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La retorica della reazione

 A. O.HIRSCHMAN, The Rhetoric of Reaction. Perversity, Futility, Jeopardy, trad. it. Retoriche dell’intransigenza. Perversità, futilità, messa a repentaglio, Bologna, 1992

Questo meraviglioso libro di Hirschman studia le forme del discorso reazionario, così come esso si è storicamente costituito di fronte a tre diversi avvenimenti storici: la Rivoluzione francese, l’affermazione della democrazia politica tramite l’allargamento del suffragio nell’Ottocento, ed il Welfare State nel dopoguerra. E Hirschman isola, come caratteristici dei diversi tipi di  reazione a questi grandi fenomeni storici progressivi, tre tipi di argomenti: l’effetto perverso (perversity), la futilità (futility), la messa a repentaglio (jeopardy). Tutti e tre hanno trovato impiego in tutti e tre i fenomeni storici in questione, a volte addirittura sulle stesse bocche, anche se, come vedremo, non sono argomenti sempre tra loro compatibili. Non sono mancati, in alcuni momenti storici, degli impieghi “da sinistra” di questi argomenti (quando si tratta di resistere a cambiamenti propugnati “da destra”), ma in questi casi cambiano di carattere: c’è una logica intrinseca in queste forme retoriche, che le rende molto più appropriate al discorso conservatore.

Un tratto importante dell’approccio conservatore è dato dal fatto che, immersi in un ambiente ostile (dato “il carattere ostinatamente progressista dell’epoca moderna”), i reazionari si trovano a affrontare  un clima intellettuale in cui qualsivoglia nobile obiettivo additato alla società da soggetti sedicenti <<progressisti>> si vede per ciò stesso assegnare un valore positivo”. Di conseguenza, i reazionari si guardano bene dal lanciare un attacco a fondo contro gli obiettivi dei progressisti. “Essi invece lo sottoscriveranno (più o meno sinceramente), ma tenteranno poi di dimostrare che l’azione proposta o intrapresa è mal consigliata” (p. 19).

Il caso più tipico è appunto quello dell’effetto perverso. La tesi, qui, è che “il tentativo di spingere la società in una certa direzione avrà per effetto sì un movimento della società, ma nella direzione opposta”. La prima applicazione importante di questo argomento fu di Burke (Reflections on the Revolution in France): i principi di uguaglianza, libertà, fraternità si sarebbero ineluttabilmente sviluppati nel loro opposto (la dittatura del Comité prima, di Bonaparte poi): e “l’idea che certi tentativi di conquistare la libertà siano condannati a sfociare nella tirannia s’impose alle menti con forza quasi irresistibile” (p. 20). Schiller, Adam Muller e altri riecheggiarono queste cupe previsioni. La tesi di H. è che Burke sviluppò per primo questo argomento perché “era impregnato del pensiero dell’Illuminismo scozzese, che aveva insisto sull’importanza degli effetti inintenzionali dell’azione umana” v. la famosa dottrina della “mano invisibile” di Adam Smith, o la tesi mandevilliana dei vizi privati che producono la ricchezza pubblica). Ma si tratta di una svolta radicale: dall’Illuminismo al Romanticismo, e dall’ottimismo al pessimismo (p. 22). Originariamente la tesi era che gli effetti non voluti fossero benefici, generati (come volevano Vico e Pascal) da una Provvidenza benigna, oppure senza alcun bisogno dell’intervento di quest’ultima (come in Smith). Ma dopo la Rivoluzione, l’argomento subì una brusca sterzata. Alcuni controrivoluzionari – de Maistre in particolare - ripresero l’antica visione dell’intervento provvidenziale, ma rovesciato: stavolta la divinità si diverte a frustrare i disegni degli uomini (“tutte le fazioni hanno voluto la distruzione del cristianesimo universale e della monarchia; donde segue che tutti i loro sforzi non avranno altro risultato che di esaltare il cristianesimo e  la monarchia. Tutti gli uomini che hanno scritto o meditato la storia hanno ammirato questa forza segreta che si fa beffe dei disegni umani”: p. 25)

