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La grande trasformazione

K. POLANYI, La grande trasformazione (The Great Transformation, 1944), tr. it., Torino, 2000.

 

E’ uno dei non molti testi novecenteschi che hanno cambiato radicalmente il modo di vedere la storia e i rapporti tra la cultura, la politica e la vita materiale della società.

La prima parte del libro, che espone i caratteri del sistema internazionale crollato con la “Grande Trasformazione” da cui il titolo, fa da preludio e si riallaccia alla terza, che espone le prospettive “attuali” (parliamo del 1944).

Il sistema del XIX secolo si basava su quattro fondamenta:i) l’equilibrio del potere, che per un secolo impedì che “tra le grandi potenze” scoppiassero conflitti devastanti; ii) la base aurea internazionale; iii) il “mercato autoregolantesi” e iv) lo stato liberale. Il crollo della base aurea fu la causa scatenante decisiva della crisi (p. 5). La tesi fondamentale del libro è esposta chiaramente già a p. 6: “La nostra tesi è che l’idea di un mercato autoregolato implicasse una grossa utopia. Un’istituzione del genere non poteva esistere...senza annullare la sostanza umana e naturale della società; essa avrebbe distrutto l’uomo fisicamente e avrebbe trasformato il suo ambiente in un deserto. Era inevitabile che la società prendesse delle misure per difendersi, ma qualunque misura avesse preso, essa ostacolava l’autoregolazione del mercato, disorganizzava la vita industriale e metteva così in pericolo la società in un altro modo.  Fu questo dilemma a spingere lo sviluppo del sistema di mercato in un solco preciso ed infine a far crollare l’organizzazione sociale che si basava su di esso”. Ma il crollo della nostra civiltà, se era determinato dal “fallimento dell’economia mondiale”, aveva in realtà la sua radice prima in “quel rivolgimeno sociale e tecnologico al quale era sorta nell’Europa occidentale l’idea di un mercato autoregolato” (p. 7). Ed è a quel rivolgimento, cioè alla rivoluzione industriale, che è dedicata la seconda e più importante parte del libro. La prima parte svolge un esame, indubbiamente un po’ troppo ottimistico, dei “cento anni di pace” dal 1815 al 1914, di cui individua i perni nel concerto o equilibrio di potere fra le grandi potenze, da un lato, e nell’attività della haute finance dall’altro; di fatto, entrambe cooperavano al mantenimento della pace in Europa. Il commercio era legato alla pace; ma esiziale agli interessi della finanza e del commercio non erano le guerre piccole, coloniali o fra piccole potenze, ma solo le guerre generali (p. 19). A sua volta, l’equilibrio europeo si ruppe alla fine dell’Ottocento, con la formazione di due blocchi di potenze ostili. E il crollo della base aurea internazionale fu il legame tra la disgregazione dell’economia mondiale alla fine del secolo e la “trasformazione di un’intera civiltà negli anni trenta” (p. 26). Gli anni Venti del Novecento videro una serie di svolte conservatrici che si contrapponevano alle rivoluzioni o insurrezioni verificatesi alla fine della I GM (“conservatorismo degli anni Venti”); seguirono dei cambiamenti radicali (“rivoluzione negli anni Trenta”), i cui momenti principali furono: “l’abbandono della base aurea da parte dell’Inghilterra, i piani quinquennali in Russia, il lancio del New Deal, la rivoluzione nazional-socialista in Germania, il crollo della Lega (= Società delle Nazioni) a vantaggio degli imperi autarchici.... Con il 1940, ogni traccia del sistema internazionale era scomparsa e a parte poche enclaves, le nazioni vivevano in una situazione internazionale completamente nuova” (p. 30). La causa della crisi, secondo P., è stata “la minaccia di crollo del sistema economico internazionale”, e in particolare l’insostenibilità della base aurea (che era forse, dice P., l’unico principio comune a uomini così dissimili come Hoover, Mussolini, Lenin e Churchill, p. 32): “la rottura del filo aureo fu il segnale della rivoluzione mondiale” (p. 35). “Le origini del cataclisma si trovavano nello sforzo utopistico di organizzare un sistema di mercato autoregolato” (p. 38). “La società di mercato era nata in Inghilterra e tuttavia fu sul continente che la sua debolezza generò le più tragiche complicazioni. Per capire il fascismo tedesco dobbiamo ritornare all’Inghilterra ricardiana; il diciannovesimo secolo, non si esagererà mai nell’affermarlo, fu il secolo dell’Inghilterra, la rivoluzione industriale fu un avvenimento inglese. Economia di mercato, libero scambio e base aurea furono invenzioni inglesi. Queste istituzioni crollarono ovunque negli anni venti.....Tuttavia, qualunque fosse lo scenario e il clima degli episodi finali, i fattori di lungo periodo che portarono al crollo di quella civiltà dovrebbero essere studiati nel luogo di nascita della rivoluzione industriale, l’Inghilterra” (p. 38).

La rivoluzione industriale, dice P., fu “accompagnata da un catastrofico sconvolgimento delle vite della gente comune”: gli uomini vennero ridotti a “masse” e il vecchio tessuto sociale venne distrutto (p. 45). E di questo cambiamento gli unici a non accorgersi sono stati gli esponenti della filosofia liberale, che hanno propugnato inflessibilmente l’accantonamento della saggezza tradizionale (secondo cui, se un cambiamento è torppo rapido va rallentato per salvaguardare il benessere della comunità) in favore “di una mistica prontezza ad  accettare le conseguenze sociali del miglioramento  economico, qualunque esse potessero essere”. E il liberalismo ha fallito perché si è ostinato a valutare gli eventi dal punto di vista economico. A P. non sfugge il fatto che il saldo netto dei cambiamenti, dal punto di vista economico, è stato positivo.

