Leonardo Benevolo, La città nella storia d’Europa, Bari, Laterza, 1993.
La città nella storia d’Europa è il contributo di Leonardo Benevolo [*] alla collana
“Fare l’Europa”, nata nel 1993 dall’iniziativa di cinque editori (Beck a Monaco di Baviera, Basil Blackwell a Oxford, Critica a Barcellona, Laterza a Roma e Bari, Seuil a Parigi) per ricostruire l’eccezionale storia e varietà che caratterizza il Vecchio Continente.
Suggestivo, dunque, farsi accompagnare dal Benevolo attraverso le città europee e le loro, nostre, alterne vicende, in una lettura che scorre veloce e piacevole, proprio per la natura discorsiva del saggio, ben lontano dall’essere un manuale di storia dell’urbanistica e dell’architettura o un ricettario di soluzioni per la città contemporanea.
Non vi sono tesi esposte, solo analisi storica: lo scopo, nient’affatto secondario, è dare conoscenza delle città che viviamo, i cui pregi e difetti hanno precisa origine storica.
La consapevolezza di ciò che siamo è il presupposto fondamentale per una corretta pianificazione urbana e progettazione architettonica.
L’assunto, mai contestato, è che “le città europee nascono con l’Europa e in un certo senso fanno nascere l’Europa” (pag. 3), nell’eterno e tuttora valido paradosso che la molteplicità di esperienze e di forme crea l’unicità europea e la sua Unità, quel valore universale che ci permette di vederla, distinguerla, riconoscerla.
Ma la città non nasce in Europa.
La città nasce in Mesopotamia, nella valle del Nilo, dell’Indo e del fiume Giallo nel III e nel II Millennio, come centro di potere e di scambio per le eccedenze dei prodotti agricoli.
E’ un recinto o un insieme di recinti, dove l’uomo impara l’arte di governare le piccole e medie distanze (ovvero, l’architettura) e piano piano si dimentica l’arte più antica della presenza gigante sul territorio illimitato, quella delle piramidi, per esempio.
Con la polis greca e poi con la urbs romana nasce l’identificazione civiltà-città, tanto che la caduta dell’Impero Romano coincide con la rovina di Roma e non potrebbe essere altrimenti.
La civiltà europea è dunque legata a doppio filo con la storia delle sue città.
E la sfida di oggi “è riconoscere la normalità delle zone speciali – i centri storici originariamente in equilibrio con l’ambiente rurale circostante- e isolare invece le sacche d’anormalità delle periferie recenti, da smaltire entro un certo tempo con opportune azioni di recupero. I valori custoditi nei centri storici non devono solo essere protetti, ma immessi in un circuito di fruizione diverso da quello consueto, appartenente alla vita quotidiana e non al tempo libero e alla ricreazione, che in un lontano futuro può essere ripristinato in linea generale secondo la profezia di Mondrian del 1931: la bellezza realizzata nella vita: questo dev’essere più o meno possibile in avvenire.” (pag. 216)
L’urbanistica, che si è fatta disciplina propria negli ultimi decenni dell’800, ha il difficile ed ambizioso compito (ci sono forse sfide umane non ambiziose?) di ridare vita alle nostre odierne città agonizzanti (non tutte lo sono, in verità); Venezia è un caso emblematico, il suo destino, quanto mai crudele, sembra quello di divenire un museo a cielo aperto, totalmente votata all’infelice compito di soddisfare l’immaginario collettivo, che la vuole decadente, teatro inanimato, assorbita nel “circuito del tempo libero, del turismo e della <cultura> tra virgolette” (pag. 223).
Venezia muore sotto i nostri occhi e non sono le acque ad inghiottirla, è il rifiuto di volerla viva.
Mentre la città greca è un universo aperto, che include la popolazione dentro e fuori le mura, la tradizione europea è diversa: “le città europee nascono come entità chiuse, ove l’esigenza dell’autonomia predomina su quelle dell’uguaglianza interna e della disponibilità verso il mondo esterno, e trova riscontro in uno scenario composito, imperfetto, formato dall’equilibrio di spinte antagoniste” (pag.220).
Venezia è figlia, assieme a Siena, Bruges e Norimberga, di questa tradizione, in cui il controllo pubblico e le iniziative private trovano combinazione ogni volta diversa, in una difficile convivenza che fa da stimolo continuo, dà vita e forma alla città.
Si può affermare che la fortissima speculazione fondiaria delle città mercantili, trovando disciplina entro termini precisi, ha dato lustro e potere alle città stesse, rappresentando la loro spinta propulsiva fondamentale.
La tradizione europea non è dunque il totale controllo pubblico della gestione del territorio, tutt’altro, gli esempi dei paesi dell’est, durante l’esperienza comunista, stanno a dimostrare il fallimento dell’egemonia del pubblico sull’iniziativa privata; la nostra tradizione è l’antagonismo tra interessi pubblici e privati.
