Beni pubblici, beni privati, e risorse comuni
C’è un argomento economico sul quale si fa spesso confusione. Dato però che si tratta di un argomento piuttosto importante, anzi decisamente cruciale, nell’economia e nella politica contemporanea, è bene conoscerlo. Si tratta della distinzione tra beni privati, beni pubblici, risorse comuni (common resources, o anche commons) e beni artificialmente limitati.
Le caratteristiche in base alle quali questi beni si distinguono sono le seguenti:
• sono escludibili (excludable) se chi li produce può impedire a chi non paga di consumarli, altrimenti sono non escludibili;
• sono rivali nel consumo (rival in consumption) se la stessa unità del bene non può essere consumata da più di una persona contemporaneamente, altrimenti sono non-rivali nel consumo.
Facciamo degli esempi per capirci meglio. Un quintale di grano è un bene escludibile: il produttore può venderlo a Tizio ma non a Caio. Ed è anche rivale nel consumo: una volta consumato da Tizio, quel quintale non potrà più essere utilizzato da nessuno.
Ma alcuni beni non possiedono queste caratteristiche. Ad esempio, la protezione contro gli incendi è non escludibile, perché quando si interviene per spegnere un incendio non c’è modo, per i Vigili del Fuoco, di escludere qualcuno dal servizio, indipendentemente dal fatto che paghi o meno le tasse; analogamente, il sistema fognario di Londra libera il Tamigi dall’inquinamento per tutti, non solo per alcuni. E i beni suddetti, come pure altri (come per esempio un programma televisivo), sono anche non- rivali nel consumo: la stessa unità del bene può essere utilizzata da più persone contemporaneamente (se io guardo un programma TV, non impedisco ad altri di fare lo stesso con la loro televisione).
Combinando i suddetti caratteri, otteniamo le famose quattro categorie di beni, nella tabella che segue:
Rivali nel consumo Non - rivali nel consumo
Beni privati (grano) | Beni artificialmente limitati (film pay-per-view; software) |
Risorse comuni (acqua pulita) | Beni pubblici (servizio fognario, servizio antincendio) |
Escludibili
Non escludibili
La teoria economica moderna ha chiarito che solo un tipo di beni può essere fornito efficientemente dai mercati: i beni privati, cioè quei beni che sono contemporaneamente sia escludibili sia rivali nel consumo. Vediamo perché.
Se i beni non sono escludibili (ad esempio, un sistema fognario di proprietà privata), il fornitore del servizio non potrà fornirlo solo a chi paga, escludendone tutti gli altri. Si crea il problema c.d. del free rider (=viaggiatore a sbafo): gli altri pagano, e io mi avvantaggio del bene gratis. Ne segue che i privati avranno più di qualche remora ad intraprendere un’iniziativa economica avendo a che fare con beni non esclusivi: cioè, questi beni saranno prodotti ad un livello inefficientemente basso.
Per i beni escludibili, ma non-rivali nel consumo (cioè, i beni artificialmente limitati) succede invece che sono inefficientemente bassi i livelli di consumo. La ragione è che la rivalità nel consumo è collegata ad un fenomeno che si verifica nel costo marginale di produzione (cioè, nel costo di produzione di una unità aggiuntiva) di questi beni. A differenza dei beni rivali, quelli non-rivali hanno un costo marginale pari a zero: una volta messo in onda, un film pay-per-view ha il medesimo costo sia che a vederlo siano in 20 sia che a vederlo siano in 21, cioè il costo addizionale di metterlo a disposizione di uno spettatore in più è zero. E siccome è zero, il prezzo efficiente della sua messa a disposizione di tutti gli spettatori dovrebbe essere anch’esso zero. Ma siccome il titolare della TV pay-per-view (e chi gli fornisce i film da mandare in onda) deve fare un profitto, applicherà un prezzo superiore a zero, e dunque il consumo del film sarà inferiore a quello ottimale (vi saranno, cioè, dei potenziali spettatori che non vedranno il film, anche se la loro utilità marginale di vedere il film fosse stata superiore o uguale a zero).
Ma i beni privati (automobili, apparecchi televisivi, cene al ristorante, libri, formaggi) non hanno di questi problemi, sicché i mercati sono perfettamente in grado di allocarli in modo efficiente.
