« November 2006 | Home | January 2007 »

December 27, 2006

Il Punitore di se stesso

Il Punitore di se stesso (Heautontimorumenos) di Terenzio contiene uno dei versi più famosi della letteratura occidentale:

Homo sum: humani nihil a me alienum puto

(cioè: “Sono un uomo: nulla di ciò che è umano mi è alieno/non mi interessa/non mi riguarda”).

Per capire bene il senso di queste celebri parole, però, è bene ricordare il contesto nel quale vengono pronunciate. Siamo all’inizio del primo atto della commedia, quando Cremete si rivolge al vicino Menedemo (il “punitore di se stesso” del titolo) chiedendogli conto del suo strano comportamento: Menedemo è vecchio e ricco, ha molti schiavi, possiede un terreno fertile, ma si affatica tutto il giorno a curare personalmente il terreno come se fosse giovane e povero.

Menedemo inizialmente reagisce in modo brusco alle domande di Cremete (“Hai tanto poco da fare che anziché pensare agli affari tuoi ti occupi delle cose che non ti riguardano?”), e questi gli risponde con il verso famoso, cui seguono questi altri:

Vel me monere hoc vel percontari puta:
Rectumst? ego ut faciam; non est? ut te deterream

(cioè: “Tu piuttosto interpreta le mie parole come un consiglio per me o come una domanda: se è giusto vivere come fai tu, perché ti imiti anch’io, e se non è giusto, per farti riflettere”).

La humanitas terenziana, dunque, non è semplicemente il sentimento di fratellanza che dovrebbe unire tutti gli uomini che si trovano a condividere la condizione umana, le traversie della vita, ma è qualcosa di più: significa consapevolezza che le esperienze umane sono varie, diverse e molteplici, e disponibilità ad apprenderle e, a propria volta, ad insegnarle ad altri. Nel resto della commedia, almeno finché le esigenze della trama farsesca non prendono definitivamente il sopravvento, questa humanitas si esprime fondamentalmente nel reciproco scambio di conoscenze e consigli tra i due vecchi Cremete e Menedemo.

Questa commedia di Terenzio è altresì insolitamente ricca di interesse dal punto di vista della storia economica. Ciò non tanto per l’attenta considerazione del denaro e della ricchezza che caratterizza tutti i personaggi, ma soprattutto per il comportamento di Menedemo. Questi, di famiglia povera, in gioventà si era arruolato e aveva guadagnato grandi ricchezze come soldato al servizio del re di Persia: si tratta quindi, come abbiamo già visto recensendo il libro di Finley, della tradizionale visione antica della ricchezza che si ottiene principalmente attraverso la spoliazione (la guerra e la conquista) o il favore del re e dei potenti. Ma nel momento in cui Menedemo si rende conto di aver rovinato la vita del figlio con la sua eccessiva severità (tanto che il figlio a sua volta si fa soldato e va all’estero a  combattere), decide di rinunciare agli agi e all’ozio: vende tutti gli schiavi, salvo quelli che lo possono aiutare a lavorare i suoi campi, vende i mobili e le suppellettili, e  da mane a sera si dedica al lavoro: “Sarei un disgraziato se continuassi a vivere così: finché mio figlio, per colpa mia, soffrirà di fame e di nostalgia, in terra straniera, io mi punirò per il male che gli ho fatto: lavorerò con tutte le mie forze, risparmierò, guadagnerò: e tutto questo lo farò solo per lui”, vv.136-139). Questo comportamento (risparmiare e guadagnare) è del tutto insolito nel mondo antico, almeno per i ceti non marginali (schiavi, stranieri, ecc.), ed è appunto visto come aberrante dal vicino Cremete; ed è significativo che Terenzio abbia sentito il bisogno di giustificare la scelta di vita di Menedemo mediante una ragione psicologica profonda come la volontà di punire se stesso per una colpa commessa.

December 14, 2006

Paura, Apocalissi & Catastrofe

Una paura da anno mille che tutti alimentano come mossi da un cupio dissolvi, paura della nostra barbarie che dura come del nostro progresso senza ordine, paura di catastrofi possibili e inevitabili, credibili in ogni senso, le acque che sommergono le terre come la siccità totale, la scienza che soccorre come quella che uccide.

...

Si convincano i politici (ah bon?) che l'informazione, soprattutto quella televisiva (sans blague!), deve essere affidata agli informatori responsabili, selezionati, che hanno qualcosa di serio da dire.

 

 

December 11, 2006

Lo Sprawl - (2)- di Anna Diana Debernardi

Lo sprawl nuoce gravemente all’ambiente.

Lo dice un rapporto della EEA, European Environment Agency.

E alla salute.

Lo dice lo studio condotto dal CPRE, Campaign to Protect Rural England, sull’importanza della tranquillità [1].

