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February 27, 2007

Moz-Art à la Haydn

(gioco con musica per due violini, due piccole orchestre d’archi, contrabbasso e direttore d’orchestra), di Alfred Šnittke*
Il “sottotitolo” (nell’originale: Spiel mit Musik: ovvero “gioco”, ma anche “rappresentazione con musica”) di questo pezzo di  Šnittken del 1977 dice molto: si tratta di un divertissement , dodici minuti circa di musica, il cui organico richiede due violini solisti, due piccole orchestre d’archi (tre violini, una viola, un violoncello), un contrabbasso e…un direttore d’orchestra.

Specificazione che sembrerebbe superflua, ma che fa parte del “gioco”: gli strumentisti e il direttore compiono una piccola rappresentazione, il cui finale richiama, come esplicitato chiaramente nel titolo del brano, la Sinfonia degli addii di Haydn: com’è noto, la Sinfonia n. 45 di Haydn è celebre col nome di Sinfonia degli addii in quanto nel corso dell’ultimo movimento i musicisti si alzano ed abbandonano gradualmente il palcoscenico, uno alla volta, con tanto di spegnimento di candela e prelievo della parte dal leggio, lasciando infine un violinista solo sul palco, che chiude la sinfonia in pianissimo**. Ecco dunque, in parte, la ragione del titolo del brano di Šnittke: i tredici orchestrali entrano sul palco uno ad uno, mentre suonano passi di melodia con ritornelli; si dispongono, man mano che il pezzo prosegue, in uno schieramento più “serrato” per poi riallargarsi e, sul finale, uscire uno alla volta, lasciando sul palcoscenico il solo direttore d’orchestra, che continua a battere il tempo nel silenzio. Trovato Haydn, rimane da capire il riferimento a Mozart. Il brano è basato su un pezzo pervenutoci incompleto del geniale compositore, una parte di violino appartenente a una Pantomima K416d. La parte violinistica è la base, sulla quale Šnittke, maestro nella scrittura a molte voci, a molti strumenti, costruisce una struttura giocosa di linee musicali che si inseguono e si rincorrono, con diversi ritmi e toni. Si può intendere della leggera ironia, in questo lavoro di Šnittke: “un frammento di Mozart messo in scena come la Sinfonia di Haydn, la partitura di Šnittke rifà il verso a tanta musica performativa degli anni Sessanta e Settanta, complicando ancor di più l’intreccio di riferimenti per questo piccolo ma finissimo divertissement” (Arrigo Quattrocchi).

 * Compositore russo (1935 – 1998), di origini ebraiche tedesche, nato e cresciuto in Unione Sovietica, iniziò gli studi musicali a Vienna per concluderli diplomandosi presso il Conservatorio di Mosca nel 1961, si impose negli anni ’80 come il più grande compositore russo dopo Šostakovic. Ebbe diversi problemi con la burocrazia sovietica, abbandonò la Russia nel 1990 per stabilirsi ad Amburgo, dove morì otto anni dopo.

** Le fonti più autorevoli riferiscono che la fortunata “invenzione teatrale” dell’abbandono graduale della scena da parte degli orchestrali sia stata, in realtà, una vera e propria protesta sindacale nei confronti del principe Esterhazy, che pretendeva da parte degli orchestrali un prolungamento eccessivo della stagione estiva, con conseguente riduzione delle loro vacanze.

 

 

(Carla Dessy)

February 26, 2007

La città nella storia d'Europa

Leonardo Benevolo, La città nella storia d’Europa, Bari, Laterza, 1993.

 

 

La città nella storia d’Europa è il contributo di Leonardo Benevolo [*] alla collana “Fare l’Europa”, nata nel 1993 dall’iniziativa di cinque editori (Beck a Monaco di Baviera, Basil Blackwell a Oxford, Critica a Barcellona, Laterza a Roma e Bari, Seuil a Parigi) per ricostruire l’eccezionale storia e varietà che caratterizza il Vecchio Continente.

Suggestivo, dunque, farsi accompagnare dal Benevolo attraverso le città europee e le loro, nostre, alterne vicende, in una lettura che scorre veloce e piacevole, proprio per la natura discorsiva del saggio, ben lontano dall’essere un manuale di storia dell’urbanistica e dell’architettura o un ricettario di soluzioni per la città contemporanea.

Non vi sono tesi esposte, solo analisi storica: lo scopo, nient’affatto secondario, è dare conoscenza delle città che viviamo, i cui pregi e difetti hanno precisa origine storica.

La consapevolezza di ciò che siamo è il presupposto fondamentale per una corretta pianificazione urbana e progettazione architettonica.

 

L’assunto, mai contestato, è che “le città europee nascono con l’Europa e in un certo senso fanno nascere l’Europa(pag. 3), nell’eterno e tuttora valido paradosso che la molteplicità di esperienze e di forme crea l’unicità europea e la sua Unità, quel valore universale che ci permette di vederla, distinguerla, riconoscerla.

Ma la città non nasce in Europa.

La città nasce in Mesopotamia, nella valle del Nilo, dell’Indo e del fiume Giallo nel III e nel II Millennio, come centro di potere e di scambio per le eccedenze dei prodotti agricoli.

