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May 28, 2007

“Un regalo fatto attende sempre un regalo in cambio”: il Saggio sul dono di Marcel Mauss

 M. MAUSS, Essai sur le don, 1923-1924; tr. it., Saggio sul dono, in Teoria generale della magia e altri saggi, Torino, 1977.

Questo celebre saggio intende ricostruire, per mezzo di una ambiziosa e dottissima analisi di antropolgia e storia, la natura di un particolare “fenomeno sociale totale” (come lo chiama M.), vale a dire “un’enorme quantità di fatti, tutti molto complessi, in cui si mescola tutto ciò che costituisce la vita propriamente sociale delle società che hanno preceduto la nostra... In questi fenomeni sociali <<totali>>, come noi proponiamo di chiamarli, trovano espressione, a un tempo e di colpo, ogni specie di istituzioni: religiose, giuridiche e morali –queste ultime politiche e familiari a un tempo – nonché economiche” (p. 157).

Il fenomeno oggetto del saggio è il dono: “nella civiltà scandinava e in un buon numero di altre, gli scambi e i contratti vengono effettuati sotto forma di donativi, in teoria volontari, in realtà fatti e ricambiati obbligatoriamente”; e la domanda che si pone M. è la seguente: “Qual è la norma di diritto e di interesse che, nelle società di tipo arretrato o arcaico, fa sì che il donativo ricevuto sia obbligatoriamente ricambiato? Quale forza contenuta nella cosa donata fa sì che il donatario la ricambi?” (p. 158).. L’intento è quello di ritrovare le radici “archeologiche” delle transazioni umane: si tratta di analizzare fenomeni come lo scambio e il contratto in società che “non sono prive di mercati economici ....- il mercato, infatti, è un fenomeno umano che, secondo noi, è presente in ogni società conosciuta – ma il cui regime di scambio è diverso dal nostro. Si vedrà che in esse esisteva un mercato prima ancora della comparsa dei mercati e della loro principale invenzione, la moneta...; come pure, che esso funzionava prima ancora che fossero state trovate le forme, che si possono dire moderne (semitiche, elleniche, ellenistiche e romane), del contratto e della vendita da un lato, e della moneta legale dall’altro. Vedremo agire in queste transazioni la morale e l’economia. E poiché constateremo che la morale e l’economia opertano ancora nelle nostre società in modo costante e, per così dire, soggiacente, e poiché crediamo di avere trovato qui uno dei capisaldi su cui sono costruite le nostre società, potremo dedurne alcune conclusioni sociali su alcuni problemi posti dalla crisi del nostro diritto e da quella della nostra economia” (p. 158-9).

Innanzitutto, prima dell’avvento della nostra società, “non si constatano mai, per così dire, semplici scambi di beni, di ricchezze e di prodotti nel corso di un affare concluso tra individui” (p. 160). Primo, non si tratta mai di individui, ma “di collettività che si obbligano reciprocamentr, effettuano scambi e  contrattano”; secondo, ciò che si scambiano “non consiste esclusivamente in beni e ricchezze... si tratta, prima di tutto, di cortesie, di banchetti, di riti, di prestazioni militari, di donne, di bambini, di danze, di feste, di fiere” (p. 161). E queste prestazioni reciproche “si intrecciano sotto una forma, a preferenza volontaria, con doni e regali, benché esse siano, in fondo, rigorosamente obbligatorie, sotto pena di guerra privata o pubblica”. E’ quello che M. chiama “sistema delle prestazioni totali”. In alcune tribù nordamericane questo sistema trova una forma spettacolare, il Potlàc (o Potlatch), in cui lo scambio generalizzato di doni, feste, banchetti ecc. assume una natura spiccatamente agonistica, in cui non solo il consumo è nettamente ostentatorio e competitivo, fino a  giungere alla distruzione delle ricchezze accumulate, il tutto con lo scopo di ‘annichilire’ e mettere in ombra il capo e la tribù rivale, e per acquisire vantaggi in termini gerarchici all’interno di una determinata comunità o insieme di comunità; la natura agonistica del tutto è anche dimostrata dalla frequenza con cui al potlàc seguono battaglie e assassini (p. 163). Forme meno estreme di questo sistema si trovano però un po’ dappertutto; e in fondo “allo stesso modo noi gareggiamo nelle strenne, nei pranzi, nelle nozze, nei semplici inviti e ci sentiamo obbligati a revanchieren noi stessi, come dicono i Tedeschi” (p. 164).

Nelle Samoa, emergono  due elementi fondamentali del potlàc: quello dell’onore, del prestigio, “del <<<mana>> che conferisce la ricchezza, e quello dell’obbligo assoluto di ricambiare i doni, pena la perdita del <<mana>>, dell’autorità, di quel talismano e di quella fonte di ricchezza che è l’autorità stessa” (p. 166).

Tra i maori, è riconosciuto che nell’oggetto donato (taonga) è presente uno spirito (hau) che obbliga a ricambiare i doni ricevuti (siano essi graditi o meno): è tale la forza dell’hau nel bene ricevuto, che al donatario che persistesse a tenere i suoi oggetti per sé, “potrebbe venirgliene male, sul serio, persino la morte” (p. 169-70). In tutti i beni personali è presente un potere spirituale (hau); la cosa ricevuta, in altre parole, non è inerte, inanimata; continua ad essere, in qualche modo, parte del proprietario originario; allo stesso modo, rubare è molto pericoloso, perché l’hau del proprietario insegue il ladro (che incanta, fa morire, o obbliga a restituire il bene rubato) (p. 170). E lo hau si trasmette di dono in dono, obbligando tutti i successivi possessori a ricambiare il “dono” (“in fondo, è lo hau che desidera tornare al luogo della sua nascita, al santuario della foresta e del clan e al proprietario”: p. 171). In altre parole, questo vincolo giuridico, nel diritto maori è un legame di anime, “perché la cosa stessa ha un’anima... Donde deriva che regalare qualcosa a qualcuno equivale a regalare qualcosa di se stessi  (p. 172).

Nella struttura del potlàc, però, oltre all’obbligo di ricambiare i regali vi sono altre due obbligazioni fondamentali: quella di fare i regali, e quella di accettarli. (p. 172). Rifiutare di donare, invitare, o accettare un dono,  equivale ad una dichiarazione di guerra; è come rifiutare l’alleanza e la comunione. Si fanno dei doni perchè si è forzati a farli, perché il donatario ha una specie di diritto di proprietà su tutto ciò che appartiene al donatore. Questa proprietà si esprime e si concepisce come un vincolo spirituale” (p. 174). In queste società, “tutto, cibo, donne, bambini, beni, talismani, terreno, lavoro, servizi, uffici sacerdotali e ranghi, è materia di trasmissione e restituzione” (p. 175). E si noti che i rappoorti di scambio-dono esistono anche con gli dei: la distruzione sacrificale delle offerte agli dei ha appunto lo scopo di obbligare gli dei al ricambio (p. 178). I doni, sia agli uomini sia agli dei, “hanno anche lo scopo di procurare la pace con gli uni e con gli altri. In tal modo vengono allontanati gli spiriti malvagi, più in generale le influenze nefaste” (p. 179). Analoga spiegazione potrebbe avere, dice M., l’elemosina, “la quale è, per un verso, il frutto di una nozione morale del dono e della fortuna, per l’altro, il frutto di una nozione del sacrificio. La liberalità è obbligatoria, perché la Nemesi vendica i poveri e gli dei dell’eccesso di felicità e ricchezza di alcuni uomini, i quali devono disfarsene: è la vecchia morale del dono, diventata principio di giustizia” (e infatti in alcune lingue semitiche, come l’ebraico e l’arabo, giustizia e elemosina si esprimono con la stessa parola) (p. 180).

Tra gli andamanesi, “nessuno è libero di rifiutare un regalo offertogli. Tutti, uomini e donne, tentano di superarsi l’un l’altro in generosità”. I doni suggellano i matrimoni, formano parentele, sanciscono la nascita di tabù matrimoniali e sessuali (i due gruppi non si rivolgeranno più la parola e non si vedranno più, ma “si scambieranno doni in perpetuo”). “Si tratta, in fondo, proprio di mescolanze. Le anime si confondono con le cose; le cose si confondono con le anime, le vite si mescolano tra loro ed ecco come le persone e le cose, confuse insieme, escono ciascuna dalla propria sfera e si confondono: il che non è altro che il contratto e lo scambio” (p. 184).

In alcune tribù melanesiane (rese famose da Malinowski), precisamente nelle isole Trobriand, il sistema del dono raggiunge dimensioni quasi fantastiche. La loro istituzione più famosa, il kula, è una specie di potlàc intertribale, esteso su grandi distanze; esso è attributo dei nobili e dei capi, è assolutamente disinteressato ed è accuratamente distinto dallo scambio di mercanzie utili (che è chiamato gimwali), il quale invece si distingue per una tenace contrattazione (contrattazione che è invece indegna del kula) (p. 187). La stessa donazione assume forme singolari e solenni: “la cosa ricevuta viene disprezzzata, si diffida di essa, la si prende solo un istante dopo che è stata gettata ai piedi; il donatore ostenta una modestia esagerata: dopo avere portato solennemente, e al suono di una buccina, il suo dono, si scusa di offrire solo gli avanzi, e getta ai piedi del rivale e compagno la cosa donata. Tuttavia, la buccina e l’araldo proclamano a tutti la solennità dell’avvenimento. Si cerca di dimostrare con tutto ciò liberalità, libertà, autonomia e, nello stesso tempo, grandezza. Eppure agiscono, in fondo, meccanismi obbligatori” (p. 188). Questi scambi agiscono mediante i vaygu’a, specie di moneta, specialmente braccialetti e collane (p. 189).  Si ha “un diritto di proprietà” sul dono ricevuto (lo si può mostrare, se ne può ricavare motivo di vanto), ma si tratta di una proprietà particolare: “si potrebbe dire che essa partecipi di tutti i principi giuridici che noi moderni abbiamo accuratamente separato gli uni dagli altri. Si tratta di proprietà e di possesso, di pegno e di cosa locata, venduta e acquistata e, nello stesso tempo, di deposito, mandato e fedecommesso: la cosa, infatti, viene data a condizione di usarla per un altro, o di trasmetterla a un terzo” (p. 191).

