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un’ipnotica ripetizione di una stessa nota (lo strumento è uno xilofono) a valori successivamente ridotti con effetto di cimbalon[2], seguita da glissandi e trilli dei timpani: si tratta della Musica per strumenti a corde, percussione e celesta (1936) di Béla Bartók (1881 -1945).
celesta, in cui il quartetto d’archi è raddoppiato. Viene esplorata la sonorità degli strumenti ad arco in tutta la sua gamma espressiva, utilizzando una gran varietà di colpi d’arco (pizzicato, martellato, a punta d’arco, sulla tastiera, sul ponticello, col legno) ed effetti come il glissando. L’opera ha una struttura formale piuttosto elaborata, quasi l’autore abbia voluto attuare un controllo rafforzato su quello che è l’aspetto più razionale della creazione sonora, la forma: lo sviluppo del tema è inserito in una struttura simmetrica complessa [3]Un aspetto immediatamente percettibile è l’immobilità quasi estatica dei movimenti lenti e la frenesia ritmica di quelli veloci. L’equilibrio è dato dalla presenza costante della percussione, che interviene in tempo o in controtempo e si inserisce come elemento che consente l’amalgama sonoro. E’ nel secondo movimento quel La ribattuto, ribattuto in modo irregolare, un ritmo quasi insicuro, a cui le percussioni ridanno (cercano di ridare) equilibrio. Il finale, con una grande varietà di ritmi e melodie, è energico e vitale. Musica “all’avanguardia”, si potrebbe dire.[1] La musica di Bartok è presente nelle sequenze in cui il bambino si aggira per l’albergo con il triciclo. Kubrick ebbe sempre la mano felice nella scelta della musica per i suoi film, quasi sempre musica di repertorio (tra le tante, mi piace ricordare la splendida colonna sonora di Barry Lyndon, dove si ripetono in vari momenti del film, tra gli altri, il motivo della Sarabanda tratta dalla Suite n. 4 in Re minore di Haendel, , riorchestrata da Leonard Rosenmann, e il trio di Schubert). In Shining sono utilizzate, con notevole originalità, composizioni di autori contemporanei: oltre alla musica di Bartòk, troviamo brani di Gyorgy Ligeti (1923 – 2006) e Krzysztof Penderecki (1933)
H. DE SOTO, The Other Path, New York, Basic Books, 2002 (1987).L’”altro sentiero” del titolo di questo bellissimo libro è la strada della prosperità, dello sviluppo economico e della piena integrazione di tutti i cittadini nella vita del Perù, ed è una ovvia allusione polemica al movimento terrorista “Sendero Luminoso”, più tardi debellato anche grazie all’adozione, da parte dei governi peruviani, delle politiche di inclusione suggerite da De Soto (il sottotitolo del libro è infatti “La risposta economica al terrorismo”).
La premessa del libro è semplice: troppa gente in Perù è esclusa dal sistema legale, e questa esclusione alla lunga non può non condurre a rivolgimenti violenti; ma se lo Stato ha la saggezza di comprendere che il desiderio più profondo dei cittadini non è di distruggere lo Stato, ma di essere finalmente inclusi a pieno titolo in esso, potrà evitare le violenze e incamminarsi sulla strada dello sviluppo e del benessere attuando le necessarie riforme.
