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La moneta di sale

M. GODELIER, La moneta di sale, Milano, Lampugnani Nigri, 1970

 

Questo saggio del grande antropologo francese studia il ruolo del sale nella società Baruya, una popolazione della Nuova Guinea.

Data la scarsità del sale nella zona, l’approvvigionamento investe una grande importanza per le popolazioni locali. I Baruya hanno risolto il problema con la coltivazione in grande scala di una pianta (la Coix gigantea Koenig ex Rob) dalle cui ceneri si ricava il sale.

La procedura per la produzione del sale, molto laboriosa, richiede manodopera specializzata e non specializzata. Alla fine, il sale viene cristallizzato sotto forma di sbarre (lunghe 60-70 cm. e larghe 10-13).

E qui comincia la parte più interessante del saggio. Innanzitutto, la produzione del sale comporta una divisione  del lavoro. Alla prima fase (raccolta e trattamento delle materie prime) partecipano sia donne che uomini, in forme sia individuali che collettive; alla seconda fase, quella della fabbricazione del sale propriamente detta, solo uomini (in forma individuale e collettiva). Per produrre 75 sbarre di sale occorrono, calcola G., circa 21 giorni di lavoro sociale, ripartito in vari modi (13 maschile e 8 femminile, 9 individuale e 12 collettivo, 3 specializzato e 18 non specializzato, 9 semplice e 12 complesso).

Come circola il sale? In due modi: all’interno della tribù (redistribuzione) e all’esterno (commercio con altre tribù). Il proprietario distribuisce fra parenti e amici da cinque a dieci sbarre di sale su circa 15; il resto viene conservato per la propria famiglia.

Sulla parte che gli resta, il proprietario deve poi pagarne una o due a fornitori di servizi (lo specialista nella produzione del sale, lo stregone per la guarigione di una figlia, un amico che funge da intermediario nel commercio con una tribù vicina). E poi c’ è lo scambio contro prodotti: il baratto all’interno del gruppo (ma è raro, dato che la circolazione dei beni all’interno del gruppo avviene prevalentemente mediante prestazioni reciproche regolate da altri tipi di norme). In gran parte, gli scambi avvengono con tribù straniere (dove è da segnalare che i partner commerciali, all’interno delle varie tribù straniere, viene tramandato di padre in figlio). Il sale viene scambiato con altri prodotti (attrezzi, armi, ornamenti e oggetti di lusso, cappe, ecc.). Per tutti questi beni Godelier è riuscito a ricostruire il tasso di cambio col sale  (così, per una scure occorrono 2 o 3 sbarre grandi di sale; per una collana di perle,  una sbarra grande; per un maiale 2-3 sbarre grandi e per una scrofa 4-6 sbarre grandi; ecc.)

Lo scambio intertribale non ha come base la scelta individuale, ma  una necessità pratica anonima e collettiva”(p. 31). Ad es., i Baruya non possiedono nei loro territori le cave di pietra necessarie per la costruzione di armi, né i vegetali necessari per la fabbricazione delle cappe di corteccia; di conseguenza, devono acquistarle da fuori. Per riuscire ad approvvigionarsi da fuori, i Baruya dovettero trovare nel loro territorio un bene prezioso da scambiare: lo trovarono nel sale.Essi si sono così specializzati nella produzione del sale, non solo migliorando le tecniche ma sfruttando a fondo i terreni in loro possesso, che sono particolarmente adatti a tale coltivazione.

Alcuni calcoli daranno un’idea. Il gruppo Baruya è composto di circa 1500 persone. Queste avranno bisogno ciascuna di una cappa di corteccia all’anno per proteggersi dal freddo, e se il saggio di scambio è circa di 1 sbarra per 6 cappe, allora ogni anno i B. dovranno produrre 250 sbarre per acquistare le cappe. Il che vuol dire che i vicini a loro volta devono utilizzare ogni anno circa 500 alberi vecchi di 10 anni ciasscuno per soddisfare le richieste dei Baruya.

Nel 1970 (anno in cui scrive Godelier)  non solo i bisogni dei B. stanno cambiando, ma si sta disgregando anche il loro sistema di scambio: infatti, il lavoro nelle piantagioni vicine comincia a fornire denaro liquido che sostituisce sempre più il sale nelle transazioni (esso continua ad essere usato massicciamente solo negli scambi contro le cappe di corteccia). E gli ornamenti cerimoniali nonché i servizi magici sono sempre meno richiesti, sia per il venir meno delle guerre sia per il discredito che sulle pratiche tradizionali viene gettato dalle missioni religiose. Un vecchio B. ha detto al riguardo: “Un tempo, ci occupavamo di quattro cose: degli orti, del sale, della guerra e della caccia all’opossum. Non eravamo mai fermi, viaggiavamo sempre. Ora c’è la pace e restiamo seduti senza far nulla” (p. 36).

Finita la parte descrittiva, comincia quella analitica. Secondo G., la società B. è agli antipodi delle economie dette “di sussistenza”, perché lo scambio non è un fatto marginale, ma essenziale: la società B. non potrebbe sussistere senza lo scambio. Quindi, essa è un esempio importante per chiarire (i) la struttura delle società neolitiche e (ii) le difficoltà insite nel concetto di surplus (“non è dopo essersi garantiti la sussistenza che i baruya si sono volti verso lo scambio per liquidare il loro surplus. Infatti, il sale è un prodotto destinato innanzitutto allo scambio, quindi una merce”: p. 38). Il sale tra i B. è un oggetto “di lusso”, il cui consumo è limitato ad alcune occasioni legate al cerimoniale: possiede comunque un valore d’uso.

