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Per una sinistra reazionaria

B. ARPAIA, Per una sinistra reazionaria, Parma, 2007.

Si inizia con una specie di epitome del fighettismo di sinistra: l’“intellettuale meridionale” che, emigrato a Milano, vi trova “una città piena di orrori, quasi uguali a quelli da cui fuggivo: i palazzoni della periferia, i marciapiedi travestiti da parcheggi, il traffico” (p. 10), e al ristorante un bel giorno (fine anni Ottanta) si trova “circondato da loschi tipi col telefonino” che fanno discorsi qualunquisti: “parlavano sempre della fabbrichètta, come trent’anni prima; ma ci aggiungevano planning e target e brain storming, invocavano il nuovo e il liberismo” e vanno con la jeep a San Babila. Conclusione sconfortata della premessa autobiografica: “Dopo di allora, è andata sempre peggio, a Milano e in tutt’Italia... Il fondo oscuro del Paese è venuto sempre più a galla fino a sommergerci. Un magma ribollente di individualismo, populismo, egoismo, furberia e mancanza di senso civico” (p. 12). Già questo è abbastanza scoraggiante, nevvero.

Ma se resistete, ora viene il meglio: finisce la premessa autobiografica, e comincia la “riflessione”.

Il clou è quasi all’inizio: le nostre ideologie, ci informa A., che si chiamano “modernità, progresso, individuo, mercato, competizione, sviluppo”, si danno per scontati ed eterni, ma “in realtà sono culturalmente e storicamente determinati” (p. 14). Ma va’? Chi l’avrebbe mai detto. Ma proseguiamo. L’”architrave” di tutte le nostre ideologie, dice A., è l’idea di Progresso. La critica parte con una citazione quasi obbligata, un numero speciale de Il Manifesto (1994) intitolato “Perché non possiamo dirci progressisti”. Il Progresso, ci spiega A, una volta (“prima del cristianesimo, voglio dire”: p. 16), “non c’era”. A partire dal Settecento, si afferma l’idea moderna di Progresso, un’idea che poi si preciserà in quella di una serie di stadi in cui il successivo è sempre e necessariamente migliore del precedente. Una fede universale, a cui non si è sottratto neppure Marx (per il quale, ci ricorda scandalizzato A., “il capitalismo svolge addirittura una funzione positiva nella storia”: p. 20) Questa idea ispira oggi “l’ideologia dello ‘sviluppo’, che continua  a guardare le società del Terzo Mondo come (economicamente) in ritardo rispetto all’Occidente”. Solo gli orrori del Novecento hanno incrinato “almeno un poco” quella fede- ma non abbastanza, se “anche dopo quel 1994, molta sinistra continua a dirsi progressista” (p. 21). Lo spartiacque, ça va sans dire, è il 1994 perché quell’anno Berlusconi apparve sulla scena e vinse le elezioni: questo punto tenetelo a mente, perché la dice lunga sulla vastità delle prospettive storiche e politiche di questo libello. Persino la chiesa e la destra, dice A., avevano finito per adottare le bandiere del Progresso (p. 21). “Come uscire da questa palude?”, si chiede A. E risponde:  Avremmo dovuto sparigliare, mischiare le carte in tavola. Avremmo potuto capire. Del resto, in questi due o tre secoli i segnali sono stati numerosi. Già il famoso terremoto di Lisbona del 1755 aveva fatto vacillre la neonata idea di Progresso” (p. 22). Nemmeno davanti “agli evidenti disastri a cui andiamo incontro, alle lampanti aportie di quell’idea” siamo disposti a rinunciare all’architrave (p. 23). Il colpo di grazia all’idea di Progresso, a quanto pare, l’ha dato quel genio di Serge Latouche, con un “ragionamento” di cui vi invito a valutare la pregnanza: “Siamo seri. Si può sostenere la tesi di un progresso dell’uomo e dell’umanità? Progresso morale? Progresso intellettuale? Progresso dei costumi? Abbiamo superato la coscienza morale di Buddha o di Socrate? L’intelligenza di Platone? La raffinatezza della Cina antica? E’ difficile sostenerlo. Progresso politico o progresso sociale, forse? La marcia dell’umanità verso più libertà, più uguaglianza, più rispetto degli uni per gli altri non è affatto evidente. La democrazia moderna è forse più democratica delle democrazie antiche o delle democrazie selvagge? C’è forse meno dittatura oggi che ieri? Si può affermare che ce ne sarà meno domani? Che cosa rimane del progresso sociale, al di là dell’aumento del Pil pro capite?” (p. 24-25). Non c’è bisogno di commenti.

Ma allora, chi nega il progresso è forse reazionario? “Beh, perché no? Basta non aver paura delle parole... <<Sinistra reazionaria>>: suona abbastanza bene” (p.  24). Ormai, dice A. destra e sinistra sono entrambe “illuminismi di due specie diverse” (p. 25). Cos’è la sinistra reazionaria? E’ quella che “comunque saldamente ancorata al concetto di uguaglianza, <<reagisce>> a qualunque imposizione del pensiero unico che risuona ai quattro angoli del pianeta. La sinistra reazionaria è... contraria a ogni tipo di conservatorismo, vecchio e nuovo,... e combatte perciò anche la sinistra conservatrice... Anche... la sinistra liberal che adesso passa per innovatrice, e che in realtà è vecchissima, almeno quanto Adam Smith” (p. 28-29). Non so voi, ma io, a uno che per criticare l’idea di progresso tira fuori l’argomento che sarebbe un’idea “vecchia”, lo manderei sulla forca. Così come si merita la pena capitale uno che si permette di espungere dalla sinistra l’idea di progresso, che ne è un elemento costitutivo ineliminabile, e crea al suo posto un ineffabile ossimoro come “sinistra reazionaria”, che è come uno degli esseri immaginari inventati da Woody Allen, con il corpo di leone e la testa di ragioniere: qualcosa che, semplicemente, non può esistere.

