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June 25, 2007

Duerer e l'Italia

La mostra su Duerer e l’Italia a Roma (alle Scuderie del Quirinale) si è conclusa da un paio di settimane. Qui trovate una bella esposizione delle ragioni della mostra. Ne esiste altresì un bel catalogo (costo 40 euri), che consiglio caldamente.

Cominciamo col dire che mancano alcune delle opere più celebri (gli autoritratti del Prado e dell’Alte Pinakothek,  il celebre disegno della lepre, ecc., di cui peraltro sono presenti delle belle copie quasi coeve). In compenso, ci sono tutte le incisioni più importanti (salvo il Rinoceronte, che peraltro i lettori del blog ben conoscono, dato che si trova alla vostra destra sull’home page): Il cavaliere, la morte e il diavolo, I quattro cavalieri dell’Apocalissi, la Melencolia I, la Nemesis, l’Uomo che disegna un nudo femminile, e molte altre, oltre a diversi quadri bellissimi.

La mostra riguarda i rapporti di credito e debito che Duerer intrattenne con l’Italia, paese nel quale sappiamo che soggiornò a lungo a due riprese, entrando in contatto con molti dei maggiori artisti dell’epoca (basti pensare a  Giovanni  Bellini e Raffaello). Il piano terreno cerca di documentare gli influssi più diretti di opere italiane su certi lavori di Duerer; il primo piano invece cerca di studiare il profilo opposto, vale a dire gli influssi di opere duereriane su pittori italiani coevi e posteriori.

Non sempre i nessi iconografici appaiono perspicui; ma si sa che gli influssi sono spesso indiretti e remoti e non è facile documentarli con una singola opera. Ad ogni modo, il catalogo offre esposizioni sommarie ma molto ben documentate e nel complesso appar assai attendibile (io ho fatto un sondaggio per quanto riguarda l’unica opera di Duerer di cui so abbastanza, la Melencolia, e posso dire che chi ha curato la porzione della mostra in questione conosce tutte le opere importanti in materia).

Nel blog principale, qui sopra, in più puntate, vi proponiamo una visita guidata alla mostra. la qualità delle riproduzioni non è sempre eccelsa, ahimé, ma i mezzi tecnici a mia disposizione purtroppo non sono tutti all’altezza. Inoltre, la visita guidata inizia, per motivi difficili da spiegare, dal primo piano (influssi di Duerer sui pittori italiani), anziché dal piano terreno.

Enjoy!

June 19, 2007

L'idea di città

J. RYKWERT, L’idea di città, Milano, 2002                               

Partiamo da ciò che abbiamo perso noi contemporanei, partiamo cioè dallo smarrimento della sicurezza sul modo di funzionare dell’universo, la cui più tragica conseguenza è l’incapacità di interpretarlo, questo mondo.
Le città antiche rispondono ad uno schema unico, che accomuna civiltà diverse e lontane tra loro: Roma, gli Etruschi, gli Egizi, gli Indù, le popolazioni africane, gli Indiani d’America, i Tiwi australiani, i Cinesi agiscono tutto nel medesimo modo.

Ritualmente fondano le proprie città, ritualmente le pongono sotto la protezione divina, ritualmente la disegnano secondo la propria cosmogonia.
Ovvero, eseguono le seguenti azioni:
1. la messa in atto, al momento della fondazione di un qualsiasi insediamento (o anche di un tempio, e perfino di una semplice abitazione), di una rievocazione drammatica della creazione del mondo;
2. l’incorporazione di quest’azione drammatica nella pianta dell’insediamento, come pure negli ordinamenti sociali e religiosi;
3. il conseguimento di quest’ultimo scopo mediante parallelismo fra gli assi della pianta urbana e quelli dell’universo;
4. la ripetizione della cosmogonia di fondazione nel corso di feste periodiche e la sua incorporazione a scopo commemorativo nei monumenti locali. (p. 236).

