Poesia e musica- di Carla Dessy
Poesia e musica – Prélude à l’après-midi d’un faune [ascolta]
Ces nymphes, je les veux perpétuer.
Si clair,
Leur incarnat léger, qu'il voltige dans l'air
Assoupi de sommeils touffus.
Aimai-je un rêve?
Mon doute, amas de nuit ancienne, s'achève
En maint rameau subtil, qui, demeuré les vrais
Bois même, prouve, hélas! que bien seul je m'offrais
Pour triomphe la faute idéale de roses.
(…)
Si dice che l’idea del poema Le Faune (1876, in edizione illustrata da Manet) venne a Stéphane Mallarmè osservando un quadro di François Boucher esposto alla National Gallery di Londra, quadro raffigurante un fauno che, nascosto dietro un cespuglio di rose, spia con occhio lascivo i giochi delle ninfe. Nulla ha a che vedere, tuttavia, la sensuale poesia di Mallarmè con le suggestioni rococò del pittore: il sogno del fauno, assopitosi in un caldo pomeriggio d’estate, parla di sensualità e desiderio per due ninfe, che verranno poi evocate nella calura pomeridiana dal suono del flauto. Come nella migliore tradizione, il fauno, ardente di desiderio, insegue le ninfe che fuggono spaventate. Apertosi con un sonno e con un sogno, il poema si chiude nello stesso modo: il fauno, che non è riuscito a raggiungere le ninfe, stanco si addormenta e in nuovo sogno inebriante riuscirà a realizzare i suoi desideri.
"Il fauno, incapace di stabilire relazioni ideali con le ninfe amate, costretto a dividere la donna tra erotismo e misticismo (come sempre, del resto, in Mallarmé), si rifugia nell’Arte; suonando il flauto, ricompone il ricordo confuso dell’incontro con le donne, e attraverso quest’Arte giunge a "leggere" la natura come un testo che comprende al suo interno ninfe-segni." (H.P. Lund).
La Librairie de l’Art Indépendant, definita in seguito cenacolo dei simbolisti, frequentata da tutti i protagonisti della vita letteraria dell’epoca, fu il luogo dove Claude Debussy conobbe Mallarmè. Incantato dai versi del poeta, l’allora giovane compositore desiderò mettere in musica il Faune. E’ lo stesso Debussy, in una lettera del 1910 scritta all’amico Jean-Aubry, a raccontare: “Mallarmè venne a casa mia, con l’aria fatidica, avvolto da un plaid scozzese. Dopo aver ascoltato rimase in silenzio per un lungo momento poi mi disse: <<Non mi aspettavo niente di simile! Questa musica prolunga l’emozione del mio poema e ne dipinge lo scenario più appassionatamente del colore stesso!>>” Sul frontespizio della partitura, il poeta scrisse la seguente quartina: “O fauno dall’antico fiato / se incanta il tuo flauto / è per la luce soltanto / che vi soffierà Debussy”
Sono nove minuti di musica, la cui costruzione, abilmente nascosta, è una forma quasi circolare di tre episodi, circolare perché il terzo è una ripresa, seppur libera, del primo. Naturalmente protagonista è il flauto, il cui tema iniziale, amato e temuto da tutti i virtuosi dello strumento, per la sua bellezza e la sua difficoltà di interpretazione, ritorna in tutto il pezzo, continuamente variato e modificato. Sensualità e natura, o meglio sensualità che permea tutte le forme della natura, così Debussy trasporta sul pentagramma i versi del grande poeta simbolista. E le sue parole al bravo flautista Barrière, primo flauto dell’orchestra che interpretò la prima esecuzione nel 1894, rendono più di ogni altre quello che era il suo pensiero; alla domanda di Barriére sul come dovesse interpretare un passo, Debussy rispose: “Col sedere sull’erba”.
"Il fauno, incapace di stabilire relazioni ideali con le ninfe amate, costretto a dividere la donna tra erotismo e misticismo (come sempre, del resto, in Mallarmé), si rifugia nell’Arte; suonando il flauto, ricompone il ricordo confuso dell’incontro con le donne, e attraverso quest’Arte giunge a "leggere" la natura come un testo che comprende al suo interno ninfe-segni." (H.P. Lund).