E infatti si vede subito dove questa “sinistra” vuole andare a parare. A. si chiede con Cassano: “E’ possibile mantenere un’identità di sinistra attraverso un recupero dei valori della destra, è possibile usare il sacro in chiave critica, è possibile un uso rivoluzionario della tradizione?” (p. 31): Naturalmente la risposta corretta è no: le idee hanno una loro forza e una loro coerenza interna, e non si prestano a questi disinvolti e irresponsabili giochini. Ma A. e i suoi pensatori di riferimento non se ne accorgono e proseguono imperterriti. Lo scopo è quello di criticare il Nemico, il liberalismo, ma senza prestare il fianco alle accuse di fascismo, comunismo, integralismo, antimodernismo (p. 36). Ma, dice A., è da più di un secolo che i <<progressisti>> hanno abbandonato questo terreno. E allora, a chi rivolgersi se non alla destra, che in fondo è da una vita che critica i liberali? La colpa, dice A., è stata dell’Illuminismo, nel quale “si annidava.... un qualche vulnus totalitario che portò al Terrore e poi, via Marx, agli obbrobri del socialismo reale” (p. 38). Questo “vulnus totalitario” è l’individualismo, come avevano ben visto i grandi pensatori reazionari (p. 38), ai quali coerentemente (benché non di prima mano) A. si rifà: il liberalismo,  e prima ancora l’illuminismo, sono concezioni dell’uomo inteso come “un essere non basilarmente sociale” (p. 39). Ad avere la priorità non è la collettività, ma l’individuo, inteso come titolare di diritti. Niente di nuovo, è la tipica critica reazionaria, per cui se si eliminano i vincoli corporativi o i corpi intermedi fra sovrano e popolo, si cade nei due estremi speculari dell’anarchia o del totalitarismo. E’ una critica evidentemente infondata, dato che basta l’esperienza dei secoli seguiti alla fine dell’Antico Regime a dimostrare come, contro il pessimismo dei reazionari, le società non sono affatto andate in malora e la incommensurabilmente maggiore libertà degli individui di oggi non si è affatto tradotta in caos anarchico. Ma A. vuole osare l’inosabile: “all’alba della modernità, con una specie di gioco di prestigio, vengono eliminati in un sol colpo, o quasi, i presupposti della vita sociale, presentando l’individuo (l’homo oeconomicus) e il mercato al tempo stesso come dati di fatto <<da sempre esistenti>> e come modelli da seguire, accomunati dall’uso di una Ragione o di una <<mano invisibile>> che livella differenze, riduce disuguaglianze, sceglie ciò che è più conveniente per tutti sulla base degli interessi personali di ciascuno, ignorando affetti, passioni, legami, follie e mettendo da parte qualunque  aspirazione e necessità collettiva. Non esiste, dunque, nessun <<bene comune>> al  quale possano essere subordinati i diritti degli individui” (p. 40-41). Qui il velleitarismo e l’ignoranza si danno la mano. I “presupposti della vita sociale” non possono essere stati eliminati (né in un sol colpo né a molte riprese), dato che, altrimenti, sarebbe venuta meno la stessa vita sociale, il che viceversa non è accaduto. Lasciando perdere l’individuo (che è senza dubbio esistito da sempre), nessuna persona fornita di un minimo di cervello e di conoscenze ha mai sognato di dire che il mercato sarebbe stato “sempre esistente” (dato che, al contrario, si sa benissimo, e  questo sì da sempre, che un mercato non può esistere senza certe istituzioni – e in particolare il tanto citato e poco letto Adam Smith avrebbe aggiunto che non si dà mercato senza certe relazioni di tipo morale tra gli esseri umani), né che la “mano invisibile” livella differenze, riduce disuguaglianze né, soprattutto, che agisce ignorando gli affetti individuali e le necessità collettive (tra l’altro, se fosse vero che il “mercato” non serve né agli interessi individuali né a quelli collettivi, non servirebbe assolutamente a nulla e non si spiegherebbe il suo successo). E infine che non esista più un “bene comune” è un’altra fesseria, che il mero buon senso basta a smentire (esiste eccome, solo che ovviamente – e per fortuna- si declina in modo diverso che ai tempi dell’assolutismo).

L’apoteosi di questa radicale incomprensione dell’oggetto della propria critica si trova forse qui: “Da Mandeville e Smith in avanti, visto che l’interesse della società o di quel che ne resta è subordinato all’interesse economico degli individui, l’egoismo viene riabilitato e diventa addirittura il motore della giustizia sociale. Con i risultati, non certo lusinghieri, che oggi sono sotto gli occhi di tutti” (p. 43). E arriviamo alla benevola quanto confusa concessione: “Sia chiaro: nessuno chiede l’eliminazione tout court del mercato [ma come altro può essere un’eliminazione, se non tout court?]. Sarebbe però opportuno liberarci dalla sua mitologia, dal pensarlo come valore supremo, come ispiratore della legge politica e di quella morale, come misura di tutte le cose” (p. 47): il povero A. ignora che solo gli sprovveduti e la sinistra “radicale” credono che i “liberali”, i “liberisti”  e compagnia bella pensino che il “mercato” sia la panacea di tutit i mali e che debba dettare l’agenda ai politici. Ragionare in questo modo significa scegliersi un bersaglio immaginario, magari comodo, ma inesistente.

Segue una lunga menata (p. 48-58) sulla contrapposizione tra “Io” e “Noi”, tra individuo e comunità; che trascura l’evidente e banale considerazione che l’essere umano è sia un Io sia un Noi, sia animale sociale sia individuo, e che conseguentemente e di necessità ogni società umana oscilla permanentemente tra il diritto e il dovere, tra la norma e la deviazione, tra la soggettività e la comunità. Non c’è bisogno di affrontare la questione antica e irrisolubile se sia venuto prima l’Io o il Noi, l’individuo o la collettività, per capire qualcosa di tanto evidente e di cui si discute da secoli. Una delle manie più divertenti di A. è poi quella di lamentarsi che la sinistra “regali” idee e pensatori alla destra: De Benoist, Dumont, Finkielkraut, la Tradizione e la Comunità. Il poveretto non si accorge che non si può “regalare” alla destra ciò che da sempre appartiene alla destra, più di quanto non sarebbe possibile “regalarmi” il libro che ho già comperato in libreria!

Soprattutto la “comunità” è una fissazione di A. Se la società è considerata solo una somma di individui, dice lui, non si va da nessuna parte: “Da questa via, però, non si passa” (p. 65). Tocca quindi rivolgersi ai comunitaristi. L’idea è quella di avere sì una comunità, ma che includa il rispetto per le differenze e l’alterità: cosa non facile, come ammette lo stesso A., a quanto pare non ignaro del rischio (denunciato con particolare vigore, come sappiamo, da Sen) che il “multiculturalismo” si trasformi in “multicomunitarismo” (p. 68). Ma nulla spaventa il nostro! Se la cava con un colpo d’ala: “la comunità è insomma la condizione stessa del nostro esistere. E oggi, in particolare, è il contesto naturale di una democrazia di prossimità, più diretta, più di base, fondata su una partecipazione più attiva e sulla ricostruzione di nuovi spazi pubblici ... Homo reciprocus (...) al posto di homo oeconomicus. Il <<singolo>> al posto dell’individuo (...) E dunque una politica... delle <<singolarità qualunque>>, fatta cioè da uomini che fanno comunità senza rivendicare, per questo, un’identità; una politica fondata su un <<essere la cui comunità non è mediata da alcuna condizione di appartenenza (l’esser rosso, italiano, musulmano, comunista) né dalla semplice assenza di condizione (...), ma dall’appartenenza stessa>>” (p. 83). Essa “diventa l’opposto del mercato, non nel senso che con il mercato è incompatibile, ma piuttosto che ne costituisce un <<altrove>>, <<dominato da forme comunicative e da valori opposti – reciprocità, durata, gratuità>>”; coincide col recupero della terza parola “dimenticata” della Rivoluzione francese: la fraternità (“infatti, mentre la libertà e l’eguaglianza ... hanno avuto successo perché, essendo compatibili con la natura quantitativa della nostra democrazia <<monoteistica>>, hanno generato rispettivamente il liberalismo e la socialdemocrazia, la fraternità, fondandosi su concetti non razionali e qualitativi, mal si accordava con la razionalità occidentale, che conosce solo la dimensione della quantità”: p. 84- una tesi storiografica, quest’ultima, abbastanza azzardata e difficile da sostenere, a meno di eliminare di peso dal concetto di “Occidente” tutto ciò che risale  a prima della rivoluzione scientifica moderna). Come vedete, capra e cavoli, botte piena e moglie ubriaca, in una allegra coincidentia oppositorum e molto “casino” a base di convivialità, reciprocità, gratuità, che sono dimensioni certamente ineliminabili dell’attività umana ma che altrettanto certamente non la esauriscono affatto, e che soprattutto mai e poi mai il “liberalismo” o tantomeno il “progressismo” si sono sognate di combattere o negare.

