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Tabula Rasa

S. PINKER, Tabula Rasa, Milano, Mondadori, 2005                           

(Sottotitolo:  perché non è vero che gli uomini nascono tutti uguali)

Questo saggio, scritto nel 2002 (titolo originale: “ The blank state”) da Steven Pinker, docente di psicologia e direttore del centro di neuro scienza cognitiva del MIT, sostiene, con un gran numero di esempi concreti, dati storici e scientifici, la tesi di una  identità umana  frutto di una evoluzione biologica, in cui gran parte delle attitudini e dei comportamenti umani sono basate anche su elementi e funzionalità innate.

Gran parte delle critiche a questa visione dell'uomo si possono riassumere nella teoria della “tabula rasa”, ovvero l'idea che la mente umana non abbia una struttura intrinseca e che l'educazione e l'ambiente possano formarla e modificarla a piacere.

Il libro parte con la  descrizione di come la psicologia, la sociologia e la pedagogia, fino alla prima metà del 1900, abbiano immaginato la mente come una massa informe che poteva essere modellata illimitatamente dalla cultura e dall'educazione, una forma di idealismo che, partendo dall'idea che le differenze tra gruppi etnici potevano essere spiegate esclusivamente in termini culturali, era arrivata a negare ogni  possibile influsso della struttura fisica della mente sul comportamento.

Ma già dai primi studi sulle aree del cervello preposte al linguaggio e al ragionamento, e poi dai progressi delle neuroscienze, risultava evidente un aspetto innato di moltissimi comportamenti.

La scoperta che danni a particolari zone del cervello potevano causare comportamenti asociali, che il linguaggio  aveva una componente universale, che le somiglianze tra consanguinei, anche vissuti separatamente, erano molte di più di quante ne  potesse spiegare il caso, hanno demolito l'idea che tutto potesse essere spiegato in termini di cultura o educazione.

Da questo punto di partenza, analizzando innanzitutto le reazioni degli ambienti culturali, soprattutto “di sinistra”, alle scoperte delle nuove scienze umane, Pinker ci mostra, con una analisi dei comportamenti umani nei campi più disparati, le implicazioni di una visione della mente come risultato di un’evoluzione biologica.

Il problema principale che Pinker si trova ad affrontare è il timore, da parte di moltissimi filosofi e scienziati, che l'esistenza di una “natura umana” innata possa giustificare discriminazioni e annientare il concetto stesso di responsabilità personale.

Pinker, prendendo l’avvio dalla descrizione degli effetti che il concetto di tabula rasa ha sulla nostra società, arriva a mostrare come i suddetti timori siano infondati.

Al concetto di “tabula rasa” si affiancano la teoria del Buon Selvaggio di Rosseau e quella della  cartesiana divisione dell'uomo tra Corpo e Spirito, anche denominata teoria dello “Spettro nella Macchina”.

Tutte queste idee, dietro una apparenza di rispetto per l'uguaglianza di tutti gli uomini, possono però condurre, come spesso succede, ad esiti indesiderabili.

La paura della disuguaglianza, dell'imperfezione umana, e di ogni forma di determinismo anche parziale possono sfociare nelle illusioni totalitarie di costruzione di un uomo nuovo attraverso l'educazione, e nel collettivismo, e, negando le inevitabili differenze tra gli esseri umani, rendere assolutamente vano ogni sforzo di miglioramento della società.

Solo la conoscenza della realtà, per quanto scomoda sia - sembra dire Pinker -, ci può portare a comprendere l'essenza dell'uomo.

