“Un regalo fatto attende sempre un regalo in cambio”: il Saggio sul dono di Marcel Mauss
M. MAUSS, Essai sur le don, 1923-1924; tr. it., Saggio sul dono, in Teoria generale della magia e altri saggi, Torino, 1977.
Questo celebre saggio intende ricostruire, per mezzo di una ambiziosa e dottissima analisi di antropolgia e storia, la natura di un particolare “fenomeno sociale totale” (come lo chiama M.), vale a dire “un’enorme quantità di fatti, tutti molto complessi, in cui si mescola tutto ciò che costituisce la vita propriamente sociale delle società che hanno preceduto la nostra... In questi fenomeni sociali <<totali>>, come noi proponiamo di chiamarli, trovano espressione, a un tempo e di colpo, ogni specie di istituzioni: religiose, giuridiche e morali –queste ultime politiche e familiari a un tempo – nonché economiche” (p. 157).
Il fenomeno oggetto del saggio è il dono: “nella civiltà scandinava e in un buon numero di altre, gli scambi e i contratti vengono effettuati sotto forma di donativi, in teoria volontari, in realtà fatti e ricambiati obbligatoriamente”; e la domanda che si pone M. è la seguente: “Qual è la norma di diritto e di interesse che, nelle società di tipo arretrato o arcaico, fa sì che il donativo ricevuto sia obbligatoriamente ricambiato? Quale forza contenuta nella cosa donata fa sì che il donatario la ricambi?” (p. 158).. L’intento è quello di ritrovare le radici “archeologiche” delle transazioni umane: si tratta di analizzare fenomeni come lo scambio e il contratto in società che “non sono prive di mercati economici ....- il mercato, infatti, è un fenomeno umano che, secondo noi, è presente in ogni società conosciuta – ma il cui regime di scambio è diverso dal nostro. Si vedrà che in esse esisteva un mercato prima ancora della comparsa dei mercati e della loro principale invenzione, la moneta...; come pure, che esso funzionava prima ancora che fossero state trovate le forme, che si possono dire moderne (semitiche, elleniche, ellenistiche e romane), del contratto e della vendita da un lato, e della moneta legale dall’altro. Vedremo agire in queste transazioni la morale e l’economia. E poiché constateremo che la morale e l’economia opertano ancora nelle nostre società in modo costante e, per così dire, soggiacente, e poiché crediamo di avere trovato qui uno dei capisaldi su cui sono costruite le nostre società, potremo dedurne alcune conclusioni sociali su alcuni problemi posti dalla crisi del nostro diritto e da quella della nostra economia” (p. 158-9).
Innanzitutto, prima dell’avvento della nostra società, “non si constatano mai, per così dire, semplici scambi di beni, di ricchezze e di prodotti nel corso di un affare concluso tra individui” (p. 160). Primo, non si tratta mai di individui, ma “di collettività che si obbligano reciprocamentr, effettuano scambi e contrattano”; secondo, ciò che si scambiano “non consiste esclusivamente in beni e ricchezze... si tratta, prima di tutto, di cortesie, di banchetti, di riti, di prestazioni militari, di donne, di bambini, di danze, di feste, di fiere” (p. 161). E queste prestazioni reciproche “si intrecciano sotto una forma, a preferenza volontaria, con doni e regali, benché esse siano, in fondo, rigorosamente obbligatorie, sotto pena di guerra privata o pubblica”. E’ quello che M. chiama “sistema delle prestazioni totali”. In alcune tribù nordamericane questo sistema trova una forma spettacolare, il Potlàc (o Potlatch), in cui lo scambio generalizzato di doni, feste, banchetti ecc. assume una natura spiccatamente agonistica, in cui non solo il consumo è nettamente ostentatorio e competitivo, fino a giungere alla distruzione delle ricchezze accumulate, il tutto con lo scopo di ‘annichilire’ e mettere in ombra il capo e la tribù rivale, e per acquisire vantaggi in termini gerarchici all’interno di una determinata comunità o insieme di comunità; la natura agonistica del tutto è anche dimostrata dalla frequenza con cui al potlàc seguono battaglie e assassini (p. 163). Forme meno estreme di questo sistema si trovano però un po’ dappertutto; e in fondo “allo stesso modo noi gareggiamo nelle strenne, nei pranzi, nelle nozze, nei semplici inviti e ci sentiamo obbligati a revanchieren noi stessi, come dicono i Tedeschi” (p. 164).