E’ un recinto o un insieme di recinti, dove l’uomo impara l’arte di governare le piccole e medie distanze (ovvero, l’architettura) e piano piano si dimentica l’arte più antica della presenza gigante sul territorio illimitato, quella delle piramidi, per esempio.

Con la polis greca e poi con la urbs romana nasce l’identificazione civiltà-città, tanto che la caduta dell’Impero Romano coincide con la rovina di Roma e non potrebbe essere altrimenti.

La civiltà europea è dunque legata a doppio filo con la storia delle sue città.

E la sfida di oggi “è riconoscere la normalità delle zone speciali – i centri storici originariamente in equilibrio con l’ambiente rurale circostante- e isolare invece le sacche d’anormalità delle periferie recenti, da smaltire entro un certo tempo con opportune azioni di recupero. I valori custoditi nei centri storici non devono solo essere protetti, ma immessi in un circuito di fruizione diverso da quello consueto, appartenente alla vita quotidiana e non al tempo libero e alla ricreazione, che in un lontano futuro può essere ripristinato in linea generale secondo la profezia di Mondrian del 1931: la bellezza realizzata nella vita: questo dev’essere più o meno possibile in avvenire.” (pag. 216)

L’urbanistica, che si è fatta disciplina propria negli ultimi decenni dell’800, ha il difficile ed ambizioso compito (ci sono forse sfide umane non ambiziose?) di ridare vita alle nostre odierne città agonizzanti (non tutte lo sono, in verità); Venezia è un caso emblematico, il suo destino, quanto mai crudele, sembra quello di divenire un museo a cielo aperto, totalmente votata all’infelice compito di soddisfare l’immaginario collettivo, che la vuole decadente, teatro inanimato, assorbita nel “circuito del tempo libero, del turismo e della <cultura> tra virgolette” (pag. 223).

Venezia muore sotto i nostri occhi e non sono le acque ad inghiottirla, è il rifiuto di volerla viva.

Mentre la città greca è un universo aperto, che include la popolazione dentro e fuori le mura, la tradizione europea è diversa: “le città europee nascono come entità chiuse, ove l’esigenza dell’autonomia predomina su quelle dell’uguaglianza interna e della disponibilità verso il mondo esterno, e trova riscontro in uno scenario composito, imperfetto, formato dall’equilibrio di spinte antagoniste” (pag.220).

Venezia è figlia, assieme a Siena, Bruges e Norimberga, di questa tradizione, in cui il controllo pubblico e le iniziative private trovano combinazione ogni volta diversa, in una difficile convivenza che fa da stimolo continuo, dà vita e forma alla città.

Si può affermare che la fortissima speculazione fondiaria delle città mercantili, trovando disciplina entro termini precisi, ha dato lustro e potere alle città stesse, rappresentando la loro spinta propulsiva fondamentale.

La tradizione europea non è dunque il totale controllo pubblico della gestione del territorio, tutt’altro, gli esempi dei paesi dell’est, durante l’esperienza comunista, stanno a dimostrare il fallimento dell’egemonia del pubblico sull’iniziativa privata; la nostra tradizione è l’antagonismo tra interessi pubblici e privati.

Ovvero, non si tratta di far prevalere ora gli uni, ora gli altri, bensì di dar loro appropriata collocazione in un processo che si svolge nel tempo, non più nello spazio, in cui coordinamento e invettiva non si annullano a vicenda.

Perché nel tempo e non nello spazio: “la nuova combinazione tra interessi pubblici e privati proposta nei primi decenni del XX secolo (…) mira a far intervenire l’iniziativa pubblica nel momento in cui il tessuto urbano si trasforma, lasciando liberi prima e dopo il gioco degli interessi privati: è la migliore approssimazione finora trovata per ripristinare, nel nuovo contesto sociale e istituzionale, l’equilibrio fra le due sfere che è proprio della storia europea e per tornare a giocare la carta dell’invenzione qualitativa nelle varie scale di progettazione” (pag.221-222).

Ma il peso di oggi è il patrimonio antico, un’eredità paralizzante soprattutto in Italia, in cui si confonde la scala dell’oggetto inanimato con la scala della città, per la quale non basta il restauro e il ricovero in un museo, perché la città è scenario fisico e corpo sociale.

Pensare la città come un museo in scala maggiore esclude la vita, la società, l’uomo dalla città stessa, in un cortocircuito sotto i nostri occhi in molte realtà urbane italiane, oltre ad essere un’operazione scorretta sotto il profilo intellettuale e quanto mai ingiusta.

L’imperfezione di Roma è paradigma antico quanto le sue rovine; è già il Tardo Impero a dover far i conti con le rovine e gli edifici pubblici di una Roma che non esiste più: non v’è altra soluzione che lo scatto, la reazione e l’innovazione attraverso nuovi modelli, abbandonando lo sterile scimmiottamento di stili, forme e metodi che non appartengono più all’attualità, non appartengono più agli uomini che governano, ai tecnici che progettano, alla società tutta.

“(…)la convivenza con le rovine del mondo antico rimane una costante della civiltà europea, e trasmette – oltre ai modelli di un’architettura altamente perfezionata, esemplare a molti secoli di distanza – il senso fisico di un’altra civiltà incombente, estranea e familiare nello stesso tempo, e una serie di riflessioni più generali sulla fragilità delle opere umane e sulle forze superiori prevalenti, l’invidia del tempo, la varietà della fortuna, che accompagnano a lungo il sentimento individuale e collettivo del paesaggio europeo” (pag. 22).