La Tabula Rasa era una visione dotata di fascino. Prometteva di rendere il razzismo, il sessismo e il pregiudizio di classe insostenibili sulla base dei fatti. Sembrava un baluardo contro il modo di pensare che porta al genocidio etnico. Mirava a impedire di scivolare troppo in fretta nel fatalismo riguardo a mali sociali prevenibili. Metteva al centro dell'attenzione il modo di trattare i bambini, le popolazioni indigene e gli strati inferiori della società. Cosi è diventata parte di una fede laica ed è parsa rappresentare una delle norme del vivere civile del nostro tempo.
Ma la Tabula Rasa aveva, e ha, un lato oscuro. II vuoto che presupponeva nella natura umana è stato più che volentieri riempito dai regimi totalitari, ed essa non ha fatto nulla per impedire i loro genocidi. La Tabula Rasa falsa l'istruzione, l'allevamento dei figli e le arti facendone forme di ingegneria sociale. Tormenta le madri che lavorano e i genitori i cui figli non danno gli esiti che essi avevano sperato. Minaccia il bando a una ricerca biomedica che potrebbe alleviare tante sofferenze. E il suo corollario, il Buon Selvaggio, invita a disprezzare i principi della democrazia e quelli che reggono «un governo di leggi e non di uomini». Ci rende ciechi sulle nostre debolezze cognitive e morali. E, di fronte a problemi che richiedono interventi, fa prevalere stupidi dogmi sulla ricerca di soluzioni praticabili.
La Tabula Rasa non e un ideale la cui rispondenza al vero meriti le nostre speranze e preghiere. E’ un'astrazione teorica contro la vita, contro l'uomo, che nega la nostra comune umanità, i nostri interessi intrinseci, le nostre preferenze individuali. Benché pretenda di esaltare le potenzialità umane, fa il contrario, perché queste potenzialità vengono dall'interazione combinatoria di facoltà incredibilmente complesse, non dalla passività di una tavoletta vuota.
Tuttavia, indipendentemente dai suoi buoni e cattivi effetti, la Tabula Rasa è un'ipotesi empirica sul funzionamento del cervello e va quindi valutata nei termini della sua rispondenza alla verità dei fatti. Ora, le moderne scienze della mente, del cervello, dei geni e dell'evoluzione non fanno che confermare che si tratta di un'ipotesi sbagliata. Questo ha provocato una violenta reazione di retroguardia per salvarla, che ha stravolto scienza e vita culturale: negando la possibilità dell'oggettività e della verità, affossando i problemi a furia di impostarli in termini dicotomici, sostituendo ai fatti e alla logica ipocrite prese di posizione politiche.
La Tabula Rasa ha messo radici cosi profonde nella vita intellettuale che l'idea di fame a meno può essere molto inquietante. In materie che vanno dall'allevamento dei figli alla sessualità, dagli alimenti naturali alla violenza, idee che sembrava immorale persino mettere in discussione si rivelano non solo discutibili, ma probabilmente sbagliate. Anche chi non ha nessuna scure ideologica da affilare può provare un senso di vertigine nel vedere infranti simili tabù: «Oh audace mondo nuovo, in cui vi sono simili persone!». La scienza ci sta forse portando dove il pregiudizio sarà un bene, i figli potranno essere trascurati, il machiavellismo trionferà, l'ineguaglianza e la violenza saranno affrontate con rassegnazione, le persone trattate come macchine?

Assolutamente no. Strappando le catene che legano valori ampiamente condivisi a dogmi fattuali moribondi, le motivazioni di quei valori possono solo farsi più chiare. Noi sappiamo perché condanniamo il pregiudizio, la crudeltà verso i bambini e la violenza contro le donne, e possiamo concentrare gli sforzi sui modi di raggiungere gli obiettivi cui diamo più valore. E’ cosi, tra l'altro, che possiamo proteggere tali obiettivi dalle rivoluzioni nella comprensione dei fatti che la scienza porta perennemente con sé.”

 

(Pietro Puricelli)

Commenti

Con questa bella recensione si inaugurano i contributi (spero numerosi) di un nuovo collaboratore del blog.

Il tema è di estremo interesse, dato che è al confine fra filosofia, scienze sociali, psicologia.

L'unica cosa che non mi è chiara dalla recensione, Pietro, è questa. Tu scrivi che il fatto "che danni a particolari zone del cervello potevano causare comportamenti asociali, (...) hanno demolito l'idea che tutto potesse essere spiegato in termini di cultura o educazione". Ora, io non credo che nessun sostenitore della Tabula Rasa abbia mai negato l'importanza del sostegno (la "tabula", appunto) sul quale si "iscrive" l'educazione, i condizionamenti sociali e quant'altro. E' chiaro che se danneggi la "tabula" se ne va anche quello che c'era scritto sopra (così come se distruggo la lavagna sparisce anche quello che ci aveva scritto sopr ala maestra). Ma questo cosa prova contro la teoria?

