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L'Economia Antica

M.I.FINLEY, The Ancient Economy, Berkeley and L.A., Un. of California Press, 1973 (“Sather Classical lectures”)

E’ un testo talmente ricco e interessante che, più che una recensione, ve ne propongo una sintesi.

Si tratta di una raccolta di sei conferenze.

 

La prima è intitolata a “Gli antichi e la loro economia”. Il concetto moderno di economia (come quello di famiglia) era sconosciuto agli antichi, che certo facevano più o meno tutte le cose che noi intendiamo come economia, ma non le riunivano in unità, in un “differenziato sistema sociale” (Parsons). Hume notò che nell’antichità nessuna città è nata per il sorgere di un’industria, Salin che le crisi dell’antichità sono sempre dovute a eventi eccezionali, mai ai cicli economici come li conosciamo oggi. Se per “sistema economico” si intende “un enorme conglomerato di mercati interdipendenti” (Roll), allora niente di simile esisteva in antico.

Non si tratta di un problema intellettuale, ma istituzionale; e i modelli moderni, applicati all’antichità, ci portano facilmente fuori strada. Ad es., in Grecia e a Roma salari e tassi d’interesse  rimanevano stabili per lunghissimo tempo (salvo eventi esterni come guerre ecc.), sicché parlare di “mercato del lavoro” o “del denaro” è fuorviante. Persino in presenza di un florido settore di prestiti marittimi (che svolgevano anche le funzioni dell’assicurazione), un matematica attuariale non si sviluppò, e nemmeno una statistica, anche se la matematica degli antichi sarebbe stata perfettamente in grado di affrontare il problema: ma non lo fecero.

E poi c’è anche il problema dei dati, che sono quanto mai lacunosi, perché gli antichi non ragionavano in cifre. Eppure gli studiosi moderni continuano a ignorare questi aspetti.

Quanto al concetto di “antichità”, F. lo restringe all’Europa greco-romana, escludendo il VOA (essenzialmente per la sua diversa struttura, templare-palaziale, ed il diverso regime dei terreni, pubblico anziché privato, e per la diversa natura delle terre, alluvionali anziché asciutte. E poi c’è il problema politico- eleutherìa e libertas non sono traducibili né nelle lingue dell’estremo oriente né in quelle del VOAàAnche se qui, mi piacerebbe sapere cosa ne direbbe Sen ). Tra l’altro, la riforma fiscale di Diocleziano fu complicatissima proprio perché teneva conto di situazioni giuridiche ed economiche diversissime nelle varie parti dell’impero.

Insomma, quando si parla di economia antica come se si trattasse di una “singola unità economica” si dice qualcosa di vago e indimostrabile fonti alla mano. Il commercio su vasta scala non escludeva l’esistenza di un’economia “domestica” di autosufficienza, e non esisteva una divisione del lavoro estremizzata, nel senso moderno. F. ritiene comunque che si possa parlare di economia antica, perché negli ultimi secoli il mondo antico era un’ unità (non economica, ma) politica, e perché c’era una struttura comune cultural-psicologica, la cui rilevanza economica F. mette in luce in seguito.

 

La seconda conferenza è dedicata a “Ordini e Status”. Tra gli antichi, il giudizio su ricchezza e povertà era netto e privo di ambiguità: “Beati i poveri” viene da tutt’altra civiltà. Non che non esistessero la carità e la generosità (anche se la parola filantropia nel senso moderno non esisteva), ma la realtà si ritrova piuttosto nelle leggi sui debiti. Un passaggio di Cicerone dal De Officiis (I, 150-151) espone con chiarezza il problema: alcune attività si addicono solo a uomini illiberali e indegni di approvazione: ad es., il commercio su piccola scala (mentre quello su larga scala, purché per l’importazione, andava bene). L’attività veramente liberale è quella agricola, quella del possidente terriero. Le distinzioni sono tre: ordine, status e classe. L’ordine implica differenze giuridiche (patrizi/plebei, i senatori, i cittadini, gli ordini di Solone), lo status (ad es., la nobilitas) no. In Grecia, all’emergere della democrazia, il passaggio dall’ordine allo status fu ancora più netto. La proprietà terriera era solo dei cittadini, mentre il prestito era appannaggio degli stranieri: questo ovviamente comportava gravi inefficienze economiche, ma a nessuno venne mai in mente di rimediarvi.

Il concetto di “classe” (anche nel chiaro senso marxiano, di possesso o relazione con i mezzi di produzione) non è facile da applicare all’antichità: schiavi e liberi salariati da una parte, ricchi senatori o piccoli proprietari terrieri dall’altra, fanno forse parte della stessa classe? C’è poi il pasticcio degli equites, che molti credono esser stati dei capitalisti ante litteram: ma al 90% erano proprietari terrieri, mentre solo pochi erano pubblicani (concessionari di imposte, banchieri ecc.), e non erano affatto una classe a sé né rappresentativi di tutti gli equites. La realtà è che nell’antichità gli aspetti economici, politici e religiosi erano connessi in modo inestricabile (Lukàcs).

I tassi d’interesse furono spesso, e con successo, limitati dalla legge. I prestiti erano diffusissimi e necessari, anche per gli alti costi della politica (da cui anche lo stimolo a depredare le province). L’attività di faeneratores era illiberale in sé, ma come sottoprodotto della carriera politica andava benissimo. L’attività di avvocati e giureconsulti, analogamente, era gratuita e comportava obblighi di tipo non economico. Infine, l’attività commerciale: l’unica compatibile con la liberalitas era l’industria dei mattoni (in quanto strettamente connessa alla proprietà terriera). Nell’antichità, esisteva il gentleman farmer, non il gentleman merchant. Perché? Per ragioni ideologiche. I Romani delle classi superiori avrebbero potuto svolgere attività economiche, ma non volevano perché il loro codice di valori non glielo permetteva. E quando si tratta dell’economia antica, bisogna che nei nostri modelli lasciamo spazio a queste questioni di status.

 

La terza tratta di “Padroni e Schiavi”. Non c’è niente, dice F., che abbia creato più confusioni fra gli studiosi moderni della schiavitù. La figura dello schiavo nell’antichità è diversificata: non esiste solo lo schiavo “bene mobile” (chattel), ma anche gli Iloti a Sparta, o l’istituto del peculium a Roma. Soprattutto è fuorviante la tripartizione schiavi/servi/liberi salariati. Il concetto di lavoro “libero” è complesso e tardo.

Tanto per cominciare, nell’età arcaica e poi nel tardo Impero (dopo il IV secolo d.C.) la schiavitù fu un fenomeno marginale, e in certe zone (come Egitto e Siria) lo fu sempre. Ma nel periodo classico, in Grecia e a Roma, fu centrale: ogni attività economica di una certa portata comprendeva schiavi, e certe attività (come le miniere o il lavoro domestico) erano riservate agli schiavi. I lavoratori liberi erano diffusi ovunque, ma di norma erano lavoratori autonomi (cfr. la distinzione romana tra locatio operis e locatio operarum). Insomma, Grecia e Roma erano società “schiavistiche” proprio come gli Stati del Sud USA (anche se la proporzione di proprietari di schiavi sull’intera popolazione era nell’antichità assai più elevata).

