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Il pensiero al lumicino*

F. CASSANO, Il pensiero meridiano, Bari, Laterza, 2005 (I ed. 1996)

Si tratta di un raccolta di saggettini che nella ristampa del 2005 vengono preceduti da una  prefazione.  Nel prosieguo ometteremo ogni riferimento ai due articoli che chiudono il libro, quello su Camus e quello su Pasolini, perché hanno una connessione, a dir poco, alquanto remota col tema.

La prefazione già rivela molto: ad es., l’insistita preferenza per espressioni come “gesto teorico”, “mossa teorica” (sei occorrenze in tre pagine) è indicativa di un “pensiero” che si mette in posa e gonfia il petto per celare la sua inconsistenza; i generici riferimenti a una non meglio specificata “globalizzazione liberista” (e il suo “pensiero unico”) aprono la stura alla brillante conclusione (p. x) per cui “ogni ottimismo, che mima comicamente le movenze delle aree forti, è destinato a sfaldarsi sotto l’urto dei processi reali”, essa stessa veramente comica, visto che in tutto il libro, del resto così prolisso, se di qualcosa davvero non si parla mai, è proprio dei processi reali...

La tesi fondamentale del libro è che, per il Sud (d’Italia, parrebbe: ma Cassano rifiuta di fornire qualificazioni geografiche, anche se al dunque gli esempi concreti che fa riguardano soprattutto Bari), la “modernità” e lo “sviluppo” non sarebbero la cura, ma la causa del male. Il male non è il sottosviluppo, ma è il pensiero del sottosviluppo: la malattia consiste nell’accettare le categorie imposte dagli altri, dai colonizzatori, dal Nord. ). Il sottosviluppo non esiste: “nel momento in cui i paesi non-sviluppati accettano di definirsi tali (...) hanno perso di fatto la loro identità culturale e hanno iniziato a giudicarsi dal di fuori” (p. 67). Insomma, sia l’”identità culturale” sia i dati economici si riducono, per il nostro, a puri e semplici nomi: basta cambiare il nome per eliminare il problema.

Infatti, “pensiero meridiano vuol dire fondamentalmente questo: restituire al sud l’antica dignità di soggetto del pensiero, interrompendo una lunga sequenza in cui esso è stato pensato da altri” (p. 5); “pensiero meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integrismi della terra (in primis quelli dell’economia e dello sviluppo)” (p. 7)

Ci si è modernizzati rendendo tutto vendibile” (p. 6); “oggi l’arroganza è dalla parte di chi pensa che il destino del mondo possa essere solo lo sviluppo”: il nemico è “quel mondo che ha sostituito il monoteismo della tecnica alla molteplicità delle vie e agli infiniti nomi di Dio” (p. 8)

Non sorprendentemente (l’abbiamo già visto innumerevoli volte) ciò conduce questo sedicente uomo “di sinistra” a svolgere un convinto elogio della Tradizione: delle “forme di vita immobili, lente, stratificate, dove si è spesso più ricchi di relazioni che quando si è collegati telematicamente con il tutto, dove invece delle grandiose protezioni della tecnica ci sono quelle altrettanto grandiose delle religioni” (p. 8): “un deposito di sapienza ecologica, di coscienza del limite, che è stato poi dissolto dal trionfalismo espansivo della modernità” (p. xv). La “deriva neoliberista” (sempre genericamente designata, senza nomi o cognomi, il che non sorprende) conduce, secondo il nostro, ad una”restrizione dell’orizzonte temporale, l’assolutizzazione e sacralizzazione del presente” (p. xviii). Chiunque abbia mai letto quelli che del pensiero tradizionale sanno davvero qualcosa, ad esempio Zolla, ricorderà che, tutto al contrario, la centralità e la sacralità del presente (l’unico tempo davvero “reale”) è la caratteristica sicura di ogni società tradizionale, laddove sono proprio le società moderne (diaboliche) che mettono al centro della loro visuale il futuro...

Come al solito, la ricetta salvifica è un mondo della penuria, del razionamento e della rinunzia: “sapersi riempire la giornata con un tramonto, pane e olio”, “essere provincia senza disperare” (p. 14). Ma Cassano, chissà perché, pretende di elevare queste banalità da sagrestia a regola eterna di una Misura aurea (scrive proprio così, con la m maiuscola): la Misura “non è pensabile senza l’andare a piedi, senza fermarsi a  guardare gli escrementi degli altri uomini in fuga  su macchine veloci. Nessuna saggezza può venire dalla rimozione dei rifiuti. E’ da questi, dal loro accumulo, dalla merda industriale del mondo che bisogna ripartire se si vuole pensare al futuro” (p. 15); “l’idea di <<misura>> allude, infatti, ad un criterio di equilibrio che sottrae il pensiero alla mitologia del progresso” (p. xxix).

Di suo, il nostro aggiunge un certo sentimento- diciamolo pure francamente: di invidia – per i ricchi (le ville sul mare sono”tutte abusive prima di ogni legge” ed “esibiscono l’oscenità della proprietà”, p. 16; “non avremo certo raggiunto i ricchi, che saranno sempre capaci di escludere gli altri, ma in compenso avremo imparato a pensare come loro, perdendo anche l’orgoglio di non essere come loro”, p. 18), oltre all’allegra e incosciente ignoranza con cui affronta un tema che a quanto pare gli sta a cuore (visto che gli ha dedicato anche un altro libro): quello dei “beni pubblici”, come li chiama lui. Leggete qua:  Siamo poveri di beni pubblici perché essi possono venire solo se sono diffuse piccole dosi di coraggio, di rispetto per la bellezza e di riguardo per i luoghi da cui non si possono escludere gli altri. Saremo tutti più ricchi non quando avremo ulteriormente  incrementato il nostro bottino privato, ma quando avremo restituito a tutti le strade, le spiagge e i giardini, quando saremo guariti dalla ricerca ossessiva della separazione e della distinzione. Allora la bellezza tornerà a visitarci. Non è possibile togliere il potere ai piazzisti se non si scopre la differenza tra l’esperienza del mondo e il suo acquisto in offerta speciale” (p. 19-20). Peccato che Cassano non conosca la differenza tra beni pubblici (public goods) e risorse comuni (common resources, o commons); che quelli che lui chiama “beni pubblici” siano invece le risorse comuni; e che, ben lungi dall’essere minacciate dalla “privatizzazione”, le risorse comuni rischiano di essere dilapidate proprio perché non possono essere privatizzate (o non lo sono quando possono esserlo)...

La parte “filosofica” del libro è tutto sommato la più innocua nella sua – nondimeno – sconcertante faciloneria. Si comincia con la tesi (ovviamente poggiata su basi alquanto inconsistenti) per cui vi sarebbe una “omologia strutturale fra la configurazione geografica della Grecia e la sua cultura” (p. 21, così come le equazioni mare= libertà, continente= gerarchia, a p. 31). E fa davvero tristezza vedere il povero Heidegger ridotto alle solite quattro banalità come “è qui la radice della crisi del pensiero, del suo arrendersi al predominio della tecnica” (p. 32). Heidegger stesso diventa un filosofo della terra, della campagna, un “filosofo contadino” (p. 37), mentre Nietzsche sarebbe l’esempio più alto di filosofo del mare, anzi dell’oceano (p. 37 ss.): il tutto argomentato così male che si potrebbe, su basi testuali altrettanto (poco) solide, sostenere che il fondamento del pensiero solare e meridiano sarebbe nella Sehnsucht romantica per l’Italia, e citare a sostegno il canto di Mignon nel Guglielmo Meister (“Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni...”), le Elegie Romane o le poesie di August von Platen...