P. parte con l’esame delle recinzioni (enclosures) del periodo Tudor. Queste sono state un fattore di razionalizzazione dell’economia agraria, e dove le recinzioni non hanno dato luogo ad estensione dell’area destinata a pascolo, sono state altamente positive. Ma la politica, all’epoca, era consapevole delle conseguenze potenzialmente catastrofiche che un cambiamento troppo rapido avrebbe comportato (“una rivoluzione del ricco contro il povero”, p. 47); e la Corona agì efficacemente per rallentare il ritmo delle recinzioni. Eppure gli studiosi ottocenteschi hanno unanimemente condannato la politica dell’epoca per non aver compreso i fenomeni eocnomici in corso. Questo, dice P., è esattamente il contrario del vero. Non c’è dubbio che le recinzioni siano state, nel complesso, un progresso economico. Eppure, senza un intervento della politica, “il ritmo di quel progresso avrebbe potuto essere rovinoso... Da questo ritmo infatti dipendeva soprattutto la possibilità per coloro che venivano spossessati di adattarsi alle nuove condizioni senza danni fatali per la loro sostanza umana ed economica, fisica e morale” (p. 50). E l’Inghilterra sopportò senza grave danno il trauma delle recinzioni solo grazie alla politica dei Tudor e degli Stuart. E dopo due secoli il medesimo rischio si ripresentò: “un progresso su vastissima scala che creò un disastro senza precedenti nello stanzi,mento della gente comune. Prima che il processo fosse avanzato di molto i lavoratori erano stati ammucchiati assieme in nuovi luoghi di desolazione, le cosiddette città industriali dell’Inghilterra; la gente di campagna era stata disumanizzata e trasformata in abitanti di slums, la famiglia era sulla via della perdizione e grandi parti del paese scomparivano rapidamente sotto i cumuli di polvere di carbone e di detriti vomitati dal <<satanici opifici>>. Scrittori di tutte le posizioni e di tutte le parti... invariabilmente facevano riferimento alle condizioni sociali durante la rivoluzione industriale come ad un vero abisso di degradazione umana” (p. 53). Le molte teorie addotte per spiegare questo fenomeno, dice P., non funzionano (la teoria dello “sfruttamento”, per es., non spiega come mai “i salari negli slums industriali erano più elevati di quelli di ogni altra area e che nel complesso continuarono a salire per un altro secolo”). La spiegazione di P. è che si trattò di uno sconvolgimento sociale, accompagnato peraltro dal progresso economico, e che contemporaneamente ”un meccanismo istituzionale completamente nuovo  e pericolosissimo fece la sua apparizione: la storia della civiltà del XIX secolo è “fatta di innumerevoli tentativi di proteggere la società contro le distruzioni di un simile meccanismo”. Questo meccanismo è il mercato autoregolamentato (p. 54), detto anche “economia di mercato”. Questa economia  prende forma nel momento in cui macchine e imponenti complessi industriali cominciano ad essere impiegati nella produzione. La trasformazione “implica un cambiamento nelle motivazioni all’azione da parte dei membri della società: al motivo della sussistenza deve essere sostituito quello del guadagno” (p. 56). Tutto ciò è implicato dal termine “sistema di mercato”: la cui particolarità maggiore è che, una volta istituito, esso deve esser lasciato funzionare “senza interferenze esterne. I profitti non sono più garantiti ed il commerciante deve realizzarli sul mercato. Si deve anche permettere che i prezzi si regolino da soli, ed un tale sistema autoregolato di mercati è ciò che intendiamo per economia di mercato” (p. 56).

Orbene, un tale sistema è completamente nuovo nella storia umana. “Il guadagno e il profitto nello scambio non hanno mai prima svolto una parte importante nell’economia, e per quanto l’istituzione del mercato fosse abbastanza comune a partire dalla tarda Età della Pietra, il suo ruolo era soltanto incidentale nei confronti della vita economcia” (p. 57). Ma questo è sempre stato negato dai teorici liberali: Smith diceva che la divisione del lavoro sociale dipendeva dall’esistenza del mercato, e parlava di una “propensione” dell’uomo al baratto, al commercio e allo scambio, mentre entrambe queste affermazioni sono del tutto false. Se storia ed etnografia conoscono svariate economie che comprendono mercati, esse non ne conoscono affatto, prima della Rivoluzione Industriale, che fossero “anche approssimativamente controllate e regolate dai mercati” (p. 58). A ciò P. fa seguire un profondo esame della letteratura sulle economie primitive, da cui si evince che “l’economia dell’uomo, di regola, è immersa (embedded) nei suoi rapporti sociali. L’uomo non agisce in modo da salvaguardare il suo interesse individuale nel possesso dei beni materiali, agisce in modo da salvaguardare la sua posizione sociale, le sue pretese sociali, i suoi vantaggi sociali. Egli valuta i beni materiali solo nella misura in cui questi servano a questo fine” (p. 61). Tutto questo è dimnostrato dall’enorme importanza che in tante società ha il dono, il mostrarsi generosi. “E’ infatti su questo punto negativo che si trovano d’accordo gli etnografi moderni: l’assenza del motivo del guadagno, l’assenza del principio del lavoro per una remunerazione, l’assenza del principio del minimo sforzo ed in particolare, l’assenza di qualunque istituzione separata e distinta basata su motivi economici” (p. 62) I principi fondamentali dell’economia embedded sono la reciprocità e la redistribuzione; la divisione del lavoro è un portato dell’organizzazione sociale e finché la società è salda i bisogni economici della collettività saranno sempre soddisfatti, anche senza l’esistenza di un’economia di mercato. Un altro elemento fondamentale è l’householding, o oikonomìa, vale a dire la produzione per autoconsumo, che non significa, si badi, produzione per il consumo individuale (l’”oikonomìa” è sempre di un gruppo), signifiia organizzazione di gruppi sociali economicamente autosufficienti (p. 69-70). Ciò implica una certa misura di commercio (già Aristotele vedeva nella produzione per l’uso anziché per il guadagno il tratto caratteristico dell’oikonomìa), ma questo commercio non deve distruggere l’autosufficienza: “fino a che i mercati e il denaro erano semplici accessori di un’economia familiare altrimenti autosufficiente, il principio della produzione per l’uso poteva ancora operare” (p. 71). Aristotele giungeva fino a dire che il principio della produzione per il guadagno era “non naturale all’uomo”.