Venendo ai beni pubblici (oltre a quelli già ricordati, possiamo indicare: la difesa nazionale, la prevenzione delle malattie, il sistema giudiziario, la ricerca scientifica, il voto alle elezioni), bisogna fare attenzione a non confondere la natura pubblica del bene con la natura pubblica di chi li fornisce. Lo Stato fornisce anche beni privati, non solo beni pubblici, e i privati forniscono a loro volta beni pubblici oltre che beni privati. Di fatto, anzi, alcuni beni pubblici sono frequentemente forniti da privati; si pensi alle televisioni, che sono un bene pubblico, ma possono essere fornite da privati (come le televisioni commerciali) e anche essere rese deliberatamente beni limitati rendendole escludibili (come le televisioni pay-per-view). Ma i beni pubblici sono normalmente forniti dallo Stato, proprio perché i mercati non riescono a fornirli in modo efficiente.
Il problema principale dei beni pubblici è determinare il livello ottimale della loro fornitura, che implica la determinazione sia del loro costo sia del loro beneficio; solo che mentre la determinazione dei costi è semplice, non lo è invece quella dei benefici. Questa analisi, detta analisi costi-benefici, pur necessaria, tuttavia non sempre conduce a risultati corretti, sicché i beni pubblici sovente possono essere forniti in misura troppo alta o troppo bassa.
Le risorse comuni sono esemplificate dall’acqua e dall’aria pulite, dal pesce che si può pescare in una certa zona, dalle strade. Dato che sono beni non escludibili, non si può limitarne l’utilizzo facendo pagare un prezzo; e dato che sono rivali nel consumo, e quindi chi ne consuma un’unità la rende inutilizzabile per tutti gli altri, questi beni sono soggetti ad un uso eccessivo (è la c.d. tragedy of the commons, quella dei coniglietti del gioco sopra): poiché non devo pagare, li uso ben oltre quel che farei se dovessi pagare, in tal modo rendendone però più difficile l’uso agli altri (per es., depredando in modo irrimediabile le riserve di pesce, o congestionando il traffico cittadino). Occorre ottenere un uso efficiente, che non esaurisca cioè la risorsa comune. I rimedi possono consistere nella tassazione o regolamentazione dell’uso, nella creazione di un sistema di licenze negoziabili per il diritto di usare della risorsa comune, o nella scelta radicale di rendere la risorsa comune un bene privato, assegnandone la proprietà ad uno o più soggetti. Tutti e tre questi rimedi sono stati e vengono tuttora utilizzati, nel mondo, per porre rimedio alla tragedy of the commons.
Ora che abbiamo finito con i quattro tipi di beni (dei beni artificialmente limitati abbiamo già parlato), siamo pronti per rispondere a un sacco di questioni interessanti. Del tipo: l’educazione che tipo di bene è? Perché tanta gente non va a votare?
Commenti
e se la stessa unità di bene può essere consumata da più di una persona contemporaneamente, ma da un numero ben definito?
faccio un esempio per l'educazione: il fondamentale corso di diritto comunitario tenuto da soupe.
soupe parla in un'auletta microscopica nelle segrete dell'università (più di venti persone non ci stanno), fa un corso che si basa sugli interventi dei partecipanti (gestibile se sono 20, impossibile se sono 200): è un bene (servizio) "rival in consumption?
Sì, è un bene rivale nel consumo. Lo è anche, per dire, un'autostrada intasata.
Mah, faccio fatica.
L'educazione, come l'autostrada, pare essere un bene "non rival in consumption" se gli utenti sono limitati entro un certa soglia, oltre paiono cambiar natura.
Nel caso dell'educazione, tuttavia, vi è un dettaglio che pare da non trascurare. Non esiste una sola "educazione" e un'educazione non vale l'altra.
Banalmente un Master ad Harvard non è fungibile con un master all'università di Ciattanuga.
Se, quindi, per "educazione" si intende un certo tipo di percorso formativo allora senza dubbio sarebbe da considerare "excludable" e "rival in consumption".
Questa osservazione pare avere conseguenze strepitose (che non percepisco totalmente) soprattutto in un sistema scolastico pubblico (inteso come: erogato dallo stato).
a me colico sta sempre più simpatico. non scherzo.