Le città sono cresciute, mangiandosi fette di territorio rurale in quantità maggiori rispetto alla reale crescita demografica.

Dalla metà degli anni ’50, segnala il rapporto EEA, il trend vede le città europee espandersi mediamente del 78%, a fronte di un incremento demografico del 33%!

La mancanze di piani del territorio, o la pianificazione a bassa densità, hanno eroso il territorio europeo riducendo la campagne e i terreni rurali al lumicino.

Di questo avverte la EEA, sottolineando la necessità immediata di una correzione, se non addirittura di un’inversione di tendenza, per salvaguardare un continente in cui il 75% della popolazione è urbanizzata.

Gli Eu Cohesion and Structural Funds sono la chiave e il motore principale degli sviluppi delle società degli stati membri, nonché la maggiore causa di sprawl.

L’impatto dei finanziamenti è particolarmente rilevante considerato che la UE e i suoi Stati membri devono dichiarare come intendono investire tali finanziamenti nel bilancio successivo UE.

Il grande rischio è che i nuovi membri dell’Unione cadano nei facili trabocchetti di cattive pianificazioni, senza alcuna linea guida dettata a livello comunitario che esprima una politica di salvaguardia del territorio e che i fondi UE finiscano per finanziare nuove espansioni a macchia di leopardo, all’inseguimento degli standard abitativi dei Paesi più ricchi, senza alcuna forma e strategia ragionate alla base.

 

Il fattore T (->Tranquillità) è, invece, indice del benessere e della qualità della vita.

Lo studio del CPRE è serissimo e scientifico e punta a costruire una vera e propria carta della T, in modo che possa essere valore imprescindibile per le decisioni strategiche a livello pubblico.

Il presupposto dello studio è quello di considerare T come una risorsa naturale, che riflette il livello di esperienza umana del paesaggio senza il disturbo del rumore, dei movimenti, dell’illuminazione artificiale, delle varie strutture.

T è una risorsa scarsa, in Europa, e irregolarmente distribuita.

Più T è disponibile e fruibile, più siamo in presenza di una società altamente sofisticata e riuscita.

T esiste anche in città: giardini, parchi, orti botanici, zone naturali protette.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità prevede che nel 2020 i disagi mentali, quali la depressione, saranno la principale causa di malattia, con tutti i costi sanitari connessi.

E’ provato che la tranquillità, l’ambiente naturale aiutano a salvaguardare la nostra salute psichica e fisica.

 

Quale futuro ci attende?

 

 

[1] http://www.cpre.org.uk/campaigns/index.htm

(Anna Diana Debernardi)

December 4, 2006

Servizio (rete) Universale

Il ”digital divide” (divario digitale, o DD) è la differenza nell’accesso alla tecnologia digitale. L’UE, come saprete, ha da tempo rimproverato all’Italia di essere ancora ben al di sotto della media europea nel rimediare a questo divario.

 In questo articolo Repubblica descrive una iniziativa italiana per rimediare al digital divide.  Il tono dell’articolo è vagamente “cittadini versus ‘sistema’”, “antagonismo militante versus conformità al ‘modello di sviluppo dominante’”, ma come spesso accade, e anche senza domandarsi se la diffusione dell’ADSL non rientri per caso nel sacrilegio che la velocità s-misurata commette contro la lentezza, questa particolare iniziativa è proprio di quelle che l’economia moderna dello sviluppo suggerisce.

La questione del DD rientra infatti in un particolare ambito di questa teoria – quello che si occupa delle esternalità di rete, network externalities – che conduce a conclusioni assai significative al riguardo (ed anche al riguardo di argomenti apparentemente distanti, come quello del sottosviluppo e della povertà: con questo articolo proviamo ad iniziare un esame di questi problemi, ed è per questo che ‘inauguriamo’ una nuova categoria nel blog). Basta un accenno per capire molto meglio alcuni aspetti dell’intera questione del DD (e, in seguito, anche quella del sottosviluppo).

 

La 'rete' è qualsiasi bene in cui il "beneficio" o “utilità”  per il consumatore dipenda non solo dalla sua parte di consumo ma anche dal fatto che ci sono altri consumatori (dunque 'terzi' o 'esterni' - da cui appunto “esternalità” - rispetto alla transazione consumatore/produttore). Una rete telefonica è un ovvio esempio, ma lo è anche un sistema di distribuzione dell’acqua o dell’istruzione.

Ciò posto, guardate questo grafico. 

(cliccare sull'immagine per averne una copia più grande in un'altra finestra)

Guardate che cosa succede alla curva rossa di domanda in funzione della dimensione della rete .

(N.B.: questa NON è una 'normale' curva di domanda. Quelle 'normali' sono in funzione del prezzo).

