Primavera e Autunno
Stavolta si tratta di un atteggiamento specificamente cristiano, perché è proprio del cristianesimo porre l’accento sulla caducità e corruttibilità della natura (compreso l’uomo). Naturalmente il tema della caducità dell’uomo è presente ovunque, anche nell’antichità classica (pensate a Mimnermo, fr. 2 Diehl, Noi siamo come le foglie), specialmente nella variante che contrappone la fine senza remissione dell’uomo con il ritorno costante delle stagioni (e qui il locus classicus è la grande ode di Orazio, IV, 7, Diffugere nives). Eppure la classicità (e poi il Rinascimento) ha sempre contrapposto alla natura peritura l’eternità dell’opera umana (e soprattutto dell’arte); basti pensare che Shakespeare, che riprese il vanto di Orazio (III, 30, Exegi monumentum: “Non omnis moriar”) e di Ovidio (Metamorfosi, XV, 871 ss) in una delle rivendicazioni più orgogliose della letteratura mondiale (sonetto 55, Not marble, nor the gilded monuments), in un altro sonetto (18, Shall I compare thee to a Summer’s day?) rifiuta persino di paragonare la donna amata alle bellezze della natura, perché l’amata (“more lovely and more temperate”), a differenza delle rose e dei fiori, non appassirà, visto che continuerà a vivere nei versi del poeta (come conferma anche il sonetto successivo: “My love shall in my verse ever live young”). Insomma esiste una possibilità di riscatto, di imporre l’ordine al caos, di trovare un senso all’esistenza, e questa possibilità è pienamente alla portata dell’uomo
Niente di simile nell’atteggiamento cristiano. Seguendo l’approccio definito una volta per tutte da San Paolo nella Lettera ai Romani (8, 19-23: “Tutto l’universo aspetta con grande impazienza il momento in cui Dio mostrerà il vero volto dei suoi figli. Il creato è stato condannato a non avere senso, non perché l’abbia voluto, ma a causa di chi ve l’ha trascinato. Vi è però una speranza: anch’esso sarà liberato dal potere della corruzione per partecipare alla libertà e alla gloria dei figli di Dio. Noi sappiamo che fino a ora tutto il creato soffre e geme come una donna che partorisce. E non soltanto il creato, ma anche noi, che già abbiamo le primizie dello Spirito, soffriamo in noi stessi perché aspettiamo che Dio, liberandoci totalmente, manifesti che siamo suoi figli... Anche lo Spirito viene in aiuto della nostra debolezza, perché noi non sappiamo neppure come dobbiamo pregare, mentre lo Spirito stesso prega Dio con sospiri che non si possono spiegare a parole”), il cristianesimo connette la caducità della natura e dell’uomo col peccato originale (vedete che anche Hopkins – che non solo era cattolico, ma era anche Gesuita - parla di “blight man was born for”). Non c’è salvezza e non c’è consolazione, per l’uomo e per la natura, tranne che in Dio.
(Luca Simonetti)
Commenti
"maturandosi, il cuore diviene più freddo"
"anche se a terra le spoglie del bosco giacciono".
a terra, più freddo. Non rimane davvero che Dio.
Ti ringrazio, di cuore, per aver citato Shakespeare, e se mi permetti ti mando un commento al (bellissimo) post citando da una delle poche commedie che ha scritto e che, non a caso, è proprio "As you like it"...
"All the world's a stage, and all the men and women MERELY players. They have their exits and their entrances, and one man in his time plays many parts, [...].
[...] 'tis true that a good play needs no epilogue. [...].
E' proprio così che mi piace vederla, la vita. E la morte.
Ma se il mondo è una scena (come dice se non erro Jacques nella commedia da te citata), allora bisognerebbe pure che, all'ultimo atto della rappresentazione, tutti i personaggi parlassero allo stesso modo (come osservava Pavese delle tragedie di Shakespeare). Il che non accade... E questa, secondo me, è la vera confutazione della similitudine. :))
Piacere di conoscerti, lost.
Tu per essere un architetto mi pare che parli un po' troppo di Dio... Dovrò mica ricordarti che gli edifici stanno in piedi per ragioni DIVERSE dalla Grazia Efficiente?
:-))
ma per ale dio è morto e con lui l'architettura.
mai detto che sono periti insieme :)
Bellissimo, KK.
Per Ovidio (Fasti, 6,5)la poesia ha origine divina:
es deus in nobis, agitante calescimus illo
(c'è un dio in noi e ci scaldiamo perchè lui ci agita)
e ancora:
impetus hic sacrae semina mentis habet
(questo estro ha i semi della divina mente)
Motivo complementare a quello del poeta "matto": aut insanit homo aut versis facit (o è matto o compone versi),è l'ultima battuta del servo Davo che, in occasione dei Saturnali, rivolge un predicozzo stoico ad Orazio, in una delle sue Satire. Il topos della pazzia del poeta. E, come si sa, la pazzia proviene dalla divinità...
:-)
Topos (il senno perduto dei poeti) che per me trova il suo culmine nel 34° canto dell'Orlando Furioso:
Altri in amar lo perde, altri in onori,
altri in cercar, scorrendo il mar, ricchezze;
altri ne le speranze de' signori,
altri dietro alle magiche sciocchezze;
altri in gemme, altri in opre di pittori,
ed altri in altro che più d'altro aprezze.
Di sofisti e d'astrologhi raccolto,
e di poeti ancor ve n'era molto.
L'uomo ha sempre cercato di scongiurare la morte e spesso lo ha fatto in modo poetico:
"O magnanimo Tidide, perché chiedi la stirpe? Come è la stirpe delle foglie, così è anche quella degli uomini. Le foglie, alcune il vento ne versa a terra, altre il bosco in rigoglio ne genera, quando giunge la stagione della primavera: così una stirpe di uomini nasce, un'altra s'estingue"
"Fa di me la tua lira, come lo è anche la foresta: che importa se le mie foglie cadono come le sue! Il tumulto delle tue potenti armonie trarrà da entrambi un profondo tono autunnale, dolce anche se triste. Sii tu, o fiero spirito, il mio spirito! Sii tu me, o impetuoso! Guida i miei pensieri morti su per l'universo, come foglie appassite per affrettare una nuova nascita! E, per l'incantesimo di questo verso, diffondi, come ceneri e faville da un focolare inestinguibile, le mie parole fra l'umanità! Sii attraverso le mie labbra per la terra addormentata la tromba di una profezia! O vento, se viene l'inverno, può essere lontana la primavera?"
"Vedo i miei rapidi anni | accumularsi dietro a me, | come la quercia intorno a sé | vede cadere le sue foglie avvizzite"
"Le foglie cadono, cadono come da lungi, come se giardini lontani avvizzissero nei cieli; cadono con gesto di rifiuto. E nelle notti cade la terra pesante da tutte le stelle nella solitudine. Noi tutti cadiamo. Questa mano cade. E guarda gli altri: è così in tutti. Eppure c'è Uno che senza fine dolcemente tiene questo cadere nelle sue mani."
Qui le fonti del post precedente:
http://www.rivistazetesis.it/Foglie.htm