La Librairie de l’Art Indépendant, definita in seguito cenacolo dei simbolisti, frequentata da tutti i protagonisti della vita letteraria dell’epoca, fu il luogo dove Claude Debussy conobbe Mallarmè. Incantato dai versi del poeta, l’allora giovane compositore desiderò mettere in musica il Faune. E’ lo stesso Debussy, in una lettera del 1910 scritta all’amico Jean-Aubry, a raccontare: “Mallarmè venne a casa mia, con l’aria fatidica, avvolto da un plaid scozzese. Dopo aver ascoltato rimase in silenzio per un lungo momento poi mi disse: <<Non mi aspettavo niente di simile! Questa musica prolunga l’emozione del mio poema e ne dipinge lo scenario più appassionatamente del colore stesso!>>” Sul frontespizio della partitura, il poeta scrisse la seguente quartina: “O fauno dall’antico fiato / se incanta il tuo flauto / è per la luce soltanto / che vi soffierà Debussy”
Sono nove minuti di musica, la cui costruzione, abilmente nascosta, è una forma quasi circolare di tre episodi, circolare perché il terzo è una ripresa, seppur libera, del primo. Naturalmente protagonista è il flauto, il cui tema iniziale, amato e temuto da tutti i virtuosi dello strumento, per la sua bellezza e la sua difficoltà di interpretazione, ritorna in tutto il pezzo, continuamente variato e modificato. Sensualità e natura, o meglio sensualità che permea tutte le forme della natura, così Debussy trasporta sul pentagramma i versi del grande poeta simbolista. E le sue parole al bravo flautista Barrière, primo flauto dell’orchestra che interpretò la prima esecuzione nel 1894, rendono più di ogni altre quello che era il suo pensiero; alla domanda di Barriére sul come dovesse interpretare un passo, Debussy rispose: “Col sedere sull’erba”.
Commenti
Devo dire che l'UNICA parte dell'articolo che non mi piace non l'hai scritta tu: è la citazione di quel tal (speriamo che Alberto non s'incazzi, ma non credo: non scriverà certo sul Manifesto!) Lund (-->Il fauno, incapace di stabilire relazioni ideali con le ninfe amate, costretto a dividere la donna tra erotismo e misticismo (come sempre, del resto, in Mallarmé), si rifugia nell’Arte; suonando il flauto, ricompone il ricordo confuso dell’incontro con le donne, e attraverso quest’Arte giunge a "leggere" la natura come un testo che comprende al suo interno ninfe-segni.
Fiuuu, allora m'è andata bene :-) Fondamentalmente lho usata per quel "dividere la donna tra erotismo e misticismo" e il "rifugio nell'Arte", quello mi piace molto. Perchè è col suono del flauto che il fauno rievoca il sogno, fino a farlo materializzare.
non aggiunse anche di indossare una calzamaglia, marrone o verde...
Secondo me il quadro di Boucher (che poi non è certo il suo migliore) è molto meno bello di un magnifico Correggio al Louvre:
http://cartelen.louvre.fr/pub/fr/image/28431_p0003571.001.jpg (l'ho anche linkato)
La storia del Boucher à la National gallery è forse aprocrifa, ma il rapporto di Mallarmé/Debussy e della poesia/musica è invece come l'ha maginifcamente descritto Carla.