Si prosegue con l’affermazione per cui il Mediterraneo avrebbe insegnato all’uomo la misura, mentre la dismisura sarebbe nata quando ha vinto “la collocazione oceanica” (p. 43). E qui emerge un’altra singolare caratteristica del libro: la pretesa di parlare del Mediterraneo con una bibliografia la cui esiguità ha del grottesco (il nostro non ha letto Braudel, cita una sola volta Finley – e abbastanza a sproposito – e in sostanza pensa che si possa parlare del Mediterraneo con un paio di manuali di storia greca ormai un po’ datati e molte frasi enfatiche sulla vista del mare). Il libro ci parla per decine di pagine dei Greci e di Ulisse, mentre non ci spiega mai quale sarebbe il nesso tra la Puglia da cui scrive l'autore e il mondo di Odisseo; non c'è traccia, in questo Mediterraneo, di Venezia o di Genova, di Marsiglia, Barcellona, Tunisi o Costantinopoli. Cassano non ci sa parlare del Mediterraneo che in termini assolutamente convenzionali, in una parola ignora completamente quelle che lui ha la presunzione di chiamare i "processi reali": ed è questo il vizio capitale del libro: in esso, di materialismo storico, non c'è la minima traccia. A ben vedere, Cassano si richiama alla Grecia antica proprio allo stesso modo in cui il fascismo si richiamava all'antica Roma o la Lega nord ai richiama ai Celti: senza ragione, ma non senza uno scopo.

Una risibile eppure resistente superstizione tecnologica, quella che riduce ogni distanza al suo dato chilometrico. Lungi dal ridurre (con il tempo e lo sviluppo) le distanze, la tecnologia le moltiplica e nel suo vocabolario ad una sola dimensione non ci sono nemmeno le parole per nominarle... Dall’altra parte del mare non c’è solo ciò che non è ancora sviluppo ma vie che vanno verso i deserti e gli altipiani, altre preghiere, altre chiese, altre lingue che rifiutano la traduzione” (p. 47)

 Questo passaggio (ve ne sono innumerevoli analoghi) è un buon esempio delle tattiche di Cassano.

Innanzitutto si inventa un avversario di comodo: un progresso identificato con l’”accelerazione” che “distrugge forme di esperienza preziose e indispensabili per l’uomo” (p. xv), da cui passa subito ad un elogio della lentezza (che, in un altro libro del medesimo autore, diventerà nientemeno che la rivendicazione della “Nobiltà del cazzeggio”) cui vengono rivendicate doti mirabolanti, e all’accusa al progresso di avere nutrito “l’idea che le tradizioni siano riducibili ad una miscela di superstizioni e repressioni”; la corsa, l’homo currens (nuova categoria sociologica inventata dal nostro), sarebbero lo standard imposto dal mercato (p. 58-59). Ci vuol poco a replicare che lentezza e velocità sono due categorie talmente radicali e irriducibili, che è puerile pretendere che possano essere appannaggio esclusivo di una civiltà o di una cultura (o anche di un individuo) in opposizione a un’altra: vi sono attività e forme di esperienza che di volta in volta si possono realizzare solo lentamente oppure velocemente, e sostenere che il mondo moderno (in Occidente) abbia eliminato o voglia eliminare la “lentezza” è fondamentalmente una bestialità.

Ecco gli effetti della “modernità” secondo Cassano (che proprio non riesce a rinunciare al patetismo): “non tutti i confini sono visibili come quelli degli stati, ma quante frontiere ha un mondo che ti apre a tutti i desideri e non ti dà i mezzi per soddisfarne nessuno? (...) Che cosa accade quando tutto ti si presenta come a disposizione e poi ti accorgi che il massimo che riesci a fare è assistere alle feste degli altri? Che cosa succede quando, dopo essersi nascosti di notte in una stiva e esser sbarcati clandestini-pellegrini nelle nuove terre sante del consumo, si finisce in uno dei tanti Bronx del mondo?” (p- 59). Già, che succede? E soprattutto: perché continua a succedere? Perché i clandestini-pellegrini non se ne restano dove stavano e vogliono invece venire da noi, nei “tanti Bronx del mondo”, ad “assistere alle feste degli altri”?. Ma Cassano non si fa queste domande, lui tira diritto: “Il modello occidentale non è né universale né universalizzabile e pretendere di renderlo tale condanna la stragrande maggioranza degli uomini a divenire le comparse di una rappresentazione governata da altri” (p. 59)

E qui veniamo al succo del libro: il fondamentalismo è prima di tutto occidentale: “oggi la sua forma dominante è il fondamentalismo dell’occidente. Quello degli altri è un fondamentalismo reattivo” (p. xxv). Il fondamentalismo occidentale, ovviamente,  è quello dell’economia (p. 61). “L’utopia di estendere i livelli di reddito e di consumo (dell’Occidente) a tutto il pianeta è un’utopia pericolosa“ (p. 67): insomma, che ognuno se ne stia al suo posto (tanto lo sappiamo già: il sottosviluppo non esiste, quel che conta è solo non pensare di essere sottosviluppati; dopodichè, se non hai da mangiare, non hai medicine, se metà dei tuoi figli muore di fame o di malattie che si potrebbero agevolmente curare con pochi dollari, cioè appunto se vivi nel sottosviluppo – perché è questo il sottosviluppo -, a me chemmefrega?) - che è poi l’atteggiamento, che già ben conosciamo, di quelli come Latouche, che non a caso il nostro cita entusiasticamente (p. 67). La possibilità di coniugare lo sviluppo con la salvaguardia dei propri valori, rappresentata tanto bene da molti paesi che lo sviluppo l’hanno raggiunto da tempo o lo stanno raggiungendo (Giappone, Corea, India), è ignorata dal nostro, che se la cava con un mediocrissimo “vediamo quanto durerà” bofonchiato fra i denti (p. 71).

La colpa del fondamentalismo contemporaneo è nostra: ”l’intolleranza di un modello che costringe tutti gli altri a cambiare per poter sopravvivere” (p. 73). “Solo smascherando la repressione mimetizzata nell’integralismo freddo della competizione e nell’inquieta religione del possesso e del consumo il dialogo può tornare ad essere paritario, può evitare che una cultura sia obbligata a scegliere tra la rinunzia alla propria dignità e la demonizzazione dell’Altro” (p. 75). Porre false alternative, lo sappiamo bene, è una tipica mossa da imbonitore da fiera, un artificio talmente grossolano e screditato da non meritare risposta…

Ovviamente non potevano mancare, in questa congerie di luoghi comuni, le solite banalità sulla bellezza nell’epoca della riproducibilità tecnica (p. 19: ahi, povero vecchio Benjamin, quante sconcezze si scrivono in tuo nome!).

Chiudo con due chicche. 