È il modo in cui questo enorme e incombente patrimonio del passato viene modificato ha determinare la peculiarità delle singole città europee, con la fine della straordinaria stagione classica.

L’uomo ricomincia ad esercitare la propria invettiva, per rispondere ad esigenze precise, dettate dalla conformazione dei luoghi, dalla instabilità politica e dal commercio.

Muta l’equilibrio tra le parti e il peso architettonico all’interno della città: importanti santuari della cristianità sono fuori le mura, il centro della nuova città talvolta si sposta laddove sorge il santuario (è il caso di Bonn, per esempio).

I monumenti antichi assumono carattere emblematico, non hanno più le caratteristiche per servire alla città efficientemente, così diventano il segno di una matrice comune, la prova che si appartiene alla medesima civiltà e universo culturale.

Non v’è più traccia della perfetta organizzazione territoriale romana, ora il territorio è vasto, pericoloso, costellato di una miriade di città che fanno storia a sé e che inevitabilmente danno nuovo carattere e organizzazione al continente.

La svolta è epocale: muore la capacità di vedere e dominare tecnicamente l’ambiente vasto, ora l’attenzione è tutta sul particolare, sul singolo elemento, ci si avvicina all’oggetto e si perde la visione nel suo insieme.

“L’incapacità di gestire le strutture in grande scala – strade e ponti, acquedotti, serbatoi, impianti portuali – fa uscire addirittura quest’ordine di manufatti dalla sfera dell’industria umana, e assimila le strutture antiche superstiti al paesaggio naturale o a qualche misteriosa manifestazione di poteri soprannaturali” (pag. 31).

Il processo di specializzazione delle città europee e la conquistata autonomia determina un’assunzione di responsabilità totalmente estranea al mondo arabo e orientale: è la forza e l’origine del successo su scala mondiale della civiltà europea espressa dal dominio del sue città.

Affrancate dal patrimonio classico, dimenticato e seppellito nella terra e nella memoria, le città europee dopo l’anno Mille si reinventano, nell’imperfezione vivace della forma urbana e nel contrasto (“unité dans le détail, tumulte dans l’ensemble”, Le Corbusier).

Il gotico e la rapida diffusione del suo vasto repertorio, dalla prima metà del XIII secolo, offrono un metodo per padroneggiare i rapidi cambiamenti delle città e stabiliscono per la prima volta un livello unitario, europeo, della cultura architettonica: “(…)il gotico come un metodo per organizzare lo spazio – qualunque spazio – secondo un reticolo universale, esteso virtualmente in ogni scala, sebbene non ancora intellettualmente sublimato dalla prospettiva rinascimentale. L’uomo prende possesso delle spazio abitabile facendolo passare attraverso una griglia intellettuale continua in tutta la gamma delle dimensioni” (pag. 78).

La crisi economica che investe il continente europeo tra il primo terzo del ‘300 e la metà del ‘400 interrompe lo sviluppo delle città: le città, fino ad allora organismi eternamente incompiuti e in continua trasformazione, con cantieri sempre aperti, ripiegano su se stesse, si stabilizzano nei numeri e nell’estensione.

In un certo senso si fermano, si arresta la frenesia e si ha più tempo per l’analisi teorica.

Petrarca descrive per la prima volta in modo realistico le città che visita, ci lascia i primi resoconti oggettivi dei paesaggi che vede; gli scrittori umanisti alternano descrizioni dei paesaggi fisici ai paesaggi della mente; compaiono le prime cartografie non simboliche delle città.

Il paesaggio, la realtà fisica del territorio e del suo costruito cominciano ad avere vita autonoma dal racconto di una storia.

La ripetitività gotica, dispersiva e non più in grado di rinnovarsi, viene soppiantata dalla prospettiva lineare, ovvero lo strumento più potente e scientifico in grado di dare controllo e comprensione al mondo delle forme visibili.

È una rivoluzione che dura quattro secoli: si impone un repertorio universalmente valido che sarà considerato obbligante fino all’800.

La città medievale è espressione di uno sforzo collettivo della comunità, la città rinascimentale è espressione del suo principe che chiama alla sua corte gli artisti più importanti, per dare lustro a sé e alla cittadinanza.

Le piccole città principesche (Pienza, Urbino, Ferrara) ricavano da un singolo intervento architettonico un salto qualitativo dell’intero organismo urbano; le medie e grandi città (Roma, Milano, Venezia, Napoli) subiscono, invece, la frattura metodologica, teorizzata da Leon Battista Alberti nel De re Aedificatoria, tra la progettazione architettonica e la progettazione urbana.

La teoria si distacca dalla pratica, la ricerca di nuovi modelli urbani si fa nelle arti figurative e nei libri e acquista un’accelerazione incontrollabile che la porta sempre più lontana dal mondo reale; le figure prodotte dalla ricerca teorica troveranno applicazione, dopo la metà del ‘500, solo nel campo dell’architettura militare.

Un gap che ci trasciniamo ancora adesso.

