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Forme economiche precapitalistiche

Uno dei quaderni dei Grundrisse, scritti nel 1857-58, è dedicato alle Forme che precedono il sistema di produzione capitalistico. Come si sa, sia Marx che Engels hanno dedicato a più riprese passaggi, più o meno aforistici, ai sistemi economici che hanno preceduto il capitalismo (segnatamente, nel Manifesto, nell’Ideologia tedesca, nell’introduzione a Per la critica dell’economia politica: cito le Forme dalla traduzione di G. Brunetti, a c. di E.J.Hobsbawm, Roma, Ed. Riuniti, 1974), ma questo è l’unico testo che analizzi la questione diffusamente. Si tratta di uno scritto affascinante, anche perché affronta con grande perizia, benché con conoscenze storiche necessariamente limitate, argomenti di storia economica che successivamente saranno argomento di aspro dibattito fra marxisti, antropologi e storici dell’antichità classica (lo vedremo leggendo Polanyi, Godelier, Max Weber e Finley).

La nascita del lavoro libero e lo scambio di questo lavoro libero contro denaro è uno dei presupposti del capitalismo, mentre l’altro è la “separazione del lavoro libero dalle condizioni oggettive della sua realizzazione – dal mezzo di lavoro e dal materiale di lavoro” (cioè, terra e strumenti di lavoro: p. 69). Quindi, innanzitutto, distacco del lavoratore dalla terra. Prima del capitalismo, il lavoratore “ha quindi una sua esistenza oggettiva indipendentemente dal lavoro”. Lo scopo del lavoro “non è la creazione di valore(...) il suo scopo è invece il mantenimento del singolo proprietario e della sua famiglia” (p. 70).

La prima forma precapitalistica, orientale o asiatica, è quella della “comunità naturale”, o tribale, che è il presupposto dell’appropriazione e dello sfruttamento collettivo del suolo. Questa forma, dice Marx, può realizzarsi in modi molto diversi; ad es., nella forma asiatica prevede una unità complessiva che si pone come proprietà suprema, superiore a tutte le altre; il prodotto eccedente appartiene a questa proprietà suprema, che è il sovrano o lo stato. Questa è la forma che si sviluppa, suggerisce Marx in un inciso, laddove per la coltivazione della terra occorrono ingenti opere di irrigazione o bonifica (es., in Mesopotamia, Egitto ecc.: p. 73). Essa consiste in  una sorta di unità indifferenziata di città e campagna” (p. 80), di industria e di agricoltura in un'unità  self-sustaining.

La seconda forma, quella antica (cioè, greco-romana antica), presuppone non la campagna ma la città come sede degli agricoltori. (“Presso gli antichi la manifattura appare già come corruzione” rispetto all’attività agricola: p. 97). Quanto meno sono necessarie grandi opere collettive, tanto più si sviluppa la prorpoetà privata, che però qui ancora presuppone la proprietà comune, in quanto si è o si può essere proprietari privati in quanto si è membri della comunità (p. 75). Gli antichi unanimemente consideravano l’agricoltura come l’unica attività adatta all’uomo libero; la ricerca della ricchezza era limitata ai liberti e agli stranieri. E anche le corporazioni erano sconosciute presso gli antichi. Quella antica è una storia di città, ma di città fondate sulla proprietà terriera e sull’agricoltura (p. 80)

La terza forma è quella germanica. Qui la comunità esiste come riunione di proprietari, non è già a loro presupposta; e anche quando esiste una proprietà comune, questa esiste solo accanto alla proprietà privata. La forma germanica è una forma che comprende una miriade di unità economico-produttive indipendenti: “l’intera economia è contenuta in ogni singola casa” (p. 82). La comunità esiste solo nel rapportarsi di questi proprietari fondiari individuali.