Scrive Cassano che, per poter giungere alla fine dei fondamentalismi, occorrerebbe “per il mondo sviluppato riconoscere che anche laddove esso non è ancora arrivato possono esistere forme di perfezione”(p. xxvi). Be’, chi lo nega? Solo che l’esempio scelto dal nostro, diciamolo, non è dei migliori: “Il deserto non è il non-ancora dell’acqua, un ‘imperfezione che sarà tolta dall’arrivo salvifico della tecnica. Il deserto è un luogo-chiave di molte religioni e molte culture, ridurlo alla figura dell’arretratezza è una pretesa mostruosa” (p. xxvi-xxvii; v. anche, più ampiamente, p. 7). Fico, no? Probabilmente gli esiti ultimi e più drammatici dell’ideologia dei Verdi prenderanno le mosse da un “ragionamento” (si fa per dire) come questo…

La democrazia, secondo il nostro, presupporrebbe un “a priori temporale” (quale?), e “non è possibile a qualsiasi velocità”, sicché “è una terribile perdita di tempo rispetto ai parametri dell’homo currens” (p. xxi-xxii). La tesi è talmente bizzarra, al di là della sua fondamentale idiozia (è chiaro che la democrazia è una perdita di tempo rispetto ad alcune cose, mentre è fondamentale rispetto ad altre; ma la stessa cosa può dirsi sostanzialmente di tutte le attività umane), alla luce delle insostenibili conclusioni storiche a cui dovrebbe logicamente condurre (cioè che la democrazia sarebbe meno congeniale - e quindi meno diffusa - all’epoca moderna che non all’antichità mediterranea), che davvero non si capisce come faccia un autore sano di mente a sostenerla seriamente. E’ quindi anche possibile (benché lo ritenga improbabile) che questo libro, e gli altri del medesimo autore, facciano parte di una complessa strategia di practical jokes volta a prendere per i fondelli lettori, critici e studenti.

(Luca Simonetti)

 

* Dedico la recensione al mio caro Aristarco: un acconto del tutto trascurabile, ahimé. Ovviamente, la responsabilità per i vari fraintendimenti dei suoi preziosi consigli è soltanto mia.

Commenti

:-)

alessandro | November 28, 2006 12:26 PM

Che bieco trucchetto, solo perchè ci sei rimasto male che il tuo post aveva solo un commento..:-)

B.B. | November 30, 2006 12:07 PM

Comincerei da un messaggio di Alberto di ieri (12.07): secondo lui, "i modelli di sviluppo che siamo stati capaci di pensare fino ad oggi non prevedono quello che, appunto, Cassano scrive: la limitazione dello sviluppo selvaggio, la distruzione delle risorse, la riduzione in schiavitù degli uomini".
Questo è un insigne esempio di INVERSIONE, o rovesciamento, della realtà. La distruzione delle risorse avviene appunto quando lo sviluppo non c'è: i bufali primordiali sono stati sterminati dall'uomo primitivo cacciatore/raccoglitore, non dal capitalista; le risorse di oro e argento dell'America latina sono state depredate ed esaurite da conquistadores precapitalisti; e l'inquinamento è il prodotto di tecniche di produzione inefficienti. Quando le risorse divengono *capitale*, NON vengono depredate e non si esauriscono.
Quanto alla schiavitù, immagino non ci sia bisogno di grandi studi per capire che è vero il contrario: era l'economia antica, precapitalista, a fondarsi sulla schiavitù (ne abbiamo anche già parlato diffusamente, commentando Marx e Finley), ed è singolare, ancora una volta, che sia uno come Alberto, che si professa marxista, a raccontarci che il salariato moderno è uno schiavo. Così come è singolare che l'elogio delle società e dei valori tradizionali, di un "modo di vita lento e stratificato" si ritrovasse, PAROLA PER PAROLA, in bocca ai proprietari di schiavi sudisti alla vigilia della Guerra di Secessione americana. PAROLA PER PAROLA!

KK | November 30, 2006 12:12 PM

(Stronza... :-)

KK-->BB | November 30, 2006 12:13 PM

Qui poi torniamo ad un altro post di Alberto (12.20 di ieri) che, oltre a parlare di "modello di sviluppo" in un modo che io ritengo intollerabilmente generico (badate che nel libro di Cassano la parola "modello di sviluppo" ricorre a ogni pié sospinto, ma in che cosa consistono questo o altri modelli, non viene MAI spiegato. MAI, nemmeno per accenni. In realtà nella teoria dello "sviluppo" di "modelli" ce ne sono svariati, dicono cose abbastanza diverse, ed è illegittimo parlarne come se fossero la stessa cosa) parla di "spremere un luogo fino in fondo".
Su questo ha già risposto Francesca ieri.
A me piacerebbe rispondere ad un'altra cosa scritta da Alberto nel medesimo post: "te ne esci come il Briatore di turno e dici: Ma come io sulla Costa Smeralda porto il lavoro. Sì, quello di chi va a fare il cameriere al Billionnaire. 'Sti cazzi, che sviluppo!"
Intanto, spiegami come funziona sta storia: all'inizio invochi la creazione di un'economia al Sud che sia fondamentalmente basata sul turismo (di qualità, tra l'altro): allora, mi sembra un tantinello incongruo indignarsi per il fatto che un'industria di tal fatta (che è proprio l'UNICA, guarda un po', che oggi come oggi al Sud c'è già!) richieda fondamentalmente lavori da cameriere. No?

KK | November 30, 2006 12:23 PM

Inoltre. I lavori da cameriere, così come i lavori nei call-centres di cui parlava Ardbeg in altro post di ieri, ci sono perché c'è chi chiede lavoro da cameriere e chi offre lavoro da cameriere: messa in termini di "sfruttamento" come l'ha messa ieri Alberto, la questione perde semplicemente di senso.
Ardbeg invece imposta la questione diversamente, e parla dei call centres di Mumbai. Questo pone la domanda interessante: perché stanno là e non in Scozia? Ardbeg risponde (giustamente): perché lì costano meno. E perché costano meno? Per due ragioni, che si chiamano produttività e vantaggio comparato. Ma NON vi spiego di che si tratta, perché non voglio dire cose inesatte (sennò Aristarco si arrabbia). Sono cose che, in questi termini, non hanno NULLA a che fare con lo sfruttamento, ma molto a che fare con lo sviluppo. Quindi invito Ardbeg a riconsiderare la sua affermazione che la sua società sta "sfruttando" i lavoratori di Mumbai (che peraltro, guarda un po', sono contentissimi di farsi "sfruttare").
Quanto poi all'affermazione, sempre di Ardbeg, che in "facendo qualcosa di diverso" magari i lavoratori di Mumbai oggi starebbero meglio, rispondo che è senz'altro possibile, ma che chi dice che bisognerebbe fare altro ha l'onere (un termine giuridico di cui, se volete, vi spiego il significato) di spiegare COSA esattemnte bisognerebbe fare.

KK | November 30, 2006 12:36 PM

E qui vengo ad un'altra cosa scritta ieri da Ardbeg. "Se Cassano è un'economista, è un pirla. Se è qualcuno che esprime un disagio, magari è un pirla lo stesso, ma è giusto starlo anche a sentire".
Non ci piove, anche perché è difficile concludere che qualcuno è un pirla senza esserlo prima stati a sentire. Io e gli altri qui abbiamo preso Cassano tanto sul serio da aver letto il suo libro e averlo commentato qui in modo il più possibile onesto e obiettivo.
Questo a prescindere dal fatto che in realtà Cassano ha precisamente l'ambizione di formulare la soluzione, non si limita semplicemente ad esprimere un disagio. E così come lui ha tutto il diritto di dire quel che vuole, così (voglio sperare) l'abbiamo noi.
D'accordo, Ard?

KK-->Ard | November 30, 2006 12:49 PM

Ieri in più luoghi Alberto ha insistito sul fatto che la filosofia è nata in Grecia, che questo avrebbe qualcosa a che fare con la lentezza e col Mediterraneo, e che il Sud sarebbe "più vicino" alla Grecia antica dei Padani o dei friulani.
Francesca ha già risposto egregiamente. Della lentezza nel peculiare uso che ne fa Cassano parlerò poi. Mi limito a chiedere: di che Grecia parliamo? di che Sud parliamo? di che Mediterraneo parliamo? come si fa a sostenere seriamente che chi è nato sulle rive del mediterraneo, ma non sa nulla di Omero e Virgilio, sarebbe più vicino alla "mentalità" dei Greci (o dei romani se è per questo) di chi è nato a New York ma Omero e Virgilio li conosce a memoria? forse la "mentalità dei greci antichi" si assorbe attraverso la pelle come lo iodio?
Gente, ma non vi accorgete che queste sono non solo stronzate, ma anche stronzate reazionarie?