Nella poesia non c'è proprio nulla di 'lascivia' che sbircia fra le fronde, ma quel che invece è fichissimo è che uno dei miti più antichi dell'umanità è la lotta di musica e parola, la sfida di Apollo e Marsia (Pan), e tutte le sue varianti, qui è risolto in una forma splendida e originale. E ha a che fare, questo, con la cultura europea del tempo, se pensate a Nietsche e il contrasto di apollineo e dionisiaco...
con ordine: immagine-->poesia-->musica.
un percorso riproducibile anche in senso inverso; fattori il cui ordine si può ivertire ma il risultato non cambia: arte.
l'una forma d'arte ispira l'altra, che ne ispira un'altra ancora.
per cosa?
per colpire, parlare ai sensi, stimolarli.
forse l'ascolto è quello più diretto (e non lo dico io per prima, ovviamente), ma forse l'una forma non può esistere senza l'altra.
quanto spesso a una poesia o a un quadro si associa una musica?
quanto spesso la musica nella nostra mente si trasforma in immagini visive?
l'arte, l'unico luogo dove l'uomo non ha bisogno di giustificazioni.
A proposito: potete ascoltare adesso!.
è la volta buona che mi licenziano...
Grazie a Francesca e DDP per la possibilità di ascoltare..Io sono affezionata alla versione Abbado-Berliner, con uno splendido Emmanuel Pahud al flauto. Molto bella anche la versione diretta da Boulez. Sentita dal vivo diretta da Pretre, impeccabile, ma non conosco la versione incisa, anche se non dovrebbe deludere, perchè Debussy è nelle corde di Pretre. Non ho, purtroppo, mai sentito l'incisione con Bernstein alla direzione. Dico purtroppo perchè è difficile che non mi piaccia l'impostazione e l'interpretazione di Bernstein.
In ogni caso, se si cerca il grande solista, Pahud senza esitazioni. Fine dei consigli per gli acquisti :-)
-->uno dei miti più antichi dell'umanità è la lotta di musica e parola, la sfida di Apollo e Marsia (Pan), e tutte le sue varianti
Qui sono ignorante io. A me pare che la sfida di Apollo e Marsia sia una lotta tra due musiche, più che tra musica e parole (suonano entrambi, anche se in una variante del mito Apollo sfida Marsia a cantare, cosa che ovviamente non può fare suonando il flauto).
Dans l'évolution de l'argument raisonné une poignée seulement de penseurs et d'éclaireurs du langage ont eu quelque chose à nous dire de première main ou de déterminant sur ce qu'est la musique. Ils forment une constellation fascinante: S. Augustin, Rousseau, Kierkegaard, Schopenhauer, Nietszche, Adorno. Une disette de choix. Une rareté, presque scandaleuse au regard d'un phénomène d'une realité aussi manifeste et aussi universelle que la musique; d'un phénomène sans lequel, pour des hommes et des femmes sans nombre, cette terre infestée et notre passage sur elle seraient probablement insupportables.
L'une des manières pour nous de payer notre dette envers la musique, envers son rôle dans notre vie, est de ne pas cesser de poser des questions. Comment se fait-il, demandait Berkeley, que nous soyons poussés vers elle, que nous puissions tant bien que mal concevoir l'inconcevable, ce qui nie les mots, les grammaires de l'intelligence discoursive? La musique porte témoingnage avec insistance de la question. Face à la musique, les prodiges du langage sont aussi ses frustrations.
Le défi ne tient pas seulement à la intradusilibilité foncière de la musique. Même sous leur forme la plus intime, les relations entre musique et langage sont hérissées d'irréducibilités. Chez Vico, chez Rousseau, l'anthropologie philosophique tient que la musique à précédé la parole. Les oiseaux, certains mammifères marins peut-être, chantent, bien que nous en soyons seulment réduits à soupçonner que leur chants communiquent des sens spécifiques.
Schopenhauer affirme que si notre univers devait cesser la musique perdurerait: proposition incompréhensible à quelque niveau rationnel, fondé sur des preuves, que ce soit. Ainsi la musique se trouverait-elle à l'alpha et à l'omega du Sein, de l'être lui même.
Qu'il soit surréaliste, qu'il épouse ka forme des vers absurdes ou qu'il soit élevé au faîte de l'extase visionnaire, le discours verbal demeure linéaire, temporellement séquentiel. Notre poésie est hantée par la musique qu'elle à laissée derrère elle. Orphée se recroqueville: il n'est plus qu'un simple poète lorsqu'il se retourne, avec l'impatience de la raison, sur une musique plus forte que la mort.