Un individuo isolato, come non potrebbe parlare, così non potrebbe avere la proprietà della terra. Tutt’al più potrebbe trarre da essa le sostanze necessarie alla propria esistenza, come gli animali” (p. 84). “L’astrazione di una comunità in cui i membri non abbiano nulla in comune, se non per esempio il linguaggio, ecc., e appena questo, è evidentemente prodotto di condizioni storiche molto più recenti (...) Il linguaggio come prodotto di un singolo è un assurdo. Ma altrettanto lo è la proprietà” (p. 91)

Ma tutte queste forme variano e mutano incessantemente. La più tenace e stabile è quella aasiatica (p. 85), perché in essa il singolo è meno autonomo e la manifattura è unita all’agricoltura. Lo sviluppo è necessariamente limitato, e anzi quando questi limiti vengono eliminati, arriva la rovina e la decadenza (p. 86). “In questo senso, presso i Romani, agirono lo sviluppo della schiavità, la concentrazione del possesso della tera, lo scambio, i rapporti monetari, la conquista” (p. 86).

Presso gli antichi non troviamo mai un’indagine su quale forma di proprietà fondiaria, ecc., crei la ricchezza più produttiva, maggiore. La ricchezza non appare quale scopo della produzione (...) L’indagine è sempre volta a stabilire quale forma di proprietà crei i migliori cittadini. La ricchezza fine a se stessa si ritrova solo tra i pochi popoli commerciali (...) che vivono nei pori del mondo antico come gli ebrei vivono nei pori della società medievale” (p. 86-87). E la ricchezza, “che cosa è se non l’universalità dei bisogni, delle capacità, dei consumi, delle forze produttive, ecc. degli individui, creata nello scambio universale? Che cosa è se non il pieno sviluppo del dominio dell’uomo sulle forze della natura, sia su quelle della cosiddetta natura, sia su quelle della propria natura? Che cosa è se non l’estrinsecazione assoluta delle sue doti creative, senz’altro presupposto che il precedente sviluppo storico (...)? Nella quale l’uomo non si riproduce entro un modo determinato, ma produce la propria totalità? Dove non cerca di rimanere qualcosa di divenuto, ma è nell’assoluto movimento del divenire? Nell’economia politica borghese (...) questa completa estrinsecazione della natura interna dell’uomo appare come un completo svuotarsi, questo processo universale di oggettivazione come estraniazione totale, e la eliminazione di tutti gli scopi determinati unilaterali come sacrificio dello scopo autonomo a uno scopo completamente esteriore. Di conseguenza da un lato l’infantile mondo antico appare come qualcosa di superiore; d’altro lato esso lo è ogni qualvolta si cerchi di ritrovare un’immagine, una forma compiuta e una delimitazione data. Esso è soddisfazione da un punto di vista limitato; mentre il moderno lascia insoddisfatti, o, dove esso appare soddisfatto di se stesso, è triviale” (p. 87-88)

Che la proprietà abbia un’origine extraeconomica (come diceva Proudhon) non significa altro che l’economia borghese ha un’origine storica, il che è una mera tautologia (p. 89) Non è l’unità fra uomo e natura che ha bisogno di una spiegazione, ma la loro separazione, che è perfetta e completa solo nella separazione tra lavoro salariato e capitale (p. 90).

Nella schiavitù e nella servitù della gleba, questa separazione non c’è, perché “una parte della società viene essa stessa trattata dall’altra come mera condizione inorganica e naturale della sua propria riproduzione” (p. 90).

Schiavitù e servitù della gleba non sono forme autonome (come parte dei marxisti successivamente intenderanno) ma sono “sviluppi ulteriori” delle forme asiatica e antica, e le modificano necessariamente (ma ciò accade in modo più evidente in quella antica che in quella asiatica: p. 95). Ma più in generale,  la riproduzione degli individui che compongono la comunità è allo stesso tempo “nuova produzione e distruzione della vecchia forma; non si mutano solo le condizioni obiettive, ma anche si mutano i produttori in quanto estrinsecano nuove doti, si sviluppano e  si trasformano attraverso la produzione, creano nuove forze e nuove concezioni, nuovi tipi di relazioni, nuovi bisogni e una nuova lingua. Quanto più tradizionale è lo stesso metodo di produzione (...) cioè quanto più l’effettivo processo di appropriazione rimane eguale a se stesso, tanto più costanti sono le vecchie forme di proprietà, e quindi la comunità in generale” (p. 96-97)