La prima parte del libro è dedicata ad una celebre descrizione della c.d. economia “informale”. “Informale” significa che si svolge oltre la legalità, più o meno tollerata dalle autorità. Essa ha raggiunto in Perù, all’epoca in cui il libro uscì (1987), un’estensione tale che il 61% delle ore lavorative totali, il 48% della popolazione attiva e il 40% circa del PIL del Perù erano attribuibili a questo settore. Le massicce immigrazioni dalla campagna (dal 1940 ad ora, l’area urbana di Lima è cresciuta del 1200%!) avevano condotto una enorme massa di popolazione nelle città, e la impossibilità per i migranti di trovare una sistemazione abitativa legale aveva condotto al primo fenomeno di economia informale, il più impressionante: le “invasioni” e le susseguenti costruzioni “informali”: che avevano dato un’abitazione ad oltre il 40% della popolazione di Lima. Funziona così: gruppi organizzati di persone si impadroniscono, perlopiù nottetempo, di appezzamenti di terra non occupata, alla periferia della città, e piano piano cominciano a costruirvi, prima abitazioni provvisorie, poi, man mano che il passar del tempo riduce i rischi di evizione da parte delle autorità, abitazioni più stabili. Nei primi dieci mesi del 1985, in Perù c’erano state 282 invasioni, e nello stesso periodo erano stati aggiudicati legalmente solo tre immobili... (p. 231). Complicati contratti vengono stipulati fra gli appartenenti ai gruppi di “invasori”, che servono alla ripartizione degli alloggi, alla costituzione dei servizi comuni, alla tenuta di registri immobiliari “informali”, e così via. Nel frattempo, le nuove costruzioni “legali” erano realizzate solo in misura irrisoria (di quelle costruite nel 1985 a Lima, solo il 31% delle abitazioni erano “legali”!). Ovviamente, il fatto che le abitazioni restino illegali riduce sistematicamente il valore delle stesse, dato che non possono, almeno in teoria, essere vendute, e ciò riduce anche la quantità di investimenti che i loro “proprietari” sono disposti a fare per migliorare la qualità degli edifici e dei servizi comuni. De Soto racconta in grande dettaglio il succedersi dei vari atteggiamenti dello Stato nei confronti dell’informal housing. “Viviamo”, scrive De Soto, “in una società costosa in cui le opportunità fornite dalla legge non sono accessibili a tutti i peruviani” (p. 57). Fenomeni analoghi si verificano anche nel commercio (“informal trade”) e nel trasporto (“informal transport“): i venditori di strada “invadono” le strade e le piazze, lottano contro le autorità e i negozianti “ufficiali” per mantenere i loro spazi, si organizzano in battagliere associazioni che trattano con le autorità, costruiscono veri e propri “mercati informali” I problemi che incontrano sono gli stessi delle abitazioni informali: l’inesistenza di un titolo di proprietà legalmente riconosciuto sul luogo ove sorgono i singoli punti vendita (che i venditori informali cercano di superare pagando spontaneamente le accise, che le autorità municipali perlopiù accettano – dato che costituiscono spesso la maggiore entrata per il comune stesso- dopodichè la loro posizione ovviamente ne esce rafforzata) riduce il valore dello stesso esercizio, e conseguentemente restringe i possibili investimenti. Ciononostante, il commercio informale ha raggiunto tale ampiezza da manifestare chiaramente delle potenzialità economiche notevolissime. Analogo discorso va fatto per il trasporto informale (nel 1984, tra il 91% e il 95% dei trasporti pubblici totali a Lima erano “informali”). A proposito dei trasporti informali, alle considerazioni già fatte per le abitazioni e il commercio circa gli svantaggi dell’informalità, va aggiunto il fatto che il trasporto informale presenta il grave svantaggio di essere assai meno sicuro (e di fatto il trasporto pubblico su strada in Perù è uno dei più pericolosi del mondo: p. 125-126).
La domanda che, alla fine di questa ricostruzione, si fa De Soto, è: ma perché gli informali non sono riusciti, nonostante lo desiderassero tanto, ad ottenere il riconoscimento della legalità, che avrebbe in un colpo solo risolto tutti i loro problemi e avrebbe comportato un enorme guadagno per tutto lo Stato (in termini di efficienza, aumento delle entrate, sicurezza e coesione sociale)? La risposta sta nel sistema giuridico (p. 127).
