Per una sinistra reazionaria
B. ARPAIA, Per una sinistra reazionaria, Parma, 2007.
Si inizia con una specie di epitome del fighettismo di sinistra: l’“intellettuale meridionale” che, emigrato a Milano, vi trova “una città piena di orrori, quasi uguali a quelli da cui fuggivo: i palazzoni della periferia, i marciapiedi travestiti da parcheggi, il traffico” (p. 10), e al ristorante un bel giorno (fine anni Ottanta) si trova “circondato da loschi tipi col telefonino” che fanno discorsi qualunquisti: “parlavano sempre della fabbrichètta, come trent’anni prima; ma ci aggiungevano planning e target e brain storming, invocavano il nuovo e il liberismo” e vanno con la jeep a San Babila. Conclusione sconfortata della premessa autobiografica: “Dopo di allora, è andata sempre peggio, a Milano e in tutt’Italia... Il fondo oscuro del Paese è venuto sempre più a galla fino a sommergerci. Un magma ribollente di individualismo, populismo, egoismo, furberia e mancanza di senso civico” (p. 12). Già questo è abbastanza scoraggiante, nevvero.
Ma se resistete, ora viene il meglio: finisce la premessa autobiografica, e comincia la “riflessione”.
Il clou è quasi all’inizio: le nostre ideologie, ci informa A., che si chiamano “modernità, progresso, individuo, mercato, competizione, sviluppo”, si danno per scontati ed eterni, ma “in realtà sono culturalmente e storicamente determinati” (p. 14). Ma va’? Chi l’avrebbe mai detto. Ma proseguiamo. L’”architrave” di tutte le nostre ideologie, dice A., è l’idea di Progresso. La critica parte con una citazione quasi obbligata, un numero speciale de Il Manifesto (1994) intitolato “Perché non possiamo dirci progressisti”. Il Progresso, ci spiega A, una volta (“prima del cristianesimo, voglio dire”: p. 16), “non c’era”. A partire dal Settecento, si afferma l’idea moderna di Progresso, un’idea che poi si preciserà in quella di una serie di stadi in cui il successivo è sempre e necessariamente migliore del precedente. Una fede universale, a cui non si è sottratto neppure Marx (per il quale, ci ricorda scandalizzato A., “il capitalismo svolge addirittura una funzione positiva nella storia”: p. 20) Questa idea ispira oggi “l’ideologia dello ‘sviluppo’, che continua a guardare le società del Terzo Mondo come (economicamente) in ritardo rispetto all’Occidente”. Solo gli orrori del Novecento hanno incrinato “almeno un poco” quella fede- ma non abbastanza, se “anche dopo quel 1994, molta sinistra continua a dirsi progressista” (p. 21). Lo spartiacque, ça va sans dire, è il 1994 perché quell’anno Berlusconi apparve sulla scena e vinse le elezioni: questo punto tenetelo a mente, perché la dice lunga sulla vastità delle prospettive storiche e politiche di questo libello. Persino la chiesa e la destra, dice A., avevano finito per adottare le bandiere del Progresso (p. 21). “Come uscire da questa palude?”, si chiede A. E risponde: “Avremmo dovuto sparigliare, mischiare le carte in tavola. Avremmo potuto capire. Del resto, in questi due o tre secoli i segnali sono stati numerosi. Già il famoso terremoto di Lisbona del 1755 aveva fatto vacillre la neonata idea di Progresso” (p. 22). Nemmeno davanti “agli evidenti disastri a cui andiamo incontro, alle lampanti aportie di quell’idea” siamo disposti a rinunciare all’architrave (p. 23). Il colpo di grazia all’idea di Progresso, a quanto pare, l’ha dato quel genio di Serge Latouche, con un “ragionamento” di cui vi invito a valutare la pregnanza: “Siamo seri. Si può sostenere la tesi di un progresso dell’uomo e dell’umanità? Progresso morale? Progresso intellettuale? Progresso dei costumi? Abbiamo superato la coscienza morale di Buddha o di Socrate? L’intelligenza di Platone? La raffinatezza della Cina antica? E’ difficile sostenerlo. Progresso politico o progresso sociale, forse? La marcia dell’umanità verso più libertà, più uguaglianza, più rispetto degli uni per gli altri non è affatto evidente. La democrazia moderna è forse più democratica delle democrazie antiche o delle democrazie selvagge? C’è forse meno dittatura oggi che ieri? Si può affermare che ce ne sarà meno domani? Che cosa rimane del progresso sociale, al di là dell’aumento del Pil pro capite?” (p. 24-25). Non c’è bisogno di commenti.
