Uruk, la prima città
M. LIVERANI, Uruk la prima città, Roma-Bari, Laterza, 2006 (I ed. 1998) 
Questo libretto del professor Liverani, solidissimo e aggiornatissimo benché d’impianto chiaramente divulgativo, getta una luce illuminante su un fenomeno ormai molto studiato, quale la nascita dell’urbanesimo, prendendo in esame appunto la prima “città” (il che non implica, come vedremo, che in precedenza non siano esistiti altri agglomerati umani): Uruk, sull’Eufrate, nella bassa Mesopotamia, intorno al 3.500 a.C.
L’autore prende innanzitutto in esame, in una bellissima “storia della questione”, gli studi che si sono occupati della nascita della città.Il dato di partenza è la concezione di V. Gordon Childe (il grande storico inglese, che la elaborò nei primi anni Quaranta) della rivoluzione urbana: Childe, riprendendo la tradizione marxista (le cui sparse e scarne riflessioni sulla preistoria della società abbiamo già esaminato) ed evoluzionista ottocentesca, si concentrò sulla “accumulazione originaria (o primaria, o primitiva)”: “Perché si dia luogo ad un salto (quantitativo e qualitativo) tale da configurare una rivoluzione nel modo di produzione, occorre che la società sia innanzitutto in grado di produrre e accumulare una sostanziosa eccedenza, e secondariamente che essa decida di utilizzare tale eccedenza non già per maggiori consumi familiari, ma invece per costituire le infrastrutture e per mantenere gli specialisti e i dirigenti artefici della rivoluzione stessa” (p. 5). Questa eccedenza sarebbe dovuta ad un progresso tecnologico ed all’estrema fertilità del terreno, verrebbe utilizzata per mantenere gli “specialisti” (non “produttivi”, nel senso che non creano cibo) e per realizzare le grandi opere (idrauliche e di edilizia religiosa), il tutto sotto la direzione ed il coordinamento del “tempio”.
Contemporaneamente a Childe, un altro studioso, F. Heichelheim, aveva proposto una teoria completamente diversa dell’accumulazione originaria: essa sarebbe dovuta, non all’unione di progresso tecnico e centralizzazione mediata dalla religione, ma allo sviluppo del capitale monetario, e rprecisamente la molla originaria sarebbe stata la nascita del prestito ad interesse. E’ una tesi che, tuttavia, è priva di riscontri e si basa su un fenomeno, quello “dell’usura, dell’indebitamento, del capitalismo privato” che è del tutto secondario rispetto alla rivoluzione urbana (e del resto, dice L., anche quando esso acquista un suo peso, cioè nel II millennio a.C., “l’arricchimento da usura genera di norma un utilizzo non sociale ma piuttosto privato”: p. 7). Questa teoria è di chiara matrice “modernista”, che cioè tende a leggere la storia antica attraverso il prisma dell’economia moderna. Questa teoria è stata a sua volta battuta in breccia dai lavori di Karl Polanyi, che ha ammonito a non applicare criteri moderni ad economie come quella antica, ed ha introdotto l’importante concetto di “staple finance”, o economia delle derrate (in un’economia come quella mesopotamica dell’epoca, il capitale non era monetario, ma era piuttosto un’eccedenza di cibo, in particolare l’orzo), il tutto gestito dalla potente organizzazione centrale, templare o palaziale che sia. A queste tesi ha fatto seguito, specie in America negli anni Sessanta, una corrente evoluzionista di tipo nuovo, fondata su una imponente raccolta di materiale comparativo, ma prevalentemente etnografico/antropologico. La nuova evoluzione comprenderebbe la progressione banda-->tribù-->chiefdom (dominio)-->stato; lo stato, a sua volta, sarebbe fondamentalmente un perfezionamento del chiefdom. Ma il paradosso è che quasi tutti i casi di chiefdom utilizzati per studiare l’evoluzione da chiefdom a stato provengono da aree in cui di fatto non si è sviluppato alcuno stato (come in Polinesia o in Africa occidentale)! L. suggerisce allora di riprendere il programma di Childe, aggiornandolo con i dati non solo archeologici, ma soprattutto testuali, che nel frattempo sono divenuti imponenti (e mai seriamente utilizzati in lavori storici, fino agli anni Novanta del ‘900).