KK | March 1, 2007 4:44 PM

La frase completa parla anche del linguaggio (che ha "una componente universale") e delle somiglianze tra consanguinei, anche vissuti separatamente, non solo dell'eventuale "danneggiamento del supporto"..così è più chiaro in che senso sia contro la teoria della "tabula rasa", credo.
Molto interessante.
Benvenuto al nuovo collaboratore.

B.B. | March 1, 2007 5:52 PM

riprovo: innanzitutto, benvenuto!
e poi...dov'è la foto?!?

addb | March 1, 2007 7:34 PM

In realtà non lo so ancora se vuole mettere foto e presentazione.
Meglio così, no? Da noi c'è chi compare con foto e tutto e ancora non ha spedito mezzo articolo...
:-))

KK | March 1, 2007 7:45 PM

uff, io ero curiosa...
spediscila a me, non lo dico a nessuno!

addb | March 1, 2007 7:56 PM

Caro KK, questo credo sia il RE dei post. L'origine del mondo, il DOS della cultura. Non poteva esserci scelta migliore. Se di là mi date tregua un attimo magari riesco anche a leggerlo, questo post! :)

alessandro | March 1, 2007 8:04 PM

Il fatto è che se il cervello fosse una lavagna, e non avesse una struttura innata, non potrebbe esserci una precisa localizzazione anatomica per molti complessi meccanismi mentali, una lavagna può essere scritta indifferentemente su tutta la superficie ed è fondamentalmente indifferente al significato e al contenuto di ciò che vi si scrive.
Il fatto che, danneggiando la zona mediana dei lobi prefrontali non si perda nessuna capacità cognitiva o sensoriale, ma si possa diventare incapaci di valutare le conseguenze delle proprie azioni nei rapporti con gli altri, è dimostrato, con un buon numero di esempi concreti da Antonio Damasio nel saggio “ L'errore di Cartesio”.
Il punto è che allo stato delle conoscenze attuali, moltissimi aspetti della personalità hanno un origine innata e anche ereditaria, persino gli orientamenti politici di gemelli omozigoti separati alla nascita risultano statisticamente molto più simili di quanto possa giustificare la casualità.
Il fatto che la variabilità nelle attitudini e nei comportamenti non sia modificabile da nessun fattore esterno ( cultura, educazione ideologia ) è un fattore positivo, di fronte a problemi e situazioni nuove, ci sarà sempre qualcuno con le capacità necessarie per affrontarle, o perlomeno per sopravvivere.

Pietro | March 1, 2007 8:21 PM

Buonasera Pietro, e benvenuto! Branco una volta disse che i figli nati dalle unioni tra capricorni e acquari sarebbero i soggetti più intellegenti della specie umana. A parte il non trascurabile dettaglio che io sono frutto di una tale unione, non credo che Branco abbia molto attinenza con ciò che dici.
A parte gli scherzi, come anticipato a KK, trovo davvero interessante l'argomento e il tuo articolo. Proprio su questo blog, a proposito di una discussione sulla bellezza, mi chiedevo quanto il trovare "bello" un oggetto, o "sentire" emozione di fronte al bello, potesse essere riconducibile ad un processo culturale o piuttosto una caratteristica innata. Sempre che la mia curiosità non sia fuori luogo.