Nelle Samoa, emergono due elementi fondamentali del potlàc: quello dell’onore, del prestigio, “del <<<mana>> che conferisce la ricchezza, e quello dell’obbligo assoluto di ricambiare i doni, pena la perdita del <<mana>>, dell’autorità, di quel talismano e di quella fonte di ricchezza che è l’autorità stessa” (p. 166).
Tra i maori, è riconosciuto che nell’oggetto donato (taonga) è presente uno spirito (hau) che obbliga a ricambiare i doni ricevuti (siano essi graditi o meno): è tale la forza dell’hau nel bene ricevuto, che al donatario che persistesse a tenere i suoi oggetti per sé, “potrebbe venirgliene male, sul serio, persino la morte” (p. 169-70). In tutti i beni personali è presente un potere spirituale (hau); la cosa ricevuta, in altre parole, non è inerte, inanimata; continua ad essere, in qualche modo, parte del proprietario originario; allo stesso modo, rubare è molto pericoloso, perché l’hau del proprietario insegue il ladro (che incanta, fa morire, o obbliga a restituire il bene rubato) (p. 170). E lo hau si trasmette di dono in dono, obbligando tutti i successivi possessori a ricambiare il “dono” (“in fondo, è lo hau che desidera tornare al luogo della sua nascita, al santuario della foresta e del clan e al proprietario”: p. 171). In altre parole, questo vincolo giuridico, nel diritto maori è un legame di anime, “perché la cosa stessa ha un’anima... Donde deriva che regalare qualcosa a qualcuno equivale a regalare qualcosa di se stessi” (p. 172).
Nella struttura del potlàc, però, oltre all’obbligo di ricambiare i regali vi sono altre due obbligazioni fondamentali: quella di fare i regali, e quella di accettarli. (p. 172). Rifiutare di donare, invitare, o accettare un dono, “equivale ad una dichiarazione di guerra; è come rifiutare l’alleanza e la comunione. Si fanno dei doni perchè si è forzati a farli, perché il donatario ha una specie di diritto di proprietà su tutto ciò che appartiene al donatore. Questa proprietà si esprime e si concepisce come un vincolo spirituale” (p. 174). In queste società, “tutto, cibo, donne, bambini, beni, talismani, terreno, lavoro, servizi, uffici sacerdotali e ranghi, è materia di trasmissione e restituzione” (p. 175). E si noti che i rappoorti di scambio-dono esistono anche con gli dei: la distruzione sacrificale delle offerte agli dei ha appunto lo scopo di obbligare gli dei al ricambio (p. 178). I doni, sia agli uomini sia agli dei, “hanno anche lo scopo di procurare la pace con gli uni e con gli altri. In tal modo vengono allontanati gli spiriti malvagi, più in generale le influenze nefaste” (p. 179). Analoga spiegazione potrebbe avere, dice M., l’elemosina, “la quale è, per un verso, il frutto di una nozione morale del dono e della fortuna, per l’altro, il frutto di una nozione del sacrificio. La liberalità è obbligatoria, perché la Nemesi vendica i poveri e gli dei dell’eccesso di felicità e ricchezza di alcuni uomini, i quali devono disfarsene: è la vecchia morale del dono, diventata principio di giustizia” (e infatti in alcune lingue semitiche, come l’ebraico e l’arabo, giustizia e elemosina si esprimono con la stessa parola) (p. 180).