I salari restavano stabili a lungo, né esistevano programmi di sostegno al lavoro (in senso moderno). Non esisteva neppure un concetto di “lavoro” come funzione sociale universale, che abbracciasse tutti gli uomini; il concetto biblico del lavoro come maledizione del genere umano era sconosciuto.

C’è poi il problema dell’efficienza economica della schiavitù. Di solito la si nega, ma le prove non sono univoche. Di fatto, comunque, gli antichi (così come gli schiavisti USA) ci tenevano ai loro schiavi, a prescindere da considerazioni economiche, il che dovrebbe implicare che concetti come crescita economica, progresso tecnico, efficienza non sono “naturali”, non sono sempre stati conosciuti o ricercati.

Come si sa, la schiavitù non fu abolita,, ed era ancora diffusa, ma insomma è evidente che nel IV-V secolo d.C. aveva perso il suo ruolo chiave. Una spiegazione è che, con l’estensione dell’Impero, fossero venute meno le fonti d’approvvigionamento di schiavi. Ma secondo F. non è vero (di fatto l’ampliamento dell’Impero era terminato già nel 14 d.C., mentre l’acquisto di schiavi continuò). La ragione, secondo F., è invece il mutamento della struttura sociale, che ritornava al periodo arcaico (anche grazie alla nascita dell’Impero burocratico e onnipotente), con la distinzione honestiores/humiliores che rimpiazzava quella liberi/schiavi. Di certo il Cristianesimo (che mai chiese l’abolizione della schiavitù) non influì. Influì invece il crescente peso fiscale: i piccoli contadini divennero coloni, non schiavi ma nemmeno liberi; la schiavitù declinò perché la manodopera era già disponibile a sufficienza sotto forma di coloni.

 

La quarta conferenza è su “Proprietari e contadini”. Per i greci e i romani in epoca repubblicana, la tassa sui terreni era il marchio della tirannide. Cionostante, erano i cittadini (gli unici a possedere la terra) che contribuivano ai bisogni dello Stato. Nel tardo impero romano, invece,a  contribuire erano solo le classi inferiori e la classe media (e proprio mediante tasse sulla terra).

Innanzitutto, le dimensioni della proprietà terriera variavano enormemente: da Erode Attico al proprietario di 6 acri; questi ultimi facevano un’agricoltura di mera sussistenza e con grande fatica; nei centri agrari, praticamente la moneta non c’era e si praticava il baratto. Soprattutto, nessuno mai parlò di idee come l’accrescimento della produzione e dello scambio e la circolazione dei capitali: come diceva Catone, “un pater familias deve vendere, non comperare”. Nessuno pensò mai ad economie di scala (e così quando Plinio il giovane vuole comperare un terreno sito accanto ai suoi, a tutto pensa – inclusa la bellezza della veduta - meno che alle economie di scala). Quello dell’ absentee landlord era un sistema economico tradizionalistico: anche l’affitto decennale era un istituto abbastanza sfavorevole ad ogni innovazione tecnologica e ad aumenti di produttività (dato che all’affittuario ovviamente mancava qualsiasi incentivo in tal senso). Insomma, nessuno ci pensò mai: non si varcò mai la soglia oltre cui la proprietà terriera si sarebbe trasformata in vera e propria impresa.

Le uniche forme di impiego del denaro ammesse per i ceti ricchi erano: terra, prestiti a breve con interesse e casseforti.  Nessuno mai neppure sviluppò il concetto di ammortamento. Nemmeno esisteva un vero mercato immobiliare, tanto che non esistevano agenti immobiliari. Insomma, si comperavano terre non per ragioni economiche (benché gli immobili fossero un “buon investimento”), ma per ragioni ideologiche (la terra è “naturale” e il suo possesso è “morale”).

 

La quinta lezione è su “Città e campagna”. Gli antichi elogiavano la campagna e consideravano le città come il fondamento della civiltà. Ma, come notò Max Weber, le città antiche erano fondamentalmente centri di consumo, parassitiche, e si basavano (anche per le difficoltà di trasporto su strada: in pratica, gli unici trasporti affidabili erano per via d’acqua) su 4 risorse: 1) la produzione agricola locale, 2) la presenza di risorse speciali (miniere di argento e altri metalli), 3) commercio e turismo e 4) entrate da rendite, tasse, bottino, tributi, doni ecc. L’apporto dell’industria era del tutto trascurabile. Questo vale anche per il famoso passo di Senofonte (Ciropedia VIII.2.5) sulla divisione del lavoro nelle attività industriali cittadine (in pratica, non esisteva alcuna elasticità della domanda e la produzione non si poteva ampliare).

Inoltre, non esistevano moneta fiduciaria né titoli di credito: l’unica moneta era quella metallica- e sovente scarseggiava. Non esisteva neppure un debito pubblico.

In Grecia, non esistevano neppure esempi attestati di attività creditizia (a Roma, invece, sì: c’erano i faeneratores). A Roma non esistevano società commerciali (benché, ad altri fini, le società fossero conosciute). Tutto ciò dimostra che il problema non era di mezzi, ma di mentalità: la mentalità era acquisitiva, non produttiva. Gli unici ceti che nell’antichità avrebbero potuto (essendo liberi dai vincoli morali e ideologici delle élites) sviluppare il capitalismo – cioè i meteci, i liberti, gli schiavi – non possedevano i mezzi necessari; le classi superiori viceversa, che i mezzi li avevano, non ne avevano la volontà. E questa è anche la ragione per cui non vi furono innovazioni tecnologiche, che pure erano alla portata degli antichi. “Progresso tecnico, crescita economica, produttività, persino efficienza, non sono stati scopi significativi” fino a tempi recenti.

 

L’ultima conferenza è dedicata a “Stato ed Economia”. In origine le liturgie (incarichi piuttosto onerosi, attribuiti annualmente a vari cittadini) erano onorifiche e anche assai ambite, ma nel tardo Impero romano divennero obbligatorie. Servivano a pagare le spese pubbliche, con le tasche dei ricchi. Ma nel tardo Impero, i più ricchi vennero esentati, a differenza dei coloni e della classe possidente provinciale.

In antico, come si sa, la potestà dello Stato era assoluta, non esistevano diritti inalienabili. Ecco perché, se non ci fu “intervento dello Stato nell’economia”, ciò non avvenne certo per via dell’esistenza di una dottrina di laissez faire (anche perché non esisteva nemmeno il concetto di “economia”, né una scienza economica). Le decisioni politiche non venivano prese per ragioni economiche (v. l’azione romana contro Rodi) e le loro conseguenze economiche erano del tutto trascurate. Si pensi alla questione del divieto agli stranieri di possedere terreni: le (gravi) conseguenze economiche del divieto non interessavano nessuno. Quanto alle guerre: nel periodo arcaico, erano spesso razzie; ma successivamente, l’elemento economico divenne sempre meno rilevante; né esistono esempi di “guerre commerciali” come quella anglo-olandese.

