettura a dover fornire una risposta al bisogno di abitare di noi cittadini? Chi ha detto che debba essere così? E se non la penso come i miei colleghi, non sono dunque un architetto? No. Non lo sono. Voglio essere un semplice cittadino. Che si occupa di attività del costruire e del manutenere (e del demolire). Io mi sento giornalista, musicista, cuoco, domestico, avvocato, soldato, obiettore. A volte anche architetto. Ma quello che faccio interessa in quanto cittadino, non in quanto architetto.
addb:  L’architettura non è spontaneità, per definizione. E’ progetto. Cerca di mettere "ordine" al disordine. E’ pratica sociale e civile perché condiziona la vita delle persone, di sicuro ne detta la forma in cui questa vita si svolge. Ma gli architetti non sono demiurghi, non hanno alcun potere risolutivo. Quelle erano utopie, abbondantemente smentite dai fatti. Però una città più vivibile deve essere possibile. Un territorio meglio amministrato anche. Faccio i conti non solo con ciò che mi appassiona (l'architettura) ma anche con i numeri: siamo in troppi per poter vivere dispersi e al naturale. Siamo in troppi per poterci permettere l'usura e l'erosione del territorio, quindi va pianificato. Con una visione politica. E qui forse mi avvicino a te: la visione politica è tutto ciò che va oltre alla mera economia, al mero guadagno immediato, al successo a breve termine. Quello che poi faccio eticamente da privata cittadina, è appunto il mio privato.
Come dire, l'architettura è un male necessario. (Anche se io non credo sia un male, ma una delle più nobili pratiche umane).
Alessandro: Ecco, allora siamo malati.

October 5, 2006

Signori, (ci) si svende!- di Anna Diana Debernardi

In questi giorni a Venezia si tiene la Biennale di Architettura, appuntamento irrinunciabile per appassionati e addetti ai lavori.

Edizione deludente, a mio parere, dedicata alle Metropoli del Mondo.

Ma non è dell’esposizione all’Arsenale né nei diversi Padiglioni che voglio parlare, bensì di una particolare “sezione” che quest’anno la Biennale dedica a due progetti molto importanti per Milano.

Trattasi del progetto Milano-Santa Giulia di Sir Norman Foster e del progetto per l’ex area Falck a Sesto San Giovanni (immediata periferia nord di Milano) di Renzo Piano.

 

Il primo, per la verità, non è una grande novità.

Il cantiere è aperto, una selva di gigantesche gru ne è la prova: la città nella città, l’utopia fosteriana è in costruzione.

1,2 milioni di metri quadrati a sud est del Duomo pronti a trasformarsi

in un nuovo centro completo di servizi e collegamenti; non più, dunque, una periferia ghettizzata o una città giardino priva di servizi, vissuta come dormitorio.

Il secondo, invece, è solo all’inizio: presentato a giugno, il progetto definitivo sarà sul tavolo del sindaco di Sesto S.Giovanni a dicembre.

Se non vi saranno intoppi, in breve si arriverà alla firma sull’accordo di programma.

Quel che è certo è che si preannuncia come l’ennesimo successo di quel genio dell’architettura che è Piano, progettista di chiara fama, costruita sull’attenzione posta alle preesistenze, alla memoria storica dei luoghi e soprattutto alle nuove tecnologie.

Definito “La città della ricerca”, il progetto per i 150 ettari dell’ex area Falck prevede, immersi in un grande parco da 40 ettari, residenze, uffici, commerciale ma soprattutto funzioni diverse, innovative quali la ricerca.

Si collabora con Carlo Rubbia e si punta all’energia pulita dell’idrogeno, non solo per gli edifici, ma anche per l’apertura del suo centro di sperimentazione; si sono presi contatti con laboratori medici per lo sviluppo di particolari settori della ricerca e, sempre nelle intenzioni, è previsto un vero e proprio polo per il verde, con laboratori avanzati di botanica applicata ai progetti.

 

Dietro a entrambi i progetti è lo stesso, lungimirante (come da definizione dello stesso N. Foster) imprenditore, il Cavalier Luigi Zunino, venuto dal Piemonte per ridare lustro e slancio al capoluogo lombardo.

Acquisite una dietro l’altra le due aree, Zunino e la sua Società Risanamento stanno ora raccogliendo i frutti del proprio investimento, tanto da vedersi dedicato un padiglione della Biennale!

Un successo e un riconoscimento straordinari.

Nonché un segno del Tempo.

 

Vero, l’architettura senza soldi non si fa; questa, oltretutto è ottima architettura.

Quel che però si contesta, o per lo meno ci si limita ad osservare, sono i modi, le celebrazioni (auto?) a cui un’Istituzione pubblica come la Biennale si è piegata o volentieri prestata.

Il padiglione Milano, negli articoli di presentazione è stato definito così, sarebbe più opportuno chiamarlo Padiglione Zunino, in cui campeggia la gigantografia dell’imprenditore, le sue frasi “storiche” , il logo della sua Società Risanamento.

Difficile, per coloro che vi sono imbattuti, scordarsi di lui.

Compito ancor più ostico per i milanesi che un giorno sì e l’altro pure vedono intere pagine di giornali nazionali comprate dalla Risanamento che si fa, ci mancherebbe altro, pubblicità.

 

Ma il Cavalier Luigi Zunino non è che il caso più famoso ed eclatante di una nuova generazione di imprenditori immobiliari filantropi e benefattori delle città, che si stanno facendo largo e lustro a scapito delle colpevolmente vacanti Amministrazioni Pubbliche.