Tra gli andamanesi, “nessuno è libero di rifiutare un regalo offertogli. Tutti, uomini e donne, tentano di superarsi l’un l’altro in generosità”. I doni suggellano i matrimoni, formano parentele, sanciscono la nascita di tabù matrimoniali e sessuali (i due gruppi non si rivolgeranno più la parola e non si vedranno più, ma “si scambieranno doni in perpetuo”). “Si tratta, in fondo, proprio di mescolanze. Le anime si confondono con le cose; le cose si confondono con le anime, le vite si mescolano tra loro ed ecco come le persone e le cose, confuse insieme, escono ciascuna dalla propria sfera e si confondono: il che non è altro che il contratto e lo scambio” (p. 184).
In alcune tribù melanesiane (rese famose da Malinowski), precisamente nelle isole Trobriand, il sistema del dono raggiunge dimensioni quasi fantastiche. La loro istituzione più famosa, il kula, è una specie di potlàc intertribale, esteso su grandi distanze; esso è attributo dei nobili e dei capi, è assolutamente disinteressato ed è accuratamente distinto dallo scambio di mercanzie utili (che è chiamato gimwali), il quale invece si distingue per una tenace contrattazione (contrattazione che è invece indegna del kula) (p. 187). La stessa donazione assume forme singolari e solenni: “la cosa ricevuta viene disprezzzata, si diffida di essa, la si prende solo un istante dopo che è stata gettata ai piedi; il donatore ostenta una modestia esagerata: dopo avere portato solennemente, e al suono di una buccina, il suo dono, si scusa di offrire solo gli avanzi, e getta ai piedi del rivale e compagno la cosa donata. Tuttavia, la buccina e l’araldo proclamano a tutti la solennità dell’avvenimento. Si cerca di dimostrare con tutto ciò liberalità, libertà, autonomia e, nello stesso tempo, grandezza. Eppure agiscono, in fondo, meccanismi obbligatori” (p. 188). Questi scambi agiscono mediante i vaygu’a, specie di moneta, specialmente braccialetti e collane (p. 189). Si ha “un diritto di proprietà” sul dono ricevuto (lo si può mostrare, se ne può ricavare motivo di vanto), ma si tratta di una proprietà particolare: “si potrebbe dire che essa partecipi di tutti i principi giuridici che noi moderni abbiamo accuratamente separato gli uni dagli altri. Si tratta di proprietà e di possesso, di pegno e di cosa locata, venduta e acquistata e, nello stesso tempo, di deposito, mandato e fedecommesso: la cosa, infatti, viene data a condizione di usarla per un altro, o di trasmetterla a un terzo” (p. 191).
(Da notare che Malinowski sostiene che i vaygu’a non sono moneta, perché, oltre al valore di scambio, non possiedono la proprietà di misura del valore. Ma M., in una nota, sostiene che “in tutte le società che hanno preceduto quelle in cui l’oro, il bronzo e l’argento sono stati monetati, ci sono state altre cose, pietre, conchiglie, metalli preziosi in particolare, che sono stati usati e sono serviti da mezzo di scambio e di pagamento; presso un buon numero delle società che ancora ci circondano, funziona di fatto questo sistema.... Da due punti di vista, d’altra parte, queste cose preziose hanno la stessa funzione della moneta nelle nostre società e, di conseguenza, meritano di essere classificate almeno nello stesso genere. Esse possiedono un potere di acquisto e questo potere è tradotto in cifre....L’idea di numero c’è, anche se questo numero non è fissato dall’autorità dello Stato e varia attraverso la successione dei kula e dei potlàc. Inoltre, questo potere di acquisto è veramente liberatorio....Secondo noi, l’umanità ha brancolato per lungo tempo. Innanzitutto, in una prima fase, ha scoperto che certe cose, quasi tutte magiche e preziose, non venivano distrutte dall’uso, e le ha dotate di potere d’acquisto.....Poi, in una seconda fase, dopo essere riuscita a far circolare queste cose, nella tribù e fuori di essa, lontano, l’umanità ha scoperto che questi mezzi di acquisto potevano servire per numerare e far circolare le ricchezze. E’ questo lo stadio che stiamo descrivendo. Ed è a partire da questo stadio che, in un’epoca abbastanza antica nelle società semitiche, ma forse non molto antica altrove, l’umanità ha inventato – terza fase – il mezzo per staccare le cose preziose dai gruppi e dalle persone, per farne strumenti permanenti di misura del valore, ed anche di misura universale... E’ esistita, dunque, a nostro avviso, una forma di moneta che ha preceduto le nostre”: p. 189-90, n. 1).