Orbene, alle origini dell’urbanizzazione in Uruk vi è un certo numero di fattori tecnologici. In primo luogo, era ovviamente necessaria una serie di opere idrauliche,. Fondamntale in questos enso è stata l’intoduzione di un sistema di parcellizzazione a “campi lunghi”, con l’utilizzo di un sistema di irrigazione detto “a solco”. A differenza dell’altro sistema diffuso in Mesopotamia (c.d. “a bacino”) il sistema di irrigazione a solco richiede campi di una certa estensione (lunghi parecchie centinaia di metri), e richiedono un’attività coordinata e pianificata, impossibile in un ambito strettamente familiare. Questa parcellizzazione è ampiamente documentata nei testi di questo periodo (p. 20-21). Altre innovazioni tecnologiche fondamentali sono stati l’aratro-seminatore (trainato da buoi), che consentiva di velocizzare in misura esponenziale la tracciatura di solchi rettilinei lunghi centinaia di metri nonché la messa a dimora dei semi (permettendo di ridurre al minimo la perdita di semente), la slitta-trebbiatrice (anch’essa a trazione animale) e i nuovi falcetti di terracotta. L’insieme di queste innovazioni, che si situano tutte a ridosso dell’incipiente rivoluzione urbana di Uruk, dovrebbe aver consentito un aumento della produttività dei terreni in misura variabile da cinque a dieci volte (p. 25).
Come vanno allora le cose con l’eccedenza? La tesi attualmente dominnate (tra i fautori del passaggio dal chiefdom allo stato) è che i trasferimenti (di beni ìe servizi) dai sudditi al “capo” aumentano gradualmente di importanza. da questo punto di vista, anche la tesi childiana presuppone un passaggio ad una struttura nuova solo col superamento di una certa soglia dimensionale (in termini demografici). Secondo L., invece, la rivoluzione agricola, per le sue stesse caratteristiche, ha comportato fin dall’inizio una gestione centralizzata (p. 26), e la struttura della società “urbana” non è duale (trasferimenti di beni dai sudditi al “governo”), ma triadica, e presuppone non un trasferimento coatto (una specie di tassazione in natura) di prodotti (di cui non c’è traccia nei documenti), ma la prestazione di corvées che le comunità locali prestano all’”azienda” templare o palatina (corvées che invece sono copiosamente attestate): l’azienda a sua volta immagazzina i prodotti del lavoro forzato presso il tempio (o palazzo) e a sua volta fornisce i servizi “comuni” alla popolazione. (p. 28-29). La tesi di L. è che siano stati la scelta della coltivazione dell’orzo (a sua volta dovuta a ragioni climatiche e dei caratteristiche del terreno) e la parcellizzazione a campi lunghi a generare la rivoluzione urbana: e di fatto altre forme di agricoltura si sono rivelate storicamente inadatte a generare una analoga rivoluzione (p. 33). In particolare, l’orzo, date la sua facilità di conservazione, è adattissimo ad una struttura di immagazzinamento delle eccedenze, mentre altri prodotti non stimolano in modo analogo l’evoluzione verso la struttura centralizzata che si formò in Mesopotamia: si pensi al fatto che dove predominano altri prodotti, come i tuberi o la frutta, questa evoluzione non c’è stata, e solo il riso e il mais sono all’origine (sia pure in tempi sfasati) di sviluppi analoghi. L’orzo, insomma, è nel giusto mezzo, non è né troppo facile da produrre né troppo diffiicile da distribuire: “Si può produrre in massa ececdente, ma solo a seguito di ingenti investimenti di lavoro umano concentrato (...) è facilmente immagazzinabile e redistribuibile anche in piccoli quantitativi (razioni giornaliere); si mantiene abbastanza (a differnza di tuberi e frutti) ma non indefinitamente (a differenza di metalli e pietre dure) e dunque stimola sia l’accumulo sia il reimpiego a scadenza annuale. In sostanza l’orzo stimola al meglio quell’integrazione, mediante rapporti integrati ma strutturalmente ineguali, che sta alla base della formazione di organismi socio-politici complessi” (p. 51).
Ovviamente la sottrazione delle eccedenze (sia pure sotto forma di corvées non troppo pesanti, come quelle di Uruk) non è e non può essere un processo “idillico” (come intuiva già Marx): “e il tempio era l’unica istituzione in grado di convincere i produttori a cedere sostanziose quote del loro lavoro a vantaggio della comunità e dei suoi dirigenti, sotto la specie delle loro ipostasi divine” (p. 34).