Ovvero, non si tratta di far prevalere ora gli uni, ora gli altri, bensì di dar loro appropriata collocazione in un processo che si svolge nel tempo, non più nello spazio, in cui coordinamento e invettiva non si annullano a vicenda.
Perché nel tempo e non nello spazio: “la nuova combinazione tra interessi pubblici e privati proposta nei primi decenni del XX secolo (…) mira a far intervenire l’iniziativa pubblica nel momento in cui il tessuto urbano si trasforma, lasciando liberi prima e dopo il gioco degli interessi privati: è la migliore approssimazione finora trovata per ripristinare, nel nuovo contesto sociale e istituzionale, l’equilibrio fra le due sfere che è proprio della storia europea e per tornare a giocare la carta dell’invenzione qualitativa nelle varie scale di progettazione” (pag.221-222).
Ma il peso di oggi è il patrimonio antico, un’eredità paralizzante soprattutto in Italia, in cui si confonde la scala dell’oggetto inanimato con la scala della città, per la quale non basta il restauro e il ricovero in un museo, perché la città è scenario fisico e corpo sociale.
Pensare la città come un museo in scala maggiore esclude la vita, la società, l’uomo dalla città stessa, in un cortocircuito sotto i nostri occhi in molte realtà urbane italiane, oltre ad essere un’operazione scorretta sotto il profilo intellettuale e quanto mai ingiusta.
L’imperfezione di Roma è paradigma antico quanto le sue rovine; è già il Tardo Impero a dover far i conti con le rovine e gli edifici pubblici di una Roma che non esiste più: non v’è altra soluzione che lo scatto, la reazione e l’innovazione attraverso nuovi modelli, abbandonando lo sterile scimmiottamento di stili, forme e metodi che non appartengono più all’attualità, non appartengono più agli uomini che governano, ai tecnici che progettano, alla società tutta.
“(…)la convivenza con le rovine del mondo antico rimane una costante della civiltà europea, e trasmette – oltre ai modelli di un’architettura altamente perfezionata, esemplare a molti secoli di distanza – il senso fisico di un’altra civiltà incombente, estranea e familiare nello stesso tempo, e una serie di riflessioni più generali sulla fragilità delle opere umane e sulle forze superiori prevalenti, l’invidia del tempo, la varietà della fortuna, che accompagnano a lungo il sentimento individuale e collettivo del paesaggio europeo” (pag. 22).
È il modo in cui questo enorme e incombente patrimonio del passato viene modificato ha determinare la peculiarità delle singole città europee, con la fine della straordinaria stagione classica.
L’uomo ricomincia ad esercitare la propria invettiva, per rispondere ad esigenze precise, dettate dalla conformazione dei luoghi, dalla instabilità politica e dal commercio.
Muta l’equilibrio tra le parti e il peso architettonico all’interno della città: importanti santuari della cristianità sono fuori le mura, il centro della nuova città talvolta si sposta laddove sorge il santuario (è il caso di Bonn, per esempio).
I monumenti antichi assumono carattere emblematico, non hanno più le caratteristiche per servire alla città efficientemente, così diventano il segno di una matrice comune, la prova che si appartiene alla medesima civiltà e universo culturale.
Non v’è più traccia della perfetta organizzazione territoriale romana, ora il territorio è vasto, pericoloso, costellato di una miriade di città che fanno storia a sé e che inevitabilmente danno nuovo carattere e organizzazione al continente.
La svolta è epocale: muore la capacità di vedere e dominare tecnicamente l’ambiente vasto, ora l’attenzione è tutta sul particolare, sul singolo elemento, ci si avvicina all’oggetto e si perde la visione nel suo insieme.
“L’incapacità di gestire le strutture in grande scala – strade e ponti, acquedotti, serbatoi, impianti portuali – fa uscire addirittura quest’ordine di manufatti dalla sfera dell’industria umana, e assimila le strutture antiche superstiti al paesaggio naturale o a qualche misteriosa manifestazione di poteri soprannaturali” (pag. 31).
Il processo di specializzazione delle città europee e la conquistata autonomia determina un’assunzione di responsabilità totalmente estranea al mondo arabo e orientale: è la forza e l’origine del successo su scala mondiale della civiltà europea espressa dal dominio del sue città.
Affrancate dal patrimonio classico, dimenticato e seppellito nella terra e nella memoria, le città europee dopo l’anno Mille si reinventano, nell’imperfezione vivace della forma urbana e nel contrasto (“unité dans le détail, tumulte dans l’ensemble”, Le Corbusier).