 

Il bisogno di agire in piena armonia con il cosmo è il frutto dell’originaria e traumatica frattura che le varie civiltà umane hanno vissuto nel momento della consapevolezza di essere altro; Rykwert sottolinea quanto questa separazione tra l’uomo, che agisce, da una Natura diversa da sé, ostile se non opportunamente armonizzata attraverso riti augurali, condanni l’uomo all’eterna ricerca della conciliazione con il divino e il mondo su cui insiste.
Ecco perché nei riti fondativi di moltissime popolazioni e civiltà vi è un insistente, quasi ossessivo, ricorrere al tema della conciliazione (le dicotomie sono infinite: tra elemento femminile ed elemento maschile, tra dei superi e dei inferi, tra città e campagna, tra popolazione e territorio).

 

Il rito di fondazione più celebre è quello di Roma: “…visto il fratello intento a scavare un fossato, in cui doveva correre il muro intorno alla città, [Remo] prese ora a deridere, ora ad ostacolare il suo lavoro. Infine l’attraversò con un salto, ma nel medesimo punto stramazzò; alcuni dicono abbattuto dallo stesso Romolo, altri da un suo seguace…” (Plutarco, Vita Romuli, X,1).
Il tracotante Remo paga con la vita la violazione del sacro recinto (sulcus primigenius); egli non crede e non partecipa al rito, egli dunque non condivide un sentire e un modo di pensare che è invece il fondamento della comunità.
Vi è dunque, negli Antichi, un’idea di città prima ancora che vi sia una città fisica.
Ciò che per noi è l’insieme di strade, quartieri, infrastrutture, servizi, ciò che noi cerchiamo di governare partendo dalla realtà fisica dell’insediamento, per gli Antichi era un’astrazione rituale;  vi è un rovesciamento rispetto al mondo antico, molti degli ambiti che si concepivano in termini mitici e rituali, ora sono concepiti secondo la loro natura pratica e tecnica.
Questo ribaltamento “culturale” determina una serie di conseguenze sulla capacità dell’uomo di dominare la propria esistenza.
Gli Antichi, per quanto possa apparire paradossale, dominavano la Natura ponendosi sotto l’ala protettrice degli dei, a seguito di complessi riti propiziatori, sacrifici e cerimonie.
In un certo senso “pilotavano”  le volontà divine, servendosi abilmente della liturgia a loro disposizione, si premunivano di far fondare la città da un eroe e solo da un eroe, che avrebbe consultato l’oracolo e, dopo vaticinio, agito.
Non sorprenda che una civiltà “pragmatica” come quella Romana vivesse sotto l’ingombrante peso della divinazione; non sorprenda perché tutto ciò che è gravato dal mito assume carattere simbolico e i simboli sono la maniera più efficace di comunicare e controllare.

 

Poi Rykwert cita Simone Weil - “Solo una concezione mistica della geometria come quella pitagorica poteva suscitare il grado di concentrazione indispensabile agli inizi di questa scienza. Siamo tutti d’accordo sul fatto che l’astronomia derivi dall’astrologia e che la chimica derivi dall’alchimia; ma questa successione, che è interpretata come progresso, implica invece una diminuzione di concentrazione. L’astrologia e l’alchimia, essendo trascendenti, rappresentano una contemplazione della verità eterna attraverso i simboli forniti dal moto degli astri e dalla combinazione degli elementi. L’astronomia e la chimica sono forme degradate di queste scienze; l’astrologia e l’alchimia ridotte ad arti magiche sono forme ancor più degradate. Non vi è concentrazione perfetta all’infuori di quella religiosa.” (p .62/63), e Levi–Strauss che, a proposito dell’inutilità di molti animali o vegetali adottati come totem dalle società primitive, fa notare che sono stati scelti non perché buoni da mangiare, ma perché buoni da pensare - e così conclude: quando la civiltà romana, nella tarda età repubblicana e poi nell’età imperiale, disciplina in modo uniforme e con pertinacia quasi maniacale la disposizione planimetrica delle città, delle campagne e perfino degli accampamenti, essa è all’alba della degradazione di cui parla S. Weil.
E nella quale ci troviamo tuttora invischiati, aggiungo io.
Da qui la perdita dell’idea del mondo.
Da qui la perdita dell’idea di città.