Vedete che per certe regioni del grafico la domanda cresce più velocemente della dimensione dell’offerta. Questa è la rappresentazione grafica della presenza di utilità crescenti in funzione di quanti già sono connessi alla rete (esternalità positive di consumo: 'positive' si riferisce a 'incrementali', non a 'buone' esternalità).

In questo esempio succede che:

1) non esiste un unico punto di equilibrio (dove domanda e offerta sono uguali: le curve rossa e verde si incrociano): in questo esempio ce ne sono tre (i pallini celeste e rosso). In generale, ci sono equilibri multipli;

2) ci sono non-linearità. Nel nostro esempio c'è una soglia di utilità (un valore minimo di offerta prima che possa esistere una ‘utilità’: se si tratta di una rete di telefoni deve esserci almeno UN utente perchè un altro decida di aderire alla rete, se no questo non saprebbe con chi parlare). Queste soglie sono a volte chiamate “masse critiche";

3) la dinamica dello sviluppo della rete è tipicamente del tipo o niente o massimo. Se considerate il punto di equilibrio domanda=offerta nel pallino rosso, osservate che al di sotto di questo l’utilità della rete per qualcuno che decida di connettersi è troppo bassa rispetto al costo in cui incorre il fornitore per connetterlo, e dunque la connessione non viene offerta, dunque l’utilità diminuisce, e dunque a maggior ragione la connessione non viene offerta: la rete si ‘sviluppa’ verso il punto di equilibrio indicato dal pallino celeste a sinistra. Se d’altra parte quel punto viene superato ‘verso destra’, l’utilità per l’ennesimo utente connesso aumenta più del costo associato a connetterlo, dunque la rete si espande, e così l’utilità, e dunque la rete, in una dinamica che si autoalimenta fino a raggiungere il pallino celeste a destra. Il pallino rosso è un equilibrio ‘instabile’, ed è anche una soglia minima (o massa critica) perché si manifesti l’offerta;

4) non tutti gli equilibri sono dunque stabili. In questo esempio il pallino rosso è un equilibrio instabile;

5) gli equilibri stabili, che sono quelli verso cui la dinamica di domanda/offerta è naturalmente "attratta", possono anche non piacerci per niente: nel nostro esempio uno di questi è Domanda=0, Offerta=0 (niente rete), oppure un 'massimo' che però non è quello che vogliamo se ci proponiamo l'obiettivo di servire tutti (servizio universale: pallino giallo. N.B.: servizio universale non è la stessa cosa di servizio pubblico. E' per questo che la rete privata di aerei non arriva da sola a Lampedusa: ci vogliono sovvenzioni o 'forze esterne').

Insomma: le esternalità sono una cosa complicata, con questi equilibri multipli e con gli attrattori, e possono richiedere una attentissima iniezione di 'forze esterne'. Ma proprio perchè gli equilibri sono molti, e alcuni instabili, bisogna sapere con estrema precisione che cosa e dove fare. Non c'è, infatti, nulla che ci garantisca che, se da un lato le 'forze' del mercato non sono sufficienti, dall’altro lato forze pubbliche qualsiasi funzionino nel verso giusto. Supponete per esempio di trovarvi vicino al pallino rosso e che qualcuno, anche ottimamente intenzionato, decida che le 'tasse' sono un programma di educazione morale. Allora la 'rete' può benissimo collassare, e il pubblico fare  più danni che qualsiasi imprenditore privato, che almeno fallirebbe solo lui.

Ed ecco perché bisogna andar cauti quando si parla di un problema di “servizio universale” come l’obiettivo finale del DD. La rete ADSL "non arriva dappertutto": siamo già al punto di massima estensione (attrattore stabile celeste a destra); da quel punto in avanti l'utilità marginale diventa minore del costo marginale, e per estenderla al pallino giallo (servizio universale) ci vogliono forze 'esterne'. L’iniziativa del consorzio è di queste (e sarebbe interessante chiedere perché mai le compagnie telefoniche sarebbero ‘ostili’). C’è in più il fatto che, nell’esempio del consorzio, c’è questa cosa rilevante che è lo sfruttamento di una tecnologia che riduce il costo unitario di connessione dell’utente in più (il wireless), il che apre un altro capitolo tecnico e molto importante su questa faccenda che magari discuteremo un’altra volta.

 Prossimamente cercheremo di utilizzare di nuovo questi concetti per affrontare il problema dello sviluppo e delle “trappole della povertà” (suggerimento: la ‘trappola’ della povertà è un equilibrio stabile in una dinamica non lineare. Gli interventi ‘esterni’ non solo NON sono osteggiati dal pensiero detto “unico”, ma al contrario sono previsti da questo ‘pensiero’, che non è affatto unico e che appare tale soltanto all’anti-pensiero, quello si ‘unico’).

Francesca