Glisso su un capitolo (il 4) del tutto superfluo (la solita condanna della “velocità” introdotta dal capitalismo, che impedisce di fare politica, di trasmetterci informazioni, di vivere veramente: le solite scempiaggini già lette mille altre volte, e che, attraverso la mediazione dell’arte e della narrazione, approda a un convinto elogio della Tradizione- con la maiuscola-)  ma che contiene un passaggio indubbiamente lucido: “Del resto, non si capisce perché, se la tradizione è buona per la mozzarella di bufala o per il formaggio di fossa, debba essere rigettata se riguarda altre questioni forse meno appetitose, ma certamente di più ampio respiro” (p. 108). Parole sante, anche se dovrebbero indurci a riflessioni di segno assai diverso, assai più preoccupate di fronte al proliferare di iniziative come SlowFood e i vari naturismi.

Arpaia si preoccupa dello sviluppo, una parola nata cinquant’anni fa “come una speranza per i popoli del Sud... ma in realtà inventata paternalisticamente da noi europei mentre abbandonavamo le ex colonie. Il suo implicito sottofondo culturale era nostro, occidentale, legato a valori <<nostri>> come il progresso, l’universalismo, il dominio sulla natura, la razionalità quantificante.... Che importava se, magari, quei popoli non avevano alcuna voglia di <<svilupparsi>> a nostra immagine e somiglianza? E che importa, oggi, se quel modello, quel modello di sviluppo, è evidentemente fallito?” (p. 131). Quel che è davvero emblematico di un certo tipo di “pensiero”, in queste parole che riecheggiano apertamente Latouche, non sta tanto nell’accozzaglia di dati senza senso che servirebbero a dimostrare che il “modello di sviluppo” in questione (quale?) sarebbe “evidentemente fallito”, ma la tranquilla pretesa, scevra da qualsiasi dubbio, che a “imporre” lo sviluppo ai “popoli del Sud” siamo stati noi. L’idea che siano gli stessi popoli del Sud a dovere e poter decidere del loro futuro, non sfiora A. nemmeno lontanamente: loro sono solo comparse di una recita nella quale noi continuiamo ad essere i soli attori.

Infine, non poteva mancare il dubbio più radicale, quello sulla democrazia. Comincia con la solita (innocua) critica di questa democrazia rappresentativa, che con l’attuale legge elettorale ha trasformato le elezioni in un rito plebiscitario (p. 149-154); ma poi ci prende gusto e arriva a dubitare della democrazia in sé e per sé: “e se la malattia democratica che oggi è sotto gli occhi di tutti fosse già inscritta fin dalle sue origini nel paradigma democratico, come sosteneva Tocqueville e come sostengono ai nostri giorni alcuni teorici più agguerriti?” (p. 155: dove non si capisce i teorici odierni di chi sarebbero “più agguerriti”: forse di Tocqueville?). Uno di queesti teorici “più agguerriti”, Mario Tronti, insegna ad A. che, così come il “socialismo reale” era LA incarnazione del comunismo, così la democrazia attuale è la “democrazia reale”, l’unica democrazia possibile, prendere o lasciare (p. 155). Ma proprio non gli piace, a A., una democrazia come l’attuale dove tutti votano ma a contare sono pochi (ovviamente espressioni degli “interessi economici”) e dove “il ceto politico è ormai solo un’élite di mediocri che si autoriproduce”, e gli viene la tentazione, come a Fofi, di limitarsi ad essere una “minoranza lucidamente perdente” (p. 157: perdente, certo; sulla lucidità, non saprei...). Va tutto bene, intendiamoci, ma che uno che scrive queste generalità qualunquiste abbia poi qualcosa a che ridire sulle derive plebiscitarie che a suo dire agitano l’Italia, lascia sbalorditi.

Ma A. ha sempre la soluzione a portata di mano: “Il problema diventa scegliere. Perché, pur entro questi limiti, c’è democrazia e democrazia. Oggi si tende a confondere la democrazia con la democrazia liberale, che invece è una forma storica contingente” (p. 159). Lui propone invece “una democrazia <<instabile>>, in servizio permanente effettivo, che non dà mai forfait, che cerca continuamente di includere e non di escludere” (p. 162). “La vera <<terza via>> non è quella predicata da Anthony Giddens e da Tony Blair (<<il nome d’arte del centriismo>>, l’ha chiamata Veneziani), ma quella di una sinistra reazionaria e radicale” (p. 164). Bisogna semplicemente “uscire dalla modernità” (p. 166), creare “una sinistra che abbandoni definitivamente l’utopia, che ha provocato troppi reticolati, troppa disillusione e troppo sangue, e scelga definitivamente e in maniera convinta l’immaginazione” (p.173).

Il resto del libro consiste sostanzialmente in un lungo florilegio di stupidaggini e bestialità varie, di cui vi segnalo le più luminose:

• “la scienza del Novecento, da Einstein a Heisenberg e oltre, ha smentito le fondamenta e i presupposti” dell’idea di Progresso (p. 23);

• “il capitalismo funziona meglio in paesi, come le cosiddette <<Tigri asiatiche>> o la Cina, in cui, oltre a rapporti di lavoro <<capitalistici>>  molto simili allo schiavismo, ancora vigono antichi legami sociali e comunitari” (p. 23);

• “per riuscire almeno a dimezzare il numero dei poveri, infatti, bisognerebbe produrre un Pil mondiale di 140 miliardi di euro. Ma un mondo così <<ricco>>.... semplicemente non potrebbe reggersi” (p. 46);

• “bisognerebbe non dimenticare che l’Occidente è pur sempre la Terra del Tramonto, e che la nostra civiltà dà ormai segni inequivocabili di stanchezza e di debolezza” (p. 85);

• “come la Rivoluzione, il capitalismo conduce una guerra contro il tempo” (p. 88: manca solo l’aggettivo “illustre” dopo “guerra”  e avremmo pari pari l’incipit dei Promessi Sposi);

• al referendum sulla procreazione assistita “io sono andato a votare giusto perché la Chiesa aveva invitato a non farlo... Ma sarei rimasto volentieri a casa, a rimasticarmi i miei dubbi, a chiedermi se abrogando quella legge... non stessimo consegnando la donna, e quindi tutto il genere umano, non alla scienza, ma alla tecnica... all’eugenetica, al mercato. Come in quei giorni diceva Beppe Grillo...: <<Delle fecondazione abbiamo fatto un mercato. E’ una trasformazione epocale: la vita che un tempo apparteneva alla religione, alla patria, alla rivoluzione, ora appartiene al mercato. L’abbiamo privatizzata. E si sa dove finiscono le cose privatizzate:... a una società anonima con fermoposta alle isole Cayman>>” (p. 129);

  Non si tratta quindi di oscurantismo,di pregiudizio contro la scienza... La scienza è cosa troppo seria per lasciarla gestire alle multinazionali farmaceutiche” (p. 130);

  anch’io, per esempio, una volta pensavo che certe differenze fossero, come si diceva allora, semplici <<portati culturali>>, che i <<condizionamenti ambientali>> fossero responsabili di gran parte delle presunte diversità. Poi mi è bastato andare all’asilo di mio figlio, educato entro sani principi egualitari e <<femministi>>, e vedere ogni volta, per quanti sforzi facessero le maestre, le bambine da una parte a giocare alle signore e i bambini dall’altra a massacrarsi con le spade o con i fucili. Natura più o meno allo stato puro, che ci impone di limiti con cui ci tocca fare i conti” (p. 130-131: lo ammetto, questa è la mia cazzata preferita);

• “lo sviluppo, insomma, non poteva non fallire” (p. 133: questa breve frase contiene non una, ma ben due stupidaggini);

• “Hitler e Mussolini andarono al potere grazie a regolari elezioni” (p. 143);

• “diamo un’occhiata all’oggi, e assisteremo senza troppo sforzo a una corsa generale verso il Centro... Siamo, insomma, più o meno alla realizzazione pratica di ciò che avviene nella Macondo di Garcìa Màrquez, dove... <<l’unica differenza tra i liberali e i conservatori è che i liberali vanno alla messa delle cinque e i conservatori a quella delle otto>>. Solo che Macondo è un luogo letterario e questa Italia, purtroppo, è reale” (p. 147-148: solo che non si capisce di cosa si possa lamentare uno secondo il quale il futuro della sinistra sarebbe quello di ripetere a pappagallo le opinioni  di De Maistre e Burke...).