 

(Anna Diana Debernardi)

 

 

June 10, 2007

Arrêtons de couiner (la "Felicità")

Partiamo da qui: Movimento della Decrescita Felice.
Lasciate perdere se la ‘decrescita’, ecc. Lasciamo stare se la ‘teorizzazione’ della decrescita come fatto ‘economico’ abbia senso o no. Non stiamo a domandarci se il ‘PIL’ è veramente la cosa descritta in quel sito. Del resto "la decrescita è innanzitutto uno slogan", dicono qui quelli della 'Rete per la decrescita". Innanzitutto uno slogan!!!

Ce qui me marre, moi, è la ‘Felicità’.

Se l’insalata coltivata per l’autoconsumo sia o no una merce… Lasciamo stare, è probabile che in quanto questione ‘tecnica’ possa oppure no interessare uno, tre, qualcuno, molti o pochi.
Ma  la ‘Felicità’, quella dovrebbe toccarci tutti, no? Ci tocca in effetti tutti.

Ebbene allora supponete che questi del MDF parlino agli africani.

I “monasteri del III millennio”. Supponete di parlare di ‘monasteri del III millennio’ agli africani.
Una cosa che è toccata agli studenti sudafricani ‘grazie’ all’apartheid è che si sono ‘persi’, per esempio, J-P Sartre, Camus o Foucault (proibiti senza che se ne sentisse troppo la mancanza), ma hanno studiato Marx (proibito anche lui, ma studiato proprio perché proibito), e hanno ancora intere biblioteche nei licei e nelle Università dove si è continuato a frequentare Coleridge, Carlyle, tutta la cultura inglese dell’800. (Ci sono dei ‘vantaggi’, a volte, a vivere in un paese arretrato!)
E dunque voi provate a parlare di “monasteri del III millennio” a questi studenti di lettere, economia o architettura (qui si chiamano ‘humanities’. E si, l’economia è fra le humanities), e quelli riconoscono in dieci secondi “Past and Present”, di T. Carlyle appunto, con quel ritratto dell’eroico abate Samson e della sua comunità medievale, ritratto notevole e forse più conforme alla realtà di tutte le interpretazioni dell’ordinamento medievale che i critici della società del diciannovesimo secolo tentarono di contrapporre all’industrialismo (termine inventato da Carlyle stesso in Sartor Resartus). “Una società degna di questo nome è composta molto di più che di rapporti economici, con il ‘pagamento in contanti’ come unico legame. Anche noi rispetteremo l’offerta e la domanda; e tuttavia quante ‘domande’ ci sono, affatto indispensabili, che devono andare altrove che nei negozi, e produrre tutt’altro che contanti, prima di avere la corrispondente offerta”. Sounds familiar?

Pensate di dire ai sudafricani che la ‘felicità’ è un affare di ‘monasteri del III millennio’. Come impedire che quelli vi guardino sbalorditi e si mettano a sghignazzare? Quelli conoscono benissimo il legame fra il socialismo ‘romantico’, l’architettura della House of Parliament di Londra, la critica ‘artista’ e tutto il ciarpame dell’epoca vittoriana. Lo conoscono benissimo perché è esattamente ciò che è stato loro imposto per un secolo in nome della felicità, per la loro felicità!! Conoscono a memoria, perché sono gli unici testi che hanno potuto frequentare, i romanzi ‘sociali’ del diciannovesimo secolo, fra i quali “New Grub Street” (dove potreste scoprire, ancor meglio che in Illusions Perdues di Balzac, come funziona “La Repubblica” nel III millennio), o “The Unclassed” di Gissing (1891) dal quale traggo questo passo:
“Spesso mi diverto a fare a pezzi il mio precedente io. Non ero un ipocrita cosciente in quei giorni di violento radicalismo, di conferenze ai circoli operai, e cose simili; l’errore era che io comprendevo me stesso ancora così imperfettamente. Quell’ardore a favore delle masse sofferenti non era né più né meno che un travestimento per le mie passioni fameliche. Ero povero e disperato, la vita non aveva piaceri, il futuro sembrava senza speranze, tuttavia io traboccavo di impetuosi desideri, ogni nervo di me era una brama che gridava per essere placata. Mi identificavo con il povero e l’ignorante; non feci mia la loro causa, ma diedi loro la mia”.