L’argomento fu anche utilizzato durante le lotte per l’estensione del suffragio nell’Ottocento: anche se nel complesso l’estensione delsuffragio procedette in maniera decisamente molto meno traumatica, l’opposizione fu molto diffusa. Burkhardt scriveva che “la parola libertà suona ricca e bella, ma dovrebbe pronunciarla soltanto chi abbia visto con i propri occhi e sperimentato la schiavitù sotto quella massa gridante che è detta il <<popolo>> e si sia trovato a subire disordini civili... Io conosco troppa storia per aspettarmi da quetso dispotismo delle masse qualcosa di diverso da una futura tirannia, che significherà la fine della storia” (p. 27): e tanti altri, da Flaubert a Nietzsche, a Ibsen, faranno eco. E quando le socperte della psicologia, sul finire del secolo, mostrarono che il comportamento umano è sovente irrazionale, si sviluppò una teoria (specialmente in Gustave Le Bon, nel suo Psicologia delle folle del 1895) secondo cui le masse si comportsno sistematicamente in maniera diversa dall’individuo, e cioè in modo irrazionale, facilmente influenzabile, ecc. (p. 29-30). In base a queste sue teorie, Le Bon sostenne che la tanto decantata democrazia si sarebbe trasformata nella tirannide della burocrazia. Del resto già il vecchio Herbert Spencer aveva scritto: “Nei tempi passati, legislatori incompetenti, nei loro sforzi di mitigare le umane sofferenze, le hanno costantemente accresciute” (p. 31): questa è la quintessenza dell’effetto perverso.

La teoria dell’effetto perverso fu poi molto utilizzata ai tempi dell’abolizione delle Poor Laws (che noi già conosciamo, avendone letto nel libro di Polanyi): gli oppositori di quelle misure sostenevano (come, aggiunge malignamente H., oggi fanno i critici delle interferenze sul diritto del lavoro, alla Milton Friedman)  che esse avrebbero incentivato l’ozio e la depravazione, e quindi avrebbro prodotto povertà, anziché mitigarla: l’effetto perverso, semplicemente (p. 33). E un influente teorico americano dello Stato minimo, Les Murray, scriverà nel 1984 contro il Welfare State: “Abbiamo cercato di provvedere meglio ai bisogni dei poveri, e abbiamo invece accresciuto il  numero dei poveri. Abbiamo cercato di rimuovere le barriere che impedivano l’emancipazione dalla povertà, e senza volerlo abbiamo costruito una trappola” (p. 34). Ma paradossalmente, fu proprio la vittoria dell’effetto perverso, con la legge inglese del 1834, che la screditò. Ricomparve solo oltre un secolo dopo, negli Stati Uniti, negli scritti di Jay Forrester, Nathan Glazer e altri.

Secondo H., la tesi dell’effetto perverso è del tutto inverosimile nel mondo reale. E’ un caso estremo di effetto inintenzionale dell’azione. Ma è innanzitutto sbagliato concetrarsi su un solo effetto non voluto di un’azione (ve ne possono essere molti altri, che magari lo controbilanciano o rendono il bilancio complessivo favorevole). In secondo luogo, è paradossale usare la tesi degli effetti non voluti, che di per sé è un invito a considerare l’indeterminatezza dell’agire umano, come un modo per prevedere gli effetti della condotta umana, quasi che essa fosse integralmente determinata! Ed infatti, l’argomento in esame ha una forte attrattiva proprio perché si fonda su rappresentazioni mitiche (la sequenza hybris-nemesis). E nei fatti, i casi più strombazzati di effetto perverso che siano stati esaminati statisticamente (per es., l’introduzione delle assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro alla fine dell’Ottocento, o gli effetti sulla durata del periodo di disoccupazione prodotti dal sussidio di disoccupazione negli USA) offrono evidenze empiriche sfavorevoli alla tesi dell’effetto perverso (p. 42-43). Ed infine, v’è da ricordare una cosa importante: “il policy-making è un’attività ripetitiva, incrementale: in questo quadro, le esperienze di ieri sono ininterrottamente incorporate nelle decisioni di oggi, sicché vi sono buone probabilità che le tendenze verso la perversità vengano individuate e corrette” (p. 45).