Inoltre, la cultura geometrica rinascimentale ha applicazione su scala geografica nel Nuovo Mondo e nelle colonie: lo spazio viene conquistato e suddiviso secondo lo strumento prospettico, si creano reticoli regolari che ingabbiano e pianificano il territorio; in Europa, invece, le regole della prospettiva hanno incisione solo su scala topografica, trovando applicazione su scala territoriale a partire dal ‘700, in grande ritardo rispetto alle innumerevoli applicazioni delle colonie Americane, per esempio.

E’ singolare: nelle colonie progettano e costruiscono intere città di fondazione, modellando paesaggi immensi, tecnici e figure di secondo piano, mentre nel Vecchio Continente gli artisti e i progettisti più validi non trovano modo di controllare il territorio, ma solo limitate porzioni urbane (sistemazioni rettilinee, formazioni di assi viari, ricerca di visioni assiali).

Con la scienza moderna, la matematica soppianta la geometria nella lettura e conoscenza del mondo.

La cultura e la sensibilità artistiche (di stampo “geometrico”) spostano il proprio fuoco sempre più verso la sfera dei sentimenti, perdendo oggettività.

Le conseguenze sull’architettura sono decisive: L’architettura si colloca in una gerarchia universale già stabilita: il primo mobile, i cieli concentrici, il mondo sublunare, lo spazio geografico e in esso il mondo dei manufatti umani. La città si trova al limite fra le ultime due sfere e la difficoltà di affrontare la scala della città è implicitamente giustificata dall’osservanza di quella gerarchia; il compito principale dell’architettura è raccordare lo spazio esterno alle misure dell’uomo e di allestire ambienti tridimensionali percepibili dall’occhio umano entro la soglia dimensionale ereditata dalla tradizione antica e medievale.

Ma il trattato di Copernico (1543) mette in dubbio il mondo gerarchico dell’astronomia tradizionale e il Nuncius sidereus di Galileo (1619) lo manda in pezzi. Nel nuovo universo lo spazio è un unico ambito infinito, non un carattere dei corpi che l’occupano, differenziato secondo la loro natura. L’architettura deve trovare il suo posto in questo universo senza limiti tradizionali (…)” (pag. 129).

E’ l’epoca di Bernini e la sua straordinaria esperienza a San Pietro.

Ma anche di Borromini, Mansart, Le Vau, Inigo Jones, Jacob van Camper.

E’ l’epoca delle fastose regge fuori città dei sovrani europei.

E’ il grand siècle francese, in cui la natura viene forzata al volere prospettico del progettista.

E’ il preludio all’esperienza inglese che esce dalla prospettiva, distruggendo la gerarchia dei punti di vista, con l’architettura che ritorna a divenire episodio isolato nel paesaggio.

L’uomo riscopre un nuovo, quanto antichissimo sentimento di meraviglia, di stupore.

“La ripresa del repertorio gotico nega il valore universale degli elementi normalizzanti, desunti dall’antichità classica; il giardino naturalistico lascia cadere la rappresentazione dello spazio attraverso gli assi cartesiani e estende alla grande scala l’abbandono della simmetria sperimentato finora solo nella piccola scala dell’ornato; il distacco della progettazione urbanistica da quella edilizia nega la continuità delle scelte architettoniche nelle varie scale e fa nascere un continuo urbano di nuovo genere, inaccessibile alle forme tradizionali di percezione e di controllo” (pag. 160).

La crisi è la perdita delle sicurezze rinascimentali: ora si ha una pluralità di regole alternative tra loro, che debbono giustificarsi con argomenti esterni, politici, ideologici, morali.

Muore la koiné stilistica europea nel campo delle arti visive, nasce la koiné musicale della musica cosiddetta “classica”.

Città e arte ormai sono due corpi distinti, alle volte addirittura ostili l’una all’altra.

Le città industriali, inoltre, propongono emergenze enormi: si pensa di poter modificare la città e il territorio solo attraverso una trasformazione generale della società.

E’ il XIX secolo.

E’ il secolo delle leggi sull’esproprio , strumento fondamentale e via via affinato affinché le città possano ritrovare gli spazi della salubrità e della vita pubblica, oltre agli alloggi per le masse inurbate.

E’ il secolo delle opere pubbliche: fognature, rete idraulica, illuminazione a gas, trasporti pubblici, scuole, ospedali, mercati, parchi.

E’ il secolo della Parigi di Haussmann.

I centri antichi, tendenziosamente associati a fatiscenza  e insalubrità, vengono distrutti, subiscono sventramenti per l’apertura delle nuove strade.

I monumenti antichi più importanti, invece, vengono isolati e utilizzati come fuochi prospettici, ma si perdono nella dimensione della nuova città, che è costruita a imitazione della loro misura, di fatto annullandoli, relegandoli a oggetti da contemplazione museale.

Lo spazio pubblico è nettamente contrapposto allo spazio privato, gli spettacoli e le cerimonie collettive acquistano carattere e distinzione in ambienti chiusi e relativamente piccoli, che non hanno proporzione con la città che li ospita; nella pubblica via l’uomo si mescola agli altri, si perde e non si riconosce più.

Il Novecento è chiamato ad attenuare lo scontro tra le scelte individuali e quelle collettive, ricercando un nuovo equilibrio e una nuova forma di convivenza tra l’industria e le altre funzioni urbane.