L’intervento dello Stato nell’economia fu scarsissimo, né cambiò di natura passando dalle piccole città-Stato al grande Impero romano. Ciò che importava non era lo sviluppo commerciale, ma la soddisfazione dei bisogni materiali impellenti. Col tardo Impero romano (ad es. la trasformazione della Sicilia nel granaio di Roma e dell’esercito) si creò un vero e proprio complesso militar-industriale i cui effetti furono perniciosi (esclusione del settore privato dal vasto settore delle forniture militari, ritiro delle classi alte nell’auto-produzione, e conseguente riduzione nella produzione totale). Al riguardo, è significativo l’atteggiamento verso gli stranieri e la questione della reciprocità nella condizione giuridica. I Romani ci arrivarono lentamente, prima con trattati, poi direttamente con leggi imposte unilateralmente; i Greci, con trattati;ma ad Atene, che aveva un enorme bisogno dei mercanti stranieri, si garantì con legge ai mercanti stranieri pari accesso alla giustizia senza richiedere alcuna reciprocità (e Senofonte arrivò a proporre di concedere ad essi anche la proprietà terriera).

Le tasse venivano applicate senza alcun interesse per i loro effetti economici; le esenzioni erano concesse per scopi onorifici (come l’attribuzione di un seggio a teatro alle personalità illustri) e i Romani non fecero nulla di meglio, anzi (la struttura fiscale era regressiva, e lo fu sempre più).

Il mondo antico affrettò la sua fine grazie alla sua struttura sociale e politica, al suo sistema di valori profondamente <<embedded>> e istituzionalizzato e, sotto a tutto ciò, all’organizzazione e allo sfruttamento delle sue forze produttive. Questa, se proprio si vuole, è una spiegazione economica della fine del mondo antico”.

 

(Luca Simonetti)

Commenti

Luca, di quanta popolazione stiamo parlando, più o meno?

B.B. | October 26, 2006 4:08 PM

Mannaggia, BB, se me lo chiedevi ieri... Adesso non ho Finley sottomano. Ma la popolazione dell'impero romano era comunque molto ridotta se la giudichi in base agli standard odierni. Per dire, l'esercito di Luigi XIV da solo era più grande di tutte le legioni di Roma all'apogeo della sua potenza militare.

KK | October 26, 2006 4:17 PM

E come avrei fatto a chiedertelo ieri se il post l'hai messo oggi??

Comunque va bene anche l'esempio che mi hai fatto...con una popolazione così ridotta si capiscono meglio molte cose.

B.B. | October 26, 2006 4:21 PM

:-) Giusto, non hai mica la palla di vetro.

Quali cose si capiscono meglio?

KK | October 26, 2006 4:28 PM

Ah! temo di no, BB. (ma sto solo cercando di 'indovinare' quel che intendi).
Quel che conta veramente è che, secondo Finley, "la mia giustificazione nel parlare di "economia antica" sta ... nel framework (non so tradurre questa parola) culturale-psychologico". Pochi o tanti, si tratta dell'intero framework cultural-psychological, cioè di una totalità, una cosa che NON è 'tanta','piccola' o 'grande' (è proprio questo il punto: quelli non ragionavano in termini di 'quanti') ma 'TUTTA'. Il problema della prima conferenza ("ma che è l'economia antica?") sta proprio in questo: c'è una totalità.

Francesca | October 26, 2006 4:31 PM

Aiuto! mi sa che non si capisce niente! Ti prego BB dimmi se ti è chiaro...

Francesca | October 26, 2006 4:33 PM

ho dimenticato l'aggettivo essenziale:
common cultural-psychological framework.

Francesca | October 26, 2006 4:34 PM

Ci credo che "cerchi" di indovinare quello che intendo, da come ho scritto sembrerebbe che non lo sappia neppure io, quello che intendo e non è detto che non sia così :-)
Credo di aver capito questo di quel che hai scritto, Francesca: che ho messo la mia attenzione su un dettaglio (la quantità di popolazione) che ai fini del discorso è irrilevante? Nella mia totale ignoranza in materia, pensavo che determinati "meccanismi" economici siano possibili in una società con popolazione ridotta, impossibili in una società con una popolazione ben più numerosa. Se sto dicendo immonde cazzate abbiate pietà :-)

B.B. | October 26, 2006 4:43 PM

"common cultural-psychological framework"--> io lo traduco con "comune struttura cultural-psicologica".

KK | October 26, 2006 4:48 PM

Non sono affatto cazzate(1). In ogni caso non è che certi meccanismi econ. nascono perchè aumenta la popolazione ma piuttosto il CONTRARIO, con un sacco di cicli in cui una cosa influenza l'altra.

Il tema è: i fenomeni economici esistono in antico (si scambia, si compra, si usa moneta, si vende, si importa e si esporta ect), ma non esiste una economia intesa come sfera 'autonoma' di riflessione su questi fenomeni, non più di quanto la 'fisica' fosse 'autonoma' dalla metafisica e questa dalla religione. (uso i termini in modo piuttosto elastico). Dunque almeno due interessanti questioni:
1)come si 'regolavano' i fenomeni economici, e soprattutto:
2)che ne è della relazione "le istituzioni e le forme sociali stanno all'economia come la sovrastruttura all'infrastruttura"?

Francesca | October 26, 2006 4:56 PM

Da quel che ha scritto KK pare evidente che lo Stato, meglio il potere forse, non intervenisse affatto in problematiche "economiche", non tanto per una "politica" di lasciar che l'economia si autoregolamentasse, quanto perchè le ragioni "economiche" eran tenute ben distinte da quelle "politiche", e tra l'altro considerate ben poco. Cosa intendi dire esattamente quando poni la questione di come si "regolavano" i fenomeni economici? E poi ho un'altra domanda da grande ignorante: quando si può dire che nasca lo studio dell'economia, l'economia come scienza?

B.B. | October 26, 2006 5:10 PM

No, BB, sono stato poco chiaro: secondo Finley non solo non esisteva una dottrina di "non interventismo" dello stato nell'economia, ma non esisteva proprio una riflessione economica in quanto tale (cioè distinta da tutto il resto, politica-religione-ideologia ecc.). Cioè non è mai esistita una decisione "politica" presa per ragioni che oggi definiremmo "economiche". Persino in materia fiscale, nessuno si chiedeva mai quali potessero essere le conseguenze economiche.

KK | October 26, 2006 5:17 PM

Sì, son stata poco chiara io, quando ho scritto "considerate ben poco" intendevo dire quello che hai appena scritto.

B.B. | October 26, 2006 5:34 PM

Le "ragioni" (nel senso di 'ratio') economiche proprio non erano tali, erano completamente indistinte nella totalità.