KK | November 30, 2006 12:58 PM

Ora rispondo a mato, che alle 16.28 di ieri ha scritto un post che contiene molte cose intelligenti.
Quel che dice mato è che oggi un avvocato e una segretaria, per scrivere un atto, ci mettono, diciamo, 4 volte meno di quel che ci mettessero venti o trent'anni fa.
E' verissimo. Questo si chiama maggiore produttività. Il fatto di metterci, poniamo, quattro volte di meno per produrre un bene (nel nostro caso, un atto) implica che puoi, nei restanti 3/4 di tempo, produrre altri tre beni, sicché nello stesso tempo che una volta impiegavi per produrre un bene ora ne produci quattro. Quadruplichi la produzione e quadruplichi (diciamo) il tuo reddito. Non stai lavorando più di prima, stai lavorando come prima, solo che produci e guadagni di più.
Potresti anche scegliere di lavorare meno, producendo e guadagnando comunque di più di prima. E' una tua scelta (dico "tua" in ipotesi: inr ealtà presuppone tutta una serie di altre condizioni, ma non è impossibile. Di fatto, anzi, è quello che è successo nei paesi sviluppati (mai sentito parlare di riduzione dell'orario di lavoro?). Ma l'importante è che tutto questo DIPENDE all'aumento della produttività. Non deriva da una scelta della "lentezza", dei "beni di relaizone", ell'"andare di bolina", del "vedere il mare".
Dove c'è lo sviluppo, cioè dove c'è maggiore produttività, c'è appunto maggiore benessere: la gente mangia bene, vive in case salubri, beve acqua non inquinata, può curarsi la salute, fa figli che crescono sani e vivono più a lungo. Dove cazzo si è mai visto un povero che passa il suo tempo ad andare di bolina, vedere il mare, anziché arrabattarsi tutto il santo giorno per mettere qualcosa nello stomaco per sé, moglie e figli?

KK-->mato | November 30, 2006 1:18 PM

Caro KK, e chi si e' mai sognato di dirti che non hai il diritto di dire quello che vuoi, oltretutto a casa tua...
la mia considerazione era piu' un invito a cercare di cogliere eventuali spunti interessanti dal discorso di Cassano piuttosto che farne l'analisi logico-grammaticale, nulla di piu'.
Sullo sfruttamento e sull'onere, invece, beh, la risposta e' che per fortuna non siamo in un aula di tribunale. E quindi l'onere della prova o della dimostrazione non solo non ce l'ho, ma anzi lo rifiuto proprio (il discorso del ciabattino, ricordi ?). Io faccio un lavoro diverso da quello di chi deve pensare modelli di sviluppo: io li sfrutto. Questo e' il vero termine che definisce il mio lavoro, KK, qualunque cosa tu possa pensare. Se io sono piu' o meno consapevole e piu' o meno "empathyc" e' un problema mio, ma per la compagnia per cui lavoro non cambia una sega. Io devo fare numeri, che sono soldi, e come li faccio e' assolutamente irrilevante. Qualsiasi altra considerazione, lasciamelo dire, e' fuffa. Non esistono compagnie umanitarie, e' solo che facendoci due conti abbiamo visto che risparmiavamo sul turn over e sul training facendo una cena con la "carne da cannone" ogni tre mesi. E io sto gia' facendomi i conti per licenziare gli italiani che lavorano per me e prendere dei rumeni da Q3 del 2007, perche' costano meno e saranno comunitarri, quindi non dovro' neanche preoccuparmi dei permessi. Questo non e' sviluppo, questo e' sfruttamento.
Dimenticavo: il mio lavoro mi piace pure. E nessuno, tra i miei colleghi o tra i miei capi nel BoD, vorrebbe cambiare il modello, perche' cosi' noi ci facciamo tanti soldi. In culo agli indiani, pero'...
Tu lo sai cosa succede se una settimana i miei 13 perdono piu' del 1.8% delle chiamate (grosso modo 10 chiamate su 600) ?
Parte un improvement plan, e se in due settimane non recuperano e toirnano al 1.4, si "rimuove" il team leader. Perche' tanto c'e' n'e' un altro sempre pronto a fare il bastardo per non fare alzare le persone per andare a pisciare. Non e' sfruttamento ? Perche', perche' come dici tu sono ben contenti di farlo ? Se e' cosi', abbiamo idee molto piu' diverse di quello che credevo...;-))

Ardberg 17 | November 30, 2006 1:29 PM

"Il fatto di metterci, poniamo, quattro volte di meno per produrre un bene (nel nostro caso, un atto) implica che puoi, nei restanti 3/4 di tempo, produrre altri tre beni, sicché nello stesso tempo che una volta impiegavi per produrre un bene ora ne produci quattro. Quadruplichi la produzione e quadruplichi (diciamo) il tuo reddito. Non stai lavorando più di prima, stai lavorando come prima, solo che produci e guadagni di più."
Non si devono però trascurare le "condizioni al contorno". La tua tesi è veritiera se si assume che la domanda sia infinita. Se, al contrario, e come avviene in realtà, la domanda non è solo infinita, ma addirittura scarsa, il discorso si complica. Si dovrebbe inoltre ricordare che la sovraproduzione incide proprio sui livelli di domanda e di offerta con risultati non sempre così positivi. Attendendo lumi da Francesca (che è partita ;oP), voglio portare un esempio che contraddice la legge della domanda e dell'offerta. Io ritengo, ad esempio, che il mercato immobiliare sia viziato proprio dal sovrannumero degli agenti immobiliari. Dato cioè un certo valore più o meno costante di transazioni immobiliari, il prezzo sarà tanto più alto quanto maggiore è il numero degli intermediari. Se io infatti, intermediario, potrei accontentarmi di una percentuale del 1% su un valore di intermediazioni di 100, dovrò, per arrivare a fine mese, cercare di sovrastimare l'immobile per avere la stessa cifra con meno transazioni....

alessandro-->kk | November 30, 2006 1:50 PM

In un certo senso quindi l'immagine di un "rallentamento" della produzione è sicuramente una suggestione su cui riflettere. Mi è sembrato però di capire che nè Cassano, nè tantomeno Alberto parlino di questo. Infatti tale rallentamento, possibile sul piano teorico e accettabile non certo da tutti, è invocato non ove manca lo sviluppo, ma proprio là dove lo sviluppo è maggiormente presente. Così, proprio come lo sviluppo e la ricchezza dei Greci permise la nascita della tanto reclamata filosofia classica (milieu?), non vorrei essere portato a pensare che il Sud non possa che produrre tale pochezza di idee.

alessandro | November 30, 2006 2:04 PM

Ardbeg, perché non cominciamo col definire "sfruttare"?
Sfruttare vuol dire secondo te:
licenziare
pagare "poco" (ma rispetto a cosa)
cos'altro?

Quanto al ciabattino ecc.: il punto è che che, COME critico lo specialista che dice la cazzata A, COSI' critico il non specialista che dice la cazzata B. A non è meno meritevole di attenzione di B, né B più di A. Anzi sarebbe un autentico progresso, secondo me, se si diffondesse la pratica di discutere di A e B senza curarsi di chi le abbia pronunciate.

