Le Interdizioni Israelitiche
Carlo Cattaneo, Interdizioni Israelitiche, Torino, Einaudi, 1987. 
Questo libro, uscito nel 1837, si può considerare come l’atto di nascita di una disciplina che nel Novecento avrà grande fortuna: l’analisi economica del diritto. In genere si pensa che essa sia nata nel 1960/61, con l’uscita in contemporanea dei libri di Calabresi, Posner e Trimarchi sulla responsabilità civile: ma in realtà risale a oltre cent’anni prima.
“Quella parte della pubblica economia la quale svolge gli effetti pratici della legge civile non fu presa ancora ad oggetto di deliberata investigazione. I giurisconsulti non amano dilungarsi dalle fonti positive; e gli economisti sono per lo più digiuni di dottrine legali e proclivi a confondere i confini dell’autorità con quelli dell’arbitrio. La scienza stessa dell’economia conta poco più di un secolo di vita. (...) Epperò è naturale che la scienza economica non sia ancora pervenuta a tutte le sue applicazioni. Romagnosi (...) ci indicò il metodo col quale unificare il diritto e l’economia sottoponendo al freno del diritto le pretensioni dell’interesse, e alla sanzione dell’interresse le asserzioni del diritto” (p. 4-6). Mai argomento di un programma di ricerca (cui Cattaneo avrebbe, in sostanza, dedicato quasi tutta la sua vita) fu esposto con maggiore chiarezza.
Lo spunto occasionale di questo saggio fu il divieto opposto da un piccolo cantone svizzero, Basilea-campagna, all’acquisto di beni immobili da parte di due ebrei. Come spiega Cattaneo, “questa memoria, prendendo occasione da una controversia giuridica sulla libera possidenza prediale degli israeliti, prende a investigare le conseguenze economiche di questa e delle altre interdizioni inflitte loro dalle antiche leggi, e l’indiretto modo con cui contribuirono a ingigantire la loro opulenza” (p. 7). Oggetto dello studio, quindi, sono le conseguenze economiche, perlopiù inattese e contrarie agli intenti dei legislatori che le introdussero, delle “interdizioni”, cioè dei numerosissimi divieti che nella storia hanno accompagnato gli ebrei della Diaspora. Anzi, gli ampi excursus storici di Cattaneo su questo argomento ne fanno una lettura ancor oggi utilissima a chi voglia conoscere, anche solo per sommi capi, le persecuzioni cui gli ebrei sono stati fatti oggetto nel corso della storia. E ce ne sono state delle più varie e delle più strane (divieti di indossare abiti di pregio, obblighi di indossare segni di un certo colore, divieti di studiare, divieti di svolgere praticamente tutte le professioni, divieto di prestare servizio militare, divieto di matrimoni misti, divieto di assumere personale di servizio, divieto di abitare fuori dal ghetto, ecc.), ma tutte, dice Cattaneo (p. 128), hanno avuto come conseguenza quella di indurre gli ebrei al risparmio e alla ricerca della ricchezza. Il saggio “è un tentativo per dimostrare in forza di quali semplicissime cagioni e di quali leggi economiche gli Israeliti, che formano circa la centesima parte della popolazione europea e nemmeno la millesima della popolazione americana, siano giunti a tanta ricchezza, che (...) <<non andrebbe per fermo errato di molto chi dicesse possedere gli Ebrei quasi l’ottavo di tutto il numerario esistente nelle mani degli europei e dei popoli che ne derivano>>” (p. 8). Ma, nel solito modo sottile di Cattaneo, è anche una critica devastante dei pregiudizi che all’epoca (e perché negarlo? ancor oggi) circondavano gli ebrei. “Non v’è un poter magico per cui l’oro dell’Ebreo si moltiplichi più di quello del Turco o dell’Indiano. La magia che lo ha arricchito, stava nelle ereditarie interdizioni. Anche la sola interdizione della possidenza, prodotta da cause geografiche, bastò ad imprimere un’indole essenzialmente mercantile a molte