Il movimento moderno coglie tempestivamente l’occasione e dà vita a una delle più straordinarie stagioni dell’architettura di ogni epoca: Mies van de Rohe, Le Corbusier, Alvar AAlto, solo per citare alcuni protagonisti.

Una nuova presa di contatto con l’eredità del passato, ricominciando daccapo facendo tabula rasa, permette quel distacco critico fondamentale per poter gestire e dominare tutta la gamma delle esperienze umane.

La base concettuale nata in Europa e figlia dell’Europa è finalmente esportabile in tutto il mondo: l’architettura è internazionale.

La ricostruzione della città ricomincia dall’elemento minimo, l’alloggio, e finisce nei grandi piani come quello di Amsterdam, di Londra o di Stoccolma, in cui il passaggio dalla progettazione edilizia alla pianificazione del territorio riesce con successo.

In Italia, invece, il superamento e il salto di scala fallisce, la crescita delle città non è pianificata, non ha disegno, solo quantità di costruito.

Oggi, le nostre città hanno espulso l’industria e devono decidere cosa fare di quegli spazi svuotati di contenuto, i cosiddetti brown field.

 

[*] Leonardo Benevolo (Orta, Novara, 1923) è il più noto studioso italiano di Storia dell’Architettura, che ha insegnato nelle università di Roma, Firenze, Venezia e Palermo.

 

(Anna Diana Debernardi)

February 22, 2007

Riprendere il posto che spetta

Ironia&Leggerezza, Fatti&Simboli

Riprendere il posto che spetta (tranne le isole) 

February 18, 2007

Africa Paradis

Affiche African Paradis

Film di Sylvestre Amoussou (Bénin - France, 2006)

In un futuro immaginario l'Africa è entrata in un'era di grande prosperità mentre l'Europa è caduta nella miseria e nel sotto-sviluppo.

Olivier, informatico disoccupato, è pronto a tutto per trovare lavoro, vive con Pauline, maestra di scuola anche lei disoccupata. Data la situazione deplorevole in Francia decidono di tentare la loro fortuna in Africa dove emigrano clandestinamente.

Appena arrivati sono arrestati dalla polizia di frontiera e incarcerati in un centro di accoglienza, in attesa di essere deportati in Francia. Olivier riesce ad evaderne, e comincia allora una vita di clandestino, fino al giorno in cui recupera i documenti e assume l'identità di un bianco ucciso in un incidente d'automobile. Nel frattempo Pauiline accetta un lavoro di cameriera in una famiglia borghese africana.

 

Commenti dell'autore:

"Vivendo in Francia da molti anni ho potuto constatare fino a che punto l'integrazione in un paese straniero, anche amico, possa essere difficile su tutti i piani, tanto affettivi che professionali. E mi sono spesso domandato se coloro che ci offrono ospitalità sono ben coscienti delle difficoltà che noi incontriamo. E' per tentare di rispondere a questa domanda - in un modo attraente e non polemico -  che in Africa Paradis ho invertito il rapporto classico.

Supponiamo - supponiamo - che l'Europa sia diventata povera e l'Africa ricca. Sono dunque i bianchi che emigrano nel continente africano per tentare di trovare lavoro e che, di colpo, scoprono la sorte abituale dei neri quando sbarcano in Francia. Tanto la meschineria che la generosità, tanto la porta aperta che la porta chiusa. E' il tema di questo lungometraggio nel quale sarà mantenuto l'equilibrio dei comportamenti, non essendo il mio scopo di mettere i buoni da un lato e i cattiivi dall'altro. Si trovano i due gruppi in ciascuna riva del fiume.

La mia intenzione non è di fare un film politico, didattico, ma al contrario di raccontare una storia d'amore, con molta azione e humour, nel quale il problema dell'integrazione non appare che in filigrana. Mi sembra, in effetti, che la gravità di un tema ha interesse, qualche volta, ad essere trattata con leggerezza. Di colpo il senso profondo è più accessibile. Non penso del resto che un film possa cambiare il mondo. Un film non è altro che una bolla colorata che brilla un istante. Ma questo istante non è trascurabile. Soprattutto se richiama ciò che ciascuno sa, naturalmente, ma che non si deve mai cessare di ripetere: siamo tutti differenti gli uni dagli altri, ma è questa differenza che bisogna accettare, poiché in effetti essa è la ricchezza degli uomini."

February 7, 2007

Lo sprawl- (3)

Di Anna Diana Debernardi

Le super palestrate e in formissima protagoniste della serie televisiva sulle casalinghe disperate, ambientata nei sobborghi tutti uguali di non so quale città americana, dalle tipiche casette  in legno con giardino,  affacciate su reticoli stradali a cul de sac, ci stanno prendendo in giro.

E vi svelo il perché.

Non sono ormai pochi gli studi che si sono concentrati nell’analisi delle correlazioni tra la forma della città e la forma del corpo, tra sprawl e obesità, in particolar modo.

Uno dei primi rapporti pubblicati negli Stati Uniti dall’Università del Maryland, risalente al 2003, analizza i dati di una rilevazione nazionale in cui ognuno dei 200.000 interpellati riferiva indirizzo, attività fisica, massa corporea, altezza e altre variabili sullo stato di salute. Gli abitanti delle città e regioni a insediamento diffuso tendono a pesare di più, camminare di meno e ad avere pressione sanguigna più elevata di coloro che abitano in tessuti urbani compatti.