Il gotico e la rapida diffusione del suo vasto repertorio, dalla prima metà del XIII secolo, offrono un metodo per padroneggiare i rapidi cambiamenti delle città e stabiliscono per la prima volta un livello unitario, europeo, della cultura architettonica: “(…)il gotico come un metodo per organizzare lo spazio – qualunque spazio – secondo un reticolo universale, esteso virtualmente in ogni scala, sebbene non ancora intellettualmente sublimato dalla prospettiva rinascimentale. L’uomo prende possesso delle spazio abitabile facendolo passare attraverso una griglia intellettuale continua in tutta la gamma delle dimensioni” (pag. 78).
La crisi economica che investe il continente europeo tra il primo terzo del ‘300 e la metà del ‘400 interrompe lo sviluppo delle città: le città, fino ad allora organismi eternamente incompiuti e in continua trasformazione, con cantieri sempre aperti, ripiegano su se stesse, si stabilizzano nei numeri e nell’estensione.
In un certo senso si fermano, si arresta la frenesia e si ha più tempo per l’analisi teorica.
Petrarca descrive per la prima volta in modo realistico le città che visita, ci lascia i primi resoconti oggettivi dei paesaggi che vede; gli scrittori umanisti alternano descrizioni dei paesaggi fisici ai paesaggi della mente; compaiono le prime cartografie non simboliche delle città.
Il paesaggio, la realtà fisica del territorio e del suo costruito cominciano ad avere vita autonoma dal racconto di una storia.
La ripetitività gotica, dispersiva e non più in grado di rinnovarsi, viene soppiantata dalla prospettiva lineare, ovvero lo strumento più potente e scientifico in grado di dare controllo e comprensione al mondo delle forme visibili.
È una rivoluzione che dura quattro secoli: si impone un repertorio universalmente valido che sarà considerato obbligante fino all’800.
La città medievale è espressione di uno sforzo collettivo della comunità, la città rinascimentale è espressione del suo principe che chiama alla sua corte gli artisti più importanti, per dare lustro a sé e alla cittadinanza.
Le piccole città principesche (Pienza, Urbino, Ferrara) ricavano da un singolo intervento architettonico un salto qualitativo dell’intero organismo urbano; le medie e grandi città (Roma, Milano, Venezia, Napoli) subiscono, invece, la frattura metodologica, teorizzata da Leon Battista Alberti nel De re Aedificatoria, tra la progettazione architettonica e la progettazione urbana.
La teoria si distacca dalla pratica, la ricerca di nuovi modelli urbani si fa nelle arti figurative e nei libri e acquista un’accelerazione incontrollabile che la porta sempre più lontana dal mondo reale; le figure prodotte dalla ricerca teorica troveranno applicazione, dopo la metà del ‘500, solo nel campo dell’architettura militare.
Un gap che ci trasciniamo ancora adesso.
Inoltre, la cultura geometrica rinascimentale ha applicazione su scala geografica nel Nuovo Mondo e nelle colonie: lo spazio viene conquistato e suddiviso secondo lo strumento prospettico, si creano reticoli regolari che ingabbiano e pianificano il territorio; in Europa, invece, le regole della prospettiva hanno incisione solo su scala topografica, trovando applicazione su scala territoriale a partire dal ‘700, in grande ritardo rispetto alle innumerevoli applicazioni delle colonie Americane, per esempio.
E’ singolare: nelle colonie progettano e costruiscono intere città di fondazione, modellando paesaggi immensi, tecnici e figure di secondo piano, mentre nel Vecchio Continente gli artisti e i progettisti più validi non trovano modo di controllare il territorio, ma solo limitate porzioni urbane (sistemazioni rettilinee, formazioni di assi viari, ricerca di visioni assiali).
Con la scienza moderna, la matematica soppianta la geometria nella lettura e conoscenza del mondo.
La cultura e la sensibilità artistiche (di stampo “geometrico”) spostano il proprio fuoco sempre più verso la sfera dei sentimenti, perdendo oggettività.
Le conseguenze sull’architettura sono decisive: L’architettura si colloca in una gerarchia universale già stabilita: il primo mobile, i cieli concentrici, il mondo sublunare, lo spazio geografico e in esso il mondo dei manufatti umani. La città si trova al limite fra le ultime due sfere e la difficoltà di affrontare la scala della città è implicitamente giustificata dall’osservanza di quella gerarchia; il compito principale dell’architettura è raccordare lo spazio esterno alle misure dell’uomo e di allestire ambienti tridimensionali percepibili dall’occhio umano entro la soglia dimensionale ereditata dalla tradizione antica e medievale.
Ma il trattato di Copernico (1543) mette in dubbio il mondo gerarchico dell’astronomia tradizionale e il Nuncius sidereus di Galileo (1619) lo manda in pezzi. Nel nuovo universo lo spazio è un unico ambito infinito, non un carattere dei corpi che l’occupano, differenziato secondo la loro natura. L’architettura deve trovare il suo posto in questo universo senza limiti tradizionali (…)” (pag. 129).