Inoltre: quel che dice Cassano NON si può semplicemente derubricare a innocuo cazzeggio o umanamente comprensibile sfogo di delusione/depressione; per due ragioni. Primo: che Cassano in persona presenta la sua come una proposta, o un'idea (il "pensiero meridiano", minchia!), che è rivolta nientemeno che al completo rivolgimento del nostro modo di pensare, di vivere e di produrre. Secondo: non trovo nulla di "leggero", di "ironico", né tantomeno di "lento" o di "profondo" in generiche cazzate su un "modello di sviluppo" che non si sa cos'è né se esiste e su un "altro modello di sviluppo" di cui semplicemente non si sa nemmeno lontanamente cosa sia, di "beni pubblici" che NON sono beni pubblici, di un pensiero asseritamente "meridiano" che non si sa perché dovrebbe essere definito meridiano, di un "Sud" e di un "Mediterraneo" che non è definito ma che, a occhio, non comprende la Spagna, Marsiglia, Genova o Trieste.
In altri tempi ce la saremmo cavata con una risata e sarebbe finita lì. Il dramma odierno è che, come vedi, a questi qua c'è persino chi gli dà credito...

KK-->Ardbeg | November 30, 2006 2:16 PM

Indubbiamente esistono condizioni. Una è che esista libertà di entrata e di uscita dal mercato, un'altra che vi sia trasparenza/simmetria informativa fra le parti: tutto questo, se vuoi, si può riassumere sotto la formula "efficienza del mercato" e capacità dei prezzi di svolgere la loro funzione di segnali. SE queste condizioni ci sono, allora la sovraproduzione (o la sottoproduzione) non ci sarà, e il mercato sarà in equilibrio.

Quanto al tuo esempio del mercato immobiliare: si tratta proprio di un mercato in cui esistono asimmetrie informative (=una delle parti ne sa di più dell'altra sul valore del bene che viene scambiato). E sappi che esistono studi che sostengono - al contrario di quel che dici tu - che la presenza degli agenti immobiliari tende ad ABBASSARE, non ad alzare, il livello dei prezzi nelle compravendite immobiliari

KK-->Ale | November 30, 2006 2:26 PM

(OT: anch'io sto probabilmente dicendo cazzate. Spero che Francesca, se ci legge, ci corregga)

Sul resto che dici non sono affatto d'accordo. La frase "in un certo senso quindi l'immagine di un "rallentamento" della produzione è sicuramente una suggestione su cui riflettere" mi lascia perplesso. Il problema non è "rallentare la produzione", ma IN OGNI CASO l'aumento della produttività. Si lavora di più e si guadagna di meno dove il lavoro è meno produttivo, dove c'è meno "sviluppo".

"Così, proprio come lo sviluppo e la ricchezza dei Greci permise la nascita della tanto reclamata filosofia classica (milieu?), non vorrei essere portato a pensare che il Sud non possa che produrre tale pochezza di idee."
Dell'economia antica abbiamo già parlato, Ale. Era un'economia "embedded" che rifiutava, tra l'altro, l'idea dell'aumento della produttività (e il progresso tecnico). Quindi era un'economia di penuria e di sfruttamento.

KK-->Ale | November 30, 2006 2:35 PM

Come già discusso in altre sedi, concordiamo sulla asimmetria inforamtiva (poca trasparenza). Ma non è che è proprio in virtù delle condizioni di base "mancanti" che il modello di autoequilibrazione del mercato sia deficitario? Sarei invece di un altro avviso: non può forse essere proprio la asimmetria informativa che equilibra il mercato?

alessandro-->KK | November 30, 2006 2:41 PM

Buona domanda.
Per quanto riguarda l'esempio specifico che ho fatto, considero sfruttamento il fatto che:
1 - Posso licenziare senza colpo ferire;
2 - Posso applicare orari e turni senza controlli sulla loro "salutarieta'" (non mi viene la parola). Spiego: se io lavoro di notte in UK, il turno deve essere di max 8 ore, e dopo ho diritto a 36 ore di recupero (credo anche in Italia, ma non conosco le condizioni). In India no. E, per via del fuso orario, per lavorare con UK si lavora SOLO di notte...
3 - Non esiste una paga minima oraria (in UK non c'e' Contratto nazionale, ma la paga minima oraria e' £ 5.2, per chi lavora in un pub o fa le pulizie o altri lavori senza contratto)
Ora, io non faccio lavorare i bambini di 8 anni per 16 ore, ma a me sembra che questo sia sfruttamento, se non altro della situazione che il governo indiano mi lascia godere.
Per il ciabattino: ripeto, non sto sindacando il diritto/dovere di criticare chi dice una cosa che tu o io riteniamo una cazzata. Dico solo che non sta a me fornire una soluzione. Io dico che sfrutto il lavoro in India: qual'e' l'alternativa non la so, posso solo dire che cosi' non va.
Per finire: mi piace questo discorso sulla produttivita'. Ricordo di aver letto da qualche parte che l'introduzione degli elettrodomestici (lavatrice, aspirapolvere, lavastoviglie ecc) non solo non ha diminuito di una virgola il tempo che si dedica alle pulizie, ma lo ha addirittura aumentato. Si citava proprio il fatto che il romanzo borghese della meta' del '700 (autori come Defoe, Fielding, ecc) si sviluppo' in Inghilterra perche' c'era un pubblico femminile che poteva affittare le dispense dalle biblioteche ambulanti e leggerle, avendo dei lunghi tempi morti nell'espletamento delle "faccende di casa" (La nascita del Romanza Borghese, Ian Watt, Bompiani, ma non mi chiedere l'anno..;-))
Ecco, questo sembrerebbe un buon esempio di "lentezza" vincente, in termini di sviluppo culturale, sulla "velocita' attuale...

Ardberg 17 | November 30, 2006 2:50 PM

Odio intervenire sulle pulizie, sembra fatto apposta in quanto donna :-)..però, Ardbeg, magari un tempo era così perchè non le facevano le padrone di casa, ma domestiche, governanti, sguattere, lavandaie, stiratrici, e tutto quello che vi viene in mente. Perchè ti assicuro che, solo per fare un esempio, fare il bucato prima dell'esistenza della lavatrice era un lavoro di ore, con lisciva, acqua bollente, almeno due persone per girare e strizzare la biancheria, etc.
Il pubblico femminile di cui parli, probabilmente, era quello delle "signore"..le altre probabilmente neanche sapevan leggere.

B.B. | November 30, 2006 3:02 PM

Errato, BB...si tratta del "popolino", e non della classe "dirigente", che invece si dilettava in balli e ricevimenti. Tieni presente che, ad esempio, il prezzo delle dispense veniva "calmierato" e tenuto al di sotto del prezzo di una pinta, proprio perche' altrimenti il potenziale cliente preferiva bere... L'alfabetizzazione in Inghilterra e Scozia nel '700 era tra le piu' alte d'Europa: non per niente oltre al romanzo nello stesso periodo nasce il giornale, e l'abitudine a leggerlo, con una trasversalita' che noi ci sognamo ancora...