Ma questi scambi hanno anche aspetti religiosi e magici: i vaygu’a non sono semplici oggetti: ciascuno di essi ha persino un nome, una personalità, una storia (p. 192). E lo scambio dei doni ha vari aspetti e regole minuziose: dal dono iniziale (vaga), cui segue il dono di restituzione (yotile), che è obbligatorio (e, se non si è in grado di restituirlo, per placare il donatario bisogna dargli almeno un basi, un dono di attesa, una specie di interesse moratorio : p. 195-6). Il kula in se’ non è che un momento di un insieme pù vasto di scambi “che, in verità, sembra inglobare la totalità della vita economica e civile delle Trobriand” (p. 196), scambi che includono anche gimwali, cioè scambi prosaici. E in molti casi i vaga, i doni iniziali, vengono sollecitati. La ragione è che il kula serve ad istituire legami, una specie di “clan“ tra compagni. ecco perché il kula ha una natura competitiva: “Per poter scegliere, è necessario sedurre, abbagliare”. Tutti cercano, nel rispetto dei ranghi, il “miglior” compagno possible: “Concorrenza, rivalità, ostentazione, ricerca della grandezza e del tornaconto, questi sono i motivi diversi che gli atti descritti sottendono” (p. 198). Insomma, il sistema del kula “investe tuta la vita economica,. tribale e morale dei Trobriandani. essa ne è <<impregnata>>, e come un perpetuo <<dare e prendere>>” (p. 200). Il dono prende un aspetto inaspettato persino nei rapporti tra i sessi: “i servizi di ogni sorta resi alla moglie dal marito sono considerati come un salario-dono per il servizo reso dalla moglie, quando essa offre ciò che il Corano chiama <<il campo>>” (p. 202).
Contrariamente a quel che si credeva, quindi, i melanesiani hanno una vita economica molto vasta e sviluppata. “Il punto in cui questi sistemi giuridici e, come si vedrà, anche il diritto germanico, hanno inciampato è l’incapacità da essi dimostrata di astrarre e di distinguere i loro concetti economici e giuridici. D’altronde, essi non avevano bsogno di farlo” (p. 295). Si pensi che in molti linguaggi esiste un solo termine per indicare l’acquisto e la vendita o il prestito dato e ricevuto: “le operazioni antitetiche sono indicate con la stessa parola” (p. 205).
Da tutto ciò si evince, dice M., che in queste società lo scambio opera “sotto una forma disinteressata e obbligatoria allo stesso tempo. L’obbligazione si esprime, inoltre, in modo mitico, immaginario o, se si vuole, simbolico e collettivo.... In realtà, questo simbolo della vita sociale – il permanere della influenza delle cose scambiate – non fa che esprimere... il modo in cui i sottogruppi di queste società frammentate, di tipo arcaico, sono costantemente connessi reciprocamente e sentono di doversi tutto” (p. 206).