Il secondo argomento utilizzato dai reazionari è quello della futilità: il tentativo del cambiamento resterà senza effetto, e il cambiamento sarà solo un effetto di facciata, che non toccherà le strutture profonde della società. Una buona espressione è il detto di Karr “plus ça change, plus c’est la même chose” o la famosa frase del Gattopardo: “Se vogliamo che tutto resti com’è, bisogna che tutto cambi”. Apparentemente si tratta di un argomento più “morbido” di quello dell’effetto perverso (in fondo, qui la riforma non genera alcun disastro, si dimostra solo inefficace), ma in realtà è ancora più devastante: tutta le altisonanti dichiarazioni, gli strepiti e la fatica dei progressisti si rivelano inutili, futili appunto.

L’argomento non fu utilizzato “a caldo” per la Rivoluzione Francese: esso fu però usato dal primo grande storico “moderno” della Rivoluzione, Tocqueville, quando sostenne (ne L’Antico Regime e la Rivoluzione, 1856) che i cambiamenti sociali che contraddistinguono la fine dell’Antico Regime si erano già realizzati, si stavano già realizzando, prima della Rivoluzione (p. 51-52). Uno dei primi recensori del libro di Tocqueville aveva colto perfettamente questo punto: “Leggendo queste cose, vien fatto di domandarsi che cosa la Rivoluzione abbia modificato, e perché sia avvenuta” (p. 53). Forse una posizione di questo genere, dice H.,  per gli apologeti della Rivoluzione era più insultante di quella dei Burke e de Maistre (in fondo questi ammettevano che la Rivoluzione era stata qualcosa di grande e importante, benché disastroso) (p. 54).

Ma forse l’applicazione più importante dell’argomento venne in reazione al movimento per l’estensione del suffragio, e venne ad opera di due studiosi italiani, Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto. La loro tesi era semplice: il suffragio universale, quindi l’accesso delle “masse” alla vita politica, non avrebbe cambiato nulla nelle strutture della società, perché questa si basa su una dicotomia completamente diversa da quella tra le classi sociali: si basa sulla dicotomia governanti/governati (Mosca) o élite/non élite (Pareto). Chiunque costituisca il corpo eletorale, le decisioni continueranno a prenderle sempre lo stesso ristretto numero di persone (quello che Mosca chiamava la “classe politica”, con neologismo destinato a lunga e ahimé non sempre gloriosa storia). Mosca scrive (tanto per fare un es.- e non mi dite che non sembrano parole attuali): “Chiunque abbia  assistito ad una elezione sa benissimo che non sono gli elettori che eleggono il deputato, ma ordinariamente è il deputato che si fa eleggere dagli elettori: se questa dizione non piace, potremmo surrogarla con l’altra, che sono i suoi amici che lo fanno eleggere. Ad ogni modo questo è sicuro, che una candidatura è sempre l’opera di un gruppo di persone riunite per un intento comune, di una minoranza organizzata che, come sempe, fatalmente, e necessariamente s’impone alle maggioranze disorganizzate” (p. 58). E ovviamente anche un paese socialista non farebbe eccezione a questa regola. “La base legale o razionale di qualunque sistema politico, che ammette la rappresentanza delle grandi masse popolari determinata dalle elezioni, è una menzogna” (p. 58). E Pareto giunse a  definire lo Stato “una macchina con cui spogliare le altre classi” (p. 60). Pareto credette di aver individuato una legge di distribuzione dei redditi, invariabile nel tempo e nello spazio (la “legge di Pareto”), ed ovviamente questo lo convinse ancor più della fondatezza della tesi della futilità. Tesi che peraltro non era un’esclusiva italiana: nello stesso Ottocento, e sempre in relazione alle polemiche sul suffragio, la usò James Stephen (nel 1873).