Ardberg 17 | November 30, 2006 3:07 PM

E, per intenderci, sono d'accordo che ci voleva di piu' a fare il bucato. E' che se ne facevano meno...;-)

Ardberg 17 | November 30, 2006 3:08 PM

ecco infatti: una donna di famiglia povera
aveva SOLO il tempo di fare le faccende domestiche, che includono lavare, fare da mangiare, cucire vestiti, a volte scarpe, sistemare problemi vari, ecc ecc.
Lavoro a tempo pieno. A cui si aggiungevano:
lavori nei campi o lavori saltuari (senza
contributi e senza diritti);
figlie "per serve" a 12 anni, o nelle risaie
a 14, i figli nei campi (di qualcun altro); coltivare il baco da seta
per fare quattro soldi;
raccolta cose di ogni genere (sterpi, pezzi legno ecc) perche serve
tutto non essendoci niente.
E via dicendo.
Questa vita pre sviluppo (italia inizio 1900) era meglio e dava "piu tempo per pensare" ? Boh, io non capisco proprio.

angelas | November 30, 2006 3:10 PM

Ardbeg: chiunque abbia provato a far il bucato a mano anzichè con la lavatrice non può che pensare che quello che hai scritto sia falso. E' più faticoso e ci vuole più tempo, non c'è molto da discutere.
Ci posson essere diversi fattori, per giustificare la tua affermazione: o parli di persone che in una casa, per esempio, avevano un solo compito (chessò, appunto la stiratrice) e allora è chiaro che nel resto del tempo eran libere: ma questo vuol dire che per fare il lavoro che oggi fa UNA casalinga, si avevano PIU' persone a servizio che si dividevano il lavoro; o del fatto che l'igiene era molto meno curata, e allora magari si spolverava una volta all'anno e i letti venivan rifatti per Natale.
Ma l'affermazione tout court che gli elettrodomestici allungano i tempi delle pulizie..che dire? Non ci credo neanche un po' è sufficiente? Prova a far a mano i piatti e le pentole di una cena anche solo con 6 persone o a metterli in lavastoviglie..che dici?

B.B. | November 30, 2006 3:14 PM

concordo con BB. Lavare a mano: prima di
tutto si produceva il materiale per lavare
(la lisciva); poi si andava alla fonte con la roba da lavare; prova a lavare un lenzuolo cosi. Certo non si faceva il bucato
ogni tre giorni.

angelas | November 30, 2006 3:20 PM

Ale, quando mancano le condizioni previste dal modello, il mercato non funziona (i prezzi non funzionano come segnali): market failure. Occorre un intervento esterno.
L'asimmetria informativa è un buon esempio. Se c'è asimmetria, come nel mercato immobiliare, lasciate a se stesse le parti contrattuali NOn si "fidano", e il risultato è un "mercato dei bidoni": tutit ci rimettono, perché io non mi fido, il prezzo si abbassa, le case migliori vengono levate dal emrcato, quelle che si vendono sono solo dei veri bisdoni, la fiducia dei compratori di conseguenza scende ulteirormente, e i preziz scendono ancora, sempre meno case buone vengono messe sul mercato, ecc. Non se ne esce. ecco allora l'intervento esterno: i regolamenti edilizi, per es.. Se io so che, per legge, un edificio deve avere alcuni requisiti minimi, l'asimmetria è almeno in parte eliminata e il mercato può funzionare. Questo fa tutti più contenti: i compratori, perché rischiano meno (un conto è non sapere se la casa che compro è rumorosa la notte, un altro conto è non sapere se viene giù alla prima folata di vento), e di cosneguenza sono dispsoti a pagare di più, e i venditori di cosneguenza (chi ci rimette, è solo l'imbroglione).

KK-->Ale | November 30, 2006 3:35 PM

Vedo che Ard è già nelle mani di due donne agguerrite e mi astengo dall'infierire.
BB e angelas, ditegli quel che si merita a quel lazzarone... Tzè.
:-)

KK | November 30, 2006 3:37 PM

Provo a spiegarmi meglio.
La lavatrice e' sicuramente piu' veloce di qualsiasi altro modo di lavare il bucato. E l'aspirapolvere pulisce molto piu' velocemente dello straccio con lo scopettone. E questo non e' in discussione.
La differenza e' che noi adesso ci accorgiamo di piu', ad esempio, delle cose sporche, e quindi abbiamo bisogno di pulire piu' spesso. Anche perche' abbiamo scoperto che se c'e' sporcizia e' piu' facile che ci siano malattie, e per evitarle e' meglio pulire di piu'. E per pulire di piu' e meglio abbiamo inventato la lavatrice e l'aspirapolvere. Prima che me lo si rinfacci: non sto dicendo che era meglio quando eravamo zozzi e puzzolenti e morivamo a 30 anni di tifo. Stavo solo facendo una considerazione in merito alla produttivita', che mi era stata innescata da KK.
Per quanto riguarda gli studi di Watt, posso solo consigliarvi di leggere il libro: e' un testo base di ogni esame di letteratura sul romanzo, in Italia come in UK. Nella ricca bibliografia troverete tutti i dati su diffusione delle librerie itineranti, della alfabetizzazione ecc.

Ardberg 17 | November 30, 2006 3:38 PM

Se poi vogliamo vedere che culo ci si faceva a lavare a mano, vi consiglio invece una miniserie prodotta da Channel 4 nel 1999, intitolata The 1900 House, dove una famiglia tipo (padre, madre, tre figli) ha vissuto per tre mesi come una famiglia del 1900. Particolarmente spettacolari i lavaggi di capelli, il bucato, la preparazione del cibo (e il cibo stesso, indeed) e i rimedi casalinghi per le malattie tipo raffreddore, duroni, mani arrossate e compagnia bella.
Giuro, lo so quanto ci vuole a lavare con la lisciva.

PS Lazzarone sarai te e tutta la palzzina tua !

Ardberg 17 | November 30, 2006 3:46 PM

KK, sovente ho come l'impressione che siamo in due posizioni diverse, pur guardando nella stessa direzione. La cosa positiva, credo, è che entrambi vediamo particolari differenti... :)
Torniamo all'OT. Il regomento edilizio, una volta introdotto, non risolve il problema dell'asimmetria informativa in senso stretto, ma tende semplicemente ad innalzare il valore (QUALITATIVO) medio (STANDARD) degli immobili. Tornati alla situazione in cui TUTTI gli immobili rispettano il regolamento edilizio, continua a sussistere la differenza di valore determinata dal fatto che non tutti sono nelle medesime condizioni. Così, più che di regolamentazione, sarebbe più opportuno parlare di CERTIFICAZIONE. L'esempio, per rientrare in topic, è proprio quello degli elettrodomestici, certificati come classe A, classe B, classe C etc in funzione di del loro consumo energetico. Se ne sta parlando anche per gli immobili....

alessandro-->KK | November 30, 2006 3:57 PM

l'aspetto interessante della faccenda, a mio avviso, è la VOLONTARIETA' della norma, anzichè la sua COGENZA (si dice così?). Ecco, mi sono perso. Torno dopo un caffè. :)

alessandro | November 30, 2006 4:00 PM

Ard, capisco. Solo che oggi possiamo,
se maniaci dell'igene, passare 12 ore al
giorno a pulire; e' una scelta (o una malattia).

Ma se siamo persone con
un normale equilibrio ce la caviamo
con brillanti risultati in un tempo
che non e' nemmeno paragonabile con quello
che i nostri nonni dedicavano alla stessa
attivita con meno brillanti risultati, anche tenendo conto del fatto che loro lavavano meno spesso, e che noi
siamo allergici alla polvere.


Ecco, immagina di avere un neonato e neache un pannolino, e metti che non ti
puoi permettere l'usa e getta del ciripa
(fatto di pezzi di lenzuolo vecchi eh).

angelas | November 30, 2006 4:11 PM

io ad esempio sostengo (mia moglie non è affatto d'accordo, ed io mi adeguo... :)) che la tovaglia sia assolutamente insensata. Si perde un sacco di tempo a metterla, toglierla, scrollarla, lavarla e stirarla, quando basterebbe passare una spugnetta umida sul tavolo a fine pasto...

alessandro | November 30, 2006 4:26 PM

ehm, dico solo che è stato provato che una lavapiatti, per esempio, è molto più ecologica del lavaggio a mano dello stesso numero di stoviglie.
meno detersivo e meno acqua.

addb | November 30, 2006 4:28 PM

Ok, cos'e' il ciripa ? Non mi dire che mi sono perso qualcosa di fondamentale quando cambiavo i pannolini a mio figlio...;-)

Ardberg 17 | November 30, 2006 4:30 PM

ard, te le vai a cercare.
il ciripà è il pannolino di stoffa.

addb | November 30, 2006 4:34 PM

Nel milanese ? A Roma si chiamavano triangoli...