Ma è forse una moneta? Si sa che per poter valere come moneta, una merce deve poter essere scambiata contro l’insieme delle altre merci, deve cioè valere come equivalente generale di tutte le altre merci. Ebbene, mentre alcune merci tra i B. non pososno essere utilizzate come moneta (perché non possono acquistare tutte le merci: ad es., una collana di denti di maiale non può scambiarsi contro asce di pietra o maiali), il sale sì. “Esso funziona dunque come moneta” (p. 39). Tuttavia va ricordato che non tutto è merce (ad es., la terra, che è proprietà collettiva) e quindi non tutto può essere acquistato con il sale (p. 40).

Lo studio prosegue poi con l’analisi dei meccanismi di contrattazione. Gli aspetti che vengono in rilievo sono due: i bisogni collettivi e il lavoro lungo e difficile richiesto per la lavorazione del sale. Le parti, delle tribù contrattanti, si comportano come se esistesse un saggio “nromale” di scambio fra sale e d altri prodotti (anche se questo saggio non è lo stesso fra tribù e tribù) (p. 41). Ma che cos’è il saggio “normale” di scambio? E’ forse un rapporto tra due quantità equivalenti di lavoro? G. al riguardo ha analizzato il costo in ore di lavoro necessario a una tribù vicina per produrre una cappa di corteccia, ed arriva alla conclusione che il rapporto di scambio tra 1 sbarra media di sale (1 giorno e ½ di lavoro) e 1 cappa (4 giorni di lavoro) è ineguale, a netto vantaggio dei Baruya (p. 44). Perché i B. e i loro partner accettano questo saggio, che entrambi sanno essere “ineguale”? Perché il sale è un prodotto “di lusso”, doppiamente raro (perché è raro il sale ed è rara la competenza occorrente a produrlo). Primitivo, dunque (ammonisce G.) non vuol dire “semplcie” (p. 44).

Epperò, un caveat: il sale non viene prodotto per fini di profitto. Il sale viene ridistribuito gratuitamente a parenti, alleati  e amici, membri di gruppi B. meno favoriti in termini di terre da sale; né viene accumulato per prestarlo ed ottenerne un profitto (in certi casi naturalmente accade che si chieda sale in prestito, ad esempio per acquistare una scrofa,  e si restituisca come interesse un porcellino: ma si tratta di casi rari) (p. 47). Lo scambio serve solo a soddisfare dei bisogni sociali, non alla ricerca del profitto. Il prestigio sociale del gruppo non consiste nella sua ricchezza in terra o sale, ma “nelle funzioni rituali e guerriere, nel numero di donne e di bambini” (p. 48).

Quindi la risposta alla domanda precedente (perché gli scambi “ineguali” vengono accettati) ha questa risposta: perché il lavoro “non  è una risorsa rara” Ciò che conta nello scambio Baruya, è il soddisfacimento dei bisogni (“se riceviamo abbastanza, il lavoro è ciò che è stato, è già dimenticato”: p. 49). L’ineguaglianza dello scambio, quiindi, non si accompagna allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo: si tratta un caso di circolazione semplice delle merci (“un caso di economia mercantile semplice, innestata in una economia non mercantile”: p. 49).

Il lavoro di studio della circolazione semplice delle merci – il campo di studio dell’antropolgia economica- è appena iniziato, dice G. Ma è chiaro che non potrà svolgersi con gli strumenti elaborati per lo studio delle economie moderne più sviluppate: deve costruirsi i propri strumenti specifici (p. 50). Inoltre, l’antropolgia economica “può costituirsi solo facendo propria la definizione classica dell’attività economica come produzione, circolazione e consumo dei beni materiali. Questa definizione è la sola che delimiti il campo di tutti gli oggetti propri alla scienza economica”(p. 50). E data l’importanza delle strutture non economiche, “ancora meno di ogni altra parte della scienza economica, l’antropologia eocnomica non può pretendere che esista una razionalità economica in sé e che i rapporti economici siano interamente determinati dalle loro leggi interne” (p. 51).

Il libro si chiude con un interessantissimo capitolo teorico dove il concetto di moneta “primitiva” viene analizzato in termini storiografici (da Mauss e Malinowski in poi), con una ricchezza di articolazioni e di esempi che non è possibile riassumere qui. Il succo, comunque, è che gli oggetti preziosi dei primitivi hanno una duplice natura: di merce e di non-merce (prevalentemente all’esterno funzionano come merce, mentre all’interno del gruppo socaile circolano invece come non-merce,oggetto di dono o di redistribuzione; e delle loro due funzioni, la seconda, quella di non-merce, è quella prevalente, “poiché trova senso e fondamento nelle esigenze delle strutture dominanti dell’organizzazione sociale primitiva, parentela e potere” (p. 59), e che comunque essi non possono mai acquistare terra e lavoro, che non sono merci (p. 60).

Commenti

Dove sei riuscito a procurarti il libro? Cerco da un paio d'ore e non pare venir fuori nulla..

gg | July 28, 2007 1:31 AM

Come non detto, trovato. Grazie lo stesso

gg | July 28, 2007 1:34 AM

questo me lo devo leggere..

bidimensional | September 3, 2007 3:23 AM

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