OK, ho sbagliato io a spiegarmi. Le autostrade e l'educazione scolastica SONO rival in consumption, indipendentemente dal loro affollamento. Lo sono perchè l'utilizzazione del bene da parte dell'n-esimo utente PUO' impedire ad un utente ulteriore (n+1) di farne uso. Questo accade anche, ad esempio, per le cene in un ristorante (da questo punto di vista, è rilevante anche la capienza della sala), o per gli utenti di una spiaggia.
Viceversa, la difesa nazionale, o un sistema fognario, o una trasmissione TV o radio, NON sono rival in consumption: possono esserci quanti utenti tu voglia, sarà sempre possiible all' n+1esimo utente di farne uso anche lui.
A me è da mo' che mi sta simpatico, Ale.
Colico, cmq ci dovresti dire quali sono le conseguenze strepitose che percepisci.
Ringrazio, un po' confuso, per le manifestazioni di simpatia.
KK, fatico a comprenderle bene, e spero che la chiacchierata qui mi aiuti.
Per esempio ci si avvede immediatamente che il sistema scolastico pubblico italiano fa finta che l'educazione abbia natura diversa da quella che abbiamo definito, anzi tenta di impedire che spieghi la propria natura.
Mi spiego: uniformare il salario degli insegnanti, assegnare agli studenti il posto in una scuola in base a criteri di apparente casualità (il luogo di residenza, ad esempio), finanziare le scuole esclusivamente con criteri dimensionali e non in base a criteri di efficienza.
Mi pare che l'obiettivo sia quello di trasformare l'educazione in un bene "non rival in consumption" oltre che non "excludable" come impone la nostra costituzione.
In sostanza, si assegna tutti un posto a scuola e si prova a far sì le scuole siano tutte uguali così che il mio consumo di educazione alla scuola X non incida sul tuo consumo di educazione alla scuola Y.
Peccato che questo risultato non si ottenga affatto e che le differenziazioni tra scuole vengano fuori ugualmente per poi scoprire che quelle migliori sono riservate (per legge!) a chi vive in certi paesi o, nelle città, in certe vie.
Tutto questo, mi pare abbia conseguenze chiarissime sia sul piano dell'efficienza sia su quello dell'equità.
Non so se è chiaro, né se è sensato ciò che ho scritto: è un tentativo.
Non penso che il sistema italiano "faccia finta". In realtà, nel momento in cui stabilisci (questa è una tipica decisione "politica") che un certo bene (la scuola, dalle elementari al liceo) deve essere fornito gratis a tutti, è chiaro che questo bene deve essere fornito dallo Stato anziché dai privati. Ma è importante capire che, a differenza di quel che accade per altri beni (come il sistema fognario o la difesa nazionale), la scelta tra fornitore pubblico e fornitore privato qui non è dettata da ragioni economiche, ma da ragioni politiche (condivisibilissime, nella fattispecie; e secondo me, sacrosante). In altre parole, i privati potrebbero fornire il medesimo bene in maniera assolutamente efficiente.
Non so se così è più chiaro.
Secondo me KK, confondi i due poli che tu stesso hai definito.
Dare a tutti la scuola gratis è scelta (politica e condivisibile) che fa della scuola un bene "non-excludable".
Io parlo dell'altra caratteristica.
Pensa all'esempio di Harvard e Ciattabuga.
La scuola Italiana è pensata allo scopo di impedire l'esistenza dell'uno e l'altra e perchè il liceo Manzoni di Via Leopardi sia uguale al liceo Silvio Pellico di via Gramsci.
Perchè si fa così?
A me pare un tentativo di ovviare al fatto che l'educazione è un bene rival in consumption. Se le scuole sono tutte uguali e c'è un posto per ciascuno, allora il mio consumo non incide sul tuo.
Bada che io di costi della scuola non ho ancora parlato.
bada!
No, colico. Il bene scuola in Italia è fornito anche dai privati. Ma è vero che la scuola pubblica è non-escludibile.
In effetti l'obiettivo della scuola italiana è, mi pare, quello di avere solo scuole eccellenti (perchè dici che l'obiettivo è quello di non avere né Harvard né Chattanooga?). Che poi non sia realizzabile è un altro discorso.
Ma continuo a non vedere bene cosa c'entri la non-rivalità nel consumo.
E' in corso un tentativo, kk.