 

Probabilmente il giudizio definitivo su questo libello l’ha dato il suo stesso autore, quando ha scritto (a p. 162): “Non ho le idee chiarissime”. Auguriamoci che nessuno le abbia così tragicamente confuse da prenderlo sul serio.

 

(Luca Simonetti)

Commenti

delizioso il passaggio delle pagine (23-24).
mi ricorda un volantino che diceva "la condizione dei lavoratori precari è *peggiore* di quella degli schiavi nelle piantagioni di cotone" (il tizio mi ha omaggiato di un epiteto escrementizio e definito "fascista" quando gli ho chiesto se voleva un paio di frustate, giusto per essere sicuro che gli schiavi stavano meglio)

soupe | April 23, 2007 11:32 AM

:-)
Sì, è uno dei passi che preferisco anch'io.

Cmq anche quello sulle bambine e i bambini all'asilo è da urlo.

KK | April 23, 2007 11:47 AM

Allora, quanto costa 'sto libretto ? KK, ci prendi una percentuale ? Perche', lo dico sinceramente, non riesco a capire il motivo di dedicargli tutto lo spazio e il tempo come hai fatto...;-))
Mettila cosi': io continuo ad essere convinto che roba cosi' non se la fila nessuno, se non l'autore, la parte materna della famiglia e un paio di migliaia di seguaci di Carmen Consoli (hai presente Confusa e Felice ? Ecco, quelli).
Non so, forse e' la distanza e il tempo d'assenza dall'Italia che mi frega, ma davvero una serie di corbellerie cosi' vende piu' di 3000 copie ? E facciamo pure conto che lo leggano in 10000: ma che peso hanno in termini di opinione ?

Ardbeg | April 23, 2007 12:01 PM

Buona domanda, Ard. Non ho idea di quante copie venda Arpaia.
Ma quel che mi interessa non è quanto sta roba sia influente: probabilmente non influirà su nessuno (o almeno, io lo spero). Mi interessa quanta di questa roba sta già nelle opinioni di tanta altra gente: politici, giornalisti, intellettuali, e insomma tutti (ivi inclusi un sacco di blogger). E a volte l'identità di vedute è impressionante. Non dico i Verdi, che la pensano tutti così, ma anche tra i rifondaroli ecc. queste opinioni spopolano.


(Cmq: NO, NON ci prendo una percentuale, purtroppo :))

KK | April 23, 2007 12:09 PM

Acc...perche' se la prendevi ti proponevo di fare 50/50 e io curavo la traduzione in albionico...qui la fantascienza e' sempre ben accetta...

Scherzi a parte, a volte mi fai venire la pelle d'oca: davvero la sitazione e' questa ? TUTTI i Verdi la pensano come 'sto genio della Sinistra Reazionaria ? Non riesco a crederlo. Un conto e' la visibilita' che possono avere quattro megafonatori come questo o i Caruso, altro e' l'impatto ed il peso che davvero hanno nell'ambito della discussione. Almeno, io continuo a sperarlo, da quassu'.
Sara' che qui una cosa come lo Slow Food e' semplicemente un simpatico club nel quale riunirsi per mangiare e bere cose buonissime e poco diffuse, senza grosse implicazioni ideologiche...

Ardbeg | April 23, 2007 12:28 PM

Lo SlowFood è sicuramente un divertente epifenomeno (anche se è meno irrilevante e funny di quanto sembra). Ma che i Verdi, intesi come partito, abbiano sposato in toto ed ufficialmente (nel senso di linea ufficiale di partito) le idee della decrescita e del rifiuto del Progresso (con la maiuscola) è verissimo. Naturalmente, non sei tenuto a credermi sulla fiducia: ma se vuoi, basta poco per controllare. D'altronde, a parte Caruso (che non è un verde), basta sentire Cento o Pecoraro...

In ogni caso, sai qual è il problema vero? Che una teoria pericolosamente sbagliata può essere (ancora) poco diffusa. Ma se nella discussione pubblica sono scomparsi gli anticorpi che consentono di confutare e isolare quella teoria e impedire che faccia troppi danni, prima o poi quella teoria contagerà la maggioranza e allora sarà troppo tardi. E quel che vedo io qui intorno
è appunto che gli anticorpi stanno scomparendo.

Non voglio lanciarmi in paragoni magari azzardati. Non sono nemmeno pessimista

KK | April 23, 2007 12:39 PM

... ma semplicemente preoccupato.

KK | April 23, 2007 12:39 PM

Brevemente, perche' non vorrei che diventasse una chiacchierata a due:

1 - Il Piotta lo conosco dai tempi del liceo, quando ci siamo piu' di una volta presi amichevolmente a megafonate (io in testa a lui, lui in testa a me, dipendeva da chi stava parlando in assemblea). Posso solo dire che non credo abbia mai fatto una riflessione politica piu' "lunga" di 37 secondi...

2 - Capisco la proccupazione, e quindi mi e' piu' chiaro il senso del post. Pero' forse la situazione sembra peggiore di quella che e'

3 - Giuro, Slow Food (si chiama cosi' anche qui) in Alba e' tutto tranne che politico, o almeno lo e' solo nel senso epicureo del termine. Settimana scorsa abbiamo fatto una verticale di Single Malt che m'avrebbe convinto a votare Materazzi al Consiglio di Sicurezza dell'ONU come plenipotenziario nella querelle Iran-Nucleare...(e non parlo degli "stuzzichini"...lenzuola di salmone su bagels tostati...)

Ardbeg | April 23, 2007 1:01 PM

1)Chi sarebbe il Piotta? Con questo nomignolo conosco (male) solo un cantante...
2)Lo spero anch'io.
3)Sì, ma anche qui è così. Magari la differenza è che in Albione però non trovi politici o professori universitari (che pubblicano con Laterza) che citano Carlo Petrini come un maitre-à-penser, e altri (che magari non lo citano) che la pensano come lui. Voglio dire, Ard, ma lo sai che dieci giorni fa la Repubblica ha pubblicato un testo delirante di Petrini su brevetti e biotech in prima pagina? Ci scriverò un post fra qualche giorno, perché è una vera fiera delle fregnacce. Una cosa del genere nella perfida Albione non sarebba successa mai. Ecco perché credo che lì gli anticorpi ci siano ancora.

(Tranquillo, a scrivere saremo solo in due, ma ci leggono in parecchi.)

KK | April 23, 2007 1:14 PM

Piotta, detto Paolo Cento... leader di LC al Liceo Scientifico Nomentano negli anni tra 1979 e 1982, mentre il sottoscritto faceva altrettanto al Classico Orazio, ma vagando tra PdUP e Movimento...altri tempi ;-))
Al solito, quando mi racconti quello che c'e' su Repubblica cartacea mi fai aggricciare la pelle... La storia degli anticorpi e' vera, sai ? Te ne faccio un esempio...calcistico.
In questo paese non esiste il Processo del Lunedi': tutto quello che accade sul campo accade li', e basta, e se ne parla magari per 10 minuti la sera stessa, ma poi fine. Bene, in questo panorama, tre-quattro anni fa si e' inserito un corpo estraneo, tal Jose' Mourinho, antipaticissimo allenatore portoghese dell'antipaticissimo Chelsea. Ed e' cominciato il periodo dei commenti sui rigori non concessi, o dati solo a qualcuno, e le storie di personali coinvolgimenti nei risultati, eccetera, poiche' il figuro in questione si comporta come il medio allenatore italico fa quotidianamente: parla, parla, parla...
I primi anni era popolarissimo, al punto che lo usavano per la pubblicita' delle carte di credito. Poi ha cominciato a stancare....non perche' non vinceva piu', ma perche' parla troppo. E qui qualcuno che gli dice che e' solo calcio lo trova ancora.