Depuis cette fatalité, le mot a cherché à rivaliser avec le chant, à le domestiquer. Il a imité les moyens musicaux de l'intérieur. Il connaît le rythme, les cadences, les sonorités, les effets d'écho, les changements de clé, les variations thématiques. Dans une certain mesure - rubrique musicale, choréographique - il peut moduler d'un registre d'énergie et d'humeur à l'autre. Il a son dessus et sa basse, ses murmures et ses fondamentales. La rhétorique a ses appels de clairon et ses roulements de tambour. Mallarmé a été un virtuose des bois verbaux; Hopkins de la percussion. Mais ce sont des legs imparfaits, des emprunts par analogie. Lorsque des mots sont mis en musique, lorsqu'une musique est composée sur un texte, s'ensuit le conflit primaire.
Même aux sources du chant, comme à celles de la musique instrumentale, les rivalités avec le langage, une étrangeté ou une daimonia de la musique, lorsqu'elle se heurte aux actes de la parole et à la conscience, se fera jour.
L'étrageté comporte de la violence.
Les trois mythes grecs - les savants les tiennent pour les plus archaïques - qui narrent les origines de la musique, les collisions primordiales entre le chant et le mot, sont gorgés de terreur et de sang.
Quelles ombres, plus anciennes que l'histoire, pouvons-nous discerner dans l'écorchement sadique de Marsyas? Pourquoi sa flûte excite-t-elle la panique d'Athéna et le courroux sans pardon d'Apollon, dieu de la lyre?
Aujourd'hui encore, dans certaines communautés, les joueurs de corde, les flûtistes et les percussionnistes vivent dans l'apartheid, ou dans une intimité rituelle (qui sont la même chose). Le pipeau, proche voisin du vent, la flûte de Pan paraît marquer la précaire transgression de la nature à la culture. Dans toute leur diversité, nous pouvons entendre le sifflement des oiseaux, le jappement du renard. Ils peuvent appartenir aux solitaires, aux illettrés et à ceux qui cohabitent, dans un état presque animal, avec leur ouailles. Le son du pipeau, mimé par notre piccolo, le trémolo de la flûte suggèrent ou font écho à une innocence, comme de la folie.
Le contraste est fatal avec la lyre d'Apollon, qui est l'instrument de l'harmonie raisonnée, des relations et des intervalles mathématico-pythagoriciens. Elle est fabriquée avec des animaux abbatus: coquille de tortue, boyeaux de chat. La lyre entraîne la musique vers la parole, vers la textualité du lyrique, de la récitation épique. La flûte de Marsyas est le chant des bois sauvage, de modes de vie anterieurs à l'homme; la lyre apollinienne est celle d'une espèce profondement humanisée, divinement inspirée. Entre elles s'ensuit une rivalité homicide.
Les interpretations des Sirènes sont incessantes. Elles ont inspiré l'iconographie, la musique, la littérature, le débat philosophique, depuis les vases peints archaïques, jusqu'à Debussy, Kafka et à la dialectique de l'école de Francfort. Oiseaux, femmes, ou les deux à la fois? Avec une queue de poisson (une tête de poisson chez Magritte?), mais armées de griffes meurtrières. Odisseus a-t-il réellement déjoué leur chant au prix de quelque irréparable sécheresse et d'un utilitarisme mercantile dorénavant en possession de son âme? Ou les Sirènes ont-elles fait silence sur son passage (ce silence auquel, selon Kafka, nul ne peut survivre)?
D'antiques mythographes parlent d'un ossuaire humain autour de leur antre marin. Dans cette fable lugubre, énigmatique, on devine un premier chapitre de l'agon, de la lutte entre la musique et le mot, entre le chant et la ratiocination. Les Sirènes s'efforcent d'entraîner dans le reflux de la marée et les profondeurs de la musique les usurpations, les prétentions à dominer du logos, de la syntaxe. L'animal doué de langage, ainsi que les grecs anciens désignaient l'homme, nouveau et madré, dans ses stratagèmes verbaux, réduisait la musique à un simple accompagnement, au "lyrique" ou à la mise en scène par l'aède du récit héroïque.