Innanzitutto, la “formalità” ha dei costi ingenti. Il team messo su da De Soto nel suo Institute for Liberty and Democracy (Instituto Libertàd y Democracìa, o ILD), ad es., ha simulato l’apertura di una piccola attività industriale (calzaturifici, abbigliamento, ecc.), per verificare i tempi e i costi necessari per esercitarla legalmente. Ed ha scoperto che, in media, ci vogliono circa dieci mesi, e circa 1231 USD, per poter iniziare ad operare come industria “formale” (in un paese in cui il salario mensile minimo è 32 volte inferiore!). Per costruire un edificio legalmente occorrono circa sette anni (!), che se ne vanno per richiedere permessi e autorizzazioni a miriadi di diverse autorità. E’ chiaro che, per una famiglia di umili condizioni economiche, l’unica possibilità concreta è quella dell'informalità (p. 142).
Tutto ciò è la prova che quella esistente è una legge sbagliata, dato che discrimina fra i cittadini garantendo solo a quelli più abbienti i benefici della legalità (p. 146): laddove invece i vantaggi della legalità andrebbero forniti a tutti.
E non è finita. Anche il costo di “restare legali” (remaining formal) è ingente: l’ILD ha calcolato che, per una piccola impresa industriale, i costi degli adempimenti burocratici ammontano ad oltre trecento volte i profitti dopo le tasse ed oltre l’11% dei costi di produzione (p. 148)! O in altri termini, che le imprese sono costrette a dedicare il 40% dei loro dipendenti amministrativi agli adempimenti burocratici (dipendenti che si dedicano a queste attività in via esclusiva per almeno due giorni e mezzo a settimana!). Un enorme e quasi incredibile spreco di risorse.
Ma quello che è soprattutto importante capire è che anche l’informalità ha i suoi costi. Innanzitutto vi sono i costi dovuti all’attività che l’informale deve dedicare a non essere scoperto dalle autorità: tra questi, c’è anche la necessità di mantenere dimensioni ridotte per non essere scoperti, il che ovviamente impedisce di raggiungere economie di scala; la sottocapitalizzaizone; l’impossibilità di farsi pubblicità; l’impossibilità di accedere al credito su larga scala; il costo delle bustarelle da pagare alle autorità (in media, a quanto pare, tra il 10% e il 15% dei ricavi); e così via. Altri costi che vengono sopportati dagli informali (ma non dai formali, o comunque non nella stessa misura) sono l’inflazione (dato che gli informali detengono una quantità di denaro contante assai maggiore) e gli alti tassi che devono pagare per ottenere credito (non avendo accesso al sistema bancario ufficiale). Oltre a questi, che sono i costi dell’illegalità in senso stretto, vi sono i costi dell’assenza di buone leggi, come li chiama De Soto. Innanzitutto, il fatto di non possedere diritti di proprietà legali determina grandi inefficienze. La “proprietà” di cui parla De Soto è la proprietà in senso non giuridico, ma economico, cioè comprende tutti i diritti che attribuiscono una titolarità esclusiva e inalienabile, indipendentemente dalla natura reale o personale del diritto stesso. Si è già detto che, in assenza di diritti di proprietà legalmente riconosciuti, gli informali non hanno incentivi ad investire: perché il vero significato dei diritti di proprietà è quello di consentire ai titolari di accrescere il valore dei beni (p. 159-160). Inoltre, l’assenza di diritti di proprietà implica che i trasferimenti sono resi più difficili, e in particolare che gli informali non possono usare i loro beni come garanzia per accedere al credito e all’investimento. Infine, tutto ciò induce gli informali a concentrarsi su beni e attività più agevoli da spostare e monetizzare. L’assenza di diritti di proprietà legalmente riconosciuti aumenta anche i costi e i rischi nel caso di controversie. Inoltre, gli informali hanno difficoltà anche ad avvalersi del diritto contrattuale: intanto per difficoltà di prova, e poi per la relativa illegalità delle loro attività. Questo è un danno immenso, perché l’esistenza di un efficiente diritto contrattuale consente agli operatori economici di formare ragionevoli aspettative sugli impegni altrui nonché di assumere impegni a lunga scadenza: sicché il risultato sarà che alcuni scambi potenzialmente benefici non avranno, semplicemente, luogo. E anche questo influisce sulle dimensioni delle imprese (perché l’assenza di contratti validi ha effetto soprattutto sulle imprese di maggiori dimensioni): quindi anche questo fattore spinge gli informali a non raggiungere le economie di scala (p. 164). Ad esempio, non possono crearsi società, quindi i benefici della responsabilità limitata sono impossibili (p. 169). Gli informali hanno tentato di sviluppare mezzi informali per superare questa difficoltà. Ad es., la costituzione di legami interpersonali che minimizzano i costi dell’assenza di contratti validi e di mezzi di coercizione “alternativi”(p. 165): ma si tratta di rimedi ben lungi dal risolvere adeguatamente questi problemi.