Vedete come la ‘cultura’ funziona sempre. Il regime forma i giovani sudafricani a forza di romanzi sociali vittoriani, di Burke e Coleridge e Cobbett e Southey, in funzione ANTI-marxista, e ottiene che quelli rischiano la libertà e a volte la vita per studiare appunto il marxismo precisamente perché negli autori vittoriani scoprono la mistificazione della critica ‘sociale’ che scaturisce dal “travestimento di passioni fameliche (borghesi) frustrate”, dalla “vita senza piaceri” e il “futuro senza speranze”; la critica ‘sociale’ REAZIONARIA. E non solo, ma poiché il marxismo lo studiano e non lo consultano soltanto come una cava di formule, finiscono persino per capirlo nei suoi contenuti profondi, come si liberano con disinvoltura, senza animosità, delle rigidità e degli errori in fatto di ‘economia’.

Percorso inverso a quello dei ‘radicali’ europei dagli anni ’70 in poi. Chessò, prendete per esempio nel libro di Arpaia “Per una sinistra reazionaria” quel bel passo nel quale l’autore spiega perché è andato a votare per il referendum sulla fecondazione assistita. “IO non sarei andato, perché è una manipolazione tecnicistica, ma poiché a ME fa schifo il Vaticano che si pronunciava contro, allora sono andato per spirito di contraddizione con i Vescovi”. Voi ci vedete qualche traccia di “noi” in questo? Il disgraziato fa forse SUA la causa delle coppie sterili, che non sono neanche nello schermo radar? Non proietta invece sulla causa delle coppie sterili i SUOI personali gusti e disgusti? Non parla da cima a fondo che di SE’, stagliando SE’ su un ‘noi’ che è una specie di fondale teatrale per un giochino perfettamente individuale. Sinistra ‘reazionaria’, radicalismo vittoriano, socialismo ‘reazionario’ identificato da Marx-Engels fin dal Manifesto del Partito Comunista nel 1848. T. Carlyle almeno non è un “Arpaia”.

Soupe solleva spesso la questione: “ma quanti sono”? Non ne ho idea. Ma forse la domanda dovrebbe essere “pochi o molti, questi sono precursori? E se sì precursori di che?”
Se per esempio seguiamo P. Brown, quello ci dice “alla cultura classica la formazione delle comunità cristiane appariva, nel II secolo d.C, un fatto marginale, una mania di mattacchioni. Ma in realtà il fatto è che per quelli le funzioni civiche, la ‘politica’ diremmo oggi, non avevano assolutamente nessun rapporto con la ‘felicità’. La perfezione ‘morale’ che per i classici era distinta dalle religiones (le norme e prescrizioni del culto, compreso quello ‘civico’), e che si otteneva attraverso il lungo studio della filosofia e delle lettere, per i cristiani era invece un tutt’uno con LA religione, e scaturiva da un nucleo che ciascuno portava individualmente in sé, e che poteva essere ‘toccata’ dalla Grazia. Non si trattava di una diversa ‘religione’ (ai romani proprio non faceva né caldo né freddo che ci fosse o no una nuova setta di mattacchioni), ma di una diversa concezione dell’uomo, della ‘felicità’". Molto più semplice. Una cultura molto più semplice. Un’architettura molto più semplice, per esempio. E così, tanto per dire, questo frammento di architrave scolpito, con sofisticate modanature ioniche, agli occhi di quelli era semplicemente una bella pietra rettangolare già pronta per l’uso per far parte di un muro di una nuova basilica cristiana. Le modanature? Neanche le ‘vedevano’. Cos’è quello? Vitruvio avrebbe detto: “un frammento di architrave ionica”. L’architetto cristiano: “una pietra di due cubiti”.  Non è che si sono fatte basiliche romaniche perché si è ‘perso’ Vitruvio per secoli, ma si è perso Vitruvio per secoli perché non aveva più niente da dire per la ‘felicità’ delle comunità cristiane.