Provo a scrivere ma sono al terzo tentativo e non risco a scrivere niente che mi convinca.
Provo un'altra volta e poi posto il risultato, a costo di scrivere bischerate
Non so rispondere bene alla tua domanda.
Ho mezze idee traballanti, in parte, peraltro, contraddittorie con ciò che ho scritto ieri.
Iniziamo da una considerazione: tu dici che la scuola punta ad essere tutta eccellente e non importa se il risultato è illusorio.
A me pare, invece, che importi.
E' rilevante perchè “in qualche modo” la diversificazione delle scuole avviene comunque e lo stato in questo modo semplicemente rinuncia scegliere i criteri selettivi. Insomma la scuola resta "rival in consumption" ma lo stato si tappa gli occhi e non prova neppure ad incidere sulla rivalità determinando le regole della competizione. E, sull’altro fronte, si comporta come se il costo marginale di produzione fosse uguale a zero, benché non sia affatto vero.
Ciò detto.
Noi abbiamo interesse ad avere scuole efficienti.
Dovremmo quindi proporci di assecondare la formazione nel numero maggiore possibile di scuole efficienti: chiamiamole Liceo Parini.
Ci hai spiegato, però, che il problema dei beni non escludibili (come il Liceo Parini) è quello del “livello inefficientemente basso” della produzione. Non vi è infatti alcun interesse a produrre scuole Parini atteso che il livello della domanda non dipende dalla qualità della scuola.
Inoltre ci hai spiegato che i beni “non rivali nel consumo” non sono consumati a sufficienza.
In effetti la scuola sarebbe un bene “rivale nel consumo” e se noi mettessimo in concorrenza gli studenti avremmo la fila di fronte alle buone scuole pubbliche dove entrerebbero solo alcuni e non altri.
Invece, questo non accade perchè io sono costretto ad iscrivere mia figlia nella scuola di zona e la scuola di zona è costretta a prenderla (di fatto poi accade che la selezione avviene per censo poiché le scuole delle zone ricche, grazie a meccanismo complicati, sono migliori delle altre, ma lasciamo perdere per ora questo discorso) quindi nessuno ha interesse a creare scuole migliori di altre.
Ora, qui la questione si complica perchè la concorrenza non vorrei certo che venisse impostata sul danaro che ognuno è capace di spendere.
Mi domando se introdurre criteri meritocratici (gli studenti più bravi scelgono prima degli studenti meno bravi) possa ovviare al problema.
Peraltro vedo anche altre implicazioni, ma sono già incasinato così e rischio di perdermi.
Punto primo: io dico che l'intento della scuola italiana è quello di essere tutta eccellente, ma mi guardo bene dal dire che se poi ci riesca o meno effettivamente è irrilevante. Sono d'accordissimo con te che è molto rilevante, invece, e che bisogna guardare con attenzione se i mezzi utilizzati sono efficaci o meno.
Punto secondo: le scuole sono rival in consumption indipendentemente dal livello di affollamento, e quindi anche indipendentemente dal fatto che siano eccellenti o scadenti. Harvard e Chattanooga entrambe hanno spazi e strutture limitati fisicamente.
Punto terzo: mi sa che nell'esposizione ho fatto casino.
Allora: i beni "non escludibili" sono prodotti a livello inefficientemente basso se la produzione è lasciata al mercato. Nel caso del liceo Parini (che è non-escludibile perché la legge stabilisce che sia fornito dallo Stato) questo non accade.
Invece, i beni non-rivali nel consumo E escludibili (cioè, i "beni artificialmente limitati") sono consumati a livelli inefficientemente bassi.
Nessuno di questi due casi è quello del liceo Parini.
un prodotto d'eccellenza del liceo parini erano le focaccine farcite di nando (che per altro non ho mai nemmeno assaggiato, in 5 anni di disonorata frequenza).
uh, malinconia.
Inoltre, il discorso si è subito impostato sulla scuola che viceversa è un caso controverso (c'è anche chi sostiene che la scuola è un bene pubblico, cioè non escludibile e non rivale nel consumo).