Quindi proprietà significa in origine (nella forme asiatica, antica,  germanica e “slava”- una forma di cui non si parla mai più nelle Forme) “rapporto del soggetto che lavora con le condizioni della sua produzione o riproduzione in quanto sue” (p. 98). La tesi della proprietà privata nata come espropriazione violenta del più forte a danno del più debole “è assurda (...) in quanto essa parte dallo sviluppo  di uomini isolati. L’uomo si isola solo attrraverso il processo storico. Originariamente egli si presenta come essere sociale, tribale, animale gregario” (p. 99).

L’artigianato tipico del medioevo rappresenta lo sviluppo col quale si dissolvono i rapporti in cui l’uomo appare come proprietario del suo strumento di lavoro (p. 101).

Il capitale pressuppone il denaro e la circolazione, ma non si esaurisce in esso (p. 111). “Il processo storico non è il risultato del capitale, ma il presupposto di questo” (p. 112). La semplice esistenza di un patrimonio monetario, in sé, non è condizione sufficiente perché sorga il capitalismo: altrimenti il capitalismo ci sarebbe stato anche  a Roma e a Bisanzio. Anche lì la dissoluzione della forma antica avvenne con lo sviluppo del patrimonio monetario e del commercio: ma ciò non portò all’industria, ma al predominio della campagna sulle città (p. 113)

Nell’artigianato cittadino (...) lo scopo fondamentale, immediato di questa produzione è il sussistere in quanto artigiano, in quanto maestro artigiano, dunque valore d’uso; non arricchimento, non valore di scambio. La produzione è pertanto ovunque subordinata a un consumo presupposto, l’offerta è subordinata alla domanda, e si espande solo lentamente” (p. 122). Il capitalismo non è esistito nell’antichità, perché non esisteva il lavoro libero (p. 122), anzi non esisteva nemmeno una parola per esprimere il concetto di capitale (p. 123).

 (Luca Simonetti) 

Commenti

Sarà per questa ragione che gente come Sansonetti (incosapevolmente?) finisce per considerare la proprietà un furto parlando non della proprietà in sé ma del modo in cui viene acquisita?

Insomma, tutte le volte ti senti raccontare che la proprietà è un furto, non perchè possedere toglie, in sé, qualche cosa agli altri, ma perchè per possedere....bisogna rubare (evadere le imposte, violare le regole e via declinando).

colico | October 23, 2006 12:10 PM

Cioè, dici tu, sarà perché hanno letto male Marx? Lui, infatti, ha sempre detto chiaro e tondo che la proprietà NON è un "furto".

KK | October 23, 2006 12:13 PM

:o)
Che abbiano letto male marx è più che un'ipotesi. L'unica alternativa è che non lo abbiano letto affatto.
Tuttavia, la frase "Sarà per questa ragione..." andava letta così: sarà che abbia ragione marx se chi prova a sostenere una tesi diversa è costretto a dire minchiate?

colico | October 23, 2006 12:27 PM

E' un'idea, colico.
:-))

KK | October 23, 2006 12:36 PM

Ahhhh, aria fresca, finalmente.
Condivido pure le virgole e i punti.

Si potrebbe aggiungere che il capitalismo non esisteva nell'antichità perchè non solo il lavoro non era libero (c'erano gli schiavi) ma anche perchè per la sua prestazione non si veniva pagati, cioè non veniva corrisposto un salario. Lavoro libero, infatti, questo significa: io vendo il mio lavoro (la capacità di produrre) sul mercato al migliore offerente.

Solo che questo mercato, e qui sta la grandezza di Marx, non è affatto paritario: cioè chi vende la propria forza lavoro e chi la acquista non sono sullo stesso piano. E dunque, in ultima analisi, il lavoro libero non esiste, o esiste, appunto, solo in astratto.
Non so se mi capite...