Tutti questi costi producono gravi ripercussioni sull’economia dello Stato. Intanto, la produttività cala (il risultato, inefficiente, è che i “formali” hanno troppo capitale e gli “informali” troppo lavoro: p. 173-174). I livelli di investimento in Perù sono troppo bassi. Le tasse, che vengono raccolte su una base personale troppo ristretta, finiscono per aumentare, il che incentiva ulteriormente l’evasione (p. 175). Le tariffe dei servizi di pubblica utilità, essendo pagate solo dai formali, tendono ad aumentare. Il progresso tecnico non si sviluppa. E infine, lo Stato, ignorando le effettive dimensioni dell’economia, manca dei dati necessari per formulare adeguate politiche economiche. (p. 177).
Insomma, un sistema legale efficiente fornisce il quadro istituzionale necessario per gli investimenti, per l’innovazione tecnologica, per la specializzazione (p. 178, 180, 182). “Un sistema valido di diritti di proprietà, contratti e responsabilità extracontrattuale può generare spontaneamente un uso efficiente delle risorse senza una burocrazia che decida o autorizzi come le risorse devono essere usate (...) Questa è una proposizione cruciale, perché gli studiosi accademici tradizionali credono che le cause dello sviluppo siano risultati puramente economici – progresso tecnico, accumulazione del risparmio, investimenti in capitale umano, riduzione dei costi di trasporto, economie di scala – laddove invece queste non sono le cause iniziali. Nessuna di queste pretese cause spiega perché, in certi paesi, la gente sarebbe più innovativa, risparmierebbe di più, sarebbe più produttiva, e sarebbe disposta a correre rischi economici maggiori. Siamo forse, noi abitanti dei paesi sottosviluppati, geneticamente o culturalmente incapaci di risparmiare, innovare, assumere rischi, o di sviluppare industrie? O sono tali ‘cause’ dello sviluppo non tanto le cause, quanto in effetti lo sviluppo stesso? Non è forse la vera causa un sistema ufficiale di istituzioni legali e amministrative che incoraggi il progresso tecnico, la specializzazione, gli scambi e gli investimenti? Le prove raccolte in questo libro puntano in quest’ultima direzione” (p. 184).
Quanti investimenti e quanta innovazione, si chiede De Soto, avrebbero prodotto gli Stati Uniti e l’Europa senza un sistema legale efficiente?
“Noi crediamo sinceramente che lo sviluppo sia possibile solo se delle istituzioni legali efficienti sono accessiibli ai cittadini” (p. 186). “E’ più semplice ed economico portare insieme formali e informali modificando la legge che tentando di modificare i caratteri della gente (...) E’ più sensato adattare la legge alla realtà che tentare di cambiare gli atteggiamenti di tutti, perché la legge è lo strumento di cambiamento più utile e deliberato che sia accessibile al popolo” (p. 187).