Ardberg 17 | November 30, 2006 4:36 PM

nonché l'incubo di mia madre perché la sottoscritta era molto delicata e i pannoli usa e getta non andavano affatto bene.
no no.
eh eh.
serpe fin dall'inizio.

addb | November 30, 2006 4:37 PM

ard, davvero l'aspirapolvere dovrebbe indurmi a pulire più spesso?!!?
perdindirindina, non ci ero arrivata.
a me l'aspirapolvere non ispira nulla e induce meno di nulla.

addb | November 30, 2006 4:44 PM

non solo se ne parla, ale, ci sono già le certificazioni per gli immobili sul modello degli elettrodomestici.

addb | November 30, 2006 4:49 PM

Addb, e' inutile che provochi...
Tanto Shevcenko non torna e a vate perso 2 a 1...;-)

Ardberg 17 | November 30, 2006 4:50 PM

a bolzano, casaclima.
a torino per ora nisba. anche a milano nisba mi pare. Stanno ancora discutendo su quanto detersivo si può mettere.

alessandro | November 30, 2006 4:56 PM

Non provocare Addb...
Tanto avete perso 2 a 1...e Sheva non torna...;-))

Ardberg 17 | November 30, 2006 4:56 PM

milano milano non so, ma nell'hinterland sì, dovrei andare a recuperare quale comune ha appena inaugurato un intero complesso.

ard, ciccio bello, io faccio il tifo per voi, vuoi mica che mi vada bene che vincano i cuginetti, nonché innominabili?!?!

addb | November 30, 2006 5:00 PM

Ehi, ma che è, la sagra dell'OT?
Ora prendo il raschietto...

KK | November 30, 2006 5:59 PM

Pernacchione a KK...;-)))

Ardberg 17 | November 30, 2006 6:00 PM

Allora, cominciamo con Ardbeg.
"Ricordo di aver letto da qualche parte che l'introduzione degli elettrodomestici (lavatrice, aspirapolvere, lavastoviglie ecc) non solo non ha diminuito di una virgola il tempo che si dedica alle pulizie, ma lo ha addirittura aumentato."

Questa è una cazzata solenne. Il lavoro casalingo che prima si faceva in giornate intere ora si riduce a un paio d'ore. Si tratta proprio di un caso eclatante di aumento della produttività.

"Si citava proprio il fatto che il romanzo borghese della meta' del '700 (autori come Defoe, Fielding, ecc) si sviluppo' in Inghilterra perche' c'era un pubblico femminile che poteva affittare le dispense dalle biblioteche ambulanti e leggerle, avendo dei lunghi tempi morti nell'espletamento delle "faccende di casa" (La nascita del Romanza Borghese, Ian Watt, Bompiani, ma non mi chiedere l'anno..;-))"

Confesso di non aver letto QUEL libro di Ian Watt, ma dubito che Watt (o chiunque altro) possa aver mai detto o pensato che le casalinghe del 700 avessero più tempo libero delle casalinghe odierne.

"Ecco, questo sembrerebbe un buon esempio di "lentezza" vincente, in termini di sviluppo culturale, sulla "velocita' attuale... ""

Vincente? Ma stai scherzando?

KK-->Ardbeg | November 30, 2006 6:18 PM

"considero sfruttamento il fatto che:
1 - Posso licenziare senza colpo ferire;
2 - Posso applicare orari e turni senza controlli sulla loro "salutarieta'" (non mi viene la parola). Spiego: se io lavoro di notte in UK, il turno deve essere di max 8 ore, e dopo ho diritto a 36 ore di recupero (credo anche in Italia, ma non conosco le condizioni). In India no. E, per via del fuso orario, per lavorare con UK si lavora SOLO di notte...
3 - Non esiste una paga minima oraria (in UK non c'e' Contratto nazionale, ma la paga minima oraria e' £ 5.2, per chi lavora in un pub o fa le pulizie o altri lavori senza contratto)
Ora, io non faccio lavorare i bambini di 8 anni per 16 ore, ma a me sembra che questo sia sfruttamento, se non altro della situazione che il governo indiano mi lascia godere."

Sono discorsi complicati, e veramente non vorrei dire più cazzate di quante non ne dica normalmente (non è facile, ma potrei riuscirci). Mi limito a dire che, a prescindere da considerazioni extra-economiche ("a prescindere" nel senso che non ne parlo, non che non abbiano rilevanza: ne hanno eccoome), alcune limitazioni alla libertà contrattuale nel mercato del lavoro trovano anche una giustificazione economica (=non comportano solo maggiore equità, ma anche maggiore efficienza). Per es., la sicurezza sul lavoro immagino che incrementi l'efficienza del lavoro (la produttività).
Il salario minimo invece non ha queste giustificazioni: di norma si pensa che aumenti la disoccupazione, ed è plausibile che questo sia un risultato che danneggi tutti, e in primis i lavoratori che restano disoccupati. Inoltre - se il salario minimo ha base nazionale anziché variabile in base al settore e al territorio - può comportare
la depressione di intere zone economiche (come, ad es., il Sud d'Italia): dove il lavoro è meno produttivo, dovrebbe essere pagato meno. Questa non è né discriminazione né sfruttamento, mi sembra.

Anche sulla libertà di licenziare ci sarebbe molto da dire.

Per concludere, secondo me la fai troppo semplice. Secondo me la tua società non sta sfruttando nessuno.

KK-->Ardbeg | November 30, 2006 6:30 PM

"Il regomento edilizio, una volta introdotto, non risolve il problema dell'asimmetria informativa in senso stretto, ma tende semplicemente ad innalzare il valore (QUALITATIVO) medio (STANDARD) degli immobili."
Attenzione a (i) non confondere l'intento del legislatore con gli effetti della regolamentazione e (ii) non dimenticare che due risultati pososno essere prodotti dallo stesso provvedimento. Se tu incrementi il livello medio standard di un prodotto, stai (anche) riducendo l'asimmetria informativa.

"Tornati alla situazione in cui TUTTI gli immobili rispettano il regolamento edilizio, continua a sussistere la differenza di valore determinata dal fatto che non tutti sono nelle medesime condizioni."
Mica solo. Ci saranno immobili nuovi e antichi, immobili appena ristrutturati e non, immobili con impianti ben fatti e con impianti che si rompono ogni tre mesi, immobili che danno sul cortile ove si affaccia il tubo di scarico dei fumi di un ristorante, immobili che sono a tre metri da una discoteca o a cinque dall'autostrada, eccetera eccetera.

"Così, più che di regolamentazione, sarebbe più opportuno parlare di CERTIFICAZIONE. L'esempio, per rientrare in topic, è proprio quello degli elettrodomestici, certificati come classe A, classe B, classe C etc in funzione di del loro consumo energetico. Se ne sta parlando anche per gli immobili...."
E' senza dubbio qualcosa che va in quella direzione, anche se poi bisogna vedere in pratcia come verrà realizzata.

KK-->Ale | November 30, 2006 6:51 PM

Fa una cosa: leggilo. Poi ne parliamo. Perche' cosi', sai, dicendo che dubiti Watt possa aver mai detto quello che io dico di aver letto e studiato in quel libro, diventi un tantinello offensivo nei miei confronti... tipo che o me lo sono inventato, o non capisco un cazzo di quello che leggo...e stamattina, per motivi miei, non sono particolarmente disposto a sentirmi dare del cazzaro o del cretino.