Un altro studio, condotto dall’Università di San Diego, ha riferito che gli abitanti di quartieri ad alta pedonabilità, ad insediamento misto tra residenza ed attività economiche varie, tendono a camminare di più e ad essere meno obesi di quanto accada agli abitanti di zone a bassa pedonabilità.

Un maschio bianco medio, americano, abitante in un quartiere compatto a funzioni miste, pesa circa 4.5 chilogrammi in meno di un suo simile abitante una lottizzazione dispersa fatta di sole abitazioni.

Ma attenzione ad interpretare i dati: nessuno di questi studi afferma che lo sprawl causi pigrizia o aumento di peso. Gran parte degli studi inquadra un preciso momento della vita delle persone intervistate, quindi potrebbe anche essere che le persone propense ad essere poco attive scelgano di vivere in ambienti in cui è più facile usare l’automobile per spostarsi.

Vero è che la forma urbana può o meno incentivare l’attività fisica.

E l’inattività si porta con sé aumento di peso, diabete, artrite, pressione alta, problemi cardio- circolatori.

Alla luce dei monitoraggi condotti, la gente meno attiva tende ad abitare quartieri poco pedonali e, indipendentemente dalla propensione all’attività fisica, la forma urbana compatta rende “più attivi” i propri abitanti, volenti o nolenti.

I ragazzi e i bambini, per esempio, più vivono vicino ad una scuola, più praticano attività fisica; nella popolazione adulta la percentuale di coloro che si dedicano ad una attività fisica è più alta tra gli abitanti in prossimità di un parco.

Dati e considerazioni abbastanza intuitivi.

Da qui i costi dello sprawl: costi sanitari, maggior dipendenza dall’automobile uguale maggior inquinamento, maggior permanenza sulle strade quindi maggior probabilità di incorrere in un incidente, quindi, di nuovo, costi sanitari che ricadono sulla comunità.

Insomma, una catena di disastrosi effetti, cause e concause agevolati dalla forma a bassa densità degli insediamenti residenziali.

Questo è quello che dipingono i nemici dello sprawl, ovviamente. Calcando la mano su quanto questo tipo di sviluppo urbano possa incidere sulla vita, le abitudini e i costi di una società evoluta.

Insomma, lo sprawl non sembra proprio essere un modello intelligente di crescita urbana, il cosiddetto smart growth va cercato in altre forme.

Eppure piace tantissimo.

E proprio perché piace molto, in America ormai si può parlare di veri e propri integralisti anti-sprawl, ecologisti senza se e senza ma, proibizionisti di qualsivoglia forma di peccaminoso vizio.

E i “vizi” urbani sono molti e vari.

Come quelli privati.

February 1, 2007

Il Matrimonio Segreto

Questo è tutto quello che so, e quel che mi irrita è che non si può fare a meno di venirlo a sapere se si sta cercando qualsiasi cosa.

 Oscar (Il Riformista, Feb 1st 2007)
Il matrimonio segreto. 

 

Con tutto il rispetto per le liti sui Pacs, per la nomina di Franco Bassanini alla Cassa depositi e Prestiti, per le scuse di Cossiga a De Gennaro e per gli attacchi velenosi dei pm milanesi a Luciano Violante come difensore del generale Pollari, ieri in Italia c’era un’unica notizia, rispetto alla quale tutto il resto era zero. Avete capito benissimo quale, visto che anche questo sobrio giornale giustamente le ha dedicato mezza prima pagina. Fantastico Ezio Mauro, che sin dall’indomani mattina dei Telegatti si appende al telefono con Donna Veronica istillandole il dolce veleno dell’orgoglio e della vendetta. Immaginate per un secondo se Belpietro ci provasse con l’onorevole Serafini, oppure con la Donà delle Rose in De Benedetti, che cosa otterrebbe? Fantastica la lettera, che Hillary mai osò scrivere al marito presidente calabrache. Fantastica la risposta, giocosa e piroettante come le arie del matrimonio segreto di Cimarosa, seria ma semiseria come il Mozart di Così fan tutte. Uno sfrigolare di Dallas e Malombra, scapigliatura e Barney Panofski, milioni e lustrini, conquiste e pentimenti. Vita vera e tentazioni mefistofeliche, tutto esagerato e sopra le righe come capita ai Windsor e ai Grimaldi, non roba esangue e politicamente corretta da castello di Bebbio. Con tutto il rispetto, tra i suoi fan il Cavaliere guadagna altri punti, altro che gli inchini sussiegosi e interessati venuti da tanti alla missiva di Nostra Signora del Verbo Ultoreo. Tra i detrattori, si polarizza il disgusto e il disprezzo. Esattamente i due pilastri su cui Berlusconi ha sempre costruito il suo successo.

Troviamo l'umanità dei barbari, riuniamo intorno al corpo in disfacimento dello sterile intellettuale che promette da 20 anni di scrivere su Dostojewsky (o del giornale che promette di partorire la cultura del futuro) la banda di raffinati impotenti suoi amici, studiosi che non studiano, custodi di raffinatezze di cui ignorano la provenienza, chiacchieroni inani e parassiti spossati, e somministriamogli una bella dose che lo metta pacificamente a dormire. Chissà che, liberati finalmente i luoghi, la giovane tossica ignorata dal circo patetico (la politica) non entri nell'appartamento, apra Dostojewsky e si risvegli.