Nelle società indiane del Nord-ovest d’America tutto ciò appaee con ancor maggiore chiarezza. Tra l’altro, nonostante secolari contatti con gli europei, “nessuno dei considerevoli trasferimenti di beni che vi si effettuano costantemente sembra assumere forme diverse da quelle solenni del potlàc”: in particolare, il baratto è sconosciuto (p. 206). In ogni caso, nel potlàc nordamericano due aspetti si manifestano più chiaramente che altrove: quello di credito e di termine, e quello di onore (p. 210). “I doni circolano....accompagnati dalla certezza che saranno ricambiati, con la <<garanzia>> insita nella cosa donata, che è, essa stessa, questa <<garanzia>>. Ma, in tutte le società possibili, la natura peculiare del dono è proprio quella di obbligare nel tempo... Per eseguire una controprestazione è necessario il <<tempo>>. la nozione di termine è da ritenersi, perciò, logicamente implicata quando si tratta di restituire visite, contrattare matrimoni, alleanze, di stabilire una pace, di pervenire a giochi e a tenzoni regolate, di celebrare feste scambievoli, di rendersi i servizi rituali e onorifici, di <<dimostrarsi ossequio>> reciproco” (p. 210-11). Insomma, non è vero, come molti vorrebbero, che il concetto di termine e credito sia emerso solo “in una fase superiore della civiltà”. In realtà, “il dono si porta dietro necessariamente la nozione di credito. L’evoluzione non ha fatto passare il diritto dall’economia del baratto alla vendita, e la vendita da quella in contanti a quella a termine. E’ da un sistema di doni, dati e ricambiati a termine, che sono sorti, invece, da una parte il baratto, per semplificazione...., e dall’altra, l’acquisto e la vendita, quest’ultima a termine e in contanti, ed anche il prestito” (p. 211).
Non meno importante è il ruolo dell’onore fra gli indiani del Nord-ovest: “in nessun luogo, il prestigio individuale di un capo e quello del suo clan sono legati maggiormente allo spendere e al ricambiare puntualmente e ad usura i doni accettati, così da obbligare coloro verso cui si era rimasti obbligati. Consumo e distruzione sono veramente senza limiti. In certi potlàc bisogna dare tutto ciò che si possiede, senza conservare niente. Si gareggia nel dimostrarsi i più ricchi e i più follemente prodighi. Tutto è basato sul principio dell’antagonismo e della rivalità” (p. 212): status politico, rango ecc., tutto dipende dalla capacità di prodigare o distruggere i propri beni (distruggerli bruciandoli, fracassandoli, gettandoli in mare). “Ecco dunque un sistema giuridico ed economico nel quale si profondono e si trasferiscono costantemente ricchezze considerevoli” (p. 214). E si badi che se il trasferimento non è fatto con questo scopo “nobile”, ma con in vista un guadagno immediato, è oggetto di grande disprezzo (p. 214). L’obbligo di dare è “l’essenza del potlàc” (p. 217): chi si rifiuta di dare, perde la faccia, o se si vuole l’anima: la maschera di danza, il diritto di incarnare uno spirito, di portare un blasone, un totem, la persona (p. 219). L’obbligo di invitare è altrettanto intenso, e “esso non ha neppure senso se l’invito non è fatto a persone diverse dai componenti della famiglia, del clan o della fratria” (p. 221). Esiste anche un obbligo di ricevere; rifiutare, significa temere di non poter ricambiare adeguatamente. Ma esistono eccezioni: in certi casi, significa annunciare in anticipo la propria superiorità ed invincibilità; solo che, in tal caso, chi rifiuta ha a sua volta l’obbligo di celebrare un potlàc (p. 223). Normalmente, “il potlàc deve sempre essere ricambiato ad usura, come pure ad usura devono essere ricambiati tutti i doni. Il tasso va in genere dal 30 al 100% all’anno” (p. 224). La sanzione per il mancato ricambio è indubbiamente la perdita dell’onore; ma in talune società (per es. i Kwakiutl e i Tsimshian) la sanzione è sostanzialmente la schiavitù per debiti, che, dice M., è “un istituto del tutto paragonabile, per natura e funzione, al nexum romano.L’individuo che non ha potuto restituire ciò che ha ricevuto in prestito o il potlàc, perde il proprio rango e anche quello di uomo libero” (p. 225).