Ma allora, chi nega il progresso è forse reazionario? “Beh, perché no? Basta non aver paura delle parole... <<Sinistra reazionaria>>: suona abbastanza bene” (p. 24). Ormai, dice A. destra e sinistra sono entrambe “illuminismi di due specie diverse” (p. 25). Cos’è la sinistra reazionaria? E’ quella che “comunque saldamente ancorata al concetto di uguaglianza, <<reagisce>> a qualunque imposizione del pensiero unico che risuona ai quattro angoli del pianeta. La sinistra reazionaria è... contraria a ogni tipo di conservatorismo, vecchio e nuovo,... e combatte perciò anche la sinistra conservatrice... Anche... la sinistra liberal che adesso passa per innovatrice, e che in realtà è vecchissima, almeno quanto Adam Smith” (p. 28-29). Non so voi, ma io, a uno che per criticare l’idea di progresso tira fuori l’argomento che sarebbe un’idea “vecchia”, lo manderei sulla forca. Così come si merita la pena capitale uno che si permette di espungere dalla sinistra l’idea di progresso, che ne è un elemento costitutivo ineliminabile, e crea al suo posto un ineffabile ossimoro come “sinistra reazionaria”, che è come uno degli esseri immaginari inventati da Woody Allen, con il corpo di leone e la testa di ragioniere: qualcosa che, semplicemente, non può esistere.
E infatti si vede subito dove questa “sinistra” vuole andare a parare. A. si chiede con Cassano: “E’ possibile mantenere un’identità di sinistra attraverso un recupero dei valori della destra, è possibile usare il sacro in chiave critica, è possibile un uso rivoluzionario della tradizione?” (p. 31): Naturalmente la risposta corretta è no: le idee hanno una loro forza e una loro coerenza interna, e non si prestano a questi disinvolti e irresponsabili giochini. Ma A. e i suoi pensatori di riferimento non se ne accorgono e proseguono imperterriti. Lo scopo è quello di criticare il Nemico, il liberalismo, ma senza prestare il fianco alle accuse di fascismo, comunismo, integralismo, antimodernismo (p. 36). Ma, dice A., è da più di un secolo che i <<progressisti>> hanno abbandonato questo terreno. E allora, a chi rivolgersi se non alla destra, che in fondo è da una vita che critica i liberali? La colpa, dice A., è stata dell’Illuminismo, nel quale “si annidava.... un qualche vulnus totalitario che portò al Terrore e poi, via Marx, agli obbrobri del socialismo reale” (p. 38). Questo “vulnus totalitario” è l’individualismo, come avevano ben visto i grandi pensatori reazionari (p. 38), ai quali coerentemente (benché non di prima mano) A. si rifà: il liberalismo, e prima ancora l’illuminismo, sono concezioni dell’uomo inteso come “un essere non basilarmente sociale” (p. 39). Ad avere la priorità non è la collettività, ma l’individuo, inteso come titolare di diritti. Niente di nuovo, è la tipica critica reazionaria, per cui se si eliminano i vincoli corporativi o i corpi intermedi fra sovrano e popolo, si cade nei due estremi speculari dell’anarchia o del totalitarismo. E’ una critica evidentemente infondata, dato che basta l’esperienza dei secoli seguiti alla fine dell’Antico Regime a dimostrare come, contro il pessimismo dei reazionari, le società non sono affatto andate in malora e la incommensurabilmente maggiore libertà degli individui di oggi non si è affatto tradotta in caos anarchico. Ma A. vuole osare l’inosabile: “all’alba della modernità, con una specie di gioco di prestigio, vengono eliminati in un sol colpo, o quasi, i presupposti della vita sociale, presentando l’individuo (l’homo oeconomicus) e il mercato al tempo stesso come dati di fatto <<da sempre esistenti>> e come modelli da seguire, accomunati dall’uso di una Ragione o di una <<mano invisibile>> che livella differenze, riduce disuguaglianze, sceglie ciò