Ecco, se ti capisco bene, quello che comincia a mancare in italia e' qualcuno che dica a Arpazio di evitare di dire coglionate.

Ardbeg | April 23, 2007 1:37 PM

Ah! Ecco chi era il Piotta... Ma non ti metterò in imbarazzo chiedendoti perché lo chiamavate così. ;-))

Ehi, io non voglio essere allarmistico, tutt'altro, e mi dispiace di farti accapponare la pelle. Ma io sono veramentepreoccupato, non faccio finta.

Mi sembra che mi hai capito benissimo.

KK | April 23, 2007 1:43 PM

KK, sei di Roma, sei intelligente e in piu' c'hai piu' di quarant'anni...davvero te lo devo dire perche' lo chiamavamo er Piotta ? Ti aiuto...il suo Si' blu era sempre a corto di miscela...;-))

Ardbeg | April 23, 2007 2:03 PM

:-))
Ma l'avevo capito benissimo... Volevo solo evitare di costringerti a rivelare coram populo l'orrendo segreto di Cento.

Cmq una cosa è certa: il suo problema l'ha brillantemente risolto dandosi alla politica.

KK | April 23, 2007 2:07 PM

Se posso esprimere la mia preferenza, io trovo insuperabile il passaggio di pag.85.

Il nostro guaio è che siamo la terra del tramonto.

Sublime.

colico | April 23, 2007 2:21 PM

Un altro passaggio spettacolare e' quello con citazione del vero maitre dell' E' tutto un magna magna, Sua Funarita' Beppe Grillo. Che oltretutto mica ho capito che vuol dire sulla fecondazione assistita...
Ora che ci penso, ma questa legge 194 per esempio, che ha reso cosi' semplice l'aborto...ecco, dovremmo abolirla: vuoi metter come era meglio e piu' a misura umana la buona vecchia tradizione delle mammane coi ferri da calza / Come si poteva socializzare e creare comunita', senza l'intromissione di questa beffa chiamata scienza ? O tempora o mores...

Ardbeg | April 23, 2007 2:32 PM

C'è qualcosa che mi sfugge. Indubitabilmente, le citazioni che riporti sono sufficenti a non farmi desiderare si sprecare un centesimo per acquistare il libro.
Però... però sono un po' perplesso nel sentir definire un sentimento (teoria è troppo, diciamo solo sentimento) antiprogressista come pericoloso. Il Progresso, come tutte le cose, ha dei costi. E che qualche scalmanato, urlando che i costi sono inaccettabili, faccia riflettere almeno un po' sui costi, non mi dispiace.
Gli scalmanati spesso dicono delle cose da prendere in seria considerazione, anche se lo dicono, di solito, con argomenti che raccapricciano il semplice buon senso comune.
Non credo che l'autore che hai recensito dica delle cose giuste (almeno a leggere quanto citi): ma credo che sia errato negare il problema che pone in ragione delle obbiettive bestialità con cui sviluppa la faccenda.

etienne64 | April 23, 2007 3:00 PM

Colico: e perché, quella sul terremoto di Lisbona???

Ard: Grillo voleva dire che la fecondazione assistita è solo altro combustibile alle multinazzzzzionali farmaceutiche, ecc. ecc. Una posizione che nel dibbbbattito pre-referendum era parecchio diffusa.

KK | April 23, 2007 3:06 PM

Guarda, criticare il progresso (in sé e per sé, come principio, non nei particolari, vale a dire nelle sue realizzazioni pratiche) è facilissimo. Si fa da sempre.
Solo che finora lo hanno sempre fatto due categorie di pensatori di destra: conservatori e reazionari. E c'è un perché: il progresso è *L*'elemento costitutivo della sinistra. Una sinistra non progressista, o antiprogressista, non è mai esistita e non può esistere, perchè sarebbe una contraddizione in termini.

KK-->etienne | April 23, 2007 3:10 PM

Il problema non mi pare sia il criticare il progresso, che' di criticabile ha tanto. E' nel farlo in un'ottica pseudo mistica, se vuoi. Sembra sempre di sentire un Zolla o un Evola venir fuori brandendo spadoni a due mani contro lo scempio della tradizione, dei Valori, dell'Etica Guerriera...per dirla con KK ed il suo amico (eheheh) Petrini, un Signore dei Cannellini...
Il Progresso lo puoi e lo devi criticare, ma si puo' farlo anche semplicemente continuando a ...progredire, se mi passi il witz

Anonymous | April 23, 2007 3:41 PM

L'anonimo son io, veniam peto...

Ardbeg | April 23, 2007 3:42 PM

Uhmmmm. Che vuol dire che il progresso "ha tanto di criticabile"? A me sembra che i) il progresso è un'idea e un obiettivo bellissimo e ii) che la sinistra è intrinsecamente progressista. Quando si critica "il progresso" - almeno se non si è reazionari che lo criticano in sé e per sé, eprché ci allontana dal mondo primigenio e incorrotto dove regnano la Tradizione, l'Armonia e quant'altro - di solito si criticano in realtà casi in cui il progresso non c'è stato affatto.

KK | April 23, 2007 3:50 PM

Si', si', ho scritto in maniera poco chiara. Non e' il Progresso che ha tanto di criticabile, sono certe sue aberrazioni o fraintendimenti. Insomma, so' d'accordo

Ardbeg | April 23, 2007 3:56 PM

KK, un unico dubbio: se il libro ha 100 pagine (B. ARPAIA, Per una sinistra reazionaria, Parma, 2007, p. 100.), e' evidente che il tizio ha le idee poco chiare, se lo scrive a pag 162...

Scusa ma non potevo resistere

Ardbeg | April 23, 2007 5:12 PM

No, Ard, è una toppa (mannaggia ai copincolla), ora la levo. Grazie per la segnalazione...

KK | April 23, 2007 5:32 PM

Hai ragione kk, il passaggio sul terremoto è notevole.

E' che leggendolo ho fatto finta di non capirlo e mi son riufitato di cogliere il significato della frase che a me pare possa essere uno solo: "il progresso non serve a niente...siamo comunque nella mani di dio".

colico | April 23, 2007 5:41 PM

Perchè avete letto questo libro ?

Pensatoio | April 23, 2007 6:13 PM

:-)
A me ha fatto ridere perché si tratta di un episodio, coem diremmo noi giuristi, alquanto risalente: metà del Settecento (vedi al link: http://it.wikipedia.org/wiki/Terremoto_di_Lisbona_del_1755) e perché fu all'origine, oltre che di una famosa pagina del Candide di Voltaire, anche di una polemica fra Voltaire e Rousseau.
Insomma, ho trovato ridicolo che Arpaia scriva "Avremmo potuto capire, del resto in questi secoli i segnali sono stati numerosi" e poi citi il terremoto di Lisbona come se si trattasse di un evento a cui ha assistito di persona.

KK-->Colico | April 23, 2007 6:17 PM

"Avete letto" chi?
L'ho letto io...

KK-->Pensatoio | April 23, 2007 6:17 PM

Pure colico mi pare lo abbia letto ed anche Francesca...

Pensatoio | April 23, 2007 7:35 PM

Colico?
Francesca?
Non ne so assolutamente nulla...