E’ l’epoca di Bernini e la sua straordinaria esperienza a San Pietro.
Ma anche di Borromini, Mansart, Le Vau, Inigo Jones, Jacob van Camper.
E’ l’epoca delle fastose regge fuori città dei sovrani europei.
E’ il grand siècle francese, in cui la natura viene forzata al volere prospettico del progettista.
E’ il preludio all’esperienza inglese che esce dalla prospettiva, distruggendo la gerarchia dei punti di vista, con l’architettura che ritorna a divenire episodio isolato nel paesaggio.
L’uomo riscopre un nuovo, quanto antichissimo sentimento di meraviglia, di stupore.
“La ripresa del repertorio gotico nega il valore universale degli elementi normalizzanti, desunti dall’antichità classica; il giardino naturalistico lascia cadere la rappresentazione dello spazio attraverso gli assi cartesiani e estende alla grande scala l’abbandono della simmetria sperimentato finora solo nella piccola scala dell’ornato; il distacco della progettazione urbanistica da quella edilizia nega la continuità delle scelte architettoniche nelle varie scale e fa nascere un continuo urbano di nuovo genere, inaccessibile alle forme tradizionali di percezione e di controllo” (pag. 160).
La crisi è la perdita delle sicurezze rinascimentali: ora si ha una pluralità di regole alternative tra loro, che debbono giustificarsi con argomenti esterni, politici, ideologici, morali.
Muore la koiné stilistica europea nel campo delle arti visive, nasce la koiné musicale della musica cosiddetta “classica”.
Città e arte ormai sono due corpi distinti, alle volte addirittura ostili l’una all’altra.
Le città industriali, inoltre, propongono emergenze enormi: si pensa di poter modificare la città e il territorio solo attraverso una trasformazione generale della società.
E’ il XIX secolo.
E’ il secolo delle leggi sull’esproprio , strumento fondamentale e via via affinato affinché le città possano ritrovare gli spazi della salubrità e della vita pubblica, oltre agli alloggi per le masse inurbate.
E’ il secolo delle opere pubbliche: fognature, rete idraulica, illuminazione a gas, trasporti pubblici, scuole, ospedali, mercati, parchi.
E’ il secolo della Parigi di Haussmann.
I centri antichi, tendenziosamente associati a fatiscenza e insalubrità, vengono distrutti, subiscono sventramenti per l’apertura delle nuove strade.
I monumenti antichi più importanti, invece, vengono isolati e utilizzati come fuochi prospettici, ma si perdono nella dimensione della nuova città, che è costruita a imitazione della loro misura, di fatto annullandoli, relegandoli a oggetti da contemplazione museale.
Lo spazio pubblico è nettamente contrapposto allo spazio privato, gli spettacoli e le cerimonie collettive acquistano carattere e distinzione in ambienti chiusi e relativamente piccoli, che non hanno proporzione con la città che li ospita; nella pubblica via l’uomo si mescola agli altri, si perde e non si riconosce più.
Il Novecento è chiamato ad attenuare lo scontro tra le scelte individuali e quelle collettive, ricercando un nuovo equilibrio e una nuova forma di convivenza tra l’industria e le altre funzioni urbane.
Il movimento moderno coglie tempestivamente l’occasione e dà vita a una delle più straordinarie stagioni dell’architettura di ogni epoca: Mies van de Rohe, Le Corbusier, Alvar AAlto, solo per citare alcuni protagonisti.
Una nuova presa di contatto con l’eredità del passato, ricominciando daccapo facendo tabula rasa, permette quel distacco critico fondamentale per poter gestire e dominare tutta la gamma delle esperienze umane.
La base concettuale nata in Europa e figlia dell’Europa è finalmente esportabile in tutto il mondo: l’architettura è internazionale.
La ricostruzione della città ricomincia dall’elemento minimo, l’alloggio, e finisce nei grandi piani come quello di Amsterdam, di Londra o di Stoccolma, in cui il passaggio dalla progettazione edilizia alla pianificazione del territorio riesce con successo.
In Italia, invece, il superamento e il salto di scala fallisce, la crescita delle città non è pianificata, non ha disegno, solo quantità di costruito.
Oggi, le nostre città hanno espulso l’industria e devono decidere cosa fare di quegli spazi svuotati di contenuto, i cosiddetti
brown field.
[*] Leonardo Benevolo (Orta, Novara, 1923) è il più noto studioso italiano di Storia dell’Architettura, che ha insegnato nelle università di Roma, Firenze, Venezia e Palermo.
(Anna Diana Debernardi)