città e a renderle mirabili per opulenza: tali furono Tiro, Atene, Amalfi, Venezia, Genova, Ginevra” (p. 168); è un pregiudizio dettato dall’ignoranza quello per cui gli ebrei potevano truffare i Gentili ma non gli altri ebrei, o che potessero chiedere interessi sul denaro prestato ai Gentili ma non su quello prestato ai loro correligionari (p. 148); ed è un pregiudizio infine, ed il più infame di tutti, quello di credere che gli ebrei siano per natura spinti alla ricerca del guadagno e privi di interessi e aspirazioni più nobili: “i nostri avi condannavano l’Ebreo a vivere di usura e di baratti; e poi lo maledicevano come usurajo e barattiere. Poi intraprendevano a combattere con minuti regolamenti, con vane limitazioni, con irrite penalità una necessità ch’essi stessi avevano creato” (p. 142). Anche quando rammenta al lettore le persecuzioni e le ingiustizie più odiose (le stragi, in sostanza: p. 137-138), Cattaneo non cade mai nel sentimentalismo (pensate cosa avrebbe potuto ricavare da un materiale simile un giornalista italiano!). Il punto fermo dell’analisi di Cattaneo è il seguente principio, che è ben difficile non condividere: “La legge è strumento di giustizia, non è strumento d’ingiurie. Non vi sono due giustizie diverse; né la giustizia ha due diverse misure. Eseguiamo con umiltà e con fedeltà ciò che la giustizia ci detta, e avremo sparso negli uomini tutti i semi dell’onore e della virtù”. E ancora, citando Romagnosi: “<<Convivere non è meramente coesistere sullo stesso luogo. Gli schiavi della persona e della gleba propriamente non convivono cogli ingenui, ma servono ai medesimi. Il bue e il cavallo non convivono con noi>> La convivenza dunque differendo assai dalla mera coesistenza, consiste nel ricambio delle leali transazioni, degli officj civili e delle sociali carità (...) Epperò chi stringe i legami della convivenza, chi avvicina gli uomini agli uomini e ne avvalora la reciproca dipendenza, costringe l’individuo a condursi lodevolmente per provocare colle buoine e generose azioni l’assistenza e la cordialità altrui. (...) Perché questa perpetua responsabilità pesi su tutti gli uomini, è necessario che la convivenza sociale li congiunga tutti. Epperò quelle leggi che proscrivono un ceto qualunque, e lo escludono dalla sociale convivenza, lo sciolgono eziandio dalla necessità di rendersi utile e accetto agli altri ceti, e lo abbandonano alla spinta grossolana e immorale dell’egoismo. Se poi alle esclusioni si aggiungono distinzioni odiose e affliggenti, l’egoismo degenera in ostilità. Allora il ceto proscritto diviene un inimico accampato nel grembo della nazione, il quale nel secreto delle transazioni private rende a più doppj quel male che gli viene inflitto dalle pubbliche ordinanze” (p. 145-147). Inutile sottolineare quanto queste parole siano oggi più che mai attuali...
La ricchezza di suggestioni presentate da questo libretto è praticamente inesauribile. Ad esempio, sono ammirevoli la profonda trattazione dell’usura (p. 34 e ss.) e l’insistenza, così tipica di Cattaneo, sul nesso inestricabile tra agricoltura e capitali (“l’agricultura è la madre delle nazioni, ma bisogna pur intendere che non v’è buona agricultura snza capitali”: p. 27), nonché l’aperto dileggio per quegli storici che attribuiscono ai popoli un “destino” ineluttabile (“Così nacque la barbarie del medio evo. Il gregge degli scrittori ne dà ora colpa ed ora gloria ai barbari, le cui invasioni ne furono soltanto un fenomeno ed una modificazione. Ma a Costantinopoli venne senza barbari la stessa barbarie. Molti scrittori oltremontani ne accusarono non so qual fisica degenerazione dei popoli meridionali da emendarsi con un crocicchio di razze. Costoro avevano genio da scriver l’istoria dei cavalli e dei cani”: p. 37).