Per esempio: ricco/povero, come libero/schiavo, non erano distinzioni 'economiche' ma di status. (Un libero possedeva schiavi: dunque un libero non era tale in nome della libertà ma in quanto occupante un certo posto nella steruttura di status). Un ricco libero non diventava tale perchè la libertà significasse libertà di intrapresa economica (che era attività di stranieri, donne e schiavi), ma perchè in quanto libero poteva accedere alle cariche politiche e servirsi di quelle per estrarre ricchezza). La 'regolazione' del rapporto ricco/povero nella democrazia ateniese era affidata al "lithurgy-system": i ricchi, per esempio gli ediles romani, erano gli impresari dei ludi... produttori di BENI DI RELAZIONE..
(vedi dove astutamente si vuole andare a parare....:))).
KK dovrà parlarti di questo lithurgy-system..(purtroppo non posso farlo perchè devo andare).

Francesca | October 26, 2006 5:34 PM

Ma questo non interventismo sarebbe un bene o un male? Keynes che ha fatto tanto per l'economia (un po' più di Finley, forse) diceva che nel lungo periodo saremo tutti morti e quindi poche chiacchiere, caro Stato, intervieni e aggiusta ciò che il mercato non è in grado di aggiustare. Forse aveva ragione. Ma non so se sto andando fuori tema. In ogni caso, devo andare via, adesso. Ma domani torno a leggervi...

PS
Una volta BB mi teneva più in considerazione... :-)

Alberto | October 26, 2006 5:39 PM

E quanto alla seconda domanda. Usiamo per il momento l'analogia di prima: quando la 'fisica' è diventata scienza? o la 'medicina'? Precisamente quando è diventata AUTONOMA dalla totalità ideologico-religiosa. Quando è diventata LAICA nel senso di un processo di indagine aperto, in rapporto critico con la totalità. Ed ecco un altro suggerimento:
Quando vogliamo che l'"economia" ritorni ad essere 'embedded', che cosa stiamo veramente chiedendo? VOGLIAMO veramente, CONSAPEVOLMENTE, quel che chiediamo? :))

Allez. devo salvarmi! Ciao!

Francesca | October 26, 2006 5:40 PM

Alberto, non è né un bene né un male, è una constatazione. Lo stato antico era interventista eccome (infatti, come ricorda Finley, la pur considerevole "libertà" degli antichi non implicava l'esistenza di diritti inalienabili) solo che non prendeva decisioni "economiche" come parrebbe ovvio fare agli stati moderni più sprovveduti. Finley ce l'ha, tra l'altro, proprio con quegli storici che pretendevano di applicare gli schemi moderni (laissez-faire, ecc.) al mondo antico.
Ma il velen dell'argomento, per un marxista come te, sta da tutt'altra parte... (per non parlare di un fan di Cassano, ma qui è forse meglio applicare il saggio motto di Menelao nella Belle Hélène di Offenbach: "n'anticipons pas" :-))

KK | October 26, 2006 5:59 PM

cosa mai si sta approntando?

...

addb | October 26, 2006 6:20 PM

Quel che vedi, addb: una serie di post sull'economia antica e su come dallo studio dell'economia antica possiamo trarre insegnamenti per certe posizioni POLITICHE attuali.
E si tratta di questioni che hanno molto da dirci anche su questioni architettonico-urbanistiche, su dove va il Mediterraneo, su dove va l'Europa...

KK | October 26, 2006 6:33 PM

Io le avrei affrontate una per volta le sette lezioni.
Così, tutte insieme, si fatica a tenere nelle dita tutte i fili.

Colpisce, ad esempio, la speculare somiglianza tra la moralità della proprietà fondiaria romana e l'immoralità della ricchezza di cui si è parlato qualche giorno fa.

Ma è solo uno pezzeto della questione.

Si tratta di capire, in sostanza, che decidere se mettere l'aliquota al 45% sopra 8 grulioni di euro l'anno ha effetti che sappiamo (entro una certa misura a me sconosciuta) prevedibili.
Che le scelte vanno fatte DOPO aver calcolato tali effetti e non prima o a prescindere.

Io non lo so se essere favorevole o contrario al 45 o 48 o 72 % perchè nessuno mi fornisce i numeri (e questo sarebbe il meno), altri si lanciano in prese di posizione attribuendo la scelta a esigenze etiche paragonabile a "la proprietà fondiaria è morale".

Insomma, ora l'economia (intesa nel senso meglio descritto sopra) abbiamo la fortuna di possederla, porca zozza, usiamola.

colico | October 26, 2006 11:04 PM

Avevo dimenticato il chiarimento sulle liturgìe greche. Erano prestazioni (personali e/o patrimoniali) assunte, più o meno volontariamente, dai cittadini abbienti, e che potevano riguardare sia attività attinenti alla sfera religioso-cultuale (organizzazione di banchetti per festività, oppure l'organizzazione dei cori nel corso della recita delle tragedie), sia militare (armamento delle triremi, allevamento di cavalli da guerra), e molto altro ancora. In un sistema come quello delle poleis greche, dove imposte sul reddito o sulla terra non esistevano (se non in casi eccezionali, in tempo di guerra per es.), le liturgie erano l'unico strumento col quale lo stato si potesse sostenere e allostesso tempo si realizzasse una sia pur minima redistribuzione a favore dei ceti meno abbienti.

KK | October 27, 2006 9:42 AM

Colico ha detto una cosa che non ho osato dire io ieri: forse era il caso di approcciare la cosa per gradi. Ma non importa. Forse posso tentate di scrivere le cinque principali conseguenze 'sintetiche' della discussione di F. (mi ci vorrà qualche commento). Ma intanto, poichè ci importa molto Alberto, premetto una cosa che trovo importantissima:

Il lavoro di Finley e di altri, e la più o meno contemporanea pubblicazione dei Frammenti di Marx di cui KK ha dato un resoconto nel post precedente, ha dato vita ad un vivacissimo e ricchissimo 'dibbbattito' nella seconda metà degli anni '70, che è - nella mia opinione - l'ULTIMO in cui la fecondità del "marxismo", inteso come rapporto critico alla storia, si è manifestato pienamente. Finley o Polanyi NON erano marxisti, ma hanno ingaggiato il marxismo, lo 'hanno preso sul serio', lo hanno applicato, se vogliamo, in modo profondo. Ma in quel dibbbattito, a fronte della fecondità dell'analisi marxista, era già evidente la sclerotizzazione dei marx*isti*, o della 'marxistologia'. Da li in avanti i 'movimenti' hanno conseguito la loro rivolta ANTI-marxista, e la sinistra è diventata rifondazione edonistica della cultura, "una risata vi seppellirà", eccetera, e da li vengono - secondo me - i Serge Latouche, le décrescite e la condanna MORALISTICA, clericale, mitologica, piangente, espiatoria (un gran pentimento vi seppellirà) e in definitiva 'fascista' del capitalismo. Non c'è solo il marxismo che sia anti-capitalista.

Francesca | October 27, 2006 10:35 AM

Ecco quelle che io ritengo le cinque conclusioni del lavoro di F. e di molti altri:

PRIMO:La cosa più importante sulla preponderanza dello 'status' nell'economia antica fu il modo in cui esso agì come un freno allo sviluppo dei mercari della terra, del lavoro e dei capitali, e conseguentemente della tecnologia e del commercio. Questo è importante perchè questo appare OGGI alla 'sinistra' un obiettivo.