(Da notare che Malinowski sostiene che i vaygu’a non sono moneta, perché, oltre al valore di scambio, non possiedono la proprietà di misura del valore. Ma M., in una nota, sostiene che “in tutte le società che hanno preceduto quelle in cui l’oro, il bronzo e l’argento sono stati monetati, ci sono state altre cose, pietre, conchiglie, metalli preziosi in particolare, che sono stati usati e sono serviti da mezzo di scambio e di pagamento; presso un buon numero delle società che ancora ci circondano, funziona di fatto questo sistema.... Da due punti di vista, d’altra parte, queste cose preziose hanno la stessa funzione della moneta nelle nostre società e, di conseguenza, meritano di essere classificate almeno nello stesso genere. Esse possiedono un potere di acquisto e questo potere è tradotto in cifre....L’idea di numero c’è, anche se questo numero non è fissato dall’autorità dello Stato e varia attraverso la successione dei kula e dei potlàc. Inoltre, questo potere di acquisto è veramente liberatorio....Secondo noi, l’umanità ha brancolato per lungo tempo. Innanzitutto, in una prima fase, ha scoperto che certe cose, quasi tutte magiche  e preziose, non venivano distrutte dall’uso, e le ha dotate di potere d’acquisto.....Poi, in una seconda fase, dopo essere riuscita a far circolare queste cose, nella tribù e fuori di essa, lontano, l’umanità ha scoperto che questi mezzi di acquisto potevano servire per numerare e far circolare le ricchezze. E’ questo lo stadio che stiamo descrivendo. Ed è a partire da questo stadio che, in un’epoca abbastanza antica nelle società semitiche, ma forse non molto antica altrove, l’umanità ha inventato – terza fase – il mezzo per staccare le cose preziose dai gruppi e dalle persone, per farne strumenti permanenti di misura del valore, ed anche di misura universale... E’ esistita, dunque, a nostro avviso, una forma di moneta che ha preceduto le nostre”: p. 189-90, n. 1).

Ma questi scambi hanno anche aspetti religiosi e magici: i vaygu’a non sono semplici oggetti: ciascuno di essi ha persino un nome, una personalità, una storia (p. 192). E lo scambio dei doni ha vari aspetti e regole minuziose: dal dono iniziale (vaga), cui segue il dono di restituzione (yotile), che è obbligatorio (e, se non si è in grado di restituirlo, per placare il donatario bisogna dargli almeno un basi, un dono di attesa, una specie di interesse moratorio : p. 195-6). Il kula in se’ non è che un momento di un insieme pù vasto di scambi “che, in verità, sembra inglobare la totalità della vita economica e civile delle Trobriand” (p. 196), scambi che includono anche gimwali, cioè scambi prosaici. E in molti  casi i vaga, i doni iniziali, vengono sollecitati. La ragione è che il kula serve ad istituire legami, una specie di “clan“ tra compagni. ecco perché il kula ha una natura competitiva: “Per poter scegliere, è necessario sedurre, abbagliare”. Tutti cercano, nel rispetto dei ranghi, il “miglior” compagno possible: “Concorrenza, rivalità, ostentazione, ricerca della grandezza e del tornaconto, questi sono i motivi diversi che gli atti descritti sottendono” (p. 198). Insomma, il sistema del kula “investe tuta la vita economica,. tribale e morale dei Trobriandani. essa ne è <<impregnata>>, e come un perpetuo <<dare e prendere>>” (p. 200). Il dono prende un aspetto inaspettato persino nei rapporti tra i sessi: “i servizi di ogni sorta resi alla moglie dal marito sono considerati come un salario-dono per il servizo reso dalla moglie, quando essa offre ciò che il Corano chiama <<il campo>>” (p. 202).

Contrariamente a quel che si credeva, quindi, i melanesiani  hanno una vita economica molto vasta e sviluppata. “Il punto in cui questi sistemi giuridici e, come si vedrà, anche il diritto germanico, hanno inciampato è l’incapacità da essi dimostrata di astrarre e di distinguere i loro concetti economici e giuridici. D’altronde, essi non avevano bsogno di farlo” (p. 295). Si pensi che in molti linguaggi esiste un solo termine per indicare l’acquisto e la vendita o il prestito dato e  ricevuto: “le operazioni antitetiche sono indicate con la stessa parola” (p. 205).

Da tutto ciò si evince, dice M., che in queste società lo scambio opera “sotto una forma disinteressata e obbligatoria allo stesso tempo. L’obbligazione si esprime, inoltre, in modo mitico, immaginario o, se si vuole, simbolico e collettivo.... In realtà, questo simbolo della vita sociale – il permanere della influenza delle cose scambiate – non fa che esprimere... il modo in cui i sottogruppi di queste società frammentate, di tipo arcaico, sono costantemente connessi reciprocamente e sentono di doversi tutto” (p. 206).

Nelle società indiane del Nord-ovest d’America tutto ciò appaee con ancor maggiore chiarezza. Tra l’altro, nonostante secolari contatti con gli europei, “nessuno dei considerevoli trasferimenti di beni che vi si effettuano costantemente sembra assumere forme diverse da quelle solenni del potlàc”: in particolare, il baratto è sconosciuto (p. 206). In ogni caso, nel potlàc nordamericano due aspetti si manifestano più chiaramente che altrove: quello di credito e di termine, e quello di onore (p. 210). “I doni circolano....accompagnati dalla certezza che saranno ricambiati, con la <<garanzia>> insita nella cosa donata, che è, essa stessa, questa <<garanzia>>. Ma, in tutte le società possibili, la natura peculiare del dono è proprio quella di obbligare nel tempo... Per eseguire una controprestazione è necessario il <<tempo>>. la nozione di termine è da ritenersi, perciò, logicamente implicata quando si tratta di restituire visite, contrattare matrimoni, alleanze, di stabilire una pace, di pervenire a giochi e a tenzoni regolate, di celebrare feste scambievoli, di rendersi i servizi rituali e onorifici, di <<dimostrarsi ossequio>> reciproco” (p. 210-11). Insomma, non è vero, come molti vorrebbero, che il concetto di termine e credito sia emerso solo “in una fase superiore della civiltà”. In realtà, “il dono si porta dietro necessariamente la nozione di credito. L’evoluzione non ha fatto passare il diritto dall’economia del baratto alla vendita, e la vendita da quella in contanti a quella a termine. E’ da un sistema di  doni, dati e ricambiati a termine, che sono sorti, invece, da una parte il baratto, per semplificazione...., e dall’altra, l’acquisto e la vendita, quest’ultima a termine e in contanti, ed anche il prestito” (p. 211).

Non meno importante è il ruolo dell’onore fra gli indiani  del Nord-ovest: “in nessun luogo, il prestigio individuale di un capo e quello del suo clan sono legati maggiormente allo spendere e al ricambiare puntualmente e ad usura i doni accettati, così da obbligare coloro verso cui si era rimasti obbligati. Consumo e distruzione sono veramente senza limiti. In certi potlàc bisogna dare tutto ciò che si possiede, senza conservare niente. Si gareggia nel dimostrarsi i più ricchi e i più follemente prodighi. Tutto è basato sul principio dell’antagonismo e della rivalità” (p. 212): status politico, rango ecc., tutto dipende dalla capacità di prodigare o distruggere i propri beni (distruggerli bruciandoli, fracassandoli, gettandoli in mare). “Ecco dunque un sistema giuridico ed economico nel quale si profondono e si trasferiscono costantemente ricchezze considerevoli” (p. 214). E si badi che se il trasferimento non è fatto con  questo scopo “nobile”, ma con in vista un guadagno immediato, è oggetto di grande disprezzo (p. 214). L’obbligo di dare è “l’essenza del potlàc” (p. 217): chi si rifiuta di dare, perde la faccia, o se si vuole l’anima: la maschera di danza, il diritto di incarnare uno spirito, di portare un blasone, un totem, la persona (p. 219). L’obbligo di invitare è altrettanto intenso, e “esso non ha neppure senso se l’invito non è fatto a persone diverse dai componenti della famiglia, del clan o della fratria” (p. 221). Esiste anche un obbligo di ricevere; rifiutare, significa temere di non poter ricambiare adeguatamente. Ma esistono eccezioni: in certi casi, significa annunciare in anticipo la propria superiorità ed invincibilità; solo che, in tal caso, chi rifiuta ha a sua volta l’obbligo di celebrare un potlàc (p. 223). Normalmente, “il potlàc deve sempre essere ricambiato ad usura, come pure ad usura devono essere ricambiati tutti i doni. Il tasso va in genere dal 30 al 100% all’anno” (p. 224). La sanzione per il mancato ricambio è indubbiamente la perdita dell’onore; ma in talune società (per es. i Kwakiutl e i Tsimshian)  la sanzione è sostanzialmente la schiavitù per debiti, che, dice M., è “un istituto del tutto paragonabile, per natura e funzione, al nexum romano.L’individuo che non ha potuto restituire ciò che ha ricevuto in prestito o il potlàc, perde il proprio rango e anche quello di uomo libero” (p. 225).

Presso molte società, si fa una distinzione tra tipi di beni analoga a quella presente, per es., tra i Romani: da una parte, “gli oggetti di consumo e di spartizione ordinaria”, e dall’altra, “gli oggetti preziosi della famiglia” (p. 227). Questi vengono trasmessi “con la stessa solennità con cui sono trasferite le donne nel matrimonio, i <<privilegi>> al genero, i nomi e le guardie ai figli e ai generi. E’ inesatto parlare nel loro caso di alienazione. Si tratta di oggetti dati in prestito, più che venduti e realmente ceduti... In sostanza,  queste <<proprietà>> sono dei sacra di cui la famiglia si disfa a stento e a volte mai” (p. 227-8). Si tratta quindi di doni magici, a volte identificati o con il donatore stesso o con il fondatore mitico del clan; ciò è anche una conseguenza del fatto che gli oggetti materiali sono tutti animati e possessori di poteri loro propri (p. 232-3); in particolare gli oggetti di rame (tanto che in alcuni popoli il rame è considerato essere vivente ed anche oggetto di culto: p. 234), che possiedono la “particolare virtù attrattiva che chiama gli altri oggetti di rame, così come la ricchezza attira la ricchezza, così come le dignità trascinano con sé gli onori, il possesso degli spiriti e le parentele, e viceversa” (p. 236). D’altronde, anche ricchezza e fortuna si trasmettono, proprio come i beni. “Tutto è collegato, si confonde; le cose hanno una personalità e le personalità sono in qualche modo cose permanenti del clan. Titoli, talismani, oggetti di rame e spiriti dei capi sono omonimi e sinonimi, dotati della stessa natura e funzione. la circolazione dei beni segue quella degli uomini, delle donne e dei bambini, dei banchetti, dei riti, delle cerimonie e delle danze, persino quelle degli scherzi e degli insulti. Si tratta, in fondo, della stessa cosa. Se le cose vengono date e ricambiate, è perché ci si dà e ci si rende <<dei riguardi>> -  noi diciamo anche <<delle cortesie>>, ma è, anche, che ci si dà donando e, se ci si dà, è perché ci si deve –sé e i propri beni – agli altri “ (p. 238-9).