Dal XVI secolo in poi, i mercati divennero importanti, i governi se ne prendevano cura, però “non vi era ancora alcun segno del prossimo controllo della società umana da parte dei mercati, al contrario: regolamentazione e discipline erano più severe che mai, l’idea stessa di un mercato autoregolato era assente” (p. 72). Quando il mercato controlla il sistema economico, questo implica una profonda trasformaizone della società: “significa alla fin fine la conduzione della società come accessoria rispetto al mercato. Non è più l’economia ad essere inserita nei rapporti sociali, ma sono i rapporti sociali ad essere inseriti nel sistema economico... La società deve essere formata in modo da permettere a questo sistema di funzionare secondo le proprie leggi. Questo è il significato dell’affermazione comune che un’economia di mercato può funzionare soltanto in una società di mercato” (p. 74). Da questo punto di vista, importante non è l’esistenza di mercati, ma l’esistenza di un mercato autoregolato. Il XIX secolo immaginava “ingenuamente” che questa fosse un’evoluzione “naturale”: invece, “non era il risultato di una tendenza intrinseca dei mercati all’escrescenza, ma piuttosto l’effetto di stimolanti estremamente artificiali somministrati al corpo sociale per far fronte ad una situazione creata dal fenomeno non meno artificiale della macchina” (p. 75). [A mio parere questa è una parte poco convincente: il fatto che i mercati non esistano ovunque non implica che lo sviluppo dell’odierna economia di mercato in una particolare situazione storica non fosse “naturale”, senza contare che il concetto di “naturalità” applicato all’introduzione delle macchine a mio avviso è un sofisma]. L’unica caratteristica tipica di una società priva di mercati è “un certo isolamento”, il che si spiega perché, secondo P., i mercati si sviluppano non all’interno delle società, ma all’esterno: “Essi sono punti d’incontro del commercio di lunga distanza” (p. 75), mentre “i mercati locali veri e propri hanno poca importanza” (p. 76). Ed ha origine dalla distanza geografica e dalla divisione del lavoro data dalla collocazione spaziale dei beni. Il punto di partenza del commercio è “l’ottenimento di beni a distanza come in una caccia”. E questo commercio esterno non implica necessariamente la presenza di mercati. “Il commercio esterno ha all’origine molto più il carattere dell’avventura, dell’esplorazione, della caccia, della pirateria e della guerra che del baratto” (p. 77). Successivamente si sviluppano i mercati interni, ma il commercio esterno rimane comunque qualcosa di completamente diverso: esso, ad es., “non implica necessariamente la concorrenza”, mentre è solo con l’affermarsi dei mercati interni che la concorrenza “tende ad essere accettata come uno dei principi generali del commercio” (p. 78). Anche l’esistenza di atti di baratto o di compravendita non hanno di per sé la forza di dare origine ad un “mercato” (p. 79). Il mercato era istituito, in origine, da regole minuziose, da veri e propri riti e tabù religiosi, “destinati a proteggere l’organizzazione economica prevalente della società dall’interferenza da parte delle pratiche di mercato... Il risultato più importante dei mercati, la nascita di città e della civiltà urbana, fu in realtà l’esito di uno sviluppo paradossale; infatti le città, prodotto dei mercati, non soltanto li proteggevano, ma erano anche il mezzo per impedire la loro espansione nella campagna e quindi di intaccare l’organizzazione economica predominante nella società” (p. 80). Il mercato “interno”, quello nazionale, fu in realtà ”creato dall’intervento dello stato. Fino al tempo della rivoluzione commerciale, quello che può esserci apparso commercio nazionale non era nazionale ma municipale”, e in entrambi i casi non si espandeva nelle campagne e manteneva rigorosamente separati commercio interno ed esterno (p. 82). “Questa separazione era proprio al cuore della istituzione dei centri urbani medievali”: i mercanti stranieri, ad es., non potevano vendere al minuto all’interno delle città; e mentre la produzione per il consumo interno era  rigorosamente controllata, la produzione per il commercio esterno non lo era (tanto che alcune manifatture, come quella dei filati, “era di fatto organizzata  sulla base capitalistica del lavoro salariato” (p. 84). ”Una separazione sempre più rigorosa del commercio locale dal commercio di esportazione fu la reazione della vita urbana alla minaccia del capitale mobile di disgregare le istituzioni della città” (p. 84): l’intervento dello stato fu quello di imporre il mercantilismo e di creare così un vero mercato nazionale, che ignorava sempre più sia la distinzione tra città e campagna sia quella tra commercio interno ed esterno. I problemi che ora ci si trovava di fronte erano il monopolio e la concorrenza (p. 85). Il rimedio fu quello di una stringente regolamentazione della vita economica, su scala nazionale (p. 86). In tutto questo, la base della vita delle campagne rimaneva l’economia familiare, di autosufficienza (p. 86-7). Ma quel che è importante, secondo P., è che se il mercantilismo liberò i mercati dal particolarismo medievale, tuttavia estendeva in misura ancora più pregnante la regolamentazione: “il sistema economico era sommerso nei rapporti sociali generali; i mercati erano semplicemente un elemento accessorio” (p. 87).

Prima della nascita dell’economia di mercato, la terra e il lavoro “facevano parte dell’organizzazione stessa”: la terra era in gran parte extra commercium, e comunque era regolata da norme di natura completamente diversa da quelle che regolavano i commerci; e lo stesso valeva per il lavoro, grazie alle corporazioni (abolite in Francia nel 1790, in Inghilterra ancora dopo). L’idea dell’autoregolazione della vita economica “era completamente al di là degli orizzonti” (p. 91). Invece il mercato autoregolato “richiede nientemeno che la separazione istituzionale della società in una sfera economica ed una politica (...) Un modello istituzionale di questo genere non potrebbe funzionare se la società non fosse in qualche modo subordinata ai suoi requisiti (...) Un’economia di mercato deve comprendere tutti gli elementi dell’industria compreso il lavoro, la terra e la moneta (...) Lavoro e terra tuttavia non sono che gli esseri umani stessi dai quali è costituita la società e l’ambiente naturale nel quale essa esiste. Includerli nel meccanismo di mercato significa subordinare la sostanza della società stessa alle leggi del mercato” (p. 92). Ciò avviene mediante il concetto di merce, che è un “oggetto prodotto per la vendita sul mercato”. Ma il problema, dice P., è che lavoro, terra e moneta non sono affatto “merci” in questo senso: il lavoro è solo un’attività umana che “si accompagna alla vita stessa”, la terra altro non è che la natura, e la moneta “è soltanto un simbolo per il potere d’acquisto, che di regola non è affatto prodotto (...) Nessuno di questi elementi è prodotto per la vendita”. La finzione del mercato tende verso la conclusione opposta, verso la libera vendibilità di queste “merci”; eppure, “permettere al meccanismo di mercato di essere l’unico elemento direttivo del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale e perfino della quantità e dell’impiego del potere d’acquisto porterebbe alla demolizione della società”. Il lavoro non può essere lasciato impunemente privo d’impiego, pena la distruzione dell’essere umano; la terra non può essere trattata come una merce, pena la deturpazione e la distruzione dell’ambiente, ed infine l’amministrazione della moneta da parte del mercato “liquiderebbe periodicamente le imprese commerciali poiché le carenze e gli eccessi di moneta si dimostrerebbero altrettanto disastrose per il commercio quanto le alluvioni o le siccità nelle società primitive”. Nessuna società sarebbe in grado di sopportare un mercato davvero autoregolamentato di terra, lavoro e moneta (p. 94-5).

A cambiare la situazione non fu la macchina in quanto tale (“fino a quando la macchina rimase uno strumento non costoso e non specifico questa situazione non cambiò”): occorse l’invenzione di macchine costose e complesse, il che condusse all’invenzione del sistema di fabbrica “e con esso uno spostamento decisivo dell’importanza relativa  del commercio e dell’industria  a favore di quest’ultima”. La produzione industriale cessò di essere un elemento accessorio del commercio e cominciò a implicare investimenti a lungo termine; questi sarebbero stati impossibili senza una qualche garanzia della continuità della produzione; di qui la necessità di garantire gli elementi “la cui fornitura doveva essere salvaguardata”: soprattutto i soliti (terra, lavoro, moneta) (p. 96-7).

La storia sociale del XIX secolo fu così “il risultato di un doppio movimento: l’estensione del mercato rispetto alle merci vere e proprie era accompagnata dalla sua limitazione rispetto a quelle fittizie. Mentre da un lato i mercati si estendevano.... d’altro lato una rete di provvedimenti e misure politiche si integrava in potenti istituzioni destinate a controllare l’azione del mercato relativamente al lavoro, alla terra e alla moneta” (p. 98).