Cmq le ragioni per cui l'ho prima letto, poi recensito, mi sembrava di averle spiegate. Qual è il tuo dubbio?

KK-->Pensatoio | April 23, 2007 7:38 PM

mia nonna era sotto i portici di piazza vittorio quando mussolini domandò se si volevano burro o cannoni. la piazza urlò cannoni.

a volte sarebbe anche interessante prendere un elefante e farne una mosca. così, tanto per provare a vedere cosa succede, e per seguire un metodo diverso...

:)

alessandro | April 23, 2007 8:50 PM

:)

KK-->Ale | April 23, 2007 8:52 PM

Vedo che lo slow food è tema ricorrente. Allora io vi chiedo: ci sono differenze tra lo Slow Food e la Sovrintendenza delle Belle Arti? (a parte la l'istituzionalità, ovviamente...) Cosa rende più "degno" l'esistenza di una a rispetto all'altro?

alessandro | April 23, 2007 10:08 PM

Penso che abbiate perso del tempo....

Pensatoio | April 24, 2007 2:16 AM

La Sovrintendenza a qualcosa serve, SlowFood no.
Oh, insomma, non è colpa mia se i Sovrintendenti non se li fila nessuno mentre Petrini un giorno sì e l'altro pure è sulle prime pagine dei quotidiani.

KK-->Ale | April 24, 2007 9:49 AM

cioè a cosa servirebbe la Sovrintendenza? quali sono le sue finalità? quale la sua efficacia? perchè la Sovrintendenza sì e lo SlowFood no? meglio il FAI della Sovrintendenza? O il National Trust inglese?

alessandro-->KK | April 24, 2007 10:46 AM

Ale,
le funzioni delle Sovrintendenze le conosci meglio di me. Se vuoi discutere del modo in cui le svolgono, magari in un altro topic, fai pure (anzi, magari scrivilo tu, l'altro topic). Ma il paragone con SlowFood lo posso considerare solo come una battuta, dato che è come paragonare il Policlinico con il Luna Park.

Cmq, sinceramente, non riesco a capire. Delle cose che scrive Arpaia, che ne pensi? Perché sei passato subito a parlare di SlowFood?

KK | April 24, 2007 11:00 AM

Perchè mi interessa sapere molto di più cosa pensiate voi che quello che pensa Arpaia, che molto modestamente non avevo mai sentito nominare :)
Così mi interessa sapere, dal momento che SlowFood è bersaglio di molte ironie e critiche (tutte legittime, sia chiaro), se SlowFood sia "risibile" nelle finalità o nei metodi. Se è una questione di metodo (ma non credo), ma le finalità sono condivise, sarebbe efficiente proporre politiche alternative, e discuterne.
Se è una questione di finalità, non vedo perchè possa essere accettata l'idea di preservare un manufatto, un edificio, un borgo o un paesaggio che "il mercato" ha da tempo etichettato come poco efficiente (tanto da non offrirne più), e al contrario non meriti interesse l'idea di salvaguradare la Robiola di Roccaverano o il Castelmagno.
Ripeto, è una questione di metodo o di finalità?

alessandro-->KK | April 24, 2007 11:31 AM

Scusa,
tu sei un frequentatore di questo blog fin dal primo giorno, anzi sei nella redazione, e non ti è chiaro se su SlowFood le perplessità del sottoscritto e di altri sono sulle finalità o sul metodo? Davvero pensi che idiozie come la tesi per cui (a) esiste qualcosa come la "Natura" e (b) esiste un'agricoltura "naturale" siano seriamente sostenibili? I metodi di SlowFood sono le chiacchiere, e sono perfettamente efficienti. Il problema sta nelle idee.
Ma di SlowFood, ripeto, ne riparleremo. Così come riparleremo, se ti va, dell'ideologia della conservazione in architettura.

Neanche a me interessa Arpaia in sé e per sé, mi interessa il tipo di reazioni che suscita. E mi sembra altresì che le nostre opinioni in proposito le hai sentite eccome.
Ma non abbiamo ancora sentito le tue, che ci interessano almeno quanto a te interessano le nostre.

KK-->Ale | April 24, 2007 12:07 PM

Io credo esista eccome un'idea della "Natura". Anzi, più di una. Credo inoltre che di contraddizioni nel pensiero ve ne siano a bizzeffe, da tutte le parti, nel mio e anche nel tuo, ed è la ragione per cui sono nella redazione (!) :))
Ma non è mia intenzione fare polemica, e aspetterò che mi venga data risposta al quesito che ho posto in un topic più adatto. Perchè se SlowFood sia contestato nel metodo o nelle finalità a me non è per niente chiaro. Ma lo ritengo decisamente importante.
Ritengo invece meno importante commentare nel merito l'articolo, perchè, come già detto, non merita di essere commentato.

alessandro | April 24, 2007 12:48 PM

Ale,
certo la "Natura" come la intendono gli untorelli di SlowFood non esiste e non è mai esistita. Chiunque conosca un po' l'agricoltura, o almeno abbia letto quel gran libro che è Armi, acciaio e malattie di Diamond, sa che le colture "tradizionali" di cui Petrini e gli altri si riempiono la bocca sono il frutto di rivoluzioni genetiche e tecnologiche al cui confronto gli OGM moderni sono piccoli scherzetti. Che praticamente nessun vegetale che finisce sulla nostra tavola è mai esistito "in Natura". Che le rivoluzioni tecnologiche in agricoltura sono state millanta. Che delle applicazioni dell'industria all'agricoltura si parla da millenni, e che una riflessione approfondita sull'argomento, molto prima di Cattaneo, la si trova già in uno scrittore rinascimentale come Camillo Tarello.
Insomma, che se c'è un'attività "non-naturale" questa è certamente l'agricoltura, e che lo si sa da sempre.
Sinceramente, mettersi a discutere dei metodi di un'organizzazione che parte da un equivoco così lampante e grossolano è del tutto inutile. A quelli di SlowFood manca l'ABC. E gli manca l'ABC perché sono sia ignoranti che disonesti: la peggiore accoppiata possibile.

Non so se ho chiarito i tuoi dubbi in merito alla questione fini/metodi di S.F., ma spero di sì. Una connessione tra il tema odierno e lo S.F. indubbiamente c'è (l'idea di "Natura" così come la rivendicano S.F. e tanti altri è un'idea reazionaria), e se ti va possiamo parlare di questo.

A me interessava in primis sapere se secondo te può esistere una sinistra che butta a mare l'idea di progresso.

KK | April 24, 2007 1:02 PM

"A me interessava in primis sapere se secondo te può esistere una sinistra che butta a mare l'idea di progresso."
evidentemente, a prescindere da cosa io pensi, la possibilità esiste.

A parte gli scherzi. No, non dovrebbe esistere. Il problema è, a mio avviso, intendersi su cosa sia il progresso. La sinistra dovrebbe interrogarsi in primo luogo su questo. Per onestà intellettuale.

alessandro | April 24, 2007 1:29 PM

D'accordo, parliamone allora.