La prima conclusione di M. è che “il principio dello scambio-dono deve essere stato caratteristico delle società che hanno oltrepassato la fase della <<prestazione totale>> (da clan a clan, da famiglia a famiglia), ma che non sono ancora pervenute al contratto individuale puro, al mercato in cui circola il denaro, alla vendita propriamente detta e, soprattutto, alla nozione del prezzo, calcolato in moneta di cui è determinato il peso e il titolo” (p. 239).

Successivamente, M. passa ad analizzare le sopravvivenze di questo sistema nel diritto e nell’economia antica. “Istituzioni di questo tipo hanno realmente costituito il punto di transizione verso le nostre stesse forme giuridiche ed economiche. Esse possono servire a spiegare storicamente le nostre stesse società... Noi crediamo di potere dimostrare, in effetti, che i nostri sistemi giuridici ed economici si sono svincolati da istituzioni  simili alle precedenti” (p. 240). Le nostre società, in particoloare, distinguono i diritti reali da quelli personali,  e le cose dalle persone, così come tra obbligazione e prestazione non gratuita, da un lato, e dono dall’altra. Ma si tratta forse, dice M., di distinzioni “recenti”. Ne permangono solo lievi tracce nel diritto romano, mentre vestigia più sostanziose risultano nel diritto germanico e in quello indiano (p. 241). Ad es., il nexum  è un vincolo che “deriva tanto dalle cose quanto dagli uomini” (p. 242), e la familia romana “comprende le res, oltre alle persone” (p. 244); ed ancora, le cose si distinguevano in due specie, familia e pecunia,  le cose della casa (schiavi, cavalli, muli) e il bestiame che vive nei campi, fuori dalla stalla; e si distingueva tra res mancipi e res nec mancipi. Si direbbe la stessa distinzione che abbiamo visto presso Kwakiutl e Tsimahian, tra beni permanenti ed essenziali della casa e cose che passano (p. 245). Anche le cose non dovevano, in origine, essere qualcosa di inanimato, tanto che l’etimologia di res le pone in relazione col sanscrito rath, ratih, “dono, regalo,. cosa gradita” (p. 245). Persino il furto ne è indice: le azioni da esso derivanti sono una conseguezna della potenza delle cose stesse, che hanno una “aeterna auctoritas”, proprio come nelle scoietà primitive esaminate (p. 246). E anche il fatto  che i più importanti e antichi contratti romani (vendita, comodato, pegno e deposito) fossero contratti re (cioè reali) ne è indcie. Addirittura, dice M., l’obbligato era detto reus, ad indicare la stretta connessione tra la cosa e l’obbligazione dire stituzione: “il reus è, prima di tutto, l’uomo che ha ricevuto la res altrui, e diventa a tale titolo il suo reus, cioè l’individuo che è a lui vincolato dalla cosa stessa, vale a dire dal suo spirito” (p. 247). Sono stati proprio i romani, forse sfruttando concetti semitici e greci, a superare la confusione originale tra persone e cose, tra obblighi e gratuità; sono stati essi che “con una autentica, grande e rispettabile rivoluzione, hanno superato tutta questa morale invecchiata e l’economia del dono troppo arrischiata, troppo dispendiosa e troppo suntuaria, ingombra di considerazioni riguardanti le persone, incompatibile con uno sviluppo del mercato, del commercio e della produzione e, in fondo, all’epoca, antieconomica” (p. 251).

Anche il pegno (come è evidente nella sua forma germanica, ma forse anche nel nexum romano: p. 265) ne è chiaro indice. Il pegno – wadium- “consente ai contraenti di  agire l’uno sull’altro, perché l’uno possiede qualche cosa dell’altro, perché l’altro, essendo stato proprietario della cosa, può averla incantata... La sanzione magica può intervenire, ma non costituisce l’unico vincolo. La cosa stessa, data e impegnata nel pegno, costituisce, per virtù propria, un vincolo. Nel diritto germanico, ogni contratto... comprende una costituzione di pegno... Il fatto che essa si trovi nelle mani del donatario spinge il contraente ad eseguire il contratto, a riscattarsi riscattando la cosa. Il nexum, perciò, è nella cosa, e non solo negli atti magici, né solo nelle forme solenni del contratto, nelle parole, i giuramenti e i riti vicendevoli, le strette di mano; è nella cosa come è negli scritti, negli <<atti>> che hanno un valore magico, nella <<taglie>> di cui ogni contraente conserva la propria parte, nei pasti presi in comune, in cui ciascuno partecipa della sostanza delgi altri” (p. 265). Ed il “pericolo” contenuto nella cosa data è avvertito nettamente dai popoli germanici: prova ne sia che la stessa parola Gift significa, in origine, sia dono sia veleno!; e il tema del dono funesto “è fondamentale nel folklore germanico” (p. 267: M. cita l’oro del Reno, la coppa di Hagen, ecc.).

M. sostiene che molto di tutto ciò sopravvive anche oggi, anche presso di noi. Le cose non sono solo materiali, mantengono anche un valore sentimentale; non restituire un regalo rende ancora “inferiori”; la carità ferisce ancora chi l’accetta; gli inviti, così come le cortesie, vanno ricambiati. In altre parole, affiorano “i motivi fondamentali dell’attività umana: l’emulazione tra gli individui dello stesso sesso, questo <<imperialismo congenito>> degli uomini” (p. 269). Non solo: forse una buona parte del nostro diritto attuale è in contrasto con la morale: “i pregiudizi economici del popolo, dei produttori, sono originati dalla ferma volontà di seguire la cosa da loro prodotta e dall’acuta sensazione che il loro lavoro venga rivenduto senza che essi partecipino al profitto” (p. 271). La legislazione sociale in sostanza si basa sulla convinzione che, di fronte alla produzione, il datore di lavoro e la società non si sdebitino verso il lavoratore semplicemente pagandogli un salario (p. 272); allo stesso modo, è per questi motivi (per questo ritorno del diritto alle convinzioni morali più antiche) che si afferma anche nel mondo giuridico-economico moderno “la morale professionale e il diritto corporativo” (p. 273). In realtà noi torniamo  ad “una pratica di spesa nobile>>. Occore che i ricchi... tornino- liberamente e anche forzatamente- a considerarsi come una specie di tesorieri dei propri concittadini. Le civiltà antiche... avevano, le une il giubileo, le altre le litrugie, coregie,  trierarchie, le sussitie (pasti in comune), le spese obbligatorie dell’edile e dei personaggi consolari. Sarà necessario risalire a leggi di questo tipo” (p. 273). Occorre “più buona fede, più sensibilità, più generosità”. Ma occorre altresì “che l’individuo lavori. Occorre che egli sia costretto a contare su se stesso piuttosto che sugli altri.... L’eccesso di generosità e il comunismo sarebbero per lui e per la società non meno nocivi dell’egoismo dei nostri contemporanei e dell’individualismo delle nostre leggi” (p. 274).

Una delle scoperte principali di Malinowski, scrive M., è stata quella di aver messo in luce che molti doni in realtà non sono affatto disinteressati, e in fondo sono già delle controprestazioni: così i regali del marito alla moglie in cambio delle prestazioni sessuali, o i regali al capo che in realtà sono tributi, o le distribuzioni di cibo che in realtà sono compensi per lavori eseguiti o riti compiuti (p. 279).

Essere il primo, il più bello, il più fortunato, il più  forte e il più ricco, ecco ciò che si cerca e il modo in cui lo si ottiene... La ricchezza è, da tutti i punti di vista, un mezzo per ottenere prestigio e una cosa utile. Ma è certo che da noi le cose vadano diversamente  e che la ricchezza non sia, prima di tutto, il mezzo per imporre agli altri la propria volontà?” (p. 282).

 

May 21, 2007

La grande trasformazione

K. POLANYI, La grande trasformazione (The Great Transformation, 1944), tr. it., Torino, 2000.

 

E’ uno dei non molti testi novecenteschi che hanno cambiato radicalmente il modo di vedere la storia e i rapporti tra la cultura, la politica e la vita materiale della società.

La prima parte del libro, che espone i caratteri del sistema internazionale crollato con la “Grande Trasformazione” da cui il titolo, fa da preludio e si riallaccia alla terza, che espone le prospettive “attuali” (parliamo del 1944).