Le Interdizioni Israelitiche

Carlo Cattaneo, Interdizioni Israelitiche, Torino, Einaudi, 1987.                  

Questo libro, uscito nel 1837, si può considerare come l’atto di nascita di una disciplina che nel Novecento avrà grande fortuna: l’analisi economica del diritto. In genere si pensa che essa sia nata nel 1960/61, con l’uscita in contemporanea dei libri di Calabresi, Posner e Trimarchi sulla responsabilità civile: ma in realtà risale a oltre cent’anni prima.

Quella parte della pubblica economia la quale svolge gli effetti pratici della legge civile non fu presa ancora ad oggetto di deliberata investigazione. I giurisconsulti non amano dilungarsi dalle fonti positive; e gli economisti sono per lo più digiuni di dottrine legali e proclivi a confondere i confini dell’autorità con quelli dell’arbitrio. La scienza stessa dell’economia conta poco più di un secolo di vita. (...) Epperò è naturale che la scienza economica non sia ancora pervenuta a tutte le sue applicazioni. Romagnosi (...) ci indicò il metodo col quale unificare il diritto e l’economia sottoponendo al freno del diritto le pretensioni dell’interesse, e alla sanzione dell’interresse le asserzioni del diritto” (p. 4-6). Mai argomento di un programma di ricerca (cui Cattaneo avrebbe, in sostanza, dedicato quasi tutta la sua vita)  fu esposto con maggiore chiarezza.

Lo spunto occasionale di questo saggio fu il divieto opposto da un piccolo cantone svizzero, Basilea-campagna, all’acquisto di beni immobili da parte di due ebrei. Come spiega Cattaneo, “questa memoria, prendendo occasione da una controversia giuridica sulla libera possidenza prediale degli israeliti, prende a investigare le conseguenze economiche di questa e delle altre interdizioni inflitte loro dalle antiche leggi, e l’indiretto modo con cui contribuirono a ingigantire la loro opulenza” (p. 7). Oggetto dello studio, quindi, sono le conseguenze economiche, perlopiù inattese e contrarie agli intenti dei legislatori che le introdussero, delle “interdizioni”, cioè dei numerosissimi divieti che nella storia hanno accompagnato gli ebrei della Diaspora. Anzi, gli ampi excursus storici di Cattaneo su questo argomento ne fanno una lettura ancor oggi utilissima a chi voglia conoscere, anche solo per sommi capi, le persecuzioni cui gli ebrei sono stati fatti oggetto nel corso della storia. E ce ne sono state delle più varie e delle più strane (divieti di indossare abiti di pregio, obblighi di indossare segni di un certo colore, divieti di studiare, divieti di svolgere praticamente tutte le professioni, divieto di prestare servizio militare, divieto di matrimoni misti, divieto di assumere personale di servizio, divieto di abitare fuori dal ghetto, ecc.), ma tutte, dice Cattaneo (p. 128), hanno avuto come conseguenza quella di indurre gli ebrei al risparmio e alla ricerca della ricchezza. Il saggio “è un tentativo per dimostrare in forza di quali semplicissime cagioni e di quali leggi economiche gli Israeliti, che formano circa la centesima parte della popolazione europea e nemmeno la millesima della popolazione americana, siano giunti a tanta ricchezza, che (...) <<non andrebbe per fermo errato di molto chi dicesse possedere gli Ebrei quasi l’ottavo di tutto il numerario esistente nelle mani degli europei e dei popoli che ne derivano>>” (p. 8). Ma, nel solito modo sottile di Cattaneo, è anche una critica devastante dei pregiudizi che all’epoca (e perché negarlo? ancor oggi) circondavano gli ebrei. “Non v’è un poter magico per cui l’oro dell’Ebreo si moltiplichi più di quello del Turco o dell’Indiano. La magia che lo ha arricchito, stava nelle ereditarie interdizioni. Anche la sola interdizione della possidenza, prodotta da cause geografiche,  bastò ad imprimere un’indole essenzialmente mercantile a molte città e a renderle mirabili per opulenza: tali furono Tiro, Atene, Amalfi, Venezia, Genova, Ginevra” (p. 168); è un pregiudizio dettato dall’ignoranza quello per cui gli ebrei potevano truffare i Gentili ma non gli altri ebrei, o che potessero chiedere interessi sul denaro prestato ai Gentili ma non su quello prestato ai loro correligionari (p. 148); ed è un pregiudizio infine, ed il più infame di tutti, quello di credere che gli ebrei siano per natura spinti alla ricerca del guadagno e privi di interessi e aspirazioni più nobili: “i nostri avi condannavano l’Ebreo a vivere di usura e di baratti; e poi lo maledicevano come usurajo e barattiere. Poi intraprendevano a combattere con minuti regolamenti, con vane limitazioni, con irrite penalità una necessità ch’essi stessi avevano creato” (p. 142). Anche quando rammenta al lettore le persecuzioni e le ingiustizie più odiose (le stragi, in sostanza: p. 137-138), Cattaneo non cade mai nel sentimentalismo (pensate cosa avrebbe potuto ricavare da un materiale simile un giornalista italiano!). Il punto fermo dell’analisi di Cattaneo è il seguente principio, che è ben difficile non condividere: “La legge è strumento di giustizia, non è strumento d’ingiurie. Non vi sono due giustizie diverse; né la giustizia ha due diverse misure. Eseguiamo con umiltà e con fedeltà ciò che la giustizia ci detta, e avremo sparso negli uomini tutti i semi dell’onore e della virtù”. E ancora, citando Romagnosi: “<<Convivere non è meramente coesistere sullo stesso luogo. Gli schiavi della persona e della gleba propriamente non convivono cogli ingenui, ma servono ai medesimi. Il bue e il cavallo non convivono con noi>> La convivenza dunque differendo assai dalla mera coesistenza, consiste nel ricambio delle leali transazioni, degli officj civili e delle sociali carità (...) Epperò chi stringe i legami della convivenza, chi avvicina gli uomini agli uomini e ne avvalora la reciproca dipendenza, costringe l’individuo a condursi lodevolmente per provocare colle buoine e generose azioni l’assistenza e la cordialità altrui. (...) Perché questa perpetua responsabilità pesi su tutti gli uomini, è necessario che la convivenza sociale li congiunga tutti. Epperò quelle leggi che proscrivono un ceto qualunque, e lo escludono dalla sociale convivenza, lo sciolgono eziandio dalla necessità di rendersi utile e accetto agli altri ceti, e lo abbandonano alla spinta grossolana e immorale dell’egoismo. Se poi alle esclusioni si aggiungono distinzioni odiose e affliggenti, l’egoismo degenera in ostilità. Allora il ceto proscritto diviene un inimico accampato nel grembo della nazione, il quale nel secreto delle transazioni private rende a più doppj quel male che gli viene inflitto dalle pubbliche ordinanze” (p. 145-147). Inutile sottolineare quanto queste parole siano oggi  più che mai attuali...