che è più conveniente per tutti sulla base degli interessi personali di ciascuno, ignorando affetti, passioni, legami, follie e mettendo da parte qualunque aspirazione e necessità collettiva. Non esiste, dunque, nessun <<bene comune>> al quale possano essere subordinati i diritti degli individui” (p. 40-41). Qui il velleitarismo e l’ignoranza si danno la mano. I “presupposti della vita sociale” non possono essere stati eliminati (né in un sol colpo né a molte riprese), dato che, altrimenti, sarebbe venuta meno la stessa vita sociale, il che viceversa non è accaduto. Lasciando perdere l’individuo (che è senza dubbio esistito da sempre), nessuna persona fornita di un minimo di cervello e di conoscenze ha mai sognato di dire che il mercato sarebbe stato “sempre esistente” (dato che, al contrario, si sa benissimo, e questo sì da sempre, che un mercato non può esistere senza certe istituzioni – e in particolare il tanto citato e poco letto Adam Smith avrebbe aggiunto che non si dà mercato senza certe relazioni di tipo morale tra gli esseri umani), né che la “mano invisibile” livella differenze, riduce disuguaglianze né, soprattutto, che agisce ignorando gli affetti individuali e le necessità collettive (tra l’altro, se fosse vero che il “mercato” non serve né agli interessi individuali né a quelli collettivi, non servirebbe assolutamente a nulla e non si spiegherebbe il suo successo). E infine che non esista più un “bene comune” è un’altra fesseria, che il mero buon senso basta a smentire (esiste eccome, solo che ovviamente – e per fortuna- si declina in modo diverso che ai tempi dell’assolutismo).
L’apoteosi di questa radicale incomprensione dell’oggetto della propria critica si trova forse qui: “Da Mandeville e Smith in avanti, visto che l’interesse della società o di quel che ne resta è subordinato all’interesse economico degli individui, l’egoismo viene riabilitato e diventa addirittura il motore della giustizia sociale. Con i risultati, non certo lusinghieri, che oggi sono sotto gli occhi di tutti” (p. 43). E arriviamo alla benevola quanto confusa concessione: “Sia chiaro: nessuno chiede l’eliminazione tout court del mercato [ma come altro può essere un’eliminazione, se non tout court?]. Sarebbe però opportuno liberarci dalla sua mitologia, dal pensarlo come valore supremo, come ispiratore della legge politica e di quella morale, come misura di tutte le cose” (p. 47): il povero A. ignora che solo gli sprovveduti e la sinistra “radicale” credono che i “liberali”, i “liberisti” e compagnia bella pensino che il “mercato” sia la panacea di tutit i mali e che debba dettare l’agenda ai politici. Ragionare in questo modo significa scegliersi un bersaglio immaginario, magari comodo, ma inesistente.
Segue una lunga menata (p. 48-58) sulla contrapposizione tra “Io” e “Noi”, tra individuo e comunità; che trascura l’evidente e banale considerazione che l’essere umano è sia un Io sia un Noi, sia animale sociale sia individuo, e che conseguentemente e di necessità ogni società umana oscilla permanentemente tra il diritto e il dovere, tra la norma e la deviazione, tra la soggettività e la comunità. Non c’è bisogno di affrontare la questione antica e irrisolubile se sia venuto prima l’Io o il Noi, l’individuo o la collettività, per capire qualcosa di tanto evidente e di cui si discute da secoli. Una delle manie più divertenti di A. è poi quella di lamentarsi che la sinistra “regali” idee e pensatori alla destra: De Benoist, Dumont, Finkielkraut, la Tradizione e la Comunità. Il poveretto non si accorge che non si può “regalare” alla destra ciò che da sempre appartiene alla destra, più di quanto non sarebbe possibile “regalarmi” il libro che ho già comperato in libreria!