Ma a me piace soprattutto ricordare come, già agli albori della scienza economica, fosse così presente ed esplicito il nesso tra diritto ed economia, fra funzionamento dei mercati e funzionamento delle istituzioni pubbliche: in un periodo come il nostro, dove si parla insensatamente e presuntuosamente di una “economia” che sfratterebbe la “politica” dalle sue prerogative (quante volte non abbiamo sentito dire “il mercato non può essere il luogo della politica!”), è consolante vedere che certe verità erano ben presenti già prima del 1848. Vedi così la considerazione che Cattaneo fa della proprietà (ed in particolare della facoltà di disporre della proprietà) come “il primo fondamento del commercio, e [che] quindi crea la divisione dei lavori, la quale è considerata da tutti i pensatori come fonte di ricchezza” (p. 20): “A questo diritto di proprietà non v’è altro limite che il fine stesso a cui mira esso diritto. Affinché la proprietà possa esercitarsi è necessario temperarla e limitarla. Così, a cagion d’esempio, non si può esercitare la proprietà dove non sono leggi e tribunali che ne dichiarino lo stato di fatto e di diritto, dove non sono forze sociali che tutelino la proprietà dall’usurpazione privata e dall’invasione straniera, dove non si abbia libero accesso alle strade, alle acque, e così discorrendo. E’ necessario adunque che la proprietà sopporti questo peso dei tribunali, delle forse sociali, delle publiche comunicazioni. Ma questa detrazione alla proprietà è soltanto legittima in quanto necessaria all’esercizio della proprietà stessa ed all’esistenza della società civile. La proprietà sociale non è una proprietà astratta, isolata, salvaggia; è una proprietà regolata per ottener meglio il fine di essa. Ma ogni limitazione che non si riferisca a questo fine, e non venga imposta da un’assoluta necessità finale, è un’usurpazione ed un’infrazione del diritto di proprietà” (p. 20-22); e merita, al giorno d’oggi, più d’una riflessione il passo che segue: “La via più diretta per immutare i costumi di una stirpe d’uomini si è quella di riformare il loro stato economico, ossia di dare un diverso corso ai loro interessi” (p. 143). E' molto simile a quello che abbiamo visto sostenere anche De Soto in The Other Path.
Commenti
Molto interessante, grazie KK.
Un po' di osservazioni sparse e forse un po' confuse:
- per essere sicura di aver capito bene, mentre è chiaro cosa vuol dire "sottoporre al freno del diritto le pretenzioni dell'interesse", esattamente cosa s'intende per "sottoporre alla sanzione dell'interesse le asserzioni del diritto"?
- curioso come il fenomeno delle "conseguenze economiche delle interdizioni" sembri poco considerato, almeno da quel poco che si legge sui giornali (e vabbè, della qualità dell'informazione più volte hai parlato..);
- "a questo diritto di proprietà non v’è altro limite che il fine stesso a cui mira esso diritto. Affinché la proprietà possa esercitarsi è necessario temperarla e limitarla. Così, a cagion d’esempio, non si può esercitare la proprietà dove non sono leggi e tribunali che ne dichiarino lo stato di fatto e di diritto, etc". Chiaro. Aggiungerei, anche se forse un poco OT, che certe volte non sarebbe necessario operare delle modifiche legislative, ma semplicemente rendere realmente applicabili le norme esistenti, per esempio migliorando l'efficienza della macchina giudiziaria...
Non c'è dubbio (quanto alla tua terza osservazione).
La prima: vuol dire accertarsi che le norme giuridiche siano accompagnate dai giusti incentivi economici, cioè che funzionino. In sostanza, vuol dire che scienza giuridica e scienza economica dovrebbero operare congiuntamente per identificare il desiderato assetto degli interessi.
La seconda: indubbiamente. Però è chiaro che Cattaneo intendeva criticare le interdizioni in sé e per sé, e l'analisi economica dei loro effetti era solo, diciamo, una ulteriore punta polemica. Ma comunque, illuminante.
...ecco, appunto, chissa quali parole userebbe cattaneo commentando il progetto di legge sull'acqua?
Ssst, colico. N'anticipons pas (come dice Menelao in La belle Hélène di Offenbach) :-))
Ok...acqua in bocca!
Soffro solo per aver pensato questa battuta.
Immagino tu che la leggereai....
bellissimo topic.
hai letto quell'articolo contro l'approccio economico all'antitrust?
No, soupe, non ancora.