Questo argomento è poi stato usato negli USA nella polemica contro il Welfare State. Ha assunto questa forma (che è, come in parte gli argomenti di Pareto, mista all’argomento dell’effetto perverso): i trasferimento del Welfare State non raggiungono nessuno degli effetti sperai, perché in realtà non vanno ai gruppi più bisognosi, ma ai gruppi abbienti forniti di potere politico (un influente libro di Tullock si intitola significativamente Welfare for the Well-to-do), forma assunta in modo emblematico da un articolo di George Stigler in cui si espone la “legge di Director sulla redistribuzione del reddito pubblico” (1970); e Martin Feldstein ha sostenuto che appunto questo effetto fosse raggiunto dai programmi USA di sussidi ai disoccupati (p. 69). Ma il fatto è che le evidenze a favore di questa tesi non sono univoche. Ancora una volta, l’argomento dimentica che il policy-making è un processo incrementale, in cui si impara dagli errori; e H. fa l’esempio dei programmi dia edilizia popolare in America Latina, dove in un primo momento, per via di scelte errate del legislatore, gli edifici “popolari” si sono in effetti riempiti di gente del ceto medio; ma successivamente, capiti gli errori e cambiate le norme, i programmi hanno funzionato egregiamente (p. 71-72)
La struttura dell’argomento della futilità è molto diversa da quella dell’effetto perverso: mentre questa è convinta dell’estrema volatilità della società (tale che un intervento umano la può facilmente indirizzare in un senso o in un altro), quella lo considera invece fortemente strutturata (e pressoché immodificabile) secondo una certa legge. E mentre la tesi dell’effetto perverso presenta affinità con il mito e la religione, quella della futilità è chiaramente esemplata sulle scienze. In economia, entrambe le teoria presentano aspetti assai familiari: mentre come si è visto l’effetto perverso si basa sulla nozione (scozzese e smithiana) degli effetti involontari dell’agire umano, la futilità è alla base di una teoria nota come teoria delle aspettative razionali, che (tra l’altro) si oppone a determinate politiche economiche sostenendo che, nella misura in cui siano conosciute dagli operatori economici, non produrranno nessun effetto. C’è inoltre, insinua H., una certa differenza nel modo in cui le due teorie trattano i progressisti: mentre l’effetto perverso tende a disegnare i progressisti come persone benintenzionate e oneste, questo ovviamente non accade per quelle versioni della futilità che denunciano come certe misure volte (a parole) ad avvantaggiare i poveri in realtà avvantaggino i ricchi. Ma naturalmente queste distinzioni non sono sempre così nette (p.  78-79).
Il vero difetto della futilità, dice H., è che, ignorando la natura progressiva e incrementale del policy-making, prende troppo poco sul serio se stessa e i suoi effetti sul policy-making (cioè, essa stessa, con le sue critiche, è un pungolo all’azione riformista: una specie di effetto perverso, a suo modo) Inoltre, nel suo assoluto disprezzo per tutti gli sforzi dei progressisti, presenta una impressionante somiglianza con gli argomenti provenienti dall’estremità opposta dello spettro politico: gli argomenti della sinistra radicale USA, per es. (“si dimostra che l’ordine sociale esistente è abilissimo nel riprodursi; e ciò facendo sconfigge e coopta una folla di tentativi volti al cambiamento o al progresso”: questo, dice H., è appunto quel che fa la sinistra radicale che “ha spesso accusato i progressisti o i riformatori d’ignorare le <<strutture>> fondamentali del sistema sociale, e  di nutrire e propagare illusioni riguardo alla possibilità d’introdurre questo o quel miglioramento <<parziale>>(ad es.  istituzioni più democratiche, o l’istruzione elementare obbligatoria, o certi programmi di sicurezza sociale) senza una previa modificazione <<di fondo>> di tali strutture”) (p. 81).