Naturalmente, l’urbanizzazione (che si manifesta nella nascita di centri proto-urbani di dimensioni senza precdenti: Uruk va dai 70 ai 100 ettari), con l’intensificazione della stratificazione sociale e della specializzazione lavorativa che comporta, concentra i gruppi sociali “non produttori di cibo”, mentre per definizione i produttori di cibo rimangono dispersi nel territorio: nasce così la bipartizione tra villaggio e città, che rimarrà anche in seguito una costante.
Quanto alla struttura sociale: le vecchie teorie ottocentesche che ipotizzavano un’evoluzione del tipo orda-->tribù-->clan-->famiglia estesa-->famiglia nucleare sono ormai abbandonate, perché in realtà la famiglia nucleare e i raggruppamenti più estesi non sono tra loro alternativi e possono coesistere; inoltre, la Mesopotamia (come anche quella egiziana) riserva scarsa importanza ai rapporti gentilizi, insomma, i rapporti extra-nucleare non sembrano avere avuto maggior importanza di quelli che hanno nelle società odierne (p. 41). Inoltre, la rivoluzione urbana non andò “a potenziare presunte élites gentilizie, ma ebbe proprio l’effetto contrario. Instaurò un sistema di rapporti spersonalizzati e burocratizzati, sotto la gestione di una o più agenzie centrali di natura templare”. (p. 42) Insomma, la rivoluzione rubana agì sul tessuto sociale in duplice direzione: “istituì grandi agenzie pubbliche, amministrate secondo criteri di spersonalizzazizone, che acquisirono il controllo di ampi settori del territorio e dell’economia; liberò il residuo (e consistente) settore privato dai tradizionali legali gentilizi, avviandolo attraverso un lungo e lento processo storico ad una gestione individuale del lavoro e dei mezzi di produzione” (p. 43).
Per l’allevamento (delle pecore), il tempio/palazzo affidava le greggi a pastori, che a suo tempo restituivano il gregge per la tosatura. La filatura e tessitura avvenivano a livello centralizzato, con ricorso a lavoro schiavile (soprattutto di donne e bambini, a causa della loro maggiore abilità e del loro minor costo) concentrato a centinaia di persone in appositi edifici (a metà fra prigioni e opifici). Il risparmio ottenuto con questi metodi di produzione era tale che i filati venivano esportati anche verso zone dove l’allevamento della pecora era altrettanto diffuso (p. 56).
Quanto al commercio, esso si sviluppò perché la bassa Mesopotamia era povera di metalli, pietre dure e legname. Il commercio era appannaggio di un ceto di specialisti, i mercanti, e sul rapporto tra essi e l’amministrazione centrale si contrappongono due tesi fondamentali. da un lato (Polanyi) si sostiene trattarsi di un commercio “amministrato”, cioè gestito dal centro, senza luoghi e meccanismi di mercato; d’altro lato, si sostiene al contrario un commercio sostanzialmente libero e basato su luoghi e meccanismi di mercato, con prezzi determinati dal gioco di domanda e offerta. In realtà, i testi documentano l’esistenza di due segmenti di “commercio” coesistenti: uno “amministrato”, l’altro sostanzialmente “libero”. Accadeva così che uno stesso mercante svolgesse la sua attività in parte per conto dell’amministrazione centrale (un po’ come i pastori per l’allevamento) e in parte per conto proprio. Quindi l’opinione dell’A. è che entrambe le teorie siano parzialmente fondate, ma compatibili (p. 60-61).
Contrariamente alla maggioranza degli studiosi, invece, L. ritiene che il ruolo della specializzazione lavorativa, ad es. in ambito artigianale, vada ridimensionato: qualche forma di specializzazione esisteva già prima della rivoluzione urbana, e se è vero che quest’ultima conduce ad un incremento quantitativo del fenomeno, quel che resta dirimente non è la specializzazione in sé, ma l’organizzazione. (p. 65). L’artigianato in realtà nel periodo in esame richiede una centralizzazione per duemotivi fondamentali: l’approvvigionamento di materie prime (attraverso il commercio “amministrato”) e la prevalenza della pubblica committenza. Centralizzazione che peraltro è amministrativa, non necessariamente logistica (certi tipi di lavorazioni restano preferibilmente disperse nel territorio: p. 68). In ogni caso, a seconda dei tipi di lavorazione in questione, esiste anche una committenza privata, e “l’avvento dell’organizzazione centrale dipende piuttosto dall’accresciuta scala delle esigenze, che non da problemi strettamente tecnologici” (p. 72).