De Soto poi sottolinea come in Perù vi sia una tradizione redistributiva: “c’è tra i legislatori del nostro paese una tradizione di usare la legge per ridistribuire la ricchezza piuttosto che per aiutare la gente a crearne. Da questo punto di vista, il diritto è essenzialmente un meccanismo per dividere una quantità fissa di ricchezza tra i differenti gruppi di interesse che la richiedono (...) Tuttavia, nel legiferare dal solo punto di vista redistributivo, i nostri legislatori non vedono che, oltre agli immediati effetti redistributivi, le loro leggi avranno effetti anche sul funzionamento del sistema produttivo nel suo complesso” (p. 189) Il risultato è la nascita di organizzazioni di interesse che cercano di ricavare quanti più vantaggi possibili dal governo, e la universale politicizzazione della società, anche in sfere tradizionalmente (altrove) lontane dalla politica. Il Perù è diventato “una democrazia di gruppi di pressione”: cosicché “le imprese che restano sul mercato sono quelle che sono più efficienti politicamente, non economicamente” (p. 191). “Il nostro sistema giuridico, quindi, non cerca di stabilire ler norme necessraie a salvaguardare e limitare i diritti e gli obblighi per proteggere le proprietà di tutti e incoraggiare le transazioni di tutti, perché esso non riflette il desiderio di creare istituzioni che producano ricchezza ma, piuttosto, un’ossessione di amministrare direttamente le circostanze quotidiane. Di conseguenza, è il risultato di una costante concorrenza per redditi non guadagnati e delle personali priorità ed opinioni dei nostri governanti, ed è fatto delle cattive leggi che regolano i costi dell’attività formale ed informale. E’ tutt’altro che favorevole ad aprire le istituzioni giuridiche alle popolazioni marginali. Tutto ciò causa scoraggiamento, incertezza, e corruzione, e stimola il disagio sociale” (p. 198). Dite la verità: ma non sembra stia parlando dell’Italia?
Tutto ciò, che induce a individuare come destinatari della legge non gli individui, ma i gruppi, è una caratteristica di quel sistema economico-politico noto come mercantilismo (p. 193). E una lunga sezione del libro di De Soto è volta a rintracciare delle analogie tra il mercantilismo dei secoli XVI-XIX in Europa e il Perù contemporaneo. Il mercantilismo era un sistema nel quale l’accesso all’economia, al commercio, all’industria, non era aperto a chiunque, ma solo a cricche favorite dal potere. Anche il mercantilismo, dice De Soto, si dovette confrontare con le massicce immigrazioni dalla campagna, e anch’esso tentò di resistere bloccando l’accesso al riconoscimento legale: ma alla fine, fallì, e la nascita delle moderne economie di mercato è stata possibile solo col superamento del mercantilismo, o in modo pacifico (come in inghilterra) o in modo violento (come in Francia).
La cosa divertente, dice De Soto, è che tutti sono convinti che a fallire sia stata l’economia di mercato, quando in realtà, in Perù, questa non c’è ad oggi mai stata, e quello che invece si sta dimostrando inefficiente è un sistema mercantilista (p. 209): anche questo è tipico di certi dibattiti nostrani sui fallimenti dello “sviluppo” e del “mercato” in casi in cui, in realtà, non c’è stato né mercato né sviluppo... Persino la descrizione delle somiglianze tra le invasioni in Perù e la folla dei migranti nelle città del periodo mercantile in Europa (p. 213), a me ha ricordato irrresistibilmente i vu’ cumprà che affollano le strade delle città italiane; anche qui, come allora, dei regolamenti restrittivi limitano la capacità delle imprese “regolari” di fornire lavoro ai migranti (p. 213)!
“E’ ora chiaro che il problema centrale non è se le istituzioni formali devono o no includere gli informali per ragioni umanitarie, ma se riusciranno a farlo in tempo per evitare la distruzione violenta della democrazia rappresentativa”, cioè il terrorismo, perché “i più poveri e scontenti membri della popolazione non sono disposti ad accettare una società in cui le opportunità, la proprietà, e il potere sono distribuiti in modo arbitrario” (p. 233), Ma è possibile una rivoluzione pacifica contro il mercantilismo, e questa rivoluzione è l’informalità. L’informalità e la sua diffusione sono state all’origine anche del tramonto in Europa del mercantilismo, e ne affretteranno la fine anche in Perù (p. 235).