Il principale dei  mezzi di autodifesa che la società inglese utilizzò, nell’esame di P., è il sistema di Speenhamland, che tra il 1795 e il 1834 impedì la creazione di un “mercato del lavoro” in Inghilterra: il sistema terminò solo quando l’assenza del mercato del lavoro cominciò a creare danni maggiori di quelli che avrebbe creato la sua introduzione. Speenhamland sostanzialmente consisteva in un sistema di sussidi che venivano concessi a tutti i poveri, indipendentemente dal fatto che lavorassero o meno; e introducendo quindi, dice P., il “diritto di vivere”, esso di fatto impediva che il lavoro si trasformasse in una “merce” (p. 101). Economicamente, S. fu un disastro (la produttività del lavoro cominciò immediatamente a calare, con l’effetto che i già bassi salari cominciarono a scendere ulteriormente), per l’ovvia ragione che non distingueva tra disoccupai e infermi, vecchi e  bambini, ed inoltre perché era inefficientemente gestita su base locale anziché nazionale (p. 121) I datori di lavoro esistevano già, ma con S. non esisteva ancora una classe di “lavoratori” (p. 103) “Fino al 1785 l’opinione pubblica inglese non si rendeva conto di alcun cambiamento fondamentale nella vita economica tranne che per un improvviso aumento del commercio e lo sviluppo della miseria” (p. 115): e l’inquietante compresenza di  boom commerciale e difficoltà per i poveri fu una delle motivazioni della nascita dell’economia politica moderna (p. 118).  Con costernazione dgli osservatori più sensibili, “ricchezze inaudite apparivano come inseparabili da una miseria altrettanto inaudita. Gli studiosi proclamavano all’unisono che  era stata scoperta una scienza che poneva le leggi che governavano il mondo degli uomini... Fu per ordine di queste leggi che la compassione fu allontanata dai cuori e che una stoica determinazione di rinunciare alla solidarietà umana in nome della massima felicità per il maggior numero di persone, acquistò la dignità di una religione secolare” (p. 130). Molti uomini politici erano convinti che solo le leggi sui poveri (tra cui appunto S.) avessero salvato l’Inghilterra da una rivoluzione come quella francese (p. 119). Ma S. cessò perché “fece precipitare una catastrofe sociale”. Il disastro no consisteva tanto nelle condizioni di vita precarie, quanto nel fatto (morale) che l’uomo costretto a vivere e lavorare nelle città veniva disumanizzato, in quanto mancava di “uno status cui aggrapparsi, una struttura formata dai suoi parenti o compagni, per cui combattere e riguadagnare la propria anima”, condizione che gli sarebbe stata concessa solo quando il lavoratore si fosse “costituito come classe”; invece, con S., non era un lavoratore ma un mendicante. “S. era un mezzo infallibile di demoralizzazione popolare” (p. 126). Fu l’abolizione di S., dice P., a segnare “la vera data di nascita della classe operaia moderna, il cui interesse immediato la destinava a diventare la protettrice della società contro i pericoli intrinseci della civiltà delle macchine”, tanto che “l’odio per l’assistenza pubblica, la sfiducia nell’azione dello stato, l’insistenza sulla  rispettabilità e sulla propria autonomia, rimasero per generazioni caratteristiche del lavoratore inglese” (p. 128-9).

L’economia politica sorge da una riflessione su questi problemi. Ma P. accenna anche al naturalismo di Townsend, che aveva analizzato la società umana sulla base del “modello” dell’isola Juan Fernàndez (quella di Robinson), abitata solo da capre e cani, dove l’equilibrio si mantiene grazie alla pura e semplice forza della fame. Il paragone con la natura non avrebbe potuto essere più vistoso. Attenzione alla differenza: Hobbes diceva che l’uomo è lupo per l’uomo, è vero, però intendeva dire che “al di fuori della società gli uomini si comportano come lupi e non perché vi fosse qualche fattore biologico che gli uomini e i lupi avevano in comune”; quindi occorreva un governo. Townsend sosteneva il contrario: come sull’isola non c’era bisogno di governo per mantenere in equilibrio cani e capre, così tra gli uomini non c’era bisogno di alcun governo, sarebbero bastati i morsi della fame: “Hobbes aveva sostenuto la necessità di un despota perché gli uomini erano come bestie, Townsend  insisteva sul fatto che in realtà essi erano bestie e che proprio per questa ragione era necessario soltanto un minimo di governo. Da questo nuovo punto di vista una società poteva essere considerata come formata da due razze: proprietari e lavoratori. Il numero di questi ultimi era limitato dalla quantità di cibo e fino a che la proprietà era in salvo, la fame li avrebbe indotti a lavorare” (p. 145). Ciò pareva che andasse benissimo alla nuova società. “Accadde così che gli economisti abbandonarono i fondamenti umanistici di Adam Smith ed incorporarono quelli di Townsend. La legge della popolazione di Malthus e la legge dei rendimenti decrescenti di Ricardo... facevano della fecondità dell’uomo e della fertilità della terra gli elementi costitutivi del nuovo campo la cui esistenza era stata scoperta. La società economica era emersa come distinta dallo stato politico” (p. 146). “Tuttavia ancora per un’altra generazione il sistema dei sussidi protesse i confini del villaggio dall’attrazione degli alti salari urbani” (p. 282). “Con l’abolizione di Speenhamland facevano per la prima volta la loro comparsa i disoccupati... La crudeltà perversa consisteva proprio nell’emancipazione del lavoratore con il fine dichiarato di rendere efficace la minaccia della morte per fame” (p. 283).

La cosa interessante è stata che i fatti, all’epoca, sembravano dsre ragione a chi sosteneva che i salari erano mantenuti in basso da una ferrea legge, nonostante la crescita economica complessiva. In realtà il basso livello dei salari era causato principalmente dal sistema di Speenhamland, ma Ricardo e Malthus non se ne avvidero (p. 156-7). Smith era stato assai più profondo quando aveva escluso che una società potesse prosperare se la maggioranza dei suoi membri era povera e miserabile; ma le apparenze nel vigore di Speenhamland erano contro di lui. E l’economia classica fu così indotta a costruire la sua teoria sulla base di un’apparenza fuorviante (p. 157).

Il vero significato del tormentoso problema della miseria veniva ora rivelato: la società economica era sottoposta a leggi che non erano leggi umane” (p. 159). E l’onestà intellettuale imponeva, a persone che avevano opinioni diversissime come Burke e Bentham, Malthus e Ricardo, di ammettere la necessità di abolire le leggi sui poveri. Soltanto un uomo percepiva la gravità dei pericoli: Robert Owen, che non aveva perso di vista  i nessi tra società e economia e metteva in guardia contro i gravi pericoli delle industrie “quando siano lasciate al loro progresso naturale” (p. 162). Ma neppure lui prevedeva “che l’autodifesa della società che egli invocava si sarebbe dimostrata incompatibile col funzionamento del sistema economico stesso” (p. 164).