Soprattutto la “comunità” è una fissazione di A. Se la società è considerata solo una somma di individui, dice lui, non si va da nessuna parte: “Da questa via, però, non si passa” (p. 65). Tocca quindi rivolgersi ai comunitaristi. L’idea è quella di avere sì una comunità, ma che includa il rispetto per le differenze e l’alterità: cosa non facile, come ammette lo stesso A., a quanto pare non ignaro del rischio (denunciato con particolare vigore, come sappiamo, da Sen) che il “multiculturalismo” si trasformi in “multicomunitarismo” (p. 68). Ma nulla spaventa il nostro! Se la cava con un colpo d’ala: “la comunità è insomma la condizione stessa del nostro esistere. E oggi, in particolare, è il contesto naturale di una democrazia di prossimità, più diretta, più di base, fondata su una partecipazione più attiva e sulla ricostruzione di nuovi spazi pubblici ... Homo reciprocus (...) al posto di homo oeconomicus. Il <<singolo>> al posto dell’individuo (...) E dunque una politica... delle <<singolarità qualunque>>, fatta cioè da uomini che fanno comunità senza rivendicare, per questo, un’identità; una politica fondata su un <<essere la cui comunità non è mediata da alcuna condizione di appartenenza (l’esser rosso, italiano, musulmano, comunista) né dalla semplice assenza di condizione (...), ma dall’appartenenza stessa>>” (p. 83). Essa “diventa l’opposto del mercato, non nel senso che con il mercato è incompatibile, ma piuttosto che ne costituisce un <<altrove>>, <<dominato da forme comunicative e da valori opposti – reciprocità, durata, gratuità>>”; coincide col recupero della terza parola “dimenticata” della Rivoluzione francese: la fraternità (“infatti, mentre la libertà e l’eguaglianza ... hanno avuto successo perché, essendo compatibili con la natura quantitativa della nostra democrazia <<monoteistica>>, hanno generato rispettivamente il liberalismo e la socialdemocrazia, la fraternità, fondandosi su concetti non razionali e qualitativi, mal si accordava con la razionalità occidentale, che conosce solo la dimensione della quantità”: p. 84- una tesi storiografica, quest’ultima, abbastanza azzardata e difficile da sostenere, a meno di eliminare di peso dal concetto di “Occidente” tutto ciò che risale a prima della rivoluzione scientifica moderna). Come vedete, capra e cavoli, botte piena e moglie ubriaca, in una allegra coincidentia oppositorum e molto “casino” a base di convivialità, reciprocità, gratuità, che sono dimensioni certamente ineliminabili dell’attività umana ma che altrettanto certamente non la esauriscono affatto, e che soprattutto mai e poi mai il “liberalismo” o tantomeno il “progressismo” si sono sognate di combattere o negare.
Glisso su un capitolo (il 4) del tutto superfluo (la solita condanna della “velocità” introdotta dal capitalismo, che impedisce di fare politica, di trasmetterci informazioni, di vivere veramente: le solite scempiaggini già lette mille altre volte, e che, attraverso la mediazione dell’arte e della narrazione, approda a un convinto elogio della Tradizione- con la maiuscola-) ma che contiene un passaggio indubbiamente lucido: “Del resto, non si capisce perché, se la tradizione è buona per la mozzarella di bufala o per il formaggio di fossa, debba essere rigettata se riguarda altre questioni forse meno appetitose, ma certamente di più ampio respiro” (p. 108). Parole sante, anche se dovrebbero indurci a riflessioni di segno assai diverso, assai più preoccupate di fronte al proliferare di iniziative come SlowFood e i vari naturismi.