Il sistema del XIX secolo si basava su quattro fondamenta:i) l’equilibrio del potere, che per un secolo impedì che “tra le grandi potenze” scoppiassero conflitti devastanti; ii) la base aurea internazionale; iii) il “mercato autoregolantesi” e iv) lo stato liberale. Il crollo della base aurea fu la causa scatenante decisiva della crisi (p. 5). La tesi fondamentale del libro è esposta chiaramente già a p. 6: “La nostra tesi è che l’idea di un mercato autoregolato implicasse una grossa utopia. Un’istituzione del genere non poteva esistere...senza annullare la sostanza umana e naturale della società; essa avrebbe distrutto l’uomo fisicamente e avrebbe trasformato il suo ambiente in un deserto. Era inevitabile che la società prendesse delle misure per difendersi, ma qualunque misura avesse preso, essa ostacolava l’autoregolazione del mercato, disorganizzava la vita industriale e metteva così in pericolo la società in un altro modo.  Fu questo dilemma a spingere lo sviluppo del sistema di mercato in un solco preciso ed infine a far crollare l’organizzazione sociale che si basava su di esso”. Ma il crollo della nostra civiltà, se era determinato dal “fallimento dell’economia mondiale”, aveva in realtà la sua radice prima in “quel rivolgimeno sociale e tecnologico al quale era sorta nell’Europa occidentale l’idea di un mercato autoregolato” (p. 7). Ed è a quel rivolgimento, cioè alla rivoluzione industriale, che è dedicata la seconda e più importante parte del libro. La prima parte svolge un esame, indubbiamente un po’ troppo ottimistico, dei “cento anni di pace” dal 1815 al 1914, di cui individua i perni nel concerto o equilibrio di potere fra le grandi potenze, da un lato, e nell’attività della haute finance dall’altro; di fatto, entrambe cooperavano al mantenimento della pace in Europa. Il commercio era legato alla pace; ma esiziale agli interessi della finanza e del commercio non erano le guerre piccole, coloniali o fra piccole potenze, ma solo le guerre generali (p. 19). A sua volta, l’equilibrio europeo si ruppe alla fine dell’Ottocento, con la formazione di due blocchi di potenze ostili. E il crollo della base aurea internazionale fu il legame tra la disgregazione dell’economia mondiale alla fine del secolo e la “trasformazione di un’intera civiltà negli anni trenta” (p. 26). Gli anni Venti del Novecento videro una serie di svolte conservatrici che si contrapponevano alle rivoluzioni o insurrezioni verificatesi alla fine della I GM (“conservatorismo degli anni Venti”); seguirono dei cambiamenti radicali (“rivoluzione negli anni Trenta”), i cui momenti principali furono: “l’abbandono della base aurea da parte dell’Inghilterra, i piani quinquennali in Russia, il lancio del New Deal, la rivoluzione nazional-socialista in Germania, il crollo della Lega (= Società delle Nazioni) a vantaggio degli imperi autarchici.... Con il 1940, ogni traccia del sistema internazionale era scomparsa e a parte poche enclaves, le nazioni vivevano in una situazione internazionale completamente nuova” (p. 30). La causa della crisi, secondo P., è stata “la minaccia di crollo del sistema economico internazionale”, e in particolare l’insostenibilità della base aurea (che era forse, dice P., l’unico principio comune a uomini così dissimili come Hoover, Mussolini, Lenin e Churchill, p. 32): “la rottura del filo aureo fu il segnale della rivoluzione mondiale” (p. 35). “Le origini del cataclisma si trovavano nello sforzo utopistico di organizzare un sistema di mercato autoregolato” (p. 38). “La società di mercato era nata in Inghilterra e tuttavia fu sul continente che la sua debolezza generò le più tragiche complicazioni. Per capire il fascismo tedesco dobbiamo ritornare all’Inghilterra ricardiana; il diciannovesimo secolo, non si esagererà mai nell’affermarlo, fu il secolo dell’Inghilterra, la rivoluzione industriale fu un avvenimento inglese. Economia di mercato, libero scambio e base aurea furono invenzioni inglesi. Queste istituzioni crollarono ovunque negli anni venti.....Tuttavia, qualunque fosse lo scenario e il clima degli episodi finali, i fattori di lungo periodo che portarono al crollo di quella civiltà dovrebbero essere studiati nel luogo di nascita della rivoluzione industriale, l’Inghilterra” (p. 38).

La rivoluzione industriale, dice P., fu “accompagnata da un catastrofico sconvolgimento delle vite della gente comune”: gli uomini vennero ridotti a “masse” e il vecchio tessuto sociale venne distrutto (p. 45). E di questo cambiamento gli unici a non accorgersi sono stati gli esponenti della filosofia liberale, che hanno propugnato inflessibilmente l’accantonamento della saggezza tradizionale (secondo cui, se un cambiamento è torppo rapido va rallentato per salvaguardare il benessere della comunità) in favore “di una mistica prontezza ad  accettare le conseguenze sociali del miglioramento  economico, qualunque esse potessero essere”. E il liberalismo ha fallito perché si è ostinato a valutare gli eventi dal punto di vista economico. A P. non sfugge il fatto che il saldo netto dei cambiamenti, dal punto di vista economico, è stato positivo.

P. parte con l’esame delle recinzioni (enclosures) del periodo Tudor. Queste sono state un fattore di razionalizzazione dell’economia agraria, e dove le recinzioni non hanno dato luogo ad estensione dell’area destinata a pascolo, sono state altamente positive. Ma la politica, all’epoca, era consapevole delle conseguenze potenzialmente catastrofiche che un cambiamento troppo rapido avrebbe comportato (“una rivoluzione del ricco contro il povero”, p. 47); e la Corona agì efficacemente per rallentare il ritmo delle recinzioni. Eppure gli studiosi ottocenteschi hanno unanimemente condannato la politica dell’epoca per non aver compreso i fenomeni eocnomici in corso. Questo, dice P., è esattamente il contrario del vero. Non c’è dubbio che le recinzioni siano state, nel complesso, un progresso economico. Eppure, senza un intervento della politica, “il ritmo di quel progresso avrebbe potuto essere rovinoso... Da questo ritmo infatti dipendeva soprattutto la possibilità per coloro che venivano spossessati di adattarsi alle nuove condizioni senza danni fatali per la loro sostanza umana ed economica, fisica e morale” (p. 50). E l’Inghilterra sopportò senza grave danno il trauma delle recinzioni solo grazie alla politica dei Tudor e degli Stuart. E dopo due secoli il medesimo rischio si ripresentò: “un progresso su vastissima scala che creò un disastro senza precedenti nello stanzi,mento della gente comune. Prima che il processo fosse avanzato di molto i lavoratori erano stati ammucchiati assieme in nuovi luoghi di desolazione, le cosiddette città industriali dell’Inghilterra; la gente di campagna era stata disumanizzata e trasformata in abitanti di slums, la famiglia era sulla via della perdizione e grandi parti del paese scomparivano rapidamente sotto i cumuli di polvere di carbone e di detriti vomitati dal <<satanici opifici>>. Scrittori di tutte le posizioni e di tutte le parti... invariabilmente facevano riferimento alle condizioni sociali durante la rivoluzione industriale come ad un vero abisso di degradazione umana” (p. 53). Le molte teorie addotte per spiegare questo fenomeno, dice P., non funzionano (la teoria dello “sfruttamento”, per es., non spiega come mai “i salari negli slums industriali erano più elevati di quelli di ogni altra area e che nel complesso continuarono a salire per un altro secolo”). La spiegazione di P. è che si trattò di uno sconvolgimento sociale, accompagnato peraltro dal progresso economico, e che contemporaneamente ”un meccanismo istituzionale completamente nuovo  e pericolosissimo fece la sua apparizione: la storia della civiltà del XIX secolo è “fatta di innumerevoli tentativi di proteggere la società contro le distruzioni di un simile meccanismo”. Questo meccanismo è il mercato autoregolamentato (p. 54), detto anche “economia di mercato”. Questa economia  prende forma nel momento in cui macchine e imponenti complessi industriali cominciano ad essere impiegati nella produzione. La trasformazione “implica un cambiamento nelle motivazioni all’azione da parte dei membri della società: al motivo della sussistenza deve essere sostituito quello del guadagno” (p. 56). Tutto ciò è implicato dal termine “sistema di mercato”: la cui particolarità maggiore è che, una volta istituito, esso deve esser lasciato funzionare “senza interferenze esterne. I profitti non sono più garantiti ed il commerciante deve realizzarli sul mercato. Si deve anche permettere che i prezzi si regolino da soli, ed un tale sistema autoregolato di mercati è ciò che intendiamo per economia di mercato” (p. 56).

Orbene, un tale sistema è completamente nuovo nella storia umana. “Il guadagno e il profitto nello scambio non hanno mai prima svolto una parte importante nell’economia, e per quanto l’istituzione del mercato fosse abbastanza comune a partire dalla tarda Età della Pietra, il suo ruolo era soltanto incidentale nei confronti della vita economcia” (p. 57). Ma questo è sempre stato negato dai teorici liberali: Smith diceva che la divisione del lavoro sociale dipendeva dall’esistenza del mercato, e parlava di una “propensione” dell’uomo al baratto, al commercio e allo scambio, mentre entrambe queste affermazioni sono del tutto false. Se storia ed etnografia conoscono svariate economie che comprendono mercati, esse non ne conoscono affatto, prima della Rivoluzione Industriale, che fossero “anche approssimativamente controllate e regolate dai mercati” (p. 58). A ciò P. fa seguire un profondo esame della letteratura sulle economie primitive, da cui si evince che “l’economia dell’uomo, di regola, è immersa (embedded) nei suoi rapporti sociali. L’uomo non agisce in modo da salvaguardare il suo interesse individuale nel possesso dei beni materiali, agisce in modo da salvaguardare la sua posizione sociale, le sue pretese sociali, i suoi vantaggi sociali. Egli valuta i beni materiali solo nella misura in cui questi servano a questo fine” (p. 61). Tutto questo è dimnostrato dall’enorme importanza che in tante società ha il dono, il mostrarsi generosi. “E’ infatti su questo punto negativo che si trovano d’accordo gli etnografi moderni: l’assenza del motivo del guadagno, l’assenza del principio del lavoro per una remunerazione, l’assenza del principio del minimo sforzo ed in particolare, l’assenza di qualunque istituzione separata e distinta basata su motivi economici” (p. 62) I principi fondamentali dell’economia embedded sono la reciprocità e la redistribuzione; la divisione del lavoro è un portato dell’organizzazione sociale e finché la società è salda i bisogni economici della collettività saranno sempre soddisfatti, anche senza l’esistenza di un’economia di mercato. Un altro elemento fondamentale è l’householding, o oikonomìa, vale a dire la produzione per autoconsumo, che non significa, si badi, produzione per il consumo individuale (l’”oikonomìa” è sempre di un gruppo), signifiia organizzazione di gruppi sociali economicamente autosufficienti (p. 69-70). Ciò implica una certa misura di commercio (già Aristotele vedeva nella produzione per l’uso anziché per il guadagno il tratto caratteristico dell’oikonomìa), ma questo commercio non deve distruggere l’autosufficienza: “fino a che i mercati e il denaro erano semplici accessori di un’economia familiare altrimenti autosufficiente, il principio della produzione per l’uso poteva ancora operare” (p. 71). Aristotele giungeva fino a dire che il principio della produzione per il guadagno era “non naturale all’uomo”.