Francesca | October 27, 2006 10:39 AM

SECONDO: il trionfo del citizen status limitò severamente le opportunità dei ricchi di persuadere i cittadini poveri a fornire lavoro e, in assenza di 'mercati' del lavoro per le ragioni nel primo punto, questo significò "the advance hand in hand of freedom and slavery".

Francesca | October 27, 2006 10:42 AM

TERZO: il concern dei cittadini per lo status spinde le attività economiche, anche quelle profittevoli, ai margini della società: stranieri, donne e schiavi, o comunque gente 'spregevole', furono preminenti nella finanza e nel commercio.

Francesca | October 27, 2006 10:44 AM

QUARTO: la struttura per status è intrinsecamente NON-egualitaria. La ricchezza era un indice di status, ed essa era perseguita attraverso canali politici piuttosto che quello che oggi chimeremmo 'imprese economiche'. Un generale romano vittorioso o un console uscito di carica si vedeva assegnare il governo di una provincia dalla quale estraeva rendite attraverso tassazioni e tributi che non avevano nulla a che fare con la 'politica fiscale' dell'impero ma con lo status, non solo del proconsole, ma dell'impero stesso rispetto alla provincia, dei cittadini romani rispetto agli autocononi, ect

Francesca | October 27, 2006 10:48 AM

QUINTO: La necessità di spingere lo sfruttamento FUORI dalla comnità dei cittadini e la preferenza per le soluzioni politiche potrebbe aver dato alle società antiche un motivo socioeconomico ('economico' indistinto da 'socioì') particolarmente potente per la guerra e l'imperialismo. La guerra era una componente strutturale del sistema di 'status'.

Francesca | October 27, 2006 10:51 AM

Dunque il punto è: è possibilissimo immaginare un sistema nel quale l'economia sia 'embedded' in un vasto framework cultural-psychological in cui dominino le considerazioni extra-economiche. STORICAMENTE questo è avvenuto ed è stata effettivamente la condizione dominante (nel 'mediterraneo') per secoli.

Ma NON è detto che questo sia ipso facto un 'umanesimo', un vagabondaggio di ozio creativo, un contemplare il mare, una risata vi seppellirà. E' perfettamente compatibile con la schiavaggio, la distruzione dell'"ambiente", lo sfruttamento, l'"assolutizzazione del relativo" (whatever that means), il potere dei sacerdoti, la guerra, eccetera.

La domanda è: è questo solo un accidente della storia, o è possibile immaginare un 'freno dei mercati e del trade' o l'embedding dell'economia in un framework 'culturale' SENZA quegli effetti, chiamiamoli 'collaterali'?

Francesca | October 27, 2006 11:01 AM

Quel che dite è sicuramente giusto (è un libro difficile, e per capirlo davvero ho dovuto rileggerlo due volte), ma si tratta di un'opera dove i temi tornano ciclicamente e si approfondiscono via via. Insomma, non è facile suddividere i temi, perché si tengono tutti reciprocamente.
I cinque punti di Francesca, in ogni caso, mi sembra che riassumano molto bene il significato del libro, o meglio, gli "insegnamenti" che possiamo trarne noi oggi.

KK-->Colico e Francesca | October 27, 2006 11:07 AM

Forse c'è anche un'altra domanda: si può davvero "tornare" ad un'economia embedded come quella descritta da Finley *democraticamente*, visto che, checché ne dicano alcune parti della sinistra (e della destra) europee, i vantaggi dell' economia moderna (non embedded) sono evidenti, e in particolare evidenti a coloro che, nel c.d. Terzo Mondo, devono ancora in gran parte ottenerli?

KK | October 27, 2006 11:12 AM

Vorrei poter utilizzare questo tuo intervento in un ipertesto dedicato alla storia della Grecia e alla storia romana
www.homolaicus.com/storia/antica/grecia/grecia_classica/
www.homolaicus.com/storia/antica/roma/
Il sito è didattico e si rivolge a docenti e studenti
grazie e cordiali saluti
eg.

Enrico Galavotti | December 1, 2006 11:32 AM

Grazie. Fai pure.
Cercherò di venirvi a trovare.

KK | December 1, 2006 3:32 PM

Mi intrometto nel vostro dibattito, perchè lo trovo eccezionale!
Su Finley e Polanyi, dico che infondo hanno sviluppato delle affermazioni implicite già in Marx ed Engels, i quali affermavano che la logica del profitto (cioè economica, in un'accezione comune...) non era mai stata totalizzante nelle società precapitalistiche, ma lo era invece divenuta in quelle capitalistiche! Non ricordo bene dove ma nel Manifesto Marx dice più o meno: La borghesia ha distrutto la "poesia" della vita sociale come era esistita fino ad allora, sostiutendo i rapporti basati sull'amicizia personale, cavallereschi, di vassallaggio, ecc. del passato con rapporti guidati da un mero calcolo economico delle convenienze!
Il che significa per me - e qui lo dico "alla Finley e Polanyi" - che la logica economica del profitto, seppure esisteva, era cmq prima della società propriamente borghese sempre inscritta in un più vasto ambito di rapporti sociali e inquadrata in un'organizzazione sociale più vasta, che la condizionava - più forse che esserne condizionata!

Ma - e qui torno marxista - mi pare che l'affermazione di Finley e Polanyi della preminenza del sociale sull'economico sia valida solo a partire da un'identificazione dell'economia con i mercati e col profitto commeciale, che in realtà è decisamente discutibile! Anche la produzione agricola e l'organizzazione patriarcale della società (feudale!?...) è una forma di organizzazione economica e sociale.
In altri termini, non ha senso contrapporre società e economia, perchè sono una cosa SOLA. Esistono una società e un'economia orientata (magari solo prevalentemente) in senso agricolo e verso l'autoconsumo, così come - tra le altre... - una orientata (magari solo prevalentemente) verso la produzione industriale e verso le logiche di mercato (quindi capitalistica).
Non so se ho reso l'idea di quel che desideravo dire, ma ci ho provato.

Economia e società vanno SEMPRE di pari passo, non sono due cose contrapposte, questo io rimprovero a Finley, anche se apprezzo lo sforzo di delineare i caratteri peculiari dell'economia antica - in contrapposizione a quella moderna, capitalistica e borghese.

Ciao a Tutti
Adriano

Adriano | December 2, 2006 1:41 AM

Non so da dove cominciare...
Prendiamo questa affermazione:

"La borghesia ha distrutto la "poesia" della vita sociale come era esistita fino ad allora, sostiutendo i rapporti basati sull'amicizia personale, cavallereschi, di vassallaggio, ecc. del passato con rapporti guidati da un mero calcolo economico delle convenienze!"

Questa è la 'critica' REAZIONARIA della borghesia, 'reazionaria' nel senso che ha in Marx l'aggettivo... E' una posizione anti-capitalistica e anti-borghese, ma è la posizione prima romantica e poi fascista (e in parte clericale) nella critica anti-borghese.