Arpaia si preoccupa dello sviluppo, una parola nata cinquant’anni fa “come una speranza per i popoli del Sud... ma in realtà inventata paternalisticamente da noi europei mentre abbandonavamo le ex colonie. Il suo implicito sottofondo culturale era nostro, occidentale, legato a valori <<nostri>> come il progresso, l’universalismo, il dominio sulla natura, la razionalità quantificante.... Che importava se, magari, quei popoli non avevano alcuna voglia di <<svilupparsi>> a nostra immagine e somiglianza? E che importa, oggi, se quel modello, quel modello di sviluppo, è evidentemente fallito?” (p. 131). Quel che è davvero emblematico di un certo tipo di “pensiero”, in queste parole che riecheggiano apertamente Latouche, non sta tanto nell’accozzaglia di dati senza senso che servirebbero a dimostrare che il “modello di sviluppo” in questione (quale?) sarebbe “evidentemente fallito”, ma la tranquilla pretesa, scevra da qualsiasi dubbio, che a “imporre” lo sviluppo ai “popoli del Sud” siamo stati noi. L’idea che siano gli stessi popoli del Sud a dovere e poter decidere del loro futuro, non sfiora A. nemmeno lontanamente: loro sono solo comparse di una recita nella quale noi continuiamo ad essere i soli attori.
Infine, non poteva mancare il dubbio più radicale, quello sulla democrazia. Comincia con la solita (innocua) critica di questa democrazia rappresentativa, che con l’attuale legge elettorale ha trasformato le elezioni in un rito plebiscitario (p. 149-154); ma poi ci prende gusto e arriva a dubitare della democrazia in sé e per sé: “e se la malattia democratica che oggi è sotto gli occhi di tutti fosse già inscritta fin dalle sue origini nel paradigma democratico, come sosteneva Tocqueville e come sostengono ai nostri giorni alcuni teorici più agguerriti?” (p. 155: dove non si capisce i teorici odierni di chi sarebbero “più agguerriti”: forse di Tocqueville?). Uno di queesti teorici “più agguerriti”, Mario Tronti, insegna ad A. che, così come il “socialismo reale” era LA incarnazione del comunismo, così la democrazia attuale è la “democrazia reale”, l’unica democrazia possibile, prendere o lasciare (p. 155). Ma proprio non gli piace, a A., una democrazia come l’attuale dove tutti votano ma a contare sono pochi (ovviamente espressioni degli “interessi economici”) e dove “il ceto politico è ormai solo un’élite di mediocri che si autoriproduce”, e gli viene la tentazione, come a Fofi, di limitarsi ad essere una “minoranza lucidamente perdente” (p. 157: perdente, certo; sulla lucidità, non saprei...). Va tutto bene, intendiamoci, ma che uno che scrive queste generalità qualunquiste abbia poi qualcosa a che ridire sulle derive plebiscitarie che a suo dire agitano l’Italia, lascia sbalorditi.
Ma A. ha sempre la soluzione a portata di mano: “Il problema diventa scegliere. Perché, pur entro questi limiti, c’è democrazia e democrazia. Oggi si tende a confondere la democrazia con la democrazia liberale, che invece è una forma storica contingente” (p. 159). Lui propone invece “una democrazia <<instabile>>, in servizio permanente effettivo, che non dà mai forfait, che cerca continuamente di includere e non di escludere” (p. 162). “La vera <<terza via>> non è quella predicata da Anthony Giddens e da Tony Blair (<<il nome d’arte del centriismo>>, l’ha chiamata Veneziani), ma quella di una sinistra reazionaria e radicale” (p. 164). Bisogna semplicemente “uscire dalla modernità” (p. 166), creare “una sinistra che abbandoni definitivamente l’utopia, che ha provocato troppi reticolati, troppa disillusione e troppo sangue, e scelga definitivamente e in maniera convinta l’immaginazione” (p.173).