Dal XVI secolo in poi, i mercati divennero importanti, i governi se ne prendevano cura, però “non vi era ancora alcun segno del prossimo controllo della società umana da parte dei mercati, al contrario: regolamentazione e discipline erano più severe che mai, l’idea stessa di un mercato autoregolato era assente” (p. 72). Quando il mercato controlla il sistema economico, questo implica una profonda trasformaizone della società: “significa alla fin fine la conduzione della società come accessoria rispetto al mercato. Non è più l’economia ad essere inserita nei rapporti sociali, ma sono i rapporti sociali ad essere inseriti nel sistema economico... La società deve essere formata in modo da permettere a questo sistema di funzionare secondo le proprie leggi. Questo è il significato dell’affermazione comune che un’economia di mercato può funzionare soltanto in una società di mercato” (p. 74). Da questo punto di vista, importante non è l’esistenza di mercati, ma l’esistenza di un mercato autoregolato. Il XIX secolo immaginava “ingenuamente” che questa fosse un’evoluzione “naturale”: invece, “non era il risultato di una tendenza intrinseca dei mercati all’escrescenza, ma piuttosto l’effetto di stimolanti estremamente artificiali somministrati al corpo sociale per far fronte ad una situazione creata dal fenomeno non meno artificiale della macchina” (p. 75). [A mio parere questa è una parte poco convincente: il fatto che i mercati non esistano ovunque non implica che lo sviluppo dell’odierna economia di mercato in una particolare situazione storica non fosse “naturale”, senza contare che il concetto di “naturalità” applicato all’introduzione delle macchine a mio avviso è un sofisma]. L’unica caratteristica tipica di una società priva di mercati è “un certo isolamento”, il che si spiega perché, secondo P., i mercati si sviluppano non all’interno delle società, ma all’esterno: “Essi sono punti d’incontro del commercio di lunga distanza” (p. 75), mentre “i mercati locali veri e propri hanno poca importanza” (p. 76). Ed ha origine dalla distanza geografica e dalla divisione del lavoro data dalla collocazione spaziale dei beni. Il punto di partenza del commercio è “l’ottenimento di beni a distanza come in una caccia”. E questo commercio esterno non implica necessariamente la presenza di mercati. “Il commercio esterno ha all’origine molto più il carattere dell’avventura, dell’esplorazione, della caccia, della pirateria e della guerra che del baratto” (p. 77). Successivamente si sviluppano i mercati interni, ma il commercio esterno rimane comunque qualcosa di completamente diverso: esso, ad es., “non implica necessariamente la concorrenza”, mentre è solo con l’affermarsi dei mercati interni che la concorrenza “tende ad essere accettata come uno dei principi generali del commercio” (p. 78). Anche l’esistenza di atti di baratto o di compravendita non hanno di per sé la forza di dare origine ad un “mercato” (p. 79). Il mercato era istituito, in origine, da regole minuziose, da veri e propri riti e tabù religiosi, “destinati a proteggere l’organizzazione economica prevalente della società dall’interferenza da parte delle pratiche di mercato... Il risultato più importante dei mercati, la nascita di città e della civiltà urbana, fu in realtà l’esito di uno sviluppo paradossale; infatti le città, prodotto dei mercati, non soltanto li proteggevano, ma erano anche il mezzo per impedire la loro espansione nella campagna e quindi di intaccare l’organizzazione economica predominante nella società” (p. 80). Il mercato “interno”, quello nazionale, fu in realtà ”creato dall’intervento dello stato. Fino al tempo della rivoluzione commerciale, quello che può esserci apparso commercio nazionale non era nazionale ma municipale”, e in entrambi i casi non si espandeva nelle campagne e manteneva rigorosamente separati commercio interno ed esterno (p. 82). “Questa separazione era proprio al cuore della istituzione dei centri urbani medievali”: i mercanti stranieri, ad es., non potevano vendere al minuto all’interno delle città; e mentre la produzione per il consumo interno era  rigorosamente controllata, la produzione per il commercio esterno non lo era (tanto che alcune manifatture, come quella dei filati, “era di fatto organizzata  sulla base capitalistica del lavoro salariato” (p. 84). ”Una separazione sempre più rigorosa del commercio locale dal commercio di esportazione fu la reazione della vita urbana alla minaccia del capitale mobile di disgregare le istituzioni della città” (p. 84): l’intervento dello stato fu quello di imporre il mercantilismo e di creare così un vero mercato nazionale, che ignorava sempre più sia la distinzione tra città e campagna sia quella tra commercio interno ed esterno. I problemi che ora ci si trovava di fronte erano il monopolio e la concorrenza (p. 85). Il rimedio fu quello di una stringente regolamentazione della vita economica, su scala nazionale (p. 86). In tutto questo, la base della vita delle campagne rimaneva l’economia familiare, di autosufficienza (p. 86-7). Ma quel che è importante, secondo P., è che se il mercantilismo liberò i mercati dal particolarismo medievale, tuttavia estendeva in misura ancora più pregnante la regolamentazione: “il sistema economico era sommerso nei rapporti sociali generali; i mercati erano semplicemente un elemento accessorio” (p. 87).

Prima della nascita dell’economia di mercato, la terra e il lavoro “facevano parte dell’organizzazione stessa”: la terra era in gran parte extra commercium, e comunque era regolata da norme di natura completamente diversa da quelle che regolavano i commerci; e lo stesso valeva per il lavoro, grazie alle corporazioni (abolite in Francia nel 1790, in Inghilterra ancora dopo). L’idea dell’autoregolazione della vita economica “era completamente al di là degli orizzonti” (p. 91). Invece il mercato autoregolato “richiede nientemeno che la separazione istituzionale della società in una sfera economica ed una politica (...) Un modello istituzionale di questo genere non potrebbe funzionare se la società non fosse in qualche modo subordinata ai suoi requisiti (...) Un’economia di mercato deve comprendere tutti gli elementi dell’industria compreso il lavoro, la terra e la moneta (...) Lavoro e terra tuttavia non sono che gli esseri umani stessi dai quali è costituita la società e l’ambiente naturale nel quale essa esiste. Includerli nel meccanismo di mercato significa subordinare la sostanza della società stessa alle leggi del mercato” (p. 92). Ciò avviene mediante il concetto di merce, che è un “oggetto prodotto per la vendita sul mercato”. Ma il problema, dice P., è che lavoro, terra e moneta non sono affatto “merci” in questo senso: il lavoro è solo un’attività umana che “si accompagna alla vita stessa”, la terra altro non è che la natura, e la moneta “è soltanto un simbolo per il potere d’acquisto, che di regola non è affatto prodotto (...) Nessuno di questi elementi è prodotto per la vendita”. La finzione del mercato tende verso la conclusione opposta, verso la libera vendibilità di queste “merci”; eppure, “permettere al meccanismo di mercato di essere l’unico elemento direttivo del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale e perfino della quantità e dell’impiego del potere d’acquisto porterebbe alla demolizione della società”. Il lavoro non può essere lasciato impunemente privo d’impiego, pena la distruzione dell’essere umano; la terra non può essere trattata come una merce, pena la deturpazione e la distruzione dell’ambiente, ed infine l’amministrazione della moneta da parte del mercato “liquiderebbe periodicamente le imprese commerciali poiché le carenze e gli eccessi di moneta si dimostrerebbero altrettanto disastrose per il commercio quanto le alluvioni o le siccità nelle società primitive”. Nessuna società sarebbe in grado di sopportare un mercato davvero autoregolamentato di terra, lavoro e moneta (p. 94-5).

A cambiare la situazione non fu la macchina in quanto tale (“fino a quando la macchina rimase uno strumento non costoso e non specifico questa situazione non cambiò”): occorse l’invenzione di macchine costose e complesse, il che condusse all’invenzione del sistema di fabbrica “e con esso uno spostamento decisivo dell’importanza relativa  del commercio e dell’industria  a favore di quest’ultima”. La produzione industriale cessò di essere un elemento accessorio del commercio e cominciò a implicare investimenti a lungo termine; questi sarebbero stati impossibili senza una qualche garanzia della continuità della produzione; di qui la necessità di garantire gli elementi “la cui fornitura doveva essere salvaguardata”: soprattutto i soliti (terra, lavoro, moneta) (p. 96-7).

La storia sociale del XIX secolo fu così “il risultato di un doppio movimento: l’estensione del mercato rispetto alle merci vere e proprie era accompagnata dalla sua limitazione rispetto a quelle fittizie. Mentre da un lato i mercati si estendevano.... d’altro lato una rete di provvedimenti e misure politiche si integrava in potenti istituzioni destinate a controllare l’azione del mercato relativamente al lavoro, alla terra e alla moneta” (p. 98).