E sono anche curiosa del tuo 'rimprovero' a Finley, che sarebbe la separazione di società ed economia. Questo è sorprendente perché la sua indagine è esattamente il contrario.

Ma forse non ti ho capito (?).

Francesca | December 4, 2006 10:12 AM

OK cerco di spiegarmi, ma sarà difficile: peraltro spiego il mio punto di vista, non escludo di aver frainteso Marx e Polanyi e Finley! Anzi, scrivo anche e soprattutto per avere dei ragguagli!

SUl primo punto, cercherò il punto esatto del manifesto in cui Marx dice +/- questo (cioè la citazione incriminata!), per dimostrare che non è una mia"invenzione"!
Il fatto che anche il fascismo abbia detto cose simili, cioè che - sulla scia della cultura nostalgica del Romanticismo - abbia coltivato il rimpianto dei "tempi andati", non implica che - su un piano di razionalità scientifica, non sentimentale e strumentale - anche Marx non possa avere fatto osservazioni simili. L'affermazione da me "citata" nel precedente post, Marx la fa per sottolineare apunto la distanza tra la società capitalista, in cui la borghesia si appropria sempre più dei mezzi produttivi (elisione della piccola proprietà indipendente, proletarizzazione del mondo del lavoro...), e quella precedente, in cui vigeva un tipo di organizzazione ingenua, nella quale la produzione era in gran parte familiare, orientata alla sussistenza e cmq non così condizionata da fattori di mercato quali la concorrenza economica, la logica del profitto commerciale, ecc. (e da ciò che essi comportano, overo la borghesizzazione della società)
Questi due tipi di società si contrappongono anche (e soprattutto) perchè nell'una il calcolo economico (=ottimizzazione della produzione, investimenti sempre più mirati, ecc.---> vedi Weber e la razionalità d'impresa) ha un ruolo sempre più preminente, nell'altra invece (seppure un tale fattore esiste) NO! [Pensa alle corporazioni medievali: erano associazioni cittadine volte a mitigare l'effetto della concorrenza di mercato, nate per difendere gli interessi dei loro aderenti, inibendo con leggi protezioniste la nascita di nuovi (potenziali) concorrenti di mercato].
Anche le ideologie regressive e reazionarie rimpiangono e promuovono un'economia protetta, e infatti Polanyi sostiene che il fascismo attecchisce proprio in regimi di concorrenza esasperata e di esasperata precarietà sociale!!!!!!!! Ma il fatto che il fascismo strumentalizzi (o cmq riprenda) queste idee e queste constatazioni, non significa che esse non siano state fatte anche da Marx e da tanti altri - ex, appunto, i pensatori romantici!

Spero di avere chiarito questo aspetto del mio precedente post...

Sul secondo punto.... nel prossimo post!!

Adriano | December 4, 2006 12:38 PM

Sul secondo punto! Finley integra tra loro economia e società, ma dopo averle Separate!!!!!!! Questo per Marx è inaccettabile!!!
Cioè Polanyi dice: tutto ciò che è commercio, capitale privato, accumulazione di ricchezza è economia; ciò che è struttura sociale (istituzioni, convenzioni, ideologie sociali...) è società! Poi integra i due poli: in antico la società influenzava e limitava l'economia , oggi invece è l'economia a influenzare la società (--->i mercati non sono più embedded e devastano l'organizzazione sociale... piegandola ai propri fini)
Per Marx la società (ovvero, le famose sovrastruttre) e l'economia (struttura economica di base) sono due facce di una medesima medaglia: l'una rimanda all'altra indissolubilmente, generandola e essendone generata.
Allora - direbbe secondo me Marx a Polanyi - tu sbagli nel vedere la società precapitalista come società, e la società capitalista e di mecato come economia! In realtà esistono società senza mercati (o all'interno di cui i mercati sono una parte più o meno grande), e società capitaliste e di mercato.
Nelle società precapitaliste l'organizzazione economica si basa su rapporti personalistici/paternalistici, anzichè sul mero calcolo economico e sulla razionalità d'impresa (Weber), in quelle capitalistiche invece i rapporti sono sempre più impersonali elastici e funzionali alle necessità di trasformazione d'impresa(vedi il passaggio da schiavismo e servaggio, a lavoro libero e salariato: proletarizzazione!!!!!!!)
Ma il prezzo di questa rasformazione capitalistica sta nel fatto che non vi siano più certezze per i membri della società, lo "schiavo" industriale potrà essere licenziato, anzichè essere mantenuto dal padrone anche in condizioni difficili. Tutto diviene precario (e non a caso la globalizzazione crea oggi, competizione e precarietà sociale).
Questo aspetto di precarieà distrugge le precendeti strutture sociali, e QUI si colloca appunto il senso di quella citazione (...a memoria e inaffidabile) da me fatta all'inizio del mio primo post!

Ma per tornare a Polanyi e Finley, la loro posizione è quella di isolare una forma particolare di organizzazione sociale e economica (DUE COSE CHE SONO UNA!) e chiamarla "economia", definendo "società" tutto il resto: questa è la critica a Polanyi e Finley fatta dauna Marxista, quale io sono o credo di essere, che ha 'capito' Marx....

Saluti
Dimmi se mi hai capito, cioè se sono stato abbastanza chiaro.

Adriano


PS in ogni caspo la grandezza di P. e F. è stata la caratterizzazione a livello analitico - ben oltre Marx - della struttura comune delle società precapitaliste, e questo NON è certo poco....

Adriano | December 4, 2006 1:08 PM

Sul secondo punto! Finley integra tra loro economia e società, ma dopo averle Separate!!!!!!! Questo per Marx è inaccettabile!!!
Cioè Polanyi dice: tutto ciò che è commercio, capitale privato, accumulazione di ricchezza è economia; ciò che è struttura sociale (istituzioni, convenzioni, ideologie sociali...) è società! Poi integra i due poli: in antico la società influenzava e limitava l'economia , oggi invece è l'economia a influenzare la società (--->i mercati non sono più embedded e devastano l'organizzazione sociale... piegandola ai propri fini)
Per Marx la società (ovvero, le famose sovrastruttre) e l'economia (struttura economica di base) sono due facce di una medesima medaglia: l'una rimanda all'altra indissolubilmente, generandola e essendone generata.
Allora - direbbe secondo me Marx a Polanyi - tu sbagli nel vedere la società precapitalista come società, e la società capitalista e di mecato come economia! In realtà esistono società senza mercati (o all'interno di cui i mercati sono una parte più o meno grande), e società capitaliste e di mercato.
Nelle società precapitaliste l'organizzazione economica si basa su rapporti personalistici/paternalistici, anzichè sul mero calcolo economico e sulla razionalità d'impresa (Weber), in quelle capitalistiche invece i rapporti sono sempre più impersonali elastici e funzionali alle necessità di trasformazione d'impresa(vedi il passaggio da schiavismo e servaggio, a lavoro libero e salariato: proletarizzazione!!!!!!!)
Ma il prezzo di questa rasformazione capitalistica sta nel fatto che non vi siano più certezze per i membri della società, lo "schiavo" industriale potrà essere licenziato, anzichè essere mantenuto dal padrone anche in condizioni difficili. Tutto diviene precario (e non a caso la globalizzazione crea oggi, competizione e precarietà sociale).
Questo aspetto di precarieà distrugge le precendeti strutture sociali, e QUI si colloca appunto il senso di quella citazione (...a memoria e inaffidabile) da me fatta all'inizio del mio primo post!