alessandro | March 1, 2007 8:59 PM

Ho capito. Tieni presente che sono un profano, in materia ho letto pochissime cose (Lurja, Sacks e quasi nient'altro). Quindi sicuramente dico cacchiate. Però, se il paragone con la lavagna zoppica, forse il paragone con un computer funziona. Tu scrivi: "se il cervello fosse una lavagna, e non avesse una struttura innata, non potrebbe esserci una precisa localizzazione anatomica per molti complessi meccanismi mentali, una lavagna può essere scritta indifferentemente su tutta la superficie ed è fondamentalmente indifferente al significato e al contenuto di ciò che vi si scrive". Bene, il cervello ha una struttura precisa, e così un computer; neanche un computer può essere "scritto" dappertutto o è indifferente al tipo di informazioni che ci vengono immagazzinate, ecc. Eppure il fatto che distruggendo una certa parte del computer distruggo anche una parte delle informazioni che contiene non ci dice nulla, mi sembra, sull'origine di queste informazioni.
Ma forse si potrebbe dire -correggimi se sbaglio- che il fatto che il cervello sia 'costruito' in un certo modo influisce sul tipo e la quantità di nozioni che vi si possono immagazzinare, sul tipo di reazioni che può avere, e così via, così come un computer diverso da un altro sarà più o meno adatto a svolgere questa o quella operazione.
Cmq la mia non è un'obiezione, stavo solo cercando di capire meglio una frase del tuo articolo.
(Il libro sembra davvero fichissimo, btw)

KK-->Pietro | March 1, 2007 10:14 PM

Dipende che significato si dà alla parola BELLO.
Forse la cultura è un ostacolo, più che un aiuto al godimento del bello.
La persona che ha una grande cultura può trovare banale e noioso ciò che le persone meno preparate trovano estremamente piacevole, questo perchè è bello cio che ci comunica emozioni, ma qualcosa che conosciamo gia a fondo non ci comunica più nulla.
Pinker è abbastanza critico nei confronti dell'arte moderna e postmoderna, in quanto c'è il rifiuto della comunicazione e del piacere emotivo.
Penso che le emozioni siano qualcosa di molto più viscerale e precedente alla cultura, chi può negare che un gatto accarezzato che fa le fusa provi un emozione?

Pietro | March 1, 2007 10:55 PM

Il punto è un altro, tu distruggendo alcune parti del cervello non distruggi le informazioni, ma i meccanismi che lì hanno sede.
Questi meccanismi sono sufficentemente astratti da poter essere usati in molti modi diversi, ma non vengono modificati dalle informazioni che la mante riceve durante la vita.
Si sopravvaluta l'importanza della cultura, l'uomo attuale, potenzialmente non è diverso dal cacciatore del paleolitico.
Può solo sfruttare meglio le sue capacità.

pietro | March 1, 2007 11:36 PM

Ho capito. Be', l'argomento sembra davvero convincente.

KK | March 2, 2007 9:43 AM

Vecchia questione, mai risolta, ma molto affascinante.

Ne parlavo con un neurologo tempo fa che sosteneva che, allo stato attuale delle conoscenze, pare sia molto probabile che le aree più antiche (dal punto di vista evolutivo) del cervello (quelle a cui sono affidate le funzioni necessarie alla sopravvivenza), sarebbe precisamente determinate, dal punto di vista strutturale, nel genoma, mentre le aree più recenti (quelle che sono sede delle funzioni conitive...perdonate il linguaggio probabilmente non corretto) sarebbero "mappate" nel DNA solo in modo sommario e la loro struttura dettagliata sarebbe in gran parte determinata dalle esperienze vissute dopo la nascita.

Se sia vero non lo so, riferisco ciò che mi è stato detto.
Anzi sarei proprio curioso di sapere se sia vero.

colico | March 2, 2007 9:59 AM

Se fosse vero, peraltro,l'equivalenza con l'uomo del paleolitico sarebbe suggestiva ma in parte fuorviante, poichè uomo ed ambiente diverrebbero un unicum inestricabile, nel senso che la stessa struttura fisica del cervello umano sarebbe frutto delle sue interazioni che oggi non sono neppure paragonabili a quelle dei nostri antichi antenati.

colico | March 2, 2007 10:02 AM

Mi correggo, la mia fonte non è neurologo.
E' un anestesista rianimatore.

CHissà se mi ha venduto una sola :o)

colico | March 2, 2007 10:12 AM

Bell'articolo, complimenti
E benvenuto, Pietro.

Pippi | March 2, 2007 10:56 AM

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