Fast forward, e vi trovate oggi una comunità di mattacchioni che usa ‘inserti’ di marxismo presi a caso, o di Burke, o di Polanyi, o di n’importe quoi,  e persino di fascismo e clericalismo, per fabbricare “monasteri del III secolo”. “Concerti” anti-Bush  come “Cantanti” in piazza per la festa del Santo Patrono. Sono pochi? Sono molti? Sono mattacchioni? Sono la futura ‘sensibilità’ e ‘felicità’? Sono avanzi putridi della vecchia? Lo ignoro. So solo come appare agli africani, che ne ridono. Dieci o quattordici di questi, i più determinati nella loro ottusa mancanza di immaginazione, ‘determinati’ appunto perché nessun dubbio o intermittenza del cuore interferisce con la loro ottusità piena di zelo e solerzia, 10 o 14 di questi diventano ‘redattori’, organizzatori di stands dell’Estate Romana o che so io, come 10 o 14 di quelli diventavano diaconi o vescovi.

E’ una questione di “felicità”, non di economia o di politica. L’economia o la politica sono ‘sfigate’ perché è sfigata la ‘felicità’. La Decrescita Felice sarà anche ‘decrescita’, e che se ne frega (potete organizzare OGGI STESSO un monastero: almeno i cristiani non chiedevano mica all’Imperatore o al Senato che gliene facessero uno. Lo facevano e basta! Vendete e liquidate OGGI STESSO i vostri beni materiali, comprate un terreno in Africa o altrove, costruite un monastero, coltivate insalata per l’autoconsumo, e non ci rompete più le scatole! Potete farlo OGGI STESSO. Nessuno vi  da' in pasto alle fiere nell’anfiteatro).

E’ questo “Felice” che fa veramente ridere!
Vi propongo dunque, oggi che in Francia si vota per le legislative, questo articolo (in francese) su "Le Monde": "la sinistra deve uscire dal pessimismo sociale".

Naturalmente si può essere d'accordo o no (qui ci sono i pareri dei lettori abbonati a Le Monde), però a me colpisce questo: "la sinistra ha perduto sul terreno delle idee e dei valori".

Non dell'"economia", mes amis. Delle idee e dei valori. Della Felicità, io direi. Dell'idea di Felicità. Quella è una faccenda di 'cultura', non di tecnica economica o altra.

Arrêtons de couiner (piantiamola di frignare), dice uno dei commentatori. "Una risata li sotterrerà" Parbleu!!! Ridete al naso de La Repubblica, di Serra, di Baricco, di Kilombo, di tutto quel linguaggio infantile di "girotondi", di preti descrescenti. Si può fare una 'politica' quando persino il lunguaggio è ridotto a quello degli indiani nei westerns? "i no speak italian". No-questo, No-quello.

Allez! Fatevi una bella risata! 

June 6, 2007

Nuovo "Cattolicesimo Democratico"

Martedì scorso un dirigente delle ACLI umbre ha scritto al mensile dell’organizzazione una lettera aperta al Cardinal Poloni (informale referente spirituale dell’organizzazione) per aprire un confronto tra le forze che si ispirano al “cattolicesimo democratico” sul futuro del centro-sinistra italiano. Questa è la (imbarazzante?)  risposta del Cardinale.

Mi perdonerà KK, se per una volta sposto l'asse del blog sulla (da lui) tanto odiata attualità politica.
Mi perdonerete voi se vi propino la (non brevissima) lettura di una prosa non proprio divertente (imparassero un giorno i preti a parlar decentemente....).

Fate uno sforzo e leggetela, datemi retta. Poi ci direte...