Il principale dei  mezzi di autodifesa che la società inglese utilizzò, nell’esame di P., è il sistema di Speenhamland, che tra il 1795 e il 1834 impedì la creazione di un “mercato del lavoro” in Inghilterra: il sistema terminò solo quando l’assenza del mercato del lavoro cominciò a creare danni maggiori di quelli che avrebbe creato la sua introduzione. Speenhamland sostanzialmente consisteva in un sistema di sussidi che venivano concessi a tutti i poveri, indipendentemente dal fatto che lavorassero o meno; e introducendo quindi, dice P., il “diritto di vivere”, esso di fatto impediva che il lavoro si trasformasse in una “merce” (p. 101). Economicamente, S. fu un disastro (la produttività del lavoro cominciò immediatamente a calare, con l’effetto che i già bassi salari cominciarono a scendere ulteriormente), per l’ovvia ragione che non distingueva tra disoccupai e infermi, vecchi e  bambini, ed inoltre perché era inefficientemente gestita su base locale anziché nazionale (p. 121) I datori di lavoro esistevano già, ma con S. non esisteva ancora una classe di “lavoratori” (p. 103) “Fino al 1785 l’opinione pubblica inglese non si rendeva conto di alcun cambiamento fondamentale nella vita economica tranne che per un improvviso aumento del commercio e lo sviluppo della miseria” (p. 115): e l’inquietante compresenza di  boom commerciale e difficoltà per i poveri fu una delle motivazioni della nascita dell’economia politica moderna (p. 118).  Con costernazione dgli osservatori più sensibili, “ricchezze inaudite apparivano come inseparabili da una miseria altrettanto inaudita. Gli studiosi proclamavano all’unisono che  era stata scoperta una scienza che poneva le leggi che governavano il mondo degli uomini... Fu per ordine di queste leggi che la compassione fu allontanata dai cuori e che una stoica determinazione di rinunciare alla solidarietà umana in nome della massima felicità per il maggior numero di persone, acquistò la dignità di una religione secolare” (p. 130). Molti uomini politici erano convinti che solo le leggi sui poveri (tra cui appunto S.) avessero salvato l’Inghilterra da una rivoluzione come quella francese (p. 119). Ma S. cessò perché “fece precipitare una catastrofe sociale”. Il disastro no consisteva tanto nelle condizioni di vita precarie, quanto nel fatto (morale) che l’uomo costretto a vivere e lavorare nelle città veniva disumanizzato, in quanto mancava di “uno status cui aggrapparsi, una struttura formata dai suoi parenti o compagni, per cui combattere e riguadagnare la propria anima”, condizione che gli sarebbe stata concessa solo quando il lavoratore si fosse “costituito come classe”; invece, con S., non era un lavoratore ma un mendicante. “S. era un mezzo infallibile di demoralizzazione popolare” (p. 126). Fu l’abolizione di S., dice P., a segnare “la vera data di nascita della classe operaia moderna, il cui interesse immediato la destinava a diventare la protettrice della società contro i pericoli intrinseci della civiltà delle macchine”, tanto che “l’odio per l’assistenza pubblica, la sfiducia nell’azione dello stato, l’insistenza sulla  rispettabilità e sulla propria autonomia, rimasero per generazioni caratteristiche del lavoratore inglese” (p. 128-9).

L’economia politica sorge da una riflessione su questi problemi. Ma P. accenna anche al naturalismo di Townsend, che aveva analizzato la società umana sulla base del “modello” dell’isola Juan Fernàndez (quella di Robinson), abitata solo da capre e cani, dove l’equilibrio si mantiene grazie alla pura e semplice forza della fame. Il paragone con la natura non avrebbe potuto essere più vistoso. Attenzione alla differenza: Hobbes diceva che l’uomo è lupo per l’uomo, è vero, però intendeva dire che “al di fuori della società gli uomini si comportano come lupi e non perché vi fosse qualche fattore biologico che gli uomini e i lupi avevano in comune”; quindi occorreva un governo. Townsend sosteneva il contrario: come sull’isola non c’era bisogno di governo per mantenere in equilibrio cani e capre, così tra gli uomini non c’era bisogno di alcun governo, sarebbero bastati i morsi della fame: “Hobbes aveva sostenuto la necessità di un despota perché gli uomini erano come bestie, Townsend  insisteva sul fatto che in realtà essi erano bestie e che proprio per questa ragione era necessario soltanto un minimo di governo. Da questo nuovo punto di vista una società poteva essere considerata come formata da due razze: proprietari e lavoratori. Il numero di questi ultimi era limitato dalla quantità di cibo e fino a che la proprietà era in salvo, la fame li avrebbe indotti a lavorare” (p. 145). Ciò pareva che andasse benissimo alla nuova società. “Accadde così che gli economisti abbandonarono i fondamenti umanistici di Adam Smith ed incorporarono quelli di Townsend. La legge della popolazione di Malthus e la legge dei rendimenti decrescenti di Ricardo... facevano della fecondità dell’uomo e della fertilità della terra gli elementi costitutivi del nuovo campo la cui esistenza era stata scoperta. La società economica era emersa come distinta dallo stato politico” (p. 146). “Tuttavia ancora per un’altra generazione il sistema dei sussidi protesse i confini del villaggio dall’attrazione degli alti salari urbani” (p. 282). “Con l’abolizione di Speenhamland facevano per la prima volta la loro comparsa i disoccupati... La crudeltà perversa consisteva proprio nell’emancipazione del lavoratore con il fine dichiarato di rendere efficace la minaccia della morte per fame” (p. 283).

La cosa interessante è stata che i fatti, all’epoca, sembravano dsre ragione a chi sosteneva che i salari erano mantenuti in basso da una ferrea legge, nonostante la crescita economica complessiva. In realtà il basso livello dei salari era causato principalmente dal sistema di Speenhamland, ma Ricardo e Malthus non se ne avvidero (p. 156-7). Smith era stato assai più profondo quando aveva escluso che una società potesse prosperare se la maggioranza dei suoi membri era povera e miserabile; ma le apparenze nel vigore di Speenhamland erano contro di lui. E l’economia classica fu così indotta a costruire la sua teoria sulla base di un’apparenza fuorviante (p. 157).

Il vero significato del tormentoso problema della miseria veniva ora rivelato: la società economica era sottoposta a leggi che non erano leggi umane” (p. 159). E l’onestà intellettuale imponeva, a persone che avevano opinioni diversissime come Burke e Bentham, Malthus e Ricardo, di ammettere la necessità di abolire le leggi sui poveri. Soltanto un uomo percepiva la gravità dei pericoli: Robert Owen, che non aveva perso di vista  i nessi tra società e economia e metteva in guardia contro i gravi pericoli delle industrie “quando siano lasciate al loro progresso naturale” (p. 162). Ma neppure lui prevedeva “che l’autodifesa della società che egli invocava si sarebbe dimostrata incompatibile col funzionamento del sistema economico stesso” (p. 164).

Il liberalismo trionfò, dice P., solo circa nel 1830 e immediatamente abolì le Poor Law e il sistema di Speenhamland. “Il libero commercio internazionale implicava niente meno che un atto di fede. Le sue implicazioni erano assolutamente fuori dell’usuale. Voleva dire che l’Inghilterra avrebbe dovuto dipendere per i suoi rifornimenti alimentari da fonti d’oltremare, che avrebbe se necessario sacrificato la propria agricoltura e che sarebbe entrata in una nuova forma di vita nella quale sarebbe stata una parte di qualche unità mondiale vagamente concepita per il futuro; che questa comunità monetaria avrebbe dovuto essere pacifica o che altrimenti avrebbe dovutoi essere resa sicura dalla potenza della flotta, ed inoltre che la nazione inglese avrebbe affrontato le prospettive di continue trasformazioni industriali nella ferma fiducia nella propria superiore inventiva e capacità produttiva” (p. 176-7). Una società di mercato deve necessariamente essere estesa a livello globale, implicando contemporaneamente il libero scambio internazionale, e la creazione del mercato del lavoro e della moneta su base aurea (p. 177-8). Invece, dice P., “non vi era nulla di naturale nel laissez-faire. I mercati liberi non avrebbero mai potuto esistere se si fossero lasciate le cose al loro corso. Così come le manifatture del cotone, la principale industrtia del libero scambio, furono create con l’aiuto di tariffe protettive, premi di esportazione e sussidi salariali indiretti, lo stesso laissez-faire fu attuato dallo stato... Il laissez-faire non era un metodo per conseguire qualcosa ma era la cosa da conseguire” (p. 178). [Ma questa è un’argomentazione speciosa: il laissez-faire è un’idea sui rapporti tra stato e economia, e non ha molto senso pretendere che essa si possa affermare “naturalmente”. Come si fanno a rimuovere i vincoli alla libertà economica senza l’intervento dello stato? Anche la successiva tesi di P. - “mentre l’economia del laissez-faire era il prodotto di una deliberata azione da parte dello stato, le successive limitazioni al laissez-faire iniziarono in modo spontaneo. Il laissez-faire era pianificato, la pianificazione non lo era”, p. 180 - non è convincente. Al di là del fatto che sia giusto dire che la “pianificazione”, cioè i limiti al mercato, non fu oggetto di una strategia concordata  -come invece sostenevano gli autori ultraliberali criticati da P. alle pp.184 ss., che sostengono l’esistenza di una “cospirazione antiliberale”-, resta che, concordata o meno che fosse la strategia, i limiti al mercato non sono meno artificiali del mercato stesso.]

P. spiega che le reazioni al liberalismo furono universali e di natura sostanzialmente simile: controlli sulle condizioni di lavoro e sugli orari nelle fabbriche, assicurazioni sociali ecc. si affermarono dappertutto e più o meno contemporaneamente. In altre parole, sia per affermare il mercato autoregolato sia per eliminarlo, è necessario l’intervento dello stato (p. 192). Interessanti anche le pagine sull’identità di vedute di liberali e marxisti sul conflitto delle classi e sul fatto che il protezionismo ottocentesco era stato il frutto di un’azione di classe (p. 195) nonché sul fatto che l’importanza delle classi nel mutamento storico è esagerata (mentre gli interessi di classe sono “il veicolo naturale del mutamento socale e politico”, invece la causa ultima del mutamento “è determinata tuttavia da forze esterne... la <<sfida>> è rivolta alla società nel suo complesso, la <<risposta>> giunge attraverso gruppi, settori e classi”: p. 196). E inoltre non è vero che gli interessi di una classe siano “essenzialmente economici... Le motivazioni degli individui sono solo eccezionalmente determinate dalla necessità di soddisfare bisogni naturali... Le questioni puramente economiche... sono incomparabilmente meno rilevanti per il comportamento di classe che non quelle del riconoscimento sociale” (p. 197). Questa è stata la ragione del protezionismo: “proprio perché il mercato minacciava non gli interessi economici ma gli interessi sociali di diverse sezioni trasversali della popolazione, persone appartenenti a vari strati economici univano inconsapevolmente le loro forze per affrontare il pericolo” (p. 199).