Il liberalismo trionfò, dice P., solo circa nel 1830 e immediatamente abolì le Poor Law e il sistema di Speenhamland. “Il libero commercio internazionale implicava niente meno che un atto di fede. Le sue implicazioni erano assolutamente fuori dell’usuale. Voleva dire che l’Inghilterra avrebbe dovuto dipendere per i suoi rifornimenti alimentari da fonti d’oltremare, che avrebbe se necessario sacrificato la propria agricoltura e che sarebbe entrata in una nuova forma di vita nella quale sarebbe stata una parte di qualche unità mondiale vagamente concepita per il futuro; che questa comunità monetaria avrebbe dovuto essere pacifica o che altrimenti avrebbe dovutoi essere resa sicura dalla potenza della flotta, ed inoltre che la nazione inglese avrebbe affrontato le prospettive di continue trasformazioni industriali nella ferma fiducia nella propria superiore inventiva e capacità produttiva” (p. 176-7). Una società di mercato deve necessariamente essere estesa a livello globale, implicando contemporaneamente il libero scambio internazionale, e la creazione del mercato del lavoro e della moneta su base aurea (p. 177-8). Invece, dice P., “non vi era nulla di naturale nel laissez-faire. I mercati liberi non avrebbero mai potuto esistere se si fossero lasciate le cose al loro corso. Così come le manifatture del cotone, la principale industrtia del libero scambio, furono create con l’aiuto di tariffe protettive, premi di esportazione e sussidi salariali indiretti, lo stesso laissez-faire fu attuato dallo stato... Il laissez-faire non era un metodo per conseguire qualcosa ma era la cosa da conseguire” (p. 178). [Ma questa è un’argomentazione speciosa: il laissez-faire è un’idea sui rapporti tra stato e economia, e non ha molto senso pretendere che essa si possa affermare “naturalmente”. Come si fanno a rimuovere i vincoli alla libertà economica senza l’intervento dello stato? Anche la successiva tesi di P. - “mentre l’economia del laissez-faire era il prodotto di una deliberata azione da parte dello stato, le successive limitazioni al laissez-faire iniziarono in modo spontaneo. Il laissez-faire era pianificato, la pianificazione non lo era”, p. 180 - non è convincente. Al di là del fatto che sia giusto dire che la “pianificazione”, cioè i limiti al mercato, non fu oggetto di una strategia concordata  -come invece sostenevano gli autori ultraliberali criticati da P. alle pp.184 ss., che sostengono l’esistenza di una “cospirazione antiliberale”-, resta che, concordata o meno che fosse la strategia, i limiti al mercato non sono meno artificiali del mercato stesso.]

P. spiega che le reazioni al liberalismo furono universali e di natura sostanzialmente simile: controlli sulle condizioni di lavoro e sugli orari nelle fabbriche, assicurazioni sociali ecc. si affermarono dappertutto e più o meno contemporaneamente. In altre parole, sia per affermare il mercato autoregolato sia per eliminarlo, è necessario l’intervento dello stato (p. 192). Interessanti anche le pagine sull’identità di vedute di liberali e marxisti sul conflitto delle classi e sul fatto che il protezionismo ottocentesco era stato il frutto di un’azione di classe (p. 195) nonché sul fatto che l’importanza delle classi nel mutamento storico è esagerata (mentre gli interessi di classe sono “il veicolo naturale del mutamento socale e politico”, invece la causa ultima del mutamento “è determinata tuttavia da forze esterne... la <<sfida>> è rivolta alla società nel suo complesso, la <<risposta>> giunge attraverso gruppi, settori e classi”: p. 196). E inoltre non è vero che gli interessi di una classe siano “essenzialmente economici... Le motivazioni degli individui sono solo eccezionalmente determinate dalla necessità di soddisfare bisogni naturali... Le questioni puramente economiche... sono incomparabilmente meno rilevanti per il comportamento di classe che non quelle del riconoscimento sociale” (p. 197). Questa è stata la ragione del protezionismo: “proprio perché il mercato minacciava non gli interessi economici ma gli interessi sociali di diverse sezioni trasversali della popolazione, persone appartenenti a vari strati economici univano inconsapevolmente le loro forze per affrontare il pericolo” (p. 199).

La difesa dei liberali contro questa teoria è di negare che la rivoluzione industriale fosse una catastrofe. E in effetti, dal punto di vista economico certamente non lo fu, dice P. (p. 201). Ma il fatto è che “in realtà una calamità sociale è soprattutto un fenomeno culturale e non economico” (p. 201). E questi fenomeni, rari all’interno delle singole civiltà, sono al contrario comuni nei contatti fra civiltà. Il colonialismo ne è un esempio eloquente (p. 202). Alcune tribù africane di oggi si trovano in condizioni simili, dice P., a quelle dei lavoratori inglesi della rivoluzione industriale: essi vivono in un “vuoto culturale”: “le loro arti sono decadute, le condizioni politiche e sociali della loro esistenza sono state distrutte  (p. 203: ma certo che le considerazioni di P. sul vuoto lasciato nella vita delle tribù indigene dalla scomparsa delle guerre intertribali - p. 363 - lasciano perplessi). Il fatto è che “niente ottenebra la nostra visione sociale altrettanto efficacemente quanto il pregiudizio economico... Se lo sfruttamento è definito in termini strettamente economici come una permanente inadeguatezza dei rapporti di scambio, rimane dubbioo se di fatto vi è stato sfruttamento.” Quel che viene distrutto  sono le istituzioni fondamentali della società e così il modo di vivere tradizionale scompare (p. 205). Così P. ammette che la colonizzazione dell’India può anche essere stata benefica (ed anzi, “nel lungo periodo”, lo è stata “certamente”), ma ha condotto alla sua disorganizzazione sociale e quindi fu gettata “in preda alla miseria e alla degradazione” (p. 206)

Inizialmente le limitazioni del mercato del lavoro furono opera non del proletariato, non ancora costituito come classe, ma dei proprietari terrieri, dei “reazionari illuminati” che nel 1847 imposero la legge sulle dieci ore. Solo alla fine del Quaranta, con l’inizio del “periodo aureo del capitalismo”, la classe operaia cominciò a prendere coscienza di se stessa (e pensare che già nel 1832 era stata esclusa dal voto: p. 214). “Soltanto quando le classi lavoratrici ebbero accettato  i principi di un’economia capitalistica e le trade-unions ebbero come loro principale preoccupazione il tranquillo funzionamento dell’industria, le classi medie concessero il diritto di voto ai lavoratori più agiati” (p. 221). Il risultato, comunque, fu chiaro: “la rottura del mercato di quel fattore della produzione noto come forza lavoro” (p. 226): il mercato poteva sopravvivere “soltanto a condizione che i salari e le condizioni di lavoro, i livelli e le regolamentazioni fosseri tali da salvaguardare il carattere umano di quella che si presumeva una merce e cioè il lavoro”: lo scopo delle leggi sul lavoro era esattamente quello di interferire con il mercato del aavoro (p. 227).

Quanto alla terra, la resistenza fu opposta innanzitutto dalla common law; la resistenza fu vinta, ma immediatamente vennero le riforme, come le misure di igiene e salubrità degli edifici rurali. E l’opposizione alla commerciabilità della terra fu il collante fra le classi agrarie, l’esercito e l’alto clero: questo spiega l’importanza, specie sul Continente, delle classi agrarie. Così alla fine un compromesso fu trovato: “Una delle funzioni della reazione fu considerata quella di tenere al loro posto le clasis lavoratrici in modo che i mercati non fossero in preda al panico” (p. 238)

Infine, a sua volta un mercato della moneta-merce” è incompatibile con la produzione industriale. “L’espansione della produzione e del commercio  non accompagnata da un aumento della quantità di moneta determinerà una caduta nel livello dei prezzi... la scarsità di moneta era una delle grandi e permanenti lagnanze delle comunità mercantili del diciottesimo secolo” (p. 246). Ed ecco che si sviluppò la moneta-segno (token money) “per proteggere il commercio dalle deflazioni forzate che accompagnavano l’uso del numerario quando il volume dell’attività economica si gonfiava. Nessuna economia di mercato era possibile senza l’interferenza di una simile moneta artificiale”. Il problema giunse alla ribalta con la necessità di cambi stabili e la conseguente creazione della base aurea al tempo delle guerre napoleoniche. Il problema è che la moneta-merce (la moneta aurea) era vitale per il commercio estero, ma esiziale per il commercio interno (che aveva bisogno di una moneta-segno). Come rimediare? Venne creato il sistema delle banche centrali che “mitigò notevolmente questo difetto”, consentendo di assorbire e distribuire meglio l’urto della deflazione (p. 247). L’effetto fu analogo a quello dei limiti alla commerciabilità del lavoro e della terra: “Le banche centrali ridussero l’automatismo della base aurea ad una semplice apparenza. Questo significò una valuta guidata centralmente” (p. 249).