Alberto | October 23, 2006 12:59 PM

Ti capiamo sì, Alberto, solo che qui si tratta di storia economica e non di teoria marxista. Devi sapere che da questo testo ha preso le mosse una lunghissima fila di saggi storici e antropologici che ha convalidato alcune delle teorie di Marx ma ne ha dimostrato errate altre. E la cosa ha a che fare anche col mediterraneo (ricordi il tuo Cassano? che pubblcheremo proxime), soprattutto con i libri di Moses I. Finley.

KK | October 23, 2006 1:10 PM

Cmq, l'inesistenza di lavoro "libero" non significa che non si veniva pagati. Significa invece, secondo Marx, che il lavoratore (che esisteva anche nell'antichità classica e altrove, cmq prima del capitalismo) non era separato dai mezzi e dagli strumenti della produzione, non vendeva sul mercato semplicemente il suo tempo di lavoro (e infatti Finley scrive, in Ancient Economy, che nell'antichità classica perfino il concetto moderno di "lavoro" non esisteva). In temrini di diritto romano, si potrebbe applicare la distinzione tra locatio operis e locatio operarum...

KK | October 23, 2006 1:18 PM

Marx è ancorato alla "realtà economica". Perciò mi permettevo quel volo in avanti...

Resta il fatto che il disvelamento di quella sproporzione di cui dicevo (chi possiede i mezzi di produzione e chi no non sono uguali) è il suo grande merito. Che da qui discenda la rivoluzione è un altro paio di maniche...

Sì, hai ragione a sottolineare quella differenza: il lavoratore esisteva, certo. Era spesso autosufficiente: il contadino produceva il grano per se stesso e non per il mercato e quindi mancava il "luogo" dove vendere il suo prodoto e di conseguenza il suo lavoro.

Alberto | October 23, 2006 2:08 PM

Lo so cosa vuoi dire, ma detta così è una banalizzazione... Secondo me, la "scoperta" della "sproporzione" tra gli haves e gli havenots (i) non è di Marx ma risale all'inizio dei tempi e (ii) non ha alcun valore. La grandezza di Marx sta proprio nel non essersi limitato a dire banalità sentimentali, nel non voler fare solo un socialismo dell'indignazione o della superiorità morale, ma nell'aver voluto ricercare con metodo scientifico i fondamenti oggettivi della società esistente per poi rovesciarla. In un certo senso, nell'aver imparato la lingua dei suoi avversari per comprenderli prima e combatterli dopo. In questo senso qua, secondo me, qualunque cosa si pensi sia del Marx economista, storico, filosofo, sociologo, o dei marxismi successivi, Marx è stato e rimane ancora un modello per tutti.

KK | October 23, 2006 7:19 PM

Cmq, le cose interessanti nelle Forme non mancano davvero. Solo che, tra le molte cose intelligenti, ci sono anche affermazioni che non hanno trovato conferma. Ad es., non è vero che "la dissoluzione della forma antica avvenne con lo sviluppo del patrimonio monetario e del commercio"; al contrario, come si evince da Finley, il declino è avvenuto proprio perchè NON ci fu sviluppo monetario e commerciale. E il problema principale è che le "classi" marxiane, nell'antichità classica, non trovano agevole applicaizone, dato che (come nota sempre Finley) dal punto di vista del rapporto con i mezzi di produzione, gli schiavi e i lavoratori liberi farebbero parte della stessa "classe", così come i ricchissimi equites e senatori da una parte e i piccoli proprietari terrieri dall'altra. Alcuni marxisti (come Lukacs) se ne sono accorti e hanno correttamente osservato che nell'antichità classica i rapporti economici, politici e religiosi erano connessi in modo inestricabile. E' proprio questo che spiega perché il "capitalismo" non si sia sviluppato nell'antichità.
Ma lo vedremo meglio più in là, quando parleremo di Finley e del libro di Bulgarelli sulla moneta nel VOA.

KK | October 25, 2006 10:38 AM

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