Buona giornata

Ardberg 17 | December 1, 2006 10:06 AM

OK, era un modo gentile per dire che forse Watt (per il quale ho molto rispetto) ha scritto una cazzata. Non dubito affatto che tu lo abbia inteso correttamente. Mi spiace di esser sembrato offensivo- tra l'altro, penso riconoscerai che il sottoscritto generalmente è abbastanza diretto, quando si tratta di dire quello che pensa.

KK-->Ardbeg | December 1, 2006 11:37 AM

C'era un'altra cosa nel commento di mato a cui volevo replicare. Lui dice in sostanza: la maggiore produttività (la velocità, insomma) non è un beneficio per me, non solo perché mi induce a lavorare di più, ma anche perché mi induce a privilegiare la velocità in tutti gli ambiti, anche nella vita privata: "così capita ormai che se faccio la coda al supermercato mi irrito". E conclude: "E' così stupido allora riportare alla mente il valore della lentezza?"
Il fatto è che nessuno si sogna di negare che la "lentezza" sia importante. Anzi forse parlarne proprio in termini di importanza o non importanza, valore o disvalore, è un non senso. Ambiti in cui prevale la "lentezza" ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Solo che è sbagliato pensare che la "velocità" sia appannaggio esclusivo dell'età moderna e viceversa che la "lentezza" sia caratteristica del periodo pre-moderno.
Dell'aumento della produttività abbiamo già parlato, così come dell'uso che si può fare del tempo guadagnato per produrre la precedente quantità di beni. Se per produrre 1 atto ci metti 1/4 del tempo che ci mettevi prima, puoi o impiegare il resto del tempo (3/4) per produrre altri tre atti (e quadruplicare il tuo guadagno), o restare in panciolle e dedicarti alla "lentezza" (ma senza guadagnare un solo euro in più), oppure lavorare un po' di meno di prima (diciamo, i 3/4 del tempo) guadagnando comunque più di prima (3 volte tanto). La scelta è tua (o del tuo datore di lavoro): ma considera che tutti id atie sistenti indicano che, ladove la produttività è aumentata, gli orari di lavoro sono calati, non aumentati.

KK-->mato | December 1, 2006 12:28 PM

Idem il discorso di Ardbeg sulle casalinghe. Il progresso (=gli elettrodomestici) hanno fatto risparmiare alle casalinghe una immensa quantità di tempo, che si è "liberato" per poter essere impiegato in una quantità di altre cose: lavorare fuori casa, per es., darsi alla politica, ecc. O, anche, continuare a fare le casalinghe. In ultima analisi, nulla vieta che una casalinga workaholic si metta a pulire casa indefessamente dalla mattina alla sera: è una sua scelta, però. Quel che non si può negare (ed è proprio e solo questo che vuol dire "aumento della produttività") è che per fare le stesse cose che prima richiedevao giornate itnere, ora bastano poche ore.

KK | December 1, 2006 12:35 PM

Certo che la liberazione dai lavori domestici ha permesso un'assoggettamenteo paritario al lavoro di fabbrica, o più in generale a lavoro salariato, riducendo gli stipendi medi e innescando una ideologia malata di emancipazione della donna tendente ad una omogeinizzazione sempre più tragica tra i generi.
Ma ho detto una "stronzata reazionaria"*

*( KK | 30.11.06 12:58 )

Al Kurtz | December 1, 2006 1:07 PM


Oh pero.

Nasce un dramma. Un maschio
XX in carriera contribuisce all'IMDEDDTOSPTTIG oppure no?
E' un problema che attanaglia
filosofi e scienziati dai tempi di Socrate.

(KK hai il permesso di censurarmi)

angelas | December 1, 2006 2:00 PM

Non ho capito, Angelas. Cosa vuol dire "IMDEDDTOSPTTIG"?

KK | December 1, 2006 2:09 PM

era una battutaccia

ideologia malata di emancipazione della donna tendente ad una omogeinizzazione sempre più tragica tra i generi.

sono un po acida oggi, sorry.

angelas | December 1, 2006 2:25 PM

Non mi sembri acida, semmai poco comprensibile.
Cmq non vedo perché ti dovrei censurare...

KK | December 1, 2006 2:27 PM

boh, ultimamente si offendono tutti.

angelas | December 1, 2006 2:29 PM

:-)
Dipende se si offendono a ragione o a torto. Se a ragione ci si scusa, sennò chissene. No?

KK | December 1, 2006 2:33 PM

Non può negare, gentilissima angelas, almeno la contemporaneità degli eventi: manifestazione istanze di liberazione della donna dai ruoli materno/muliebri e diffuso ingresso delle donne nei processi un tempo solo di pertinenza maschile, fino all'inquadramento nelle forze armate. Correlativamente è altresì notabile il tentativo - di recente la "Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne", - di pensare il genere maschile come genere creato socialmente.

Al Kurtz | December 1, 2006 4:21 PM

Il pensiero al femminile è un pensiero tendenzialmente omologante, settario e omologante.

Al Kurtz | December 1, 2006 4:29 PM

Lasciando perdere l'"ideologia malata" (ognuno è libero di pensarla come gli pare, purché non pretenda anche che gli si dia ragione), a me piacerebbe sapere da dove Al Kurtz prende la sua pretesa "riduzione degli stipendi medi". L'ingresso massiccio delle donne nel lavoro risale a quasi un secolo fa; mi pare davvero difficile dire che in questo lasso di tempo i salari medi siano diminuiti.
Mah.

KK | December 1, 2006 4:52 PM

il genere e' geneticamente maldefinito; potresti scoprire di essere un maschio XX.
Anche nel caso che il tuo preziosissimo Y
sia confermato da analisi scientifiche,
e' un cromosoma a scarso numero di geni e attualmente si pensa che serva solo per il sesso. Mi dispiace darti la brutta notizia
ma bevendoci sopra ti riprenderai.

Per il resto in effetti sarebbe interessante sapere cosa intendi
quando dici che i salari medi sono diminuiti.


angelas | December 1, 2006 5:19 PM

Questa cosa dell'outsourcing indiano somiglia troppo alla posizione sul venditore di rose: mossi da un NOSTRO disgusto per "la società", che somiglia troppo ad una celebrazione un po' compiaciuta di una NOSTRA vaga tenerezza o trasporto di solidarietà generica, decidiamo che per il SUO bene è meglio che QUELLO si dedichi ad altro, a qualcosa di intrinseco nella SUA 'cultura'.

Lo sforzo iniziale degli indiani con la fornitura di servizi ICT è stato parte di una politica economica, e da un bel po' gli indiani non vendono soltanto 'bodies' nei call centres, ma hanno sviluppato un'industria di servizi molto sofisticati che rappresentano una REDISTRIBUZIONE non soltanto di reddito, ma di capacità di produrre (produttività) fra regioni del mondo. Si può pensare, ma è un po' condiscendente - io trovo-, che questi indiani 'non si rendano conto' che in questo modo si preparano un futuro di frustrazioni 'borghesi', di impazienza per una vecchietta che cammina lentamente, e che la NOSTRA 'saggezza' sperimentata dovrebbe invece suggerire loro lo sviluppo di un'industria di 'beni di relazione'; si può anche commiserarli perché si rendono vittime e complici 'inconsapevoli' del 'pensiero unico', ma il FATTO è che quelli SANNO bene quel che fanno, sanno perchè lo fanno, e sanno ANCHE quali effetti 'malefici' si producono, non fosse che perché la ricerca più avanzata sulle market failures è opera dei loro economisti.

Francesca | December 4, 2006 10:36 AM