La convinzione dei politici peruviani – che si ritrova anche in tanti politici italiani – è quella che De Soto chiama “volontarismo politico”: la sua “base ideologica si ritrova in quella scuola di pensiero giuridico che considera le istituzioni sociali il frutto della deliberata azione del governo. Questa, ovviamente, è un’illusione. Nessun essere umano o governante può comprendere l’intero processo dell’evoluzione sociale, ancor meno in una società cangiante come la nostra” (p. 237), dove, ricordiamolo, gli informali (che difficilmente possono considerarsi come “creazioni” dello Stato e del governo) svolgono una così gran parte delle attività economiche. E’ la gente, non i governi, che produce le novità e il progrssso. E “quando le istituzioni legali sono efficienti, i governi possono mietere grandi successi con il minimo sforzo” (p. 238). Ma la tradizione mercantilista è abbastanza forte in Perù perché sia la destra sia la sinistra condividano la medesima visione dell’informalità: pensano entrambe che l’informalità sia il problema, anziché la soluzione (“usare l’energia intrinseca al fenomeno per creare ricchezza e un ordine differente”) (p. 239). Ciò ha disastrosamente “oscurato l’enorme capitale umano e il potenziale di sviluppo dei migranti (...) Il romanticismo della sinistra la fa di solito elogiare e persino venerare la gente comune, a condizione che si limiti ad un ruolo strettamente dipendente e non abbia né idee né l’abilità di organizzarsi assieme ad altri. Essa vede questa gente come un oggetto passivo bisognoso di programmi di assistenza simili a quelli richiesti per i disabili o i disoccupati E’ come se la sinistra apprezzasse i lavoratori solo quando essi mancano dell’abilità di farcela da soli. Quest’atteggiamento è poco diverso dal paternalismo della destra, che anch’essa simpatizza con la gente di estrazione popolare, fintanto che essa limita la propria attività a una leale servitù, all’artigianato, o al folklore, ma li respinge non appena questa gente apre proprie imprese e si fa pagare per i propri servizi, negoziando i propri prezzi in base al mercato Allora, la reazione è dire che i prezzi sono ‘esorbitanti’ e che il lavoratore intraprendente è un ‘ladro’ o un ‘mascalzone’” (p. 242-243). “Degli imprenditori concorrenziali, che siano formali o informali, sono in effetti una razza tutta nuova. Hanno rifiutato la dipendenza proposta dai poltiici. Possono essere sgradevoli o maleducati (...) ma rappresentano una base più solida per lo sviluppo di quanto non siano burocrati scettici e trafficanti di privilegi (...) In Perù, l’informalità ha trasformato un gran numeor di persone in imprenditori (...) Questo è il fondamento dello sviluppo” (p. 243). La soluzione, insomma, è “cambiare le nostre istituzioni legali così da ridurre i costi di produrre e ottenere ricchezza, e di dare alla gente accesso al sistema così che possano unirsi all’attività economico-sociale e concorrere con gli altri su un piede di parità, il fine ultimo essendo una moderna economia di mercato che, ad oggi, è l’unico modo conosciuto di raggiungere lo sviluppo basato su un’attività commerciale diffusa” (p. 244).
C’è un argomento economico sul quale si fa spesso confusione. Dato però che si tratta di un argomento piuttosto importante, anzi decisamente cruciale, nell’economia e nella politica contemporanea, è bene conoscerlo. Si tratta della distinzione tra beni privati, beni pubblici, risorse comuni (common resources, o anche commons) e beni artificialmente limitati.