(Con "può esistere" intendevo: se esistesse, sarebbe ancora sinistra? La risposta che do io è no. E gente sedicente di sinistra che nega l'idea di progresso già esiste: i Verdi, SlowFood, Arpaia, Cassano appunto. Solo che non sono di sinistra)

KK | April 24, 2007 1:36 PM

E va bene, proviamo a parlarne. Anche se ho paura si finisca in una sagra del "secondo me"...
Progresso e' diminuire le ore di lavoro e aumentare la produzione, affinche' un bene costi sempre meno e sia disponibile per sempre piu' persone; Progresso e' diminuire il numero di malattie incurabili e aumentare la speranza di vita dignitosa per piu'persone possibile; Progresso e' tutto cio' che aiuta a vivere meglio e con maggiore felicita'. Progresso e' tirare giu' 4 cocci e passargli sopra una linea di metropolitana che finalmente serva a qualcosa a Roma, e pazienza se l'ennesima tomba di qualche oscuro patrizio romano del II secolo sara' coperta dalla fermata Monte Sacro. Progresso e' continuare a fare il formaggio di fossa, ma non rompere le scatole se vendo piu' cheddar che costa di meno. Progresso e' capire che se ti piace l'uva da mangiare a tavola e' perche' a fine '800 sono stati fatti esperimenti genetici sulla coltura della stessa, e che se ti bevi il vino rosso e' perche' il barone Ricasoli s'e' inventato qualcosa di inconcepibile ed antitradizionale.

Abbastanza provocatorio ?

Ardbeg | April 24, 2007 2:23 PM

Vai avanti così, Ard, che vai benissimo...
:-))

KK | April 24, 2007 2:28 PM

Trovo piuttosto interessante il discorso di Alessandro. E il paragone con gli slowfooders mi pare pertinente.
I movimenti di "protesta" (ecologisti, sindacati, slowfooders, amici del cane zoppo, etc etc) hanno il problema, piuttosto grosso, di farsi sentire. Per ottenere ciò debbono alzare la voce (come decibel), il tono (come drammaticità) e concentrarsi su alcune "icone" che, si spera, siano sufficentemente rappresentative del loro pensiero. Diversamente, la capacità di far presa svanisce e fallisce la ragion stessa del movimento di protesta.
Insomma, un movimento protestatrio deve lavorare con delle sineddochi (se riuscirò a sensibilizzare la gente a tutelare il Panda che è tanto simpatico, da questo conseguirà la sensibilità per tutto il problema ecologico, Panda = natura). Purtroppo, accade spesso che a furia di giocare di sineddoche si perde di vista qual'era il referente del discorso e la gente, per restare nell'esempio di prima, si convince che effettivamente il Panda sia un bene assoluto. E così, ponendo nelle premesse del ragionamento il significante della sineddoche e dimenticandosi del significato, vengono fuori ragionamenti a dir poco balordi. Vero.
Fermarsi a questo, però, non mi pare che aiuti molto a cogliere il discorso di Arpaia.
E allora, se andiamo al di là del linguaggio movimentista, che sconta quanto ho cercato di dire sopra, l' argomento di Arpaia sembra meno delirante di quanto lui non riesca a farlo (sempre ragionando su quanto avete riportato).
Pare dire Arpaia:
1. Sia la c.d. destra che la c.d. sinistra condividono l'idea più o meno illuministica di progresso (c'é il pensiero unico! tradotto in arpaiese). L'affermazione è abbastanza condivisibile. Persone che ritengano desiderabile una vera e propria reazione e cioé un ritornare a modelli sociali da ancient regime credo ce ne siano davvero poche. Su questo credo che Arpaia abbia ragione: mediamente, non si discute se sia desiderabile o meno il progresso, ma solo come conseguirlo.
2. Il mondo attuale è uno schifo (proposizione non discutibile, siccome perfettamente soggettiva: diciamo che a proposizioni di questo tipo si deve applicare il vecchio de gustibus...)
3. Il mondo moderno è imbevuto dell'idea di progresso (sostanzialmente corretto, vedi sopra)
4. Lo schifo del mondo moderno, per proprietà transitiva, si comunica ad uno dei suoi elementi costitutivi, l'idea di progresso.
5. Idea implicita: essere di sinistra significa essere contro il sistema costituito.
6. E' sinistrosissimo, pertanto, essere contro il progresso e, addirittura, reazionari.
In effetti, potrebbe essere sensato dire che l'ineffabile qualità di essere di sinistra sia essere contro e che il progresso sia solo un orpello che storicamente ha espresso questo essere contro (per il "vero" progresso contro il capitale), ma che, cambiando le cose, può essere buttato via.
Semmai, questo ridurre la sinistra ad essere contro ne appalesa i limiti: si riduce ad un problema essenzialmente gastrico non adeguatamente curato da quella santa scoperta del progresso che è il Maalox.
Però non sono d'accordo con KK che mette in contraddizione progresso e sinistra. Se quello che ho scritto è corretto possono essere di sinistra e antiprogressisti.
Per conto mio, non rinuncerei mai al Maalox (anche perché soccomberei sotto le incazzature che mi prendo con i clienti...), ma Arpaia, evidentemente, prova uno speciale piacere a vivere in stato di perenne incazzatura.

etienne64 | April 24, 2007 2:42 PM

Etienne, quello che descrivi e' il Nazi Maoista di Lotta di Popolo/FUAN La Caravella dei bei tempi di Stefano Delle Chiaie...;-))
Come dicevo ieri, je manca solo lo spadone a due mani e il mantello da Templare, per il resto e' completo...
Ma essere di Sinistra c'entra qualcosa con l'essere marxista ? Perche' se la risposta e' si', allora il tuo discorso diventa un pelo piu' debole...il buon Carlo non era "contro" a prescindere, se ricordo bene...

Ardbeg | April 24, 2007 2:53 PM

Uhm... non necessariamente essere di sinistra = essere marxista. E sopratutto, come in ogni movimento, rifarsi solo al fondatore (o presunto tale) non spiega tutto, perché il pensiero del fondatore viene spesso inavvertitamente, ma anche profondamente, modificato.
Se si vuole capire qualcosa dell'odierno cristianesimo, leggere il vangelo è sì utile, ma assolutamente insufficente: per capirci qualcosa bisogna leggere un sunto di storia della Chiesa. Così per la sinistra. Tra noi e Marx c'é di mezzo un '68 dove (sopratutto in Europa) nella matrice sinistra classica vengono immesse suggestioni e intuizioni totalmente nuove ed estranee alla tradizione di marxismo ortodosso. l'idea, p.es. della "fantasia al potere" credo sia lontanissima dal sentire di Marx (che invece voleva essere scientifico!), ma ha giocato un ruolo credo importantissimo nella costruzione della attuale cultura di sinistra.

etienne64 | April 24, 2007 3:36 PM

Un precisazione: quando dico sopratutto in europa, voglio dire che in America la rilettura in chiave marxista delle suggestioni libertarie ed individualiste è stata molto più blanda perché Marx, praticamente, manco sanno chi sia (vedi p.es. No Logo della Klein)

etienne64 | April 24, 2007 3:40 PM

Proprio quello che dice Ardbeg è il vero problema della sinistra (secondo me). Parla tanto di progresso ma non sa spiegarlo in maniera univoca. Buffo no? :) Allora per evitare l'imbarazzo evita di farlo (triste no?). Così, invece che ascoltare e INTERPRETARE le varie istanze, quale che so quella ambientalista, è più comodo dire che sono UTOPICHE o sono SCASSAMARONI. Che nulla aggiunge al fatto che siano evidentemente utopiche e scassamaroni, e forse proprio per questo di sinistra, senza il mancato riconoscimento della sinistra ufficiale. Chiaro no?

Scusate ma non mi sono mai divertito tanto a scivere un commento.

alessandro | April 24, 2007 3:52 PM

che poi forse marx si scaldasse con la stufa a carbone mi sembra anche abbastanza evidente, e pure che non avesse il SUV (almeno credo). Sempre che Marx si scaldasse, o si fosse posto il problema. Che poi, se non vado errato, furono proprio Marx ed Engels a promuovere le inchieste sanitarie sulle città industriali inglesi che portarono alle prime regolamentazioni igienico sanitarie ed urbanistiche. Quelle che per intenderci sopravvivono nelle casette a schiera (dette by-law) tanto care nell'immaginario borghese. Tutte uguali.

alessandro | April 24, 2007 3:58 PM

Quello che hai scritto è una buona spiegazione di quel che pensa Arpaia. Ma è sbagliato se vuoi dimostrare che possa esistere una sinistra senza progresso.
D'altronde la conclusione corretta del ragionamento di Arpaia (o di Latouche) non è che il progresso è male, ma che non c'è stato progresso. Se progresso significa miglioramento delle condizioni di partenza, negare che le condizioni siano migliorate non vuol dire che è sbagliata l'idea di progresso o che il progresso è dannoso, ma semplicemente che non c'è stato.