Ma per tornare a Polanyi e Finley, la loro posizione è quella di isolare una forma particolare di organizzazione sociale e economica (DUE COSE CHE SONO UNA!) e chiamarla "economia", definendo "società" tutto il resto: questa è la critica a Polanyi e Finley fatta dauna Marxista, quale io sono o credo di essere, che ha 'capito' Marx....

Saluti
Dimmi se mi hai capito, cioè se sono stato abbastanza chiaro.

Adriano


PS in ogni caspo la grandezza di P. e F. è stata una caratterizzazione precisa e analitica - ben oltre ciò che avevano concretamente fatto Marx e Engels - della struttura delle società precapitaliste: e questo non è certo poco....

Adriano | December 4, 2006 1:09 PM

Il passo che dici nel Manifesto, Adriano, è questo:
"Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliche. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l'uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo "pagamento in contanti". Ha affogato nell'acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell'esaltazione devota, dell'entusiasmo cavalleresco, della malinconia filistea. Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli. In una parola: ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d'illusioni religiose e politiche."

Come vedi, Marx e Engels NON parlano di "poesia" (una cosa contro la quale non avevano alcuna obiezione, com'è noto) ma di illusioni sentimentali che mascheravano la realtà: è anche per questo che il capitalismo e la borghesia sono eventi rivoluzionari, per M-E. Del resto non è un caso che accenti molto simili, per es. sul passaggio dall'"ospitalità" antica al servizio alberghiero mdoerno, si trovi in un testo di uno studioso borghese come Rudolf von Jhering.

KK | December 4, 2006 1:29 PM

Tu scrivi: "Sul secondo punto! Finley integra tra loro economia e società, ma dopo averle Separate!!!!!!! Questo per Marx è inaccettabile!!!
Cioè Polanyi dice: tutto ciò che è commercio, capitale privato, accumulazione di ricchezza è economia; ciò che è struttura sociale (istituzioni, convenzioni, ideologie sociali...) è società! Poi integra i due poli: in antico la società influenzava e limitava l'economia , oggi invece è l'economia a influenzare la società (--->i mercati non sono più embedded e devastano l'organizzazione sociale... piegandola ai propri fini)
Per Marx la società (ovvero, le famose sovrastruttre) e l'economia (struttura economica di base) sono due facce di una medesima medaglia: l'una rimanda all'altra indissolubilmente, generandola e essendone generata.
Allora - direbbe secondo me Marx a Polanyi - tu sbagli nel vedere la società precapitalista come società, e la società capitalista e di mecato come economia! In realtà esistono società senza mercati (o all'interno di cui i mercati sono una parte più o meno grande), e società capitaliste e di mercato."
Sinceramente, io non vedo questa distinzione. A me pare al contrario che la ricerca di Finley sia assolutamente marxista, solo che giunge ai suoi risultati in base all'analisi della società antica che non risponde, forse, alle teorie di Marx. Nelle società antiche l'economia e gli altri aspetti della società (religione, diritto, politica, cultura ecc.) sono strettamente connessi - l'economia è "embedded"-, vale a dire che, in un certo senso, è l'economia ad essere influenzata da (quella che nelle società successive, per Marx, diventerà) la sovrastruttura, e non viceversa. Il che tra l'altro ha impedito il progresso tecnico e lo "sviluppo".
In ogni caso, NON distinguere tra economia e "società", come dici tu, mi sembra davvero incompatibile col marxismo. Già individuare il nesso marxiano tra struttura e sovrastruttura implica una distinzione, no?

KK-->Adriano | December 4, 2006 2:46 PM

Adriano,

devo rinunciare, hélas, a discuterne oggi. Ma vale la pena tentare di farlo, insomma ho voglia di farlo, perché mi pare che ci sia un pasticcio horrible di cui certamente TU non sei responsabile, ma che è - methinks - al cuore di una certa regressione abbastanza preoccupante della 'cultura' di sinistra nell'Europa continentale (in Francia senza dubbio).

A presto, spero. Saluti F.

Francesca | December 4, 2006 2:52 PM

Grazie per i vostri preziosi consigli, cercherò di studiare il tutto e di essere all'altezza del dibattito/dialogo!
Adriano

Anonymous | December 4, 2006 4:43 PM

Per ciò che riguarda la "poesia" della storia, con tale espressione intendevo appunto il fatto che prima dell'avvento della borghesia i valori imperanti NON erano quelli del profitto e del calcolo economico, bensì valori (per quanto sovrastrutturali e quindi "camuffatori") di carattere sentimentale e, in certo modo, cavllereschi - mi sembra che paternalistici vada bene per definirli! E poi era una citazione a senso più che a memoria. In ogni caso hai fatto bene a citare il testo, così non devo cercarlo io!(:-))

Sul rapporto strutture e sovrastrutture: Marx dice che - in sostanza - il modo in cui l'uomo si organizza economicamente si riflette nel modo in cui organizza giuridicamente e a livello valoriale la propria società! D'altronde, essendo la società sempre basata su classi + o - meno contrapposte, i valori "ufficiali" sono quelli che favoriscono le classi e i ceti alti, o quelli che in ogni caso traggono beneficio dall'organizzazione sociale e economica vigente.
Quindi Marx fa risalire tutto ciò che è società (aspetti economici, politici, giuridici, valori...) all'economia, pur non escludendo che la stessa organizzazione sociale, intesa come "sovrastruttura", influenzi la sfera economica.
E qui arriviamo a Polanyi! P. e F. - come Weber - sottolineano il ruolo delle cosiddette sovrastrutte nel condizionare le strutture economiche, e in genere la loro importanza per la società nel complesso, in tutti i suoi aspetti - anche in quelli economici. Con ciò ridimensionano il PESO dell'economia attribuito da Marx per la formazione della società....

In quest'ottica Polanyi è marxista critico, perché mostra che le sovrastrutture hanno un peso che le rende "strutture" a loro volta - e ciò soprattutto nel mondo antico, in cui le strutture economiche (sia commerciali, sia in genere produttive...) erano ancora molto estremamente deboli, soprattutto se paragonate a quelle di oggi (dopo la rivol. industr., capitalismo...)

Dunqeue P. è marxista senza esserlo fino in fondo, coma del resto molti sociologi moderni (a partire da Weber!)

In ogni caso, insisto, secondo Marx l'orgaizzazione sociale è - più o meno direttamente - SEMPRE l'espressione dell'organizzazione economica.
E laddove l'organizzazione economica è ancora semplice, si crea - proprio in conseguenza di tale semplicità - una società rigidamente strutturata, "embedded" come dice Polanyi, e lo stesso Finley.