Le caratteristiche in base alle quali questi beni si distinguono sono le seguenti:
• sono escludibili (excludable) se chi li produce può impedire a chi non paga di consumarli, altrimenti sono non escludibili;
• sono rivali nel consumo (rival in consumption) se la stessa unità del bene non può essere consumata da più di una persona contemporaneamente, altrimenti sono non-rivali nel consumo.
Facciamo degli esempi per capirci meglio. Un quintale di grano è un bene escludibile: il produttore può venderlo a Tizio ma non a Caio. Ed è anche rivale nel consumo: una volta consumato da Tizio, quel quintale non potrà più essere utilizzato da nessuno.
Ma alcuni beni non possiedono queste caratteristiche. Ad esempio, la protezione contro gli incendi è non escludibile, perché quando si interviene per spegnere un incendio non c’è modo, per i Vigili del Fuoco, di escludere qualcuno dal servizio, indipendentemente dal fatto che paghi o meno le tasse; analogamente, il sistema fognario di Londra libera il Tamigi dall’inquinamento per tutti, non solo per alcuni. E i beni suddetti, come pure altri (come per esempio un programma televisivo), sono anche non- rivali nel consumo: la stessa unità del bene può essere utilizzata da più persone contemporaneamente (se io guardo un programma TV, non impedisco ad altri di fare lo stesso con la loro televisione).
Combinando i suddetti caratteri, otteniamo le famose quattro categorie di beni, nella tabella che segue:
Rivali nel consumo Non - rivali nel consumo
Beni privati (grano) | Beni artificialmente limitati (film pay-per-view; software) |
Risorse comuni (acqua pulita) | Beni pubblici (servizio fognario, servizio antincendio) |
Escludibili
Non escludibili
La teoria economica moderna ha chiarito che solo un tipo di beni può essere fornito efficientemente dai mercati: i beni privati, cioè quei beni che sono contemporaneamente sia escludibili sia rivali nel consumo. Vediamo perché.
Se i beni non sono escludibili (ad esempio, un sistema fognario di proprietà privata), il fornitore del servizio non potrà fornirlo solo a chi paga, escludendone tutti gli altri. Si crea il problema c.d. del free rider (=viaggiatore a sbafo): gli altri pagano, e io mi avvantaggio del bene gratis. Ne segue che i privati avranno più di qualche remora ad intraprendere un’iniziativa economica avendo a che fare con beni non esclusivi: cioè, questi beni saranno prodotti ad un livello inefficientemente basso.
Per i beni escludibili, ma non-rivali nel consumo (cioè, i beni artificialmente limitati) succede invece che sono inefficientemente bassi i livelli di consumo. La ragione è che la rivalità nel consumo è collegata ad un fenomeno che si verifica nel costo marginale di produzione (cioè, nel costo di produzione di una unità aggiuntiva) di questi beni. A differenza dei beni rivali, quelli non-rivali hanno un costo marginale pari a zero: una volta messo in onda, un film pay-per-view ha il medesimo costo sia che a vederlo siano in 20 sia che a vederlo siano in 21, cioè il costo addizionale di metterlo a disposizione di uno spettatore in più è zero. E siccome è zero, il prezzo efficiente della sua messa a disposizione di tutti gli spettatori dovrebbe essere anch’esso zero. Ma siccome il titolare della TV pay-per-view (e chi gli fornisce i film da mandare in onda) deve fare un profitto, applicherà un prezzo superiore a zero, e dunque il consumo del film sarà inferiore a quello ottimale (vi saranno, cioè, dei potenziali spettatori che non vedranno il film, anche se la loro utilità marginale di vedere il film fosse stata superiore o uguale a zero).
Ma i beni privati (automobili, apparecchi televisivi, cene al ristorante, libri, formaggi) non hanno di questi problemi, sicché i mercati sono perfettamente in grado di allocarli in modo efficiente.