La difesa dei liberali contro questa teoria è di negare che la rivoluzione industriale fosse una catastrofe. E in effetti, dal punto di vista economico certamente non lo fu, dice P. (p. 201). Ma il fatto è che “in realtà una calamità sociale è soprattutto un fenomeno culturale e non economico” (p. 201). E questi fenomeni, rari all’interno delle singole civiltà, sono al contrario comuni nei contatti fra civiltà. Il colonialismo ne è un esempio eloquente (p. 202). Alcune tribù africane di oggi si trovano in condizioni simili, dice P., a quelle dei lavoratori inglesi della rivoluzione industriale: essi vivono in un “vuoto culturale”: “le loro arti sono decadute, le condizioni politiche e sociali della loro esistenza sono state distrutte  (p. 203: ma certo che le considerazioni di P. sul vuoto lasciato nella vita delle tribù indigene dalla scomparsa delle guerre intertribali - p. 363 - lasciano perplessi). Il fatto è che “niente ottenebra la nostra visione sociale altrettanto efficacemente quanto il pregiudizio economico... Se lo sfruttamento è definito in termini strettamente economici come una permanente inadeguatezza dei rapporti di scambio, rimane dubbioo se di fatto vi è stato sfruttamento.” Quel che viene distrutto  sono le istituzioni fondamentali della società e così il modo di vivere tradizionale scompare (p. 205). Così P. ammette che la colonizzazione dell’India può anche essere stata benefica (ed anzi, “nel lungo periodo”, lo è stata “certamente”), ma ha condotto alla sua disorganizzazione sociale e quindi fu gettata “in preda alla miseria e alla degradazione” (p. 206)

Inizialmente le limitazioni del mercato del lavoro furono opera non del proletariato, non ancora costituito come classe, ma dei proprietari terrieri, dei “reazionari illuminati” che nel 1847 imposero la legge sulle dieci ore. Solo alla fine del Quaranta, con l’inizio del “periodo aureo del capitalismo”, la classe operaia cominciò a prendere coscienza di se stessa (e pensare che già nel 1832 era stata esclusa dal voto: p. 214). “Soltanto quando le classi lavoratrici ebbero accettato  i principi di un’economia capitalistica e le trade-unions ebbero come loro principale preoccupazione il tranquillo funzionamento dell’industria, le classi medie concessero il diritto di voto ai lavoratori più agiati” (p. 221). Il risultato, comunque, fu chiaro: “la rottura del mercato di quel fattore della produzione noto come forza lavoro” (p. 226): il mercato poteva sopravvivere “soltanto a condizione che i salari e le condizioni di lavoro, i livelli e le regolamentazioni fosseri tali da salvaguardare il carattere umano di quella che si presumeva una merce e cioè il lavoro”: lo scopo delle leggi sul lavoro era esattamente quello di interferire con il mercato del aavoro (p. 227).

Quanto alla terra, la resistenza fu opposta innanzitutto dalla common law; la resistenza fu vinta, ma immediatamente vennero le riforme, come le misure di igiene e salubrità degli edifici rurali. E l’opposizione alla commerciabilità della terra fu il collante fra le classi agrarie, l’esercito e l’alto clero: questo spiega l’importanza, specie sul Continente, delle classi agrarie. Così alla fine un compromesso fu trovato: “Una delle funzioni della reazione fu considerata quella di tenere al loro posto le clasis lavoratrici in modo che i mercati non fossero in preda al panico” (p. 238)

Infine, a sua volta un mercato della moneta-merce” è incompatibile con la produzione industriale. “L’espansione della produzione e del commercio  non accompagnata da un aumento della quantità di moneta determinerà una caduta nel livello dei prezzi... la scarsità di moneta era una delle grandi e permanenti lagnanze delle comunità mercantili del diciottesimo secolo” (p. 246). Ed ecco che si sviluppò la moneta-segno (token money) “per proteggere il commercio dalle deflazioni forzate che accompagnavano l’uso del numerario quando il volume dell’attività economica si gonfiava. Nessuna economia di mercato era possibile senza l’interferenza di una simile moneta artificiale”. Il problema giunse alla ribalta con la necessità di cambi stabili e la conseguente creazione della base aurea al tempo delle guerre napoleoniche. Il problema è che la moneta-merce (la moneta aurea) era vitale per il commercio estero, ma esiziale per il commercio interno (che aveva bisogno di una moneta-segno). Come rimediare? Venne creato il sistema delle banche centrali che “mitigò notevolmente questo difetto”, consentendo di assorbire e distribuire meglio l’urto della deflazione (p. 247). L’effetto fu analogo a quello dei limiti alla commerciabilità del lavoro e della terra: “Le banche centrali ridussero l’automatismo della base aurea ad una semplice apparenza. Questo significò una valuta guidata centralmente” (p. 249).

Non è possibile nessuna economia di mercato separata dalla sfera politica e tuttavia era una costruzione di questo tipo che stava alla base dell’economia classica a partire da David Ricardo e senza la quale i suoi concetti ed assunti erano incomprensibili.” La grande importanza delle banche centrali “stava nel fatto che la politica monetaria veniva così riportata nella sfera della politica. La salvezza fu data dalla coesistenza di moneta-segno nazionale e moneta aurea internazionale” (p. 253). Eppure il crollo fu più repentino e più grave nel campo monetario: nulla di simile all’abbandono della base aurea da parte dell’Inghilterra  nel 1931 (e degli USA nel 1933) accadde negli altri mercati “fittizi” (p. 254); e “il crollo finale della base aurea rappresentò anche il fallimento definitivo dell’economia di mercato” (p. 255). In effetti “la nuova unità nazionale e la nuova moneta nazionale erano inseparabili” (p. 259): il protezionismo interno ed esterno, sociale e nazionale tendeva a fondersi: “politicamente l’identità della nazione era determinata dal governo, economicamente dalla banca centrale” (p. 261). Di qui, dall’identità dei fenomeni, anche la “sconcertante somiglianza nello schema di avvenimenti che... tra il 1879 e il 1929 dilagarono su gran parte del mondo” (p. 266). Le tensioni erano di vario tipo: disoccupazione, tensione fra classi, pressione sui cambi, rivalità imperialistiche. Qualcuno sarà sorpreso di apprendere che “l’antiimperialismo ebbe inizio con Adam Smith” (p. 270): eppure, “chiunque parlasse di colonie nel periodo che va dal 1780 al 1880 era considerato come un sostenitore dell’ancien régime” (p. 270). Il cambiamento intervenne all’improvviso, e  simultaneamente in tutti i principali paesi occidentali (p. 271): “nel giro di pochi anni il libero scambio divenne una cosa del passato e l’ulteriore espansione dell’economia di mercato ebbe luogo in condzioni completamente nuove” (p. 272).: negli anni Ottanta dell’Ottocento al libero scambio erano subentrate le tariffe un po’ dappertutto. Il protezionismo trasformava mercati concorrenziali in mercati monopolistici, i mercati autoregolamentati in mercati non più autonomi. L’autoregolazione del mercato era sempre più difficile. Alla fine, l’intervento della politica diveniva necessario per ristabilire l’equilibrio; e tuttavia ci si ostinava a cercare di ristabilire la separazione tra sfera economcia  e sfera politica (p. 277).

Quel che accadde dappertutto, negli anni venti del Novecento, sia in Inghilterra che sul continente, fu che dapprima i governi dei partiti operai dovettero lasciare il governo perché non riuscivano a scegliere fra una politica deflattiva (per salvare la base aurea) o la rinuncia alla base aurea (per evitare la disoccupazione di massa), e furono dappertutto sostituiti da partiti conservatori, che alla fine finirono comunque per rinunciare alla base aurea (p. 287-8). Il problema è che, sia che si seguissero poltiiche inflattive o deflattive, il “libero mercato” non era stato ristabilito da nessuna parte (p. 294). “L’ostinazione con la quale i liberali avevano nel corso di un decennio critico, sostenuto l’interventismo autoritario ai fini di una politica deflazionista, si risolse semplicemente in un indebolimento decisivo delle forze democratiche che avrebbero potuto altrimenti allontanare la catastrofe fascista. La Gran Bretagna e gli Stati Uniti, padroni e non servi della moneta, abbandonarono per tempo l’oro per sfuggire a questo pericolo” (p. 294).

Ed ecco che comincia l’analisi delle altre risposte alla crisi.

Il socialismo è la tendenza a superare il mercato autoregolato “subordinandolo consapevolmente ad una società democratica... Dal punto di vista della comunità nel suo insieme il socialismo è semplicemente la continuazione di quello sforzo di rendere la società un rapporto autenticamente umano fra persone, rapporto che nell’Europa occidentale era sempre stato associato alle tradizioni cristiane” (p. 294). Ed ecco perché la riforma del capitalismo da parte dei socialisti è difficile, “anche quando essi sianom decisi a non interferire nel sistema di proprietà. Infatti la semplice possiiblità che essi possano decidere di farlo diminuisce quel tipo di fiducia che nell’economia liberale è vitale, cioè l’assoluta fiducia nella continuità dei titoli di proprietà” (p. 294-5). Negli anni Venti si delineò la potenzialità di uno scontro distruttivo fra interessi di classe, manifestatisi con grande impatto in Russia. Il pericolo era proprio questo conflitto, potenzialmente distruttivo. Alla fine, “la paura avrebbe afferrato la gente e la leadership sarebbe stata attribuita a coloro che opffrivano una via d’uscita facile a qualunque estremo prezzo. Il tempo era maturo per la soluzione fascista” (p. 296).

In Germania come in Italia, il pericolo del bolscevismo non ci fu mai. Ma la classe lavoratrice, i suoi partiti e i suoi sindacati avrebbero potuto “trascurare le regole del mercato che stabilivano la libertà di contratto e l’inviolabilità della proprietà privata come assoluti, una possibilità che deve aver avuto gli effetti più deleteri sulla società: scoraggiare gli investimenti, impedire l’accumulazione del capitale, mantenere i salari ad un  livello non remunerativo, mettere in pericolo la moneta, minacciare il credito estero, indebolire la fiducia e paralizzare l’iniziativa. Non il pericolo illusorio di una rivoluzione comunista ma il fatto innegabile che la classe lavoratrice era nella posizione di costringere ad interventi probabilmente rovinosi era la fonte del timore latente che in un momento cruciale scoppiò nel panico fascista” (p. 243).