Odisseus est, précisement, le premier virtuose de la rhétorique, du plaidoyer et de la circonlocution. Il a échappé aux cyclopes au moyen d'un profonde ruse logique et linguistique.
Avec le suicide des Sirènes après leur défaite entre ses mains froides, l'Ur-alchemie de la musique, ses vérités qui sortent de la raison et la dépassent refluent d'un monde vieillissant. Bientôt les marins passant devant Paxos entendront crier: "Le Grand Pan est mort". Comme le disait Maurice Blanchot, "l'ode sera devenue épisode". Mais à chaque fois que la musique insiste sur son absoluité, rejetant tout texte, tout programme, toute fonction scénique ou caccompagantrice, elle rend au désespoir des Sirènes l'hommage de l'écho.
En Occident, une part considérable de la littérature et de la littérature mise en musique vient directement de la matière d'Orphée - troisième mythe. Les connotations, le linéaments du sens possible du mythe sont apparemment illimités. La sténographie, l'encodage fondamental et la cartographie interieure de notre psyché semblent avoir pour pivot les constantes de l'affrontement entre éros et la mort. Ils invoquent une descente dans les ténèbres et un retour à la lumière: la résurrection dans toute la richesse de ses nuances, telle que celles-ci sont mises en scène, avec l'économie de l'illimité, dans le mythe d'Orphée. Une fois encore la musique et le langage, leur intimités et leur antagonisme radical, sont d'essence. L'art poétique d'Orphée dans le chant, la magie de sa voix obligent la nature et ses créatures sauvages à un doux accord.
Orphée a-t-il greffé des vers sur la musique en chantant la mort jusqu'à restitution? Qu'en était-il, alors, de son texte? A' l'instar de Rilke des poétes "orphiques" demandent si Eurydice désirait la renaissance, si elle n'avait poit trouvé dans les Enfers une paix et un accueil plus chalereux. A' cette conjecture Kafka ajoute une glose plus sombre: la plus pénetrante des musiques, le plus beau des chants est celui des âmes damnées qui chantent dans la fosse de l'enfer.
Chacune de ces trois fables insondables parle de la création: la dépouille ensanglantée de Marsyas hurle dans la brise; les ossements des marins dépecés blanchissent sur les rochers des Sirènes; les femmes de Thrace arrachent les membres d'Orphée, l'une après l'autre. La version renaissante d'Ovide par Arthur Golding dégoutte d'un sang justifié:
..and then with bluddy hands
they ran upon the prophet who among them singing stands.
They flockt about him like as when a sort of birds have found
an owl a day tymes in a tod: and hem in full round
as when a stag by hungrye hownds is in a morning found
the which forestall him round about and pull him to the ground.
"Il conflitto primario sorge quando delle parole sono messe in musica".
Sia pure, ma (i) a volte ho l'impressione contraria, che musica e parole si sostengano a vicenda (nel IV atto delle Nozze di Figaro, le parole della celebra aria di Susanna - "Deh vieni, non tardar" - non sono davvero nulla di memorabile, sono una mera invocazione galante scritta da Da Ponte in modo abile, ma nulla di più; a rendere quella scena indimenticabile è la musica di Mozart, quella tessitura bassissima e roca del mezzosoprano; analogamente accade con le banalità che si scambiano Posa e Carlos, o persino con la pur toccante confessione di Filippo - "Ella giammai m'amò" - nel Don Carlos di Verdi; e a volte succede che sono le parole a sostenere una musica non memorabile); (ii) non bisogna dimenticare che Orfeo e Apollo suonavano lo stesso strumento (la lira). E forse non è un caso che il più grande dionisiaco dell'Ottocento, Nerval, ha richiamato proprio la lira d'Orfeo nel Desdichado: "Tour à tour modulant sur la lyre d'Orphée/ Les soupirs de la Sainte et les cris de la Fée".