La ricchezza di suggestioni presentate da questo libretto è praticamente inesauribile. Ad esempio, sono ammirevoli la profonda trattazione dell’usura (p. 34 e ss.) e l’insistenza, così tipica di Cattaneo, sul nesso inestricabile tra agricoltura e capitali (“l’agricultura è la madre delle nazioni, ma bisogna pur intendere che non v’è buona agricultura snza capitali”: p. 27), nonché l’aperto dileggio per quegli storici che attribuiscono ai popoli un “destino” ineluttabile (“Così nacque la barbarie del medio evo. Il gregge degli scrittori ne dà ora colpa ed ora gloria ai barbari, le cui invasioni ne furono soltanto un fenomeno ed una modificazione. Ma a Costantinopoli venne senza barbari la stessa barbarie. Molti scrittori oltremontani ne accusarono non so qual fisica degenerazione dei popoli meridionali da emendarsi con un crocicchio di razze. Costoro avevano genio da scriver l’istoria dei cavalli e dei cani”: p. 37).

Ma a me piace soprattutto ricordare come, già agli albori della scienza economica, fosse così presente ed esplicito il nesso tra diritto ed economia, fra funzionamento dei mercati e funzionamento delle istituzioni pubbliche: in un periodo come il nostro, dove si parla insensatamente e presuntuosamente di una “economia” che sfratterebbe la “politica” dalle sue prerogative (quante volte non abbiamo sentito dire “il mercato non può essere il luogo della politica!”), è consolante vedere che certe verità erano ben presenti già prima del 1848. Vedi così la considerazione che Cattaneo fa della proprietà (ed in particolare della facoltà di disporre della proprietà) come “il primo fondamento del commercio, e [che] quindi crea la divisione dei lavori, la quale è considerata da tutti i pensatori come fonte di ricchezza” (p. 20): “A questo diritto di proprietà non v’è altro limite che il fine stesso a cui mira esso diritto. Affinché la proprietà possa esercitarsi è necessario temperarla e limitarla. Così, a cagion d’esempio, non si può esercitare la proprietà dove non sono leggi e tribunali che ne dichiarino lo stato di fatto e di diritto, dove non sono forze sociali che tutelino la proprietà dall’usurpazione privata e dall’invasione straniera, dove non si abbia libero accesso alle strade, alle acque, e così discorrendo. E’ necessario adunque che la proprietà sopporti questo peso dei tribunali, delle forse sociali, delle publiche comunicazioni. Ma questa detrazione alla proprietà è soltanto legittima in quanto necessaria all’esercizio della proprietà stessa ed all’esistenza della società civile. La proprietà sociale non è una proprietà astratta, isolata, salvaggia; è una proprietà regolata per ottener meglio il fine di essa. Ma ogni limitazione che non si  riferisca a questo fine, e non venga imposta da un’assoluta necessità finale, è un’usurpazione ed un’infrazione del diritto di proprietà” (p. 20-22); e merita, al giorno d’oggi, più d’una riflessione il passo che segue: “La via più diretta per immutare i costumi di una stirpe d’uomini si è quella di riformare il loro stato economico, ossia di dare un diverso corso ai loro interessi” (p. 143). E' molto simile a quello che abbiamo visto sostenere anche De Soto in The Other Path.