Se mai vi è stato un movimento politico che ha risposto alle necessità di una situazione obbiettiva senza essere il risultato di cause fortuite, esso fu il fascismo. Nello stesso tempo era evidente il carattere degenerativo della soluzione fascista; essa offriva una scappatoia ad un blocco istituzionale che si presentava in modo sostanzialmente simile in un gran numero di paesi, e tuttavia se questo rimedio veniva sperimentato produceva ovunque la malattia fino alla morte. Questo è il modo in cui periscono le civiltà” (p. 297). La soluzione fascista è  una riforma dell’economia di mercato accompagnata dalla distruzione delle istituzioni democratiche, tanto nell’industria che nella politica. E non si è trattato di fenomeno localizzato, ma di fenomeno globale: il fascismo è comparso nello stesso periodo dappertutto (e, cosa caratteristica, non vi è mai stato alcun rapporto tra la sua efficacia politica e il suo effettivo seguito popolare: p. 298). “Un paese che si avvicinava al fascismo mostrava dei sintomi tra i quali non era necessaria l’esistenza di un vero e proprio movimento fascista. Segni almeno altrettanto importanti erano la diffusione di filosofie irrazionalistiche, il culto estetico della razza, la demagogia anticapitalistica, opinioni monetarie eterodosse, critiche al sistema partitico, denigrazione diffusa del <<regime>> o di qualunque altra denominazione del sistema democratico esistente” (p. 298); e in nessun caso in cui il fascismo andò al potere fu intrapresa una “vera rivoluzione contro l’autorità costituita” (p. 299). La tattica fascista fu sempre quella di una “falsa ribellione, organizzata con la tacita approvazione delle autorità che fingevano di essere state schiacciate dalla forza” (p. 299). Il fascismo fu “una possibilità sempre presente... in ogni comunità industriale dopo gli anni trenta. Si può chiamarlo una <<mossa>> puttosto che un <<movimento>> per indicare la natura impersonale della crisi” (p. 299). “Non vi erano criteri stabiliti del fascismo, né esso possedeva delle massime convenzionali. Un tratto significativo di tutte le sue forme organizzate fu però la rapidità con la quale esse apparvero e svanirono nuovamente, soltanto per riemergere con violenza dopo un indeterminato periodo di latenza. Tutto questo si adegua al quadro di una forza sociale che cresceva e svaniva secondo la situazione oggettiva” (p. 299). Ma negli anni Venti altre due tendenze erano apparse: la controrivoluzione e il revisionismo nazionalista. Laddove queste tendenze furono in grado di disarmare i partiti socialisti senza bisogno dei fascisti, il fascismo non si affermò (p. 301). “Tanto in Germania che in Italia il fascismo riuscì a prendere il potere soltanto perché fu in grado di usare come proprio levito dei problemi nazionali non risolti, mentre in Francia come in Gran Bretagna il fascismo fu decisamente indebolito dal suo antipatriottismo” (p. 303). Ma le tendenze nazionaliste e controrivoluzionarie, come si è detto, non vanno confuse. “La parte svolta dal fascismo fu determinata in realtà da un fattore: la situazione del sistema di mercato. Durante il periodo 1917-1923 i governi ricercarono talvolta l’aiuto fascista per ristabilire la legge e l’ordine: questo bastava per mettere in moto il sistema di mercato. Nel periodo 1924-1929, quando la restaurazione del sistema di mercato appariva assicurata, il fascismo svanì completamente come forza poltiica. Dopo il 1930 l’economia di mercato era in una crisi generale. In pochi anni il fascismo diventò una forza mondiale” (p. 304)

La civiltà del dicannovesimo secolo non fu distrutta da un attacco interno o esterno di barbari; la sua vitalità non fu minata dalle devastazioni della prima guerra mondiale né dalla rivolta di un proletariato socialista o di una piccola borghesia fascista. Il suo fallimento non fu il risultato di presunte leggi dell’economia come quella della caduta del saggio di profitto o del sottoconsumo o della sovrapproduzione. Essa si disgregò come risultato di un insieme di cause completamente diverso: le misure adottate dalla società per non essere a sua volta annullata dall’azione del mercato autoregolato” (p. 311). “Dopo un secolo di <<progresso>> cieco l’uomo restaura il suo habitat. Se l’industrialismo non deve estinguere la razza umana, esso deve essere subordinato alle esigenze della natura dell’uomo. La vera critica alla società di mercato non è che essa si basasse sull’economia – in un certo senso qualunque società deve basarsi su di essa – ma che la sua economia era basata sull’interesse individuale. Una tale organizzazione della vita economica è del tutto innaturale” (p. 311). “La debolezza congenita  della società del diciannovesimo secolo non consisteva nel fatto che era una società industriale, ma che era una società di mercato. La civiltà industriale continuerà ad esistere quando l’esperimento utopistico di un mercato autoregolato non sarà altro che un ricordo orribile” (p. 313). Ma il peggio, dice P., è già passato, il prezzo è già stato pagato,  e anche il ritorno al passato è impossibile. Assistiamo ad una situazione nella quale “il sistema economico cessa di dare la legge alla società e la priorità su quel sistema è assicurata”. I metodi possono essere tanti, ma “il risultato è però comune per tutti: il sistema di mercato non sarà più autoregolato neanche in teoria perché non comprenderà lavoro, terra e moneta” (p. 313-4). “L’economia di mercato fece sorgere false aspettative dando l’impressione di avvicinarsi al raggiungimento di ideali intrinsecamente non validi come quello di una società dalla quale potere e coercizione siano assenti e di un mondo nel quale la forza non abbia alcuna funzione. Si determinò un atteggiamento illusorio che postulava una società formata esclusivamente secondo i desideri dell’uomo, mentre venivano oscurate le alternative inevitabili  dell’esistenza sociale, e cioè il fatto primario dell’inevitabilità della società stessa. La separazione istituzionale della politica dall’economia implicava una negazione della validità della sfera politica perché l’economia veniva identificata cion i rapporti contrattuali, che erano visti come l’unico vero regno della libertà. Il resto era vaniloquio. L’abbandono dell’utopia liberale ci mette di fronte alla realtà. Potere e valore sono parte di essa: rispetto ad essi la non cooperazione è impossiible per chiunque... Potere e valore sono un paradigma della realtà sociale che non nasce dalla volizione umana... I meccanismi istituzionali non dipendono quanto al loro funzionamento dai desideri umani... In una società integrata la verità diviene evidente e l’illusione di libertà si vanifica. Alla fine è a questo livello che la questione della libertà deve trovare la sua risposta.” (p. 318). Il punto è: “Esiste qualcosa come la libertà in una società complessa o essa è una tentazione destinata a rovinare l’uomo e la sua opera?” (p. 319). Secondo P. i fatti costitutivi della “coscienza dell’uomo occidentale” sono tre: ”la consapevolezza della morte, la consapevolezza della libertà e la consapevolezza della società”. La prima ci è giunta attrraverso il vecchio testamento; la seconda attraverso il cristianesimo. “La terza rivoluzione ci è giunta attraverso la vita in una società industriale. Essa rappresenta l’elemento costitutivo della coscienza dell’uomo moderno  (p. 319). La risposta del fascismo è stata di negare la seconda rivelazione “e di respingere la richiesta cristiana dell’uomo individuale e dell’umanità universale. Questo radicale ripudio della libertà è la radice della sua tendenza degenerativa... Una ricostituzione delle fondamenta della coscienza umana si presenta come imperativa. Soltanto a questo prezzo potrà essere conservata la libertà”. E l’àncora della libertà è la scoperta della società: “Rassegnandosi” a questa realtà, l’uomo “diventa maturo e capace di esistere come essere umano in una società industriale. Da questa limitazione viene infatti anche una percezione: nell’essere privati della nostra vecchia libertà impariamo che la libertà che abbiamo perso era soltanto un’illusione mentre la libertà che acquistiamo è reale. Questa è la nostra condizione di oggi” (p. 320).

May 17, 2007

Maggioranza, opposizione

All’estero considerano, giustamente, un “successo” (nel senso di “evento che anche chi lo auspicava avrebbe ritenuto improbabile”) il fatto che il governo Prodi sia rimasto in carica già un anno. Tra i fattori che lo hanno consentito, l’Economist  menziona: i) la presenza dei senatori a vita, ii) il fatto che più o meno tutte le componenti della coalizione di governo non intendono permettere a Berlusconi di ritornare al governo, e iii) la fortuna.

A proposito dell’elemento n. iii), il giornale inglese afferma che parte della fortuna economica del governo Prodi è dovuta al fatto che alcune misure del governo Berlusconi, anziché “one-off measures”, si sono rivelate produttive di effetti durevoli, portando alla luce numerose attività economiche precedentemente  non dichiarate.

 

Ma se è dura la vita per una coalizione che ha la maggioranza, che dire di chi si trova da pochi giorni alla guida dell’opposizione contro un governo che ha una maggioranza del 75% dei voti? E’ la situazione in cui si trova da pochi giorni Helen Zille, già sindaco di Cape Town e ora leader della Democratic Alliance, di gran lunga il maggiore e più combattivo partito di opposizione al governo dell’ANC. Eppure fare l’opposizione in simili circostanze diviene, se possibile, ancora più importante.

May 3, 2007

Grande corruzione, grandi problemi

La Nigeria, il paese più popoloso (140 milioni) e la seconda maggiore economia dell’Africa, è stato prima oppresso da una lunga dittatura, e successivamente retto da governi inefficienti e dalla leggendaria corruzione; basti pensare che il paese, il sesto produttore di petrolio al mondo, non riesce a produrre tanta elettricità quanta ne produceva nel 1960 (per una popolazione che era la metà di quella odierna)- tanto che il gestore elettrico nazionale, la Power Holding Company, viene familiarmente chiamato dai nigeriani “Please Hold Candle”. I risultati oggi sono sotto gli occhi di tutti; a parte le ben note vicende della guerriglia intorno ai pozzi di petrolio del Delta, le recenti elezioni, che hanno visto disordini, brogli su larga scala e contestazioni da tutte le parti, hanno richiamato l’attenzione di tutto il mondo.

Eppure, come ci informa questo articolo dell’Economist, non è sempre stato così, e tuttora in Nigeria alcuni degli stati che compongono questo grande Stato federale sono ben governati, investono intelligentemente, hanno servizi pubblici dignitosi.

Uno dei maggiori scrittori nigeriani, Chinua Achebe, ha scritto nel 1983: “E’ falso sostenere che i Nigeriani siano fondamentalmente differenti da ogni altro popolo del mondo. I Nigeriani sono corrotti perché il sistema in cui essi vivono oggi rende la corruzione facile e profittevole; essi cesseranno di essere corrotti quando la corruzione verrà resa difficile e poco vantaggiosa.”

Se confrontiamo queste sagge parole con le stronzate scritte da Sofri e D’Avanzo di recente sulla cattiveria degli italiani, viene davvero da pensare.