Milano è un continuo esempio di questo emergente fenomeno, che, se nei sui fini è lodevole e rimarchevole, nei mezzi e negli attori evidenzia la crisi nera delle Istituzioni Pubbliche e delle Amministrazioni, povere di fondi ma soprattutto povere di politica e gestione del territorio.

E questo è delittuoso.

Lasciare all’iniziativa privata lo studio, la progettazione e la realizzazione di opere su scala urbanistica significa ammettere la propria incapacità amministrativa.

Altro caso milanese, illustrato alla Biennale, è quello del Metrobosco: progetto correttivo (in meglio, per fortuna) su progetto originario dell’architetto-urbanista Stefano Boeri per una cintura verde intorno a Milano, promosso da Provincia, Regione e Comune.

Un vero e proprio piano urbano.

Peccato che il committente non sia l’Amministrazione Pubblica (che si limita a promuove e a compiacersi del fatto di essere sollevata da cotanta responsabilità!) bensì il Sig. Manfredi Catella, amministratore dell’immobiliare Hines, proprietaria dell’86% dei diritti di edificazione dell’area Garibaldi-Repubblica!

Inutile poi scandalizzarsi se il restauro delle Mura Spagnole (sempre a Milano) si finanzia grazie alla “volontà filantropica” della Società pubbliciaria T.M.C che ha avuto in concessione tutto il perimetro delle Mura per i propri giganteschi cartelloni pubblicitari, che si prevedono essere meravigliosi, sicuramente meglio di quei mattoni un po’ ammuffiti e muschiati che sono ora le Mura Spagnole.

D’altronde, mi si dirà, è solo per il tempo del restauro.

Lo si fa a fin di bene.

Quasi quasi, sentitamente ringrazio.

 

(Anna Diana Debernardi)

 

 

 

 

October 3, 2006

Poesia e musica- di Carla Dessy

Poesia e musica – Prélude à l’après-midi d’un faune [ascolta]

di Carla Dessy boucher

Ces nymphes, je les veux perpétuer.
                               Si clair,
Leur incarnat léger, qu'il voltige dans l'air
Assoupi de sommeils touffus.
                               Aimai-je un rêve?
Mon doute, amas de nuit ancienne, s'achève
En maint rameau subtil, qui, demeuré les vrais
Bois même, prouve, hélas! que bien seul je m'offrais
Pour triomphe la faute idéale de roses.
()

Si dice che l’idea del poema Le Faune (1876, in edizione illustrata da Manet) venne a Stéphane Mallarmè osservando un quadro di François Boucher esposto alla National Gallery di Londra, quadro raffigurante un fauno che, nascosto dietro un cespuglio di rose, spia con occhio lascivo i giochi delle ninfe. Nulla ha a che vedere, tuttavia, la sensuale poesia di Mallarmè con le suggestioni rococò del pittore: il sogno del fauno, assopitosi in un caldo pomeriggio d’estate, parla di sensualità e desiderio per due ninfe, che verranno poi evocate nella calura pomeridiana dal suono del flauto. Come nella migliore tradizione, il fauno, ardente di desiderio, insegue le ninfe che fuggono spaventate. Apertosi con un sonno e con un sogno, il poema si chiude nello stesso modo: il fauno, che non è riuscito a raggiungere le ninfe, stanco si addormenta e in nuovo sogno inebriante riuscirà a realizzare i suoi desideri.
"Il fauno, incapace di stabilire relazioni ideali con le ninfe amate, costretto a dividere la donna tra erotismo e misticismo (come sempre, del resto, in Mallarmé), si rifugia nell’Arte; suonando il flauto, ricompone il ricordo confuso dell’incontro con le donne, e attraverso quest’Arte giunge a "leggere" la natura come un testo che comprende al suo interno ninfe-segni." (H.P. Lund).

La Librairie de l’Art Indépendant, definita in seguito cenacolo dei simbolisti, frequentata da tutti i protagonisti della vita letteraria dell’epoca, fu il luogo dove
Claude Debussy conobbe Mallarmè. Incantato dai versi del poeta, l’allora giovane compositore desiderò mettere in musica il Faune. E’ lo stesso Debussy, in una lettera del 1910 scritta all’amico Jean-Aubry, a raccontare: “Mallarmè venne a casa mia, con l’aria fatidica, avvolto da un plaid scozzese. Dopo aver ascoltato rimase in silenzio per un lungo momento poi mi disse: <<Non mi aspettavo niente di simile! Questa musica prolunga l’emozione del mio poema e ne dipinge lo scenario più appassionatamente del colore stesso!>>” Sul frontespizio della partitura, il poeta scrisse la seguente quartina: “O fauno dall’antico fiato / se incanta il tuo flauto / è per la luce soltanto / che vi soffierà Debussy”
Sono nove minuti di musica, la cui costruzione, abilmente nascosta, è una forma quasi circolare di tre episodi, circolare perché il terzo è una ripresa, seppur libera, del primo. Naturalmente protagonista è il flauto, il cui tema iniziale, amato e temuto da tutti i virtuosi dello strumento, per la sua bellezza e la sua difficoltà di interpretazione, ritorna in tutto il pezzo, continuamente variato e modificato. Sensualità e natura, o meglio sensualità che permea tutte le forme della natura, così Debussy trasporta sul pentagramma i versi del grande poeta simbolista. E le sue parole al bravo flautista Barrière, primo flauto dell’orchestra che interpretò la prima esecuzione nel 1894, rendono più di ogni altre quello che era il suo pensiero; alla domanda di Barriére sul come dovesse interpretare un passo, Debussy rispose: “Col sedere sull’erba”.