Non è possibile nessuna economia di mercato separata dalla sfera politica e tuttavia era una costruzione di questo tipo che stava alla base dell’economia classica a partire da David Ricardo e senza la quale i suoi concetti ed assunti erano incomprensibili.” La grande importanza delle banche centrali “stava nel fatto che la politica monetaria veniva così riportata nella sfera della politica. La salvezza fu data dalla coesistenza di moneta-segno nazionale e moneta aurea internazionale” (p. 253). Eppure il crollo fu più repentino e più grave nel campo monetario: nulla di simile all’abbandono della base aurea da parte dell’Inghilterra  nel 1931 (e degli USA nel 1933) accadde negli altri mercati “fittizi” (p. 254); e “il crollo finale della base aurea rappresentò anche il fallimento definitivo dell’economia di mercato” (p. 255). In effetti “la nuova unità nazionale e la nuova moneta nazionale erano inseparabili” (p. 259): il protezionismo interno ed esterno, sociale e nazionale tendeva a fondersi: “politicamente l’identità della nazione era determinata dal governo, economicamente dalla banca centrale” (p. 261). Di qui, dall’identità dei fenomeni, anche la “sconcertante somiglianza nello schema di avvenimenti che... tra il 1879 e il 1929 dilagarono su gran parte del mondo” (p. 266). Le tensioni erano di vario tipo: disoccupazione, tensione fra classi, pressione sui cambi, rivalità imperialistiche. Qualcuno sarà sorpreso di apprendere che “l’antiimperialismo ebbe inizio con Adam Smith” (p. 270): eppure, “chiunque parlasse di colonie nel periodo che va dal 1780 al 1880 era considerato come un sostenitore dell’ancien régime” (p. 270). Il cambiamento intervenne all’improvviso, e  simultaneamente in tutti i principali paesi occidentali (p. 271): “nel giro di pochi anni il libero scambio divenne una cosa del passato e l’ulteriore espansione dell’economia di mercato ebbe luogo in condzioni completamente nuove” (p. 272).: negli anni Ottanta dell’Ottocento al libero scambio erano subentrate le tariffe un po’ dappertutto. Il protezionismo trasformava mercati concorrenziali in mercati monopolistici, i mercati autoregolamentati in mercati non più autonomi. L’autoregolazione del mercato era sempre più difficile. Alla fine, l’intervento della politica diveniva necessario per ristabilire l’equilibrio; e tuttavia ci si ostinava a cercare di ristabilire la separazione tra sfera economcia  e sfera politica (p. 277).

Quel che accadde dappertutto, negli anni venti del Novecento, sia in Inghilterra che sul continente, fu che dapprima i governi dei partiti operai dovettero lasciare il governo perché non riuscivano a scegliere fra una politica deflattiva (per salvare la base aurea) o la rinuncia alla base aurea (per evitare la disoccupazione di massa), e furono dappertutto sostituiti da partiti conservatori, che alla fine finirono comunque per rinunciare alla base aurea (p. 287-8). Il problema è che, sia che si seguissero poltiiche inflattive o deflattive, il “libero mercato” non era stato ristabilito da nessuna parte (p. 294). “L’ostinazione con la quale i liberali avevano nel corso di un decennio critico, sostenuto l’interventismo autoritario ai fini di una politica deflazionista, si risolse semplicemente in un indebolimento decisivo delle forze democratiche che avrebbero potuto altrimenti allontanare la catastrofe fascista. La Gran Bretagna e gli Stati Uniti, padroni e non servi della moneta, abbandonarono per tempo l’oro per sfuggire a questo pericolo” (p. 294).

Ed ecco che comincia l’analisi delle altre risposte alla crisi.

Il socialismo è la tendenza a superare il mercato autoregolato “subordinandolo consapevolmente ad una società democratica... Dal punto di vista della comunità nel suo insieme il socialismo è semplicemente la continuazione di quello sforzo di rendere la società un rapporto autenticamente umano fra persone, rapporto che nell’Europa occidentale era sempre stato associato alle tradizioni cristiane” (p. 294). Ed ecco perché la riforma del capitalismo da parte dei socialisti è difficile, “anche quando essi sianom decisi a non interferire nel sistema di proprietà. Infatti la semplice possiiblità che essi possano decidere di farlo diminuisce quel tipo di fiducia che nell’economia liberale è vitale, cioè l’assoluta fiducia nella continuità dei titoli di proprietà” (p. 294-5). Negli anni Venti si delineò la potenzialità di uno scontro distruttivo fra interessi di classe, manifestatisi con grande impatto in Russia. Il pericolo era proprio questo conflitto, potenzialmente distruttivo. Alla fine, “la paura avrebbe afferrato la gente e la leadership sarebbe stata attribuita a coloro che opffrivano una via d’uscita facile a qualunque estremo prezzo. Il tempo era maturo per la soluzione fascista” (p. 296).

In Germania come in Italia, il pericolo del bolscevismo non ci fu mai. Ma la classe lavoratrice, i suoi partiti e i suoi sindacati avrebbero potuto “trascurare le regole del mercato che stabilivano la libertà di contratto e l’inviolabilità della proprietà privata come assoluti, una possibilità che deve aver avuto gli effetti più deleteri sulla società: scoraggiare gli investimenti, impedire l’accumulazione del capitale, mantenere i salari ad un  livello non remunerativo, mettere in pericolo la moneta, minacciare il credito estero, indebolire la fiducia e paralizzare l’iniziativa. Non il pericolo illusorio di una rivoluzione comunista ma il fatto innegabile che la classe lavoratrice era nella posizione di costringere ad interventi probabilmente rovinosi era la fonte del timore latente che in un momento cruciale scoppiò nel panico fascista” (p. 243).