Ma questa struttura sociale rigida e embedded è un prodotto indiretto della debolezza dei mezzi produttivi e dell'organizzazione economica stessa, cioè è sempre in CONTINUITA' - seppure non fa un tutt'uno con essa - con la stessa struttura economica. E allora, una volta di più, dico che - senza voler negare la grandezza di P. e di F. - i presupposti del loro discorso erano già presenti, anche se forse in modo embrionale, in Marx, pur avendo essi saputo svilupparli a un livello che Marx stesso non ha saputo (nè avuto modo) di fare.

Spero di aver chiarito la mia posizione, anche se quando dici "A me pare al contrario che la ricerca di Finley sia assolutamente marxista, solo che giunge ai suoi risultati in base all'analisi della società antica che non risponde, forse, alle teorie di Marx." mi sembra di capire che, infondo, i nostri pensieri NON divergono affatto, anzi....

Ciao
Adriano

Adriano---->KK | December 4, 2006 11:55 PM

segnalo questo supendo articolo scrittoda un mio amico, e pubblicato sia sul suo sito ( www.utenti.lycos.it/xepel/ ) che appunto a questa pagina: www.homolaicus.com/storia/antica/roma/stato_antico.htm

Leggetelo e ditemi se non è già presente IN NUCE il discorso di Polanyi...
Adriano

Adriano---->KK | December 5, 2006 12:34 AM

Adriano,

Non so come si possa dire in una prospettiva materialistica e storica che
"prima dell'avvento della borghesia i valori imperanti NON erano quelli del profitto e del calcolo economico, bensì valori (per quanto sovrastrutturali e quindi "camuffatori") di carattere sentimentale e, in certo modo, cavllereschi".

Il profitto e il calcolo economico "valori"? Non c'è la più piccola traccia di mat.stor. in questo, pare a me.

Ho anche l'impressione che tu concepisca la nozione di "embeddedness" come un rapporto di subordinazione. Come se dicessi "l'economia era subordinata" ai 'valori' della società, come i mezzi dovrebbero esserlo ai fini. Ora non ne è niente affatto in P e ancora meno in F (che non la pensava affatto allo stesso modo di P).
Non so come si possa tradurre 'embedded' in italiano (il francese dice, e secondo me non è tout à fait corretto: 'encastré'), ma questo rapporto di embeddedness è piuttosto quello delle scienze fisiche alla teologia-filosofia prima dell'era moderna.

Queste due cose, messe così - e sono cosciente che è solo la MIA impressione di come le descrivi tu - sono compatibili con l'ideologia dello Stato e dell'organizzazione corporativa dell'economia fasciste.

(non è la 'precarizzazione' - qualunque cosa tu intenda con questo termine, e mi stupisce che tu la metta in termini di 'perdita di certezze' - non è la precarizzazione ma la PAURA della precarizzazione che alimenta lo scambio libertà -> 'certezze' nella piccola borghesia. Il Manifesto del '48 è piuttosto esplicito nell'analisi dei vari socialismi reazionari).

Non saprei come proseguire, ed esaminare per esempio quella singolare affermazione sull' "organizazione semplice dell'economia" dalla quale nascerebbe la "società rigidamente strutturata", che è praticamente il contrario dello studio di Finley.

Ciao e grazie per il link a quello strano studio del modo asiatico di produzione:)

Ciao. F.

Francesca | December 5, 2006 10:49 AM

Cara francesca, mi sembra che tu abbia una preparazione più vasta e precisa rispetto a me, e anche in questo sta forse la nostra incapacità di capirci!

Non metto in discussione la tua (molto) superiore preparazione su questi argomenti.... In ogni caso ti confesso che non capisco molte tue critiche (ad esempio, quella - se ho capito bene - di "confondere" teorie marxiste e teorie fasciste) -, e ciò senza dubbio per una mia ABISSALE ignoranza in materia economica, alla quale peraltro cercherò di porre rimedio con letture di testi (o cmq con riletture più attente)....

L'articolo che ti ho segnalato sul M.P.A. lo trovo davvero eccezionale, anzi fammi sapere che ne pensi - magari a una mail privata, perchè sennò qui.... si va fuori tema (da Finley passiamo a Polanyi e a Marx, poi a Weber... e che fine fa "L'economia degli antichi e dei moderni"????.....)

Ciao
Adriano

(adrianus1@supereva.it)

Adriano---->KK | December 5, 2006 11:55 AM

Cher Adriano,

d'abord questa maudite 'preparazione'. Ti giuro che non è colpa mia: ho avuto dei genitori che mi hanno raccontato le storie di Homero invece che quelle di Perrault, ma è TUTTO qui. Per me sono i mei giochetti (gli affari per giocare: i jouets), di cui ho poi fatto una professione, ma sono jouets. E li metto qui perché ci giochi chi vuole, solo per questo.

SOPRATTUTTO chi non ha questa cosa della 'preparazione' su QUESTE cose e ne ha una su altro. Capisci? Il massimo per ME sarebbe che a TE venisse una curiosità per questo jouet particolare. NON ci sono buone o cattive risposte: conta la curiosità, che genera risposte oneste. Ed è questa 'onestà' che ci si scambia, una specie di disponibilità, anche se NON fossimo d'accordo su questa o quella conclusione.
Una non dice "questo è un errore" perché è contenta che Tizio abbia fatto un errore, o perché è indignata che la tal cosa non è corretta, ma perché Tizio 'giochi' ancora un po' e finisca, se non per essere d'accordo, almeno per capire meglio quel che LUI ritiene giusto, per fare la punta alle SUE idee. Tu comprendi? è una cosa che non so come altro definire che con 'benevolenza'.

Voilà: FINE della predicazione.

Francesca | December 5, 2006 12:25 PM

Argh! adesso non ho il tempo ma tornerò a discutere questa cosa che è io credo molto importante.
à dopo.

Francesca | December 5, 2006 12:32 PM

Sono perfettamente d'accordo con le tue considerazioni, ma in più ti dico che capire queste cose potrebbe servire per capire il mondo o per farsi un'idea di esso e della propria condizione....Cmq continueremo spero a discutere!

Ciao e a presto, ti chiederò delle precisazioni magari...
Adriano

Adriano---->Francesca | December 5, 2006 1:04 PM

"capire queste cose potrebbe servire per capire il mondo o per farsi un'idea di esso e della propria condizione....Cmq continueremo spero a discutere!"

Ehi, è esattamente QUESTO che noi del blog crediamo!!! Grazie per aver espresso l'idea con tanta chiarezza... E ovviamente speriamo di continuare a discuterne!

KK-->Adriano | December 5, 2006 2:31 PM

"Embedded" si potrebbe forse tradurre con "incastonato". Peraltro il vocabolario dà anche "conficcato, incastrato", ecc.

I "jouets" sono poi quello che in italiano chiamiamo "giocattoli".

KK | December 5, 2006 2:34 PM

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