Presso molte società, si fa una distinzione tra tipi di beni analoga a quella presente, per es., tra i Romani: da una parte, “gli oggetti di consumo e di spartizione ordinaria”, e dall’altra, “gli oggetti preziosi della famiglia” (p. 227). Questi vengono trasmessi “con la stessa solennità con cui sono trasferite le donne nel matrimonio, i <<privilegi>> al genero, i nomi e le guardie ai figli e ai generi. E’ inesatto parlare nel loro caso di alienazione. Si tratta di oggetti dati in prestito, più che venduti e realmente ceduti... In sostanza, queste <<proprietà>> sono dei sacra di cui la famiglia si disfa a stento e a volte mai” (p. 227-8). Si tratta quindi di doni magici, a volte identificati o con il donatore stesso o con il fondatore mitico del clan; ciò è anche una conseguenza del fatto che gli oggetti materiali sono tutti animati e possessori di poteri loro propri (p. 232-3); in particolare gli oggetti di rame (tanto che in alcuni popoli il rame è considerato essere vivente ed anche oggetto di culto: p. 234), che possiedono la “particolare virtù attrattiva che chiama gli altri oggetti di rame, così come la ricchezza attira la ricchezza, così come le dignità trascinano con sé gli onori, il possesso degli spiriti e le parentele, e viceversa” (p. 236). D’altronde, anche ricchezza e fortuna si trasmettono, proprio come i beni. “Tutto è collegato, si confonde; le cose hanno una personalità e le personalità sono in qualche modo cose permanenti del clan. Titoli, talismani, oggetti di rame e spiriti dei capi sono omonimi e sinonimi, dotati della stessa natura e funzione. la circolazione dei beni segue quella degli uomini, delle donne e dei bambini, dei banchetti, dei riti, delle cerimonie e delle danze, persino quelle degli scherzi e degli insulti. Si tratta, in fondo, della stessa cosa. Se le cose vengono date e ricambiate, è perché ci si dà e ci si rende <<dei riguardi>> - noi diciamo anche <<delle cortesie>>, ma è, anche, che ci si dà donando e, se ci si dà, è perché ci si deve –sé e i propri beni – agli altri “ (p. 238-9).
La prima conclusione di M. è che “il principio dello scambio-dono deve essere stato caratteristico delle società che hanno oltrepassato la fase della <<prestazione totale>> (da clan a clan, da famiglia a famiglia), ma che non sono ancora pervenute al contratto individuale puro, al mercato in cui circola il denaro, alla vendita propriamente detta e, soprattutto, alla nozione del prezzo, calcolato in moneta di cui è determinato il peso e il titolo” (p. 239).
Successivamente, M. passa ad analizzare le sopravvivenze di questo sistema nel diritto e nell’economia antica. “Istituzioni di questo tipo hanno realmente costituito il punto di transizione verso le nostre stesse forme giuridiche ed economiche. Esse possono servire a spiegare storicamente le nostre stesse società... Noi crediamo di potere dimostrare, in effetti, che i nostri sistemi giuridici ed economici si sono svincolati da istituzioni simili alle precedenti” (p. 240). Le nostre società, in particoloare, distinguono i diritti reali da quelli personali, e le cose dalle persone, così come tra obbligazione e prestazione non gratuita, da un lato, e dono dall’altra. Ma si tratta forse, dice M., di distinzioni “recenti”. Ne permangono solo lievi tracce nel diritto romano, mentre vestigia più sostanziose risultano nel diritto germanico e in quello indiano (p. 241). Ad es., il nexum è un vincolo che “deriva tanto dalle cose quanto dagli uomini” (p. 242), e la familia romana “comprende le res, oltre alle persone” (p. 244); ed ancora, le cose si distinguevano in due specie, familia e pecunia, le cose della casa (schiavi, cavalli, muli) e il bestiame che vive nei campi, fuori dalla stalla; e si distingueva tra res mancipi e res nec mancipi. Si direbbe la stessa distinzione che abbiamo visto presso Kwakiutl e Tsimahian, tra beni permanenti ed essenziali della casa e cose che passano (p. 245). Anche le cose non dovevano, in origine, essere qualcosa di inanimato, tanto che l’etimologia di res le pone in relazione col sanscrito rath, ratih, “dono, regalo,. cosa gradita” (p. 245). Persino il furto ne è indice: le azioni da esso derivanti sono una conseguezna della potenza delle cose stesse, che hanno una “aeterna auctoritas”, proprio come nelle scoietà primitive esaminate (p. 246). E anche il fatto che i più importanti e antichi contratti romani (vendita, comodato, pegno e deposito) fossero contratti re (cioè reali) ne è indcie. Addirittura, dice M., l’obbligato era detto reus, ad indicare la stretta connessione tra la cosa e l’obbligazione dire stituzione: “il reus è, prima di tutto, l’uomo che ha ricevuto la res altrui, e diventa a tale titolo il suo reus, cioè l’individuo che è a lui vincolato dalla cosa stessa, vale a dire dal suo spirito” (p. 247). Sono stati proprio i romani, forse sfruttando concetti semitici e greci, a superare la confusione originale tra persone e cose, tra obblighi e gratuità; sono stati essi che “con una autentica, grande e rispettabile rivoluzione, hanno superato tutta questa morale invecchiata e l’economia del dono troppo arrischiata, troppo dispendiosa e troppo suntuaria, ingombra di considerazioni riguardanti le persone, incompatibile con uno sviluppo del mercato, del commercio e della produzione e, in fondo, all’epoca, antieconomica” (p. 251).
Anche il pegno (come è evidente nella sua forma germanica, ma forse anche nel nexum romano: p. 265) ne è chiaro indice. Il pegno – wadium- “consente ai contraenti di agire l’uno sull’altro, perché l’uno possiede qualche cosa dell’altro, perché l’altro, essendo stato proprietario della cosa, può averla incantata... La sanzione magica può intervenire, ma non costituisce l’unico vincolo. La cosa stessa, data e impegnata nel pegno, costituisce, per virtù propria, un vincolo. Nel diritto germanico, ogni contratto... comprende una costituzione di pegno... Il fatto che essa si trovi nelle mani del donatario spinge il contraente ad eseguire il contratto, a riscattarsi riscattando la cosa. Il nexum, perciò, è nella cosa, e non solo negli atti magici, né solo nelle forme solenni del contratto, nelle parole, i giuramenti e i riti vicendevoli, le strette di mano; è nella cosa come è negli scritti, negli <<atti>> che hanno un valore magico, nella <<taglie>> di cui ogni contraente conserva la propria parte, nei pasti presi in comune, in cui ciascuno partecipa della sostanza delgi altri” (p. 265). Ed il “pericolo” contenuto nella cosa data è avvertito nettamente dai popoli germanici: prova ne sia che la stessa parola Gift significa, in origine, sia dono sia veleno!; e il tema del dono funesto “è fondamentale nel folklore germanico” (p. 267: M. cita l’oro del Reno, la coppa di Hagen, ecc.).
M. sostiene che molto di tutto ciò sopravvive anche oggi, anche presso di noi. Le cose non sono solo materiali, mantengono anche un valore sentimentale; non restituire un regalo rende ancora “inferiori”; la carità ferisce ancora chi l’accetta; gli inviti, così come le cortesie, vanno ricambiati. In altre parole, affiorano “i motivi fondamentali dell’attività umana: l’emulazione tra gli individui dello stesso sesso, questo <<imperialismo congenito>> degli uomini” (p. 269). Non solo: forse una buona parte del nostro diritto attuale è in contrasto con la morale: “i pregiudizi economici del popolo, dei produttori, sono originati dalla ferma volontà di seguire la cosa da loro prodotta e dall’acuta sensazione che il loro lavoro venga rivenduto senza che essi partecipino al profitto” (p. 271). La legislazione sociale in sostanza si basa sulla convinzione che, di fronte alla produzione, il datore di lavoro e la società non si sdebitino verso il lavoratore semplicemente pagandogli un salario (p. 272); allo stesso modo, è per questi motivi (per questo ritorno del diritto alle convinzioni morali più antiche) che si afferma anche nel mondo giuridico-economico moderno “la morale professionale e il diritto corporativo” (p. 273). In realtà noi torniamo ad “una pratica di spesa nobile>>. Occore che i ricchi... tornino- liberamente e anche forzatamente- a considerarsi come una specie di tesorieri dei propri concittadini. Le civiltà antiche... avevano, le une il giubileo, le altre le litrugie, coregie, trierarchie, le sussitie (pasti in comune), le spese obbligatorie dell’edile e dei personaggi consolari. Sarà necessario risalire a leggi di questo tipo” (p. 273). Occorre “più buona fede, più sensibilità, più generosità”. Ma occorre altresì “che l’individuo lavori. Occorre che egli sia costretto a contare su se stesso piuttosto che sugli altri.... L’eccesso di generosità e il comunismo sarebbero per lui e per la società non meno nocivi dell’egoismo dei nostri contemporanei e dell’individualismo delle nostre leggi” (p. 274).