Quanto ai servizi: fermo restando che alcuni tipi di servizi (quelli attinenti allo stesso funzionamento di tempio o palazzo) venivano resi da lavoratori “interni” (dipendenti diretti, schiavi), L. mette in dubbio lo stesso concetto di “servizi” resi dall’amministrazione centrale alle comunità locali in cambio delle contribuzioni materiali rese da queste ultime (p. 76): in realtà, gran parte dei “servizi” collettivi (per es., la difesa dagli attacchi esterni) erano forniti dagli stessi “sudditi”, ancora sotto forma di corvées (l’esercito era infatti “un esercito di corvée”: p. 74).
La scrittura a sua volta nasce nel IV millennio, evolvendosi da contrassegni amministrativi (sigilli, tokens, segni numerici). Ma L. avverte: “se questa derivazione della scrittura dai contrassegni sembra innegabile, ritengo invece concettualmente equivoca e storicamente inaccettabile l’altra osservazione che contrassegni e sigilli siano attestati già dal VII millennio, e che pertanto la scrittura abbia origini antichissime, ben anteriori alla rivoluzione urbana. L’uso neolitico di sigilli e contrassegni ha davvero origini antichissime, ma assume forme e risponde ad esigenze diverse da quelle proto-urbane. Di quest’uso, rimasto stabile per quattro millenni, si deve positivamente dire che esso non ha dato origine alla scrittura; è stato invece reimpiegato per dar vita alla scrittura nel momento in cui si sono verificate nuove condizioni e nuove esigenze” (p. 78). Si opera, sempre a fini amministrativi, una vera e propria “standardizzazione della realtà”: dalla misurazione del tempo, ai pesi ed altre misure.
Il modello dell’”economia templare” che ha dominato fino agli anni Sessanta (e agli studi di Diakonoff) è quello del Tempio che possiede la totalità delle terre e in cui la totalità della popolazione dipende dal Tempio; al cotnrario, oggi si rtiene che semmai unos viluppo “statalista” si impose solo alla fien del III millennio. In realtà, accanto al tempio, che ha una importanza senz’altro rilevante (o anche “dominante”, secondo L.: p. 89), esistevano altri settori (“privati”) che avevano anch’essi un loro spazio e una loro importanza.
C’è poi una interessante analisi della funzione “ideologica” (nel senso, sopra indicato, di giustificazione della sottrazione delle eccedenze) della religione politeistica mesopotamica.
Infine, si discute dei rapporti tra “centro” e “periferia”. La complessità ambientale del Vicino Oriente è ben nota. “In linea generale (...) conviene sottolineare una basilare complementarità tra le zone di alluvio, dove si concentra la popolaizone umana e la produzione di cibo, e le zone montane ricche di materie prime” (p. 99). Già prima dell’urbanesimo questa vicinanza di zone a diversa vocazione “determina forme di utilizzazione complementare”; ma a richiedere una “ristrutturazione” di questi rapporti “sono semmai la costituzione dei grandi agglomerati urbani e l’emergere di nuovi bisogni. Si direbbe dunque che il motore primo dell’urbanizzazione e della statalizzazione vada individuato nelle specifiche risorse primarie dello specifico micro-ambiente deltizio: e che poi questo si sia costruito attorno (per così dire) un sistema regionale, a seconda della dislocazione di risorse aggiuntive e secondarie” (p. 99-100). “La dislocazione delle risorse determinò poi in larga misura il destino delle varie zone (zone di popolamento concentrato o disperso, zone di stati arcaici o di chiefdoms residuali, ecc.) e la loro collocazione nell’ambito del <<sistema regionale>> complessivo” (p. 100). Infine, alla domanda se lo sviluppo urbano e proto-statale di Uruk determinò qualche “forma di sottosviluppo per la periferia”, L. risponde di no: in base ai dati disponibili, “le unità cantonali della periferia conobbero anch’esse un parallelo sviluppo che sembra sia stato stimolato e non depresso dagli scambi (scambi ineguali di certo) con Uruk. Se esse presero vie diverse (la via del chiefdom anziché dello stato), lo si deve alle loro condizioni di partenza e non ai rapporti interregionali” (p. 100).
(Luca Simonetti)