Se mai vi è stato un movimento politico che ha risposto alle necessità di una situazione obbiettiva senza essere il risultato di cause fortuite, esso fu il fascismo. Nello stesso tempo era evidente il carattere degenerativo della soluzione fascista; essa offriva una scappatoia ad un blocco istituzionale che si presentava in modo sostanzialmente simile in un gran numero di paesi, e tuttavia se questo rimedio veniva sperimentato produceva ovunque la malattia fino alla morte. Questo è il modo in cui periscono le civiltà” (p. 297). La soluzione fascista è  una riforma dell’economia di mercato accompagnata dalla distruzione delle istituzioni democratiche, tanto nell’industria che nella politica. E non si è trattato di fenomeno localizzato, ma di fenomeno globale: il fascismo è comparso nello stesso periodo dappertutto (e, cosa caratteristica, non vi è mai stato alcun rapporto tra la sua efficacia politica e il suo effettivo seguito popolare: p. 298). “Un paese che si avvicinava al fascismo mostrava dei sintomi tra i quali non era necessaria l’esistenza di un vero e proprio movimento fascista. Segni almeno altrettanto importanti erano la diffusione di filosofie irrazionalistiche, il culto estetico della razza, la demagogia anticapitalistica, opinioni monetarie eterodosse, critiche al sistema partitico, denigrazione diffusa del <<regime>> o di qualunque altra denominazione del sistema democratico esistente” (p. 298); e in nessun caso in cui il fascismo andò al potere fu intrapresa una “vera rivoluzione contro l’autorità costituita” (p. 299). La tattica fascista fu sempre quella di una “falsa ribellione, organizzata con la tacita approvazione delle autorità che fingevano di essere state schiacciate dalla forza” (p. 299). Il fascismo fu “una possibilità sempre presente... in ogni comunità industriale dopo gli anni trenta. Si può chiamarlo una <<mossa>> puttosto che un <<movimento>> per indicare la natura impersonale della crisi” (p. 299). “Non vi erano criteri stabiliti del fascismo, né esso possedeva delle massime convenzionali. Un tratto significativo di tutte le sue forme organizzate fu però la rapidità con la quale esse apparvero e svanirono nuovamente, soltanto per riemergere con violenza dopo un indeterminato periodo di latenza. Tutto questo si adegua al quadro di una forza sociale che cresceva e svaniva secondo la situazione oggettiva” (p. 299). Ma negli anni Venti altre due tendenze erano apparse: la controrivoluzione e il revisionismo nazionalista. Laddove queste tendenze furono in grado di disarmare i partiti socialisti senza bisogno dei fascisti, il fascismo non si affermò (p. 301). “Tanto in Germania che in Italia il fascismo riuscì a prendere il potere soltanto perché fu in grado di usare come proprio levito dei problemi nazionali non risolti, mentre in Francia come in Gran Bretagna il fascismo fu decisamente indebolito dal suo antipatriottismo” (p. 303). Ma le tendenze nazionaliste e controrivoluzionarie, come si è detto, non vanno confuse. “La parte svolta dal fascismo fu determinata in realtà da un fattore: la situazione del sistema di mercato. Durante il periodo 1917-1923 i governi ricercarono talvolta l’aiuto fascista per ristabilire la legge e l’ordine: questo bastava per mettere in moto il sistema di mercato. Nel periodo 1924-1929, quando la restaurazione del sistema di mercato appariva assicurata, il fascismo svanì completamente come forza poltiica. Dopo il 1930 l’economia di mercato era in una crisi generale. In pochi anni il fascismo diventò una forza mondiale” (p. 304)

La civiltà del dicannovesimo secolo non fu distrutta da un attacco interno o esterno di barbari; la sua vitalità non fu minata dalle devastazioni della prima guerra mondiale né dalla rivolta di un proletariato socialista o di una piccola borghesia fascista. Il suo fallimento non fu il risultato di presunte leggi dell’economia come quella della caduta del saggio di profitto o del sottoconsumo o della sovrapproduzione. Essa si disgregò come risultato di un insieme di cause completamente diverso: le misure adottate dalla società per non essere a sua volta annullata dall’azione del mercato autoregolato” (p. 311). “Dopo un secolo di <<progresso>> cieco l’uomo restaura il suo habitat. Se l’industrialismo non deve estinguere la razza umana, esso deve essere subordinato alle esigenze della natura dell’uomo. La vera critica alla società di mercato non è che essa si basasse sull’economia – in un certo senso qualunque società deve basarsi su di essa – ma che la sua economia era basata sull’interesse individuale. Una tale organizzazione della vita economica è del tutto innaturale” (p. 311). “La debolezza congenita  della società del diciannovesimo secolo non consisteva nel fatto che era una società industriale, ma che era una società di mercato. La civiltà industriale continuerà ad esistere quando l’esperimento utopistico di un mercato autoregolato non sarà altro che un ricordo orribile” (p. 313). Ma il peggio, dice P., è già passato, il prezzo è già stato pagato,  e anche il ritorno al passato è impossibile. Assistiamo ad una situazione nella quale “il sistema economico cessa di dare la legge alla società e la priorità su quel sistema è assicurata”. I metodi possono essere tanti, ma “il risultato è però comune per tutti: il sistema di mercato non sarà più autoregolato neanche in teoria perché non comprenderà lavoro, terra e moneta” (p. 313-4). “L’economia di mercato fece sorgere false aspettative dando l’impressione di avvicinarsi al raggiungimento di ideali intrinsecamente non validi come quello di una società dalla quale potere e coercizione siano assenti e di un mondo nel quale la forza non abbia alcuna funzione. Si determinò un atteggiamento illusorio che postulava una società formata esclusivamente secondo i desideri dell’uomo, mentre venivano oscurate le alternative inevitabili  dell’esistenza sociale, e cioè il fatto primario dell’inevitabilità della società stessa. La separazione istituzionale della politica dall’economia implicava una negazione della validità della sfera politica perché l’economia veniva identificata cion i rapporti contrattuali, che erano visti come l’unico vero regno della libertà. Il resto era vaniloquio. L’abbandono dell’utopia liberale ci mette di fronte alla realtà. Potere e valore sono parte di essa: rispetto ad essi la non cooperazione è impossiible per chiunque... Potere e valore sono un paradigma della realtà sociale che non nasce dalla volizione umana... I meccanismi istituzionali non dipendono quanto al loro funzionamento dai desideri umani... In una società integrata la verità diviene evidente e l’illusione di libertà si vanifica. Alla fine è a questo livello che la questione della libertà deve trovare la sua risposta.” (p. 318). Il punto è: “Esiste qualcosa come la libertà in una società complessa o essa è una tentazione destinata a rovinare l’uomo e la sua opera?” (p. 319). Secondo P. i fatti costitutivi della “coscienza dell’uomo occidentale” sono tre: ”la consapevolezza della morte, la consapevolezza della libertà e la consapevolezza della società”. La prima ci è giunta attrraverso il vecchio testamento; la seconda attraverso il cristianesimo. “La terza rivoluzione ci è giunta attraverso la vita in una società industriale. Essa rappresenta l’elemento costitutivo della coscienza dell’uomo moderno  (p. 319). La risposta del fascismo è stata di negare la seconda rivelazione “e di respingere la richiesta cristiana dell’uomo individuale e dell’umanità universale. Questo radicale ripudio della libertà è la radice della sua tendenza degenerativa... Una ricostituzione delle fondamenta della coscienza umana si presenta come imperativa. Soltanto a questo prezzo potrà essere conservata la libertà”. E l’àncora della libertà è la scoperta della società: “Rassegnandosi” a questa realtà, l’uomo “diventa maturo e capace di esistere come essere umano in una società industriale. Da questa limitazione viene infatti anche una percezione: nell’essere privati della nostra vecchia libertà impariamo che la libertà che abbiamo perso era soltanto un’illusione mentre la libertà che acquistiamo è reale. Questa è la nostra condizione di oggi” (p. 320).