Ma, per continuare con le nostre assunzioni originarie, se il liceo Parini è un bene non-escludibile e se è rivale nel consumo, allora è una risorsa comune, come una spiaggia libera: le spiagge più belle saranno prese d'assalto, quelle più brutte resteranno relativamente vuote. Se però il Demanio stabilisce che in ogni spiaggia può entrare solo (o con precedenza) chi abita entro un raggio di due chilometri, siamo ANCORA in presenza di una risorsa comune, oppure il bene è diventato escludibile e quindi è ormai un bene privato? (Questo, ovviamente, è proprio il caso del liceo Parini).
Vi anticipo che a questa domanda non so rispondere. Ci vorrebbe Francesca, mannaggia.
Forse non è neppure il caso di impiccarsi alle definizioni.
Sta di fatto che essendo la qualità della scuola un dettaglio che non incide sul consumo (o che incide meno di quello che potrebbe se si aprisse ogni scuola a chiunque faccia domanda, salvo selezione all'ingresso secondo criteri razionali), mi pare si possa dire che in tal modo si determina una produzione di "buone scuole" in misura inferiore al possibile.
O no?
Son mica sicuro....
Non sono sicuro di seguire il ragionamento, colico.
Dunque: per prima cosa bisogna dire che qualificare i beni secondo quelle due dimensioni (exludable-non-exl, rival-non-rival) non è la stessa cosa che descrivere 'fermioni' e 'bosoni'. Quella non è che UNA possibile caratterizzazione, che è utile a ragionare su come produrli, regolarli, ect, ma non una determinazione di essenze.
In particolare serve a capire SE e COME il meccanismo dei prezzi produca segnali 'corretti' per rilevarne la relativa scarsezza o abbondanza, le allocazioni, eccetera.
Salta fuori che NO: tranne che per i beni privati (nel senso di quella classificazione), il prezzo di equilibrio o non c'è, o c'è ma non riflette scarsità/abbondanza, e comunque non regola produzione e consumi in modo efficiente.
Dunque SERVONO sistemi esterni di governo.
Soupe ha provato ad applicare questi concetti ad "un corso di diritto", parlando della disponibilità limitata di posti in aula.
Il posto su una sedia è un bene "rival" indipendentemente da quanti ce ne sono; una sedia non può essere consumata (occupata) da più di una persona.
E' excludable se non si può escludere un consumatore PER VIA DI PREZZO.
Ma vedete che non stiamo parlando per forza del bene "corso di diritto": stiamo parlando del bene "sedia nell'aula", e questa cosa vale anche per "posto al cinema", o "posto al ristorante".
Prendete invece il bene "sapienza giuridica di Soupe". Questa è non-rival: se lo ascoltano in due o cinquanta la 'quantità' di s.g.d.Soupe non si 'consuma' per questo.
Però possiamo complicare le cose supponendo che Soupe si stanchi di più parlando a cinquanta invece che a due. Oppure possiamo considerare il TEMPO che Soupe può dedicare agli studenti, che è rival.
O possiamo considerare che, parlando a cinquanta e raccogliendo le loro osservazioni, la s.g.d.Soupe invece AUMENTI (questa è una cosa che succede sempre con la conoscenza: più la 'spendi' e più ne produci).
Poi possiamo combinare tutte queste cose insieme e considerare che il "corso giuridico" sia un bundle di conoscenza, di tempo e di posti sulle sedie.
E la classificazione diventa allora un elemento utile a capire come configurare questo bundle (al quale aggiungiamo anche l'elemento "qualità"), sapendo che il sistema dei prezzi NON funziona con i commons o i beni pubblici.
Per esempio: forse la componente che influisce maggiormente sulla "rivalry" dell'intero bundle è la faccenda delle sedie.
Allora forse si può pensare a corsi per via elettronica? Forse si possono inventare sussidi didattici che agiscano su questa o quella delle caratteristiche?
Forse è il tempo di Soupe? Se quello è rival e non-excludable, la classificazione suggerisce che probabilmente sarà sovraconsumato. Test di ingresso? QUALE test di ingresso?, eccetera.
Il software che tipo di bene è? E che tipo di bene dovrebbe invece essere (quello libero) ?
Il software è un bene artificialmente limitato: è escludibile, ma non è rival in consumption.
Le informazioni sono un bene comune, più persone le "consumano" più crescie il valore della comunità.
Il software ci permette di gestire le informazioni, ed esso stesso è informazione e per quanto tale dovrebbe essere un bene non rivale nei consumi. Anzi anch'esso un bene comune.