Una delle scoperte principali di Malinowski, scrive M., è stata quella di aver messo in luce che molti doni in realtà non sono affatto disinteressati, e in fondo sono già delle controprestazioni: così i regali del marito alla moglie in cambio delle prestazioni sessuali, o i regali al capo che in realtà sono tributi, o le distribuzioni di cibo che in realtà sono compensi per lavori eseguiti o riti compiuti (p. 279).
“Essere il primo, il più bello, il più fortunato, il più forte e il più ricco, ecco ciò che si cerca e il modo in cui lo si ottiene... La ricchezza è, da tutti i punti di vista, un mezzo per ottenere prestigio e una cosa utile. Ma è certo che da noi le cose vadano diversamente e che la ricchezza non sia, prima di tutto, il mezzo per imporre agli altri la propria volontà?” (p. 282).
Commenti
molto bello.
Dopo una lettura superficiale, mi chiedo se proprio nell'atto del dono e degli obblighi connessi, non ci sia una negazione implicita della "proprietà individuale", a fronte di un mutuo riconoscimento di una "proprietà collettiva".
Perché?
Perchè altrimenti non si spiegherebbero gli obblighi e le conseguenze nefaste nel caso in cui il dono non venga contraccambiato. Conseguenze che possono essere di vario tipo, dall'esclusione sociale alla guerra. Ma sia chiaro che il mio è solo un personale ragionamento probabilmente sballato. :)
Mi viene in mente però il "Babbo Natale giustiziato" di Levi Strauss: lo scambio di doni come scambio tra i vivi e i morti, tra le cose che accomunano tutti gli individui di una collettività
No, secondo me il dono a ben vedere presuppone l'esistenza della proprietà (come faccio a donarti qualcosa che è già tuo?).
L'indagine di Mauss mira a scoprire cos'è che rende "obbligaotorio" contraccambiare il dono ricevuto, e la spiegazione che offre è una particolare "forza" (magica) contenuta nella cosa stessa. Anzi, questa forza di per sé presuppone il rapporto particolare ed esclusivo della cosa con il donante (ecco il senso dell'indagine - di diritto antico - che Mauss fa sui contatti fra queste credenze e la distinzione romana fra diritti reali e diritti obbligatori).
Lo scambio tra i vivi e i morti, tra gli uomini e gli dei è cmq un tema presente anche nel testo di Mauss (ho paura di non averne parlato, però).
Non è di certo una colpa quella di non aver parlato degli aspetti legati ai vivi-morti, uomini-divintà!
E' invece proprio la parte relativa alla "forza magica" che trovo meno convincente nella tesi esposta. Ma anche questa mia opinione è ben lontana da poter essere debitamente sostenuta, soprattutto senza aver letto l'intero libro e con la mia inesistente cultura antropologica... :)
Io semplicemente dico che non ti regalo qualcosa che è già tuo, ma ti restituisco qualcosa che tu hai riconoscito precedentemente essere mio.