"Essere contro" a prescindere è proprio la definizione migliore che esista dell'idiozia "de sinistra". Che poi proprio questa idiozia conduca tanta gente, anche in buona fede, a negare che il progresso ci sia stato davvero (perché c'è stato, e la condizione di vita di miliardi di persone oggi è infinitamente migliore di quella di cent'anni fa, per non parlare di mille anni fa) è un'altra ragione per non prendere sottogamba scempiaggini come il libro di Arpaia.

KK | April 24, 2007 4:09 PM

Vedi Ale, il problema e' che personalmente non ritengo si debba ascoltare ed INTERPRETARE qualsiasi istanza. Alcune mi sembrano sinceramente delle corbellerie, e in quanto tali non le calcolo proprio. Sono fascista ? No, direi piuttosto che sono stronzo ;-))
L'univocita' di definizione per concetti come Progresso, o Liberta', o Felicita' e' un po' come la prova finale dell'esistenza di Dio: io non so quale sia, e aspetto da anni qualcuno che mi illumini. Scherzi a parte, e riallacciandomi anche ai due post di Etienne, ne abbiamo gia' parlato mi sembra: ad un certo punto, piu' o meno tra il 68 e il 77, a quello che era il mainstream Sinistro, fatto di scientificita' o ricerca della, di analisi della produzione, di faticose e noiose analisi, si e' unito un numero di rivoli piu' o meno esistenzial-vitalistici, ed ecco che esere di Sinistra ha cominciato a significare capelli lunghi, libero amore, rock psichedelico, Siddharta, Fantasia al potere, chakras, Carlos Castaneda, incensi, cucina macrobiotica, vegetarianesimo, Alice nel Paese delle Meraviglie... tutte cose bellissime, ma che con il marxismo c'entrano fino ad un certo punto.
Ora, io alle riunioni dello Slow Food di Glasgow ci vado a mangiare e a bere. Ma non penso sia una posizione ideologica. ne' lo pensano i miei cari colleghi di forchetta. Non sara' lo Slow Food Movement a decidere se costruire una centrale nucleare nuova o passare allo sfruttamento intensivo dell'energia eolica. Ma la cosa che mi sembra importante e' che non gliene puo' fregare di meno. Perche' non si occupa di quello, ma di mantenere in vita una particolare ale che viene fatta sull'isola di Mull.

Ardbeg | April 24, 2007 4:10 PM

"Tra noi e Marx c'é di mezzo un '68 dove (sopratutto in Europa) nella matrice sinistra classica vengono immesse suggestioni e intuizioni totalmente nuove ed estranee alla tradizione di marxismo ortodosso. l'idea, p.es. della "fantasia al potere" credo sia lontanissima dal sentire di Marx (che invece voleva essere scientifico!), ma ha giocato un ruolo credo importantissimo nella costruzione"

Non c'è dubbio. In questo blog ne abbiamo parlato moltissimo.

KK-->Etienne | April 24, 2007 4:15 PM

Al contrario, Ale, il progresso si PUO' spiegare in maniera univoca.
Quel che è contraddittorio è pretendere di essere di sinistra e voler tornare al passato.
E questa tua lamentazione:
"invece che ascoltare e INTERPRETARE le varie istanze, quale che so quella ambientalista, è più comodo dire che sono UTOPICHE o sono SCASSAMARONI. Che nulla aggiunge al fatto che siano evidentemente utopiche e scassamaroni, e forse proprio per questo di sinistra, senza il mancato riconoscimento della sinistra ufficiale"
è del tutto infondata. Io non dico affatto che certe istanze della sinistra "radicale" siano utopiche, perché non sono affatto utopiche, sono realizzabilissime. E' per questo che mi preoccupano. Ma questo non ti autorizza a dire che io (o Ardbeg, nella fattispecie) non le "ascoltiamo o interpretiamo": al contrario, le ascoltiamo e le stiamo anche prendendo sul serio.

KK-->Ale | April 24, 2007 4:20 PM

L'idea che l'idea di "Natura" sia reazionaria è anch'essa reazionaria.
Il problema è cercare di valutare quali possono essere le conseguenze delle nostre azioni.
Altrimenti ci si incarta magicamente nella critica della critica.

Pensatoio | April 24, 2007 4:21 PM

"che poi forse marx si scaldasse con la stufa a carbone mi sembra anche abbastanza evidente, e pure che non avesse il SUV (almeno credo). Sempre che Marx si scaldasse, o si fosse posto il problema. Che poi, se non vado errato, furono proprio Marx ed Engels a promuovere le inchieste sanitarie sulle città industriali inglesi che portarono alle prime regolamentazioni igienico sanitarie ed urbanistiche. Quelle che per intenderci sopravvivono nelle casette a schiera (dette by-law) tanto care nell'immaginario borghese. Tutte uguali."
Deciditi: Marx e Engels se lo ponevano il problema o no? Le regolamentazioni igienico-sanitarie e urbanistiche sono un progresso o no? Ed è così rilevante il fatto che le casette a schiera debbano essere "tanto care nell'immaginario borghese"?

KK-->Ale | April 24, 2007 4:27 PM

"L'idea che l'idea di "Natura" sia reazionaria è anch'essa reazionaria."

Ma io non ho parlato dell'idea di Natura in sé ma dell'idea di Natura che ne hanno gli ambientalisti e SlowFood. Quella è reazionaria eccome. Poi certo che ci sono state idee di natura che non erano affatto rezionarie, ma progressiste.

KK-->pensatoio | April 24, 2007 4:38 PM

E che due palle 'sta storia ! Se mangio il formaggio di fossa sono di Sinistra, se vado da McDonald di destra, se mi metto i camperos sono un fascio, se ho l'eskimo una zecca...
Se mangio formaggio di fossa (che a me fa schifo) sono uno che gli piace il formaggio di fossa, ma non per questo saro' piu' democratico ed antiimperialista (anzi, saro' radical chic e pure spocchiosetto); se vado da McDonald c'avro' il fegato devastato e ruttero' cipolle per due giorni, ma non avro' leso la mia integrita' moral-politico-ideologica.
Ti ricordi che dicevamo di Sanguineti, Ale ? Che forse l'unico vero problema era nel fatto che un poeta si mettesse a fare analisi politiche (vabbe', lo dicevo io e qualcun'altro). Per Slow Food forse si puo' dire la stessa cosa: se facessero il lorolavoro, ne guadagneremmo tutti...

Ardbeg | April 24, 2007 4:40 PM

"Al contrario, Ale, il progresso si PUO' spiegare in maniera univoca."

questo, io credo, è veramente pericoloso. e poco di sinistra.

alessandro-->KK | April 24, 2007 5:22 PM

E perché mai? La chiarezza non è mai pericolosa (anche se, va detto, spesso purtroppo viene considerata di destra).
Il progresso è migliorare le condizioni di vita, materiali e morali, di tutti. Rendere il mondo un posto migliore per viverci. E non considerare nessun attuale assetto di interessi, per quanto antico o autorevole, al riparo della critica.

KK-->Ale | April 24, 2007 5:50 PM