Il resto del libro consiste sostanzialmente in un lungo florilegio di stupidaggini e bestialità varie, di cui vi segnalo le più luminose:
• “la scienza del Novecento, da Einstein a Heisenberg e oltre, ha smentito le fondamenta e i presupposti” dell’idea di Progresso (p. 23);
• “il capitalismo funziona meglio in paesi, come le cosiddette <<Tigri asiatiche>> o la Cina, in cui, oltre a rapporti di lavoro <<capitalistici>> molto simili allo schiavismo, ancora vigono antichi legami sociali e comunitari” (p. 23);
• “per riuscire almeno a dimezzare il numero dei poveri, infatti, bisognerebbe produrre un Pil mondiale di 140 miliardi di euro. Ma un mondo così <<ricco>>.... semplicemente non potrebbe reggersi” (p. 46);
• “bisognerebbe non dimenticare che l’Occidente è pur sempre la Terra del Tramonto, e che la nostra civiltà dà ormai segni inequivocabili di stanchezza e di debolezza” (p. 85);
• “come la Rivoluzione, il capitalismo conduce una guerra contro il tempo” (p. 88: manca solo l’aggettivo “illustre” dopo “guerra” e avremmo pari pari l’incipit dei Promessi Sposi);
• al referendum sulla procreazione assistita “io sono andato a votare giusto perché la Chiesa aveva invitato a non farlo... Ma sarei rimasto volentieri a casa, a rimasticarmi i miei dubbi, a chiedermi se abrogando quella legge... non stessimo consegnando la donna, e quindi tutto il genere umano, non alla scienza, ma alla tecnica... all’eugenetica, al mercato. Come in quei giorni diceva Beppe Grillo...: <<Delle fecondazione abbiamo fatto un mercato. E’ una trasformazione epocale: la vita che un tempo apparteneva alla religione, alla patria, alla rivoluzione, ora appartiene al mercato. L’abbiamo privatizzata. E si sa dove finiscono le cose privatizzate:... a una società anonima con fermoposta alle isole Cayman>>” (p. 129);
• “Non si tratta quindi di oscurantismo,di pregiudizio contro la scienza... La scienza è cosa troppo seria per lasciarla gestire alle multinazionali farmaceutiche” (p. 130);
• “anch’io, per esempio, una volta pensavo che certe differenze fossero, come si diceva allora, semplici <<portati culturali>>, che i <<condizionamenti ambientali>> fossero responsabili di gran parte delle presunte diversità. Poi mi è bastato andare all’asilo di mio figlio, educato entro sani principi egualitari e <<femministi>>, e vedere ogni volta, per quanti sforzi facessero le maestre, le bambine da una parte a giocare alle signore e i bambini dall’altra a massacrarsi con le spade o con i fucili. Natura più o meno allo stato puro, che ci impone di limiti con cui ci tocca fare i conti” (p. 130-131: lo ammetto, questa è la mia cazzata preferita);
• “lo sviluppo, insomma, non poteva non fallire” (p. 133: questa breve frase contiene non una, ma ben due stupidaggini);
• “Hitler e Mussolini andarono al potere grazie a regolari elezioni” (p. 143);
• “diamo un’occhiata all’oggi, e assisteremo senza troppo sforzo a una corsa generale verso il Centro... Siamo, insomma, più o meno alla realizzazione pratica di ciò che avviene nella Macondo di Garcìa Màrquez, dove... <<l’unica differenza tra i liberali e i conservatori è che i liberali vanno alla messa delle cinque e i conservatori a quella delle otto>>. Solo che Macondo è un luogo letterario e questa Italia, purtroppo, è reale” (p. 147-148: solo che non si capisce di cosa si possa lamentare uno secondo il quale il futuro della sinistra sarebbe quello di ripetere a pappagallo le opinioni di De Maistre e Burke...).
Probabilmente il giudizio definitivo su questo libello l’ha dato il suo stesso autore, quando ha scritto (a p. 162): “Non ho le idee chiarissime”. Auguriamoci che nessuno le abbia così tragicamente confuse da prenderlo sul serio.
(Luca Simonetti)
lieve ed erudito nella quantità giusta per non aggravare né far scadere gli argomenti che tratta.
Secondo la psicoanalisi, la cultura e la società sono intrinsecamente repressive. Ne segue – non per Freud, ovviamente, ma per la “controcultura” – che l’unico modo per emanciparsi dalla repressione è rifiutare l’intera società e l’iintera cultura: fuoriuscire dal sistema (p.40). L’intero processo di civilizzazione può, da questo punto di vista, essere considerato come un processo di “internalizzazione” della repressione e della violenza repressiva, che oggi è fondamentalmente implicita e non più esplicita (e la nostra società è incomparabilmente meno violenta delle società precedenti o di altre contemporanee) (p.47-8). L’autocontrollo e l’inibizione hanno sostituito l’aperta violenza. Il prezzo dell’ordine così ottenuto ovviamente è l’infelicità, l’impossibilità di soddisfare gli istinti.