Venendo ai beni pubblici (oltre a quelli già ricordati, possiamo indicare: la difesa nazionale, la prevenzione delle malattie, il sistema giudiziario, la ricerca scientifica, il voto alle elezioni), bisogna fare attenzione a non confondere la natura pubblica del bene con la natura pubblica di chi li fornisce. Lo Stato fornisce anche beni privati, non solo beni pubblici, e i privati forniscono a loro volta beni pubblici oltre che beni privati. Di fatto, anzi, alcuni beni pubblici sono frequentemente forniti da privati; si pensi alle televisioni, che sono un bene pubblico, ma possono essere fornite da privati (come le televisioni commerciali) e anche essere rese deliberatamente beni limitati rendendole escludibili (come le televisioni pay-per-view). Ma i beni pubblici sono normalmente forniti dallo Stato, proprio perché i mercati non riescono a fornirli in modo efficiente.
Il problema principale dei beni pubblici è determinare il livello ottimale della loro fornitura, che implica la determinazione sia del loro costo sia del loro beneficio; solo che mentre la determinazione dei costi è semplice, non lo è invece quella dei benefici. Questa analisi, detta analisi costi-benefici, pur necessaria, tuttavia non sempre conduce a risultati corretti, sicché i beni pubblici sovente possono essere forniti in misura troppo alta o troppo bassa.
Le risorse comuni sono esemplificate dall’acqua e dall’aria pulite, dal pesce che si può pescare in una certa zona, dalle strade. Dato che sono beni non escludibili, non si può limitarne l’utilizzo facendo pagare un prezzo; e dato che sono rivali nel consumo, e quindi chi ne consuma un’unità la rende inutilizzabile per tutti gli altri, questi beni sono soggetti ad un uso eccessivo (è la c.d. tragedy of the commons, quella dei coniglietti del gioco sopra): poiché non devo pagare, li uso ben oltre quel che farei se dovessi pagare, in tal modo rendendone però più difficile l’uso agli altri (per es., depredando in modo irrimediabile le riserve di pesce, o congestionando il traffico cittadino). Occorre ottenere un uso efficiente, che non esaurisca cioè la risorsa comune. I rimedi possono consistere nella tassazione o regolamentazione dell’uso, nella creazione di un sistema di licenze negoziabili per il diritto di usare della risorsa comune, o nella scelta radicale di rendere la risorsa comune un bene privato, assegnandone la proprietà ad uno o più soggetti. Tutti e tre questi rimedi sono stati e vengono tuttora utilizzati, nel mondo, per porre rimedio alla tragedy of the commons.
Ora che abbiamo finito con i quattro tipi di beni (dei beni artificialmente limitati abbiamo già parlato), siamo pronti per rispondere a un sacco di questioni interessanti. Del tipo: l’educazione che tipo di bene è? Perché tanta gente non va a votare?
Questo doveva essere un commento all'omelia di oggi sul "breviario dei riformisti girotondini"
Ma mi è venuto da ridere. Anzi vi invito a ballare!
All I want is to see you smile, if it takes just a little while... oh là là.
La High Court del Botswana ha deciso, con una storica decisione a maggioranza, che i Basarwe (conosciuti anche come Boscimani) – l’ultima popolazione di cacciatori-raccoglitori africani – erano stati illegalmente espulsi dai loro territori di caccia ancestrali (il CKGR, Central Kalahari Game Reserve) e hanno diritto di farvi ritorno. Vedete un resconto molto dettagliato qui.
Si tratta di una disputa, che risale ormai a circa sessant’anni fa, che oppone una piccola popolazione poverissima ad uno dei governi più efficienti ed ammirati dell’intero continente africano, e coinvolge un territorio ricchissimo (di diamanti, tra l’altro): per la prima volta è stato sancito il diritto di un popolo indigeno africano al proprio territorio atavico.
Non è, tuttavia, ancora chiaro se la decisione resterà definitiva, dato che il Governo aveva, prima della sentenza, annunciato la decisione di fare appello.