Commenti

Dopodiché, fa venire il latte alle ginocchia leggere Eugenio Scalfari che ieri (20 maggio) su Rep discettava sugli sviluppi del capitalismo globale e finanziario, arrivando a questa geniale conclusione: "Questa ormai è la più aggiornata edizione del capitalismo, di frotne alla quale sia l'autorità politica, sia le sempre più deboli organizzazioni sindacali si dimostrano impotenti. La politica resiste nel suo ruolo di guida soltanto nei regimi strutturalmente dittatoriali: in Cina, in Russia e in pochi altri luoghi di incerta fisionomia sociale. Nuove disuguaglianze esplodono, nuove ingiustizie agitano la società. Ma questo è un discorso più vasto e non riguarda soltanto la piccola Italia". (Ma se non riguarda solo l'Italia, come fa Scalfari ad affermare assurdamente che "Lo stesso Guido Rossi, che negli ultimi vent'anni ne è stato il principale studioso e il più tenace avversario, sembra ormai essersi rassegnato di fronte alla vastità del fenomeno"? Guido Rossi?)

KK | May 21, 2007 11:03 AM

Di Polanyi sapevo poco.
Ho un libero su Polanyi dell'Etas, ma non l'ho letto ancora.
Ma leggendo questo post non mi piace molto.
Cercherò di porre delle questioni:
1)"Economia di mercato, libero scambio e base aurea furono invenzioni inglesi. Queste istituzioni crollarono ovunque negli anni venti.....Tuttavia, qualunque fosse lo scenario e il clima degli episodi finali, i fattori di lungo periodo che portarono al crollo di quella civiltà dovrebbero essere studiati nel luogo di nascita della rivoluzione industriale, l’Inghilterra”

Che vuol dire "Invenzione inglese" ?
Che vuol dire "inventare l'economia di mercato"? L'economia di mercato si inventa ?
E perchè i fattori di lungo periodo vanno studiati dove un fenomeno è nato ?

2)"la teoria dello “sfruttamento”, per es., non spiega come mai “i salari negli slums industriali erano più elevati di quelli di ogni altra area e che nel complesso continuarono a salire per un altro secolo”

Per la teoria dello sfruttamento i salari degli slums industriali avrebbero dovuto essere più bassi ? E perchè ?

3)S. era un mezzo infallibile di demoralizzazione popolare” (p. 126). Fu l’abolizione di S., dice P., a segnare “la vera data di nascita della classe operaia moderna, il cui interesse immediato la destinava a diventare la protettrice della società contro i pericoli intrinseci della civiltà delle macchine”, tanto che “l’odio per l’assistenza pubblica, la sfiducia nell’azione dello stato, l’insistenza sulla rispettabilità e sulla propria autonomia, rimasero per generazioni caratteristiche del lavoratore inglese” (p. 128-9).

Ma siamo convinti che il lavoratore inglese la pensasse così ? e che il pensarla così sia legato a Speenhamland ?
Ma che vuol dire "Il lavoratore inglese" ?
Il lavoratore impregnato di quella dignità nata dopo Speenhamland ?
O è una categoria tipo "il mandolinista napoletano", "il terrorista mediorientale", o quella di Marx tipo "il buon filisteo tedesco" ?
Può uno storico parlare del senso d'autonomia plurisecolare del lavoratore inglese o possiamo dirgli che sta parlando di qualcosa di analogo alla casetta piccolina in Canadà ?

Mi fermo qui, perchè è un po' tardino


Pensatoio | May 23, 2007 1:56 AM

" 2)"la teoria dello “sfruttamento”, per es., non spiega come mai “i salari negli slums industriali erano più elevati di quelli di ogni altra area e che nel complesso continuarono a salire per un altro secolo”
Per la teoria dello sfruttamento i salari degli slums industriali avrebbero dovuto essere più bassi ? E perchè" ?

Pensatoio,
la teoria dello sfruttamento significa esattamente che il salario del lavoratore equivale al mero salario di sussistenza. Se in un certo settore i salari sono più alti che altrove, e se questi salari tendono a crescere, la teoria ne risulta invalidata.

KK | May 23, 2007 1:20 PM

Allora ogni differenza salariale invaliderebbe la teoria dello sfruttamento ?

Anonymous | May 25, 2007 10:47 AM

L'anonimo sono sempre io

Pensatoio | May 25, 2007 11:05 AM

No. Però se i salari reali crescono costantemente per un secolo, e contemporaneamente nel settore industriale (quello più tipicamente "capitalistico") sono più elevati che negli altri settori dell'economia, indubbiamente questo è un problema (usiamo questa espressione, invece di "invalida") per la teoria dello sfruttamento, no?

KK | May 25, 2007 7:25 PM

Ti riferisci a quello che è successo dunque nel corso di un secolo ?
Cioè dall'inizio del XIX secolo a quando scrive Polanyi ?

Pensatoio | May 27, 2007 3:36 PM

Non "mi" riferisco. E' Polanyi a farlo.
Cmq sì, parla di oltre un secolo dall'inizio della Rivoluzione industriale.

KK | May 27, 2007 6:30 PM

Parlando di slums industriali sembrava che Polanyi parlasse di qualcosa di più circoscritto.
Comunque se il saggio di sfruttamento è il rapporto tra plusvalore e capitale variabile, il fatto che i salari industriali aumentino all' interno dei rapporti capitalistici non è un'obiezione incontrovertibile. Ci potrebbe essere un forte aumento di plusvalore che permetta anche un aumento salariale.
Inoltre c'è l'ipotesi (elaborata anche da Hansen) che le stesse lotte operaie abbiano permesso quest'aumento dei salari, cosa che non è del tutto in contraddizione con una visione che si rifaccia a Marx.

Pensatoio | May 30, 2007 1:12 PM

No. Il problema è che secondo la teoria dello sfruttamento i salari sono ineluttabilmente spinti al livello della sussistenza. E' chiaro che questa tesi ha problemi a spiegare come possano, dei salari di sussistenza, a) crescere costantemente in termini reali e b) essere costantemente superiori ai salari di altri settori.
Questo è quello che dice Polanyi. Che vi sono state molte repliche da parte marxista, lo so anch'io.

KK | May 30, 2007 1:20 PM

Marx ha detto un sacco di cose e molto spesso vengono citate fuori contesto
Ma la teoria dello sfruttamento NON comporta che ineluttabilmente i salari vadano al livello di sussistenza.
Altro poi sono le tendenze, altri i processi ineluttabili.
Questa esposta da te è una versione del marxismo molto semplicistica (fatta giusto per confutarla)

Pensatoio | May 30, 2007 1:42 PM

Sarà anche semplicistica, e pure fuori contesto (d'altronde non posso mica copiare qui l'intero Capitale), ma è di Marx senz'altro (i capitalisti, attraverso l'"esercito industriale di riserva", riescono a mantenere il salario al livello della sussistenza ). Ed è pure un elemento piuttosto importante del sistema di Marx.
Quanto al fatto "che le stesse lotte operaie abbiano permesso quest'aumento dei salari", non c'era mica bisogno di aspettare il professor Hansen, lo diceva già Marx in più luoghi (per es. in Salario, prezzo e profitto, cap. 14).

Cmq non stavo affatto criticando Marx, ti dicevo solo (tu sua richiesta) cosa intendeva dire Polanyi.

KK | May 30, 2007 6:08 PM

Va bene.
Ma comunque quello che diceva Polanyi mi sembra semplicistico e perciò l'ho evidenziato.
Quanto a Marx, ripeto. ha detto molte cose e la sua visione non è mai stata data una volta e per tutte.

Pensatoio | May 31, 2007 3:23 PM

Ho paura, ho paura....

Pensatoio | June 1, 2007 1:44 PM

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