Il terzo argomento, quello della messa a repentaglio, è molto diverso. Esso sostiene che il mutamento proposto, benché in sé desiderabile, finirebbe per pregiudicare una conquista precedente. Le sue versioni sono molte (l’”anello di una catena”, il “dagli un dito e si prenderà tutto il braccio”, il celebre “piano inclinato”) e tutti le conoscono. Il progresso è così difficile, che c’è il rischio che ogni nuovo passo avanti rimetta in discussione quello che si è ottenuto prima: e allora, vale la pena  sacrificare il vecchio progresso al nuovo? Storicamente, ha assunto due forme principali: (i) la democrazia mette a repentaglio la libertà, e (ii) il Welfare State mette a repentaglio la democrazia (o la libertà, o entrambe) (p. 90). La prima situazione si verificò principalmente in Inghilterra nel 1832, quando fu approvato il Reform Bill che introdusse una prima (ancora assai ridotta) estensione del suffragio (p.  94 ss.). E un successivo (e più incisivo) progetto, del 1867, fu ostacolato in Parlamento da un influente  whig con queste parole: “Poiché sono un liberale... io giudico estremamente pericolosa...una proposta che vuole togliere il potere dalle mani della proprietà e dell’intelligenza e affidarlo alle mani di uomini la cui vita è forzatamente occupata dalle lotte quotidiane per l’esistenza” (e Macaulay decenni prima aveva scritto: “Io sono da molto tempo convinto che istituzioni integralmente democratiche debbano necessariamente, presto o tardi, distruggere la libertà, la civiltà, o entrambe”) (p. 98). Sumner Maine, in parte riecheggiando Le Bon, scrisse: “Tutto ciò che ha fatto la fama dell’Inghilterra, e tutto ciò che ha fatto la potenza dell’Inghilterra, è stato l’opera di minoranze, e talvolta di minoranze ristrettissime”: ci fosse stato a suo tempo il suffragio universale, non si sarebbe combinato nulla di buono (p. 100-101).

Sul Continente, in Francia, la tesi della messa a repentaglio assunse una forma più radicale: si giunse cioè ad affermare che libertà e democrazia fossero assolutamente incompatibili. Forse questa tesi ha la sua origine nella distinzione (di Constant) tra la libertà degli antichi e quella dei moderni (p. 105). Constant era un fautore della fusione di queste due libertà, ma altri, come il grande storico Fustel de Coulanges, insistevano sugli esiti (come oggi diremmo) totalitari della ‘democrazia’ nel senso classico. In Inghilterra, questa versione radicale non attecchì, per l’ottima ragione che il suffragio fu esteso e la libertà e ciononostante la democrazia sopravvissero piuttosto bene. Ma in altri paesi del Continente le cose non si evolsero in maniera così tranquilla. Il passoe ra breve per considerare la democrazia adatta solo a certi climi- e basta pensare a certi insospettabili teorici tedeschi come Max Scheler (secondo cui una “legge universale” stabiliva che la libertà spirituale di un popolo stava in proporzione inversa con la sua libertà politica) per capire tutto ciò dove poteva portare (p. 109-110).

Il più celebre testo che ha utilizzato l’argomento contro il Welfare State è stato Road to Serfdom (1944) di Hayek, secondo cui ogni tendenza ad ampliare il raggio d’azione del governo è destinata a minacciare la libertà. Infatti, siccome gli uomini riescono a mettersi d’accordo solo su pochissime cose, e per essere democratico un governo deve basarsi sul consenso, quanto più ampi ed estesi sono i poteri del governo, tanto meno questo potrà basarsi sul consenso (p. 113-114). Alla fine degli anni Sessanta, a questi argomenti si unirono quelli per cui il welfare era un ostacolo alla crescita economica (p. 116-117); un argomento che, paradossalmente, assomigliava moltissimo alle considerazioni che venivano dall’estrema sinistra (che insisteva sulle insanabili contraddizioni del “capitalismo maturo”).  Il fatto però era che la crisi della fine degli anni Sessanta aveva parecchie cause, e nessuna di esse consisteva in una pretesa incompatibilità tra Stati industriali avanzati e democrazia (p. 119). Ben presto questo argomento rifluì, e le critiche al Welfare ripresero le vie tradizionali della futilità e dell’effetto perverso.

Il fascino di questo argomento deriva dalla convinzione (molto diffusa) che in ogni scambio ci sia chi vince e chi perde, anche se qui, più che a un gioco a somma zero, siamo di fronte ad un gioco a somma negativa (in cui ciò che si perde è più prezioso di ciò che si guadagna: p. 122-123). In effetti questi due passaggi (niente di nuovo si dà senza dover rinunciare a qualcos’altro; ciò che è vecchio è intrinsecamente più prezioso di ciò che è nuovo) sono entrambi essenziali all’argomento. E’ facile osservare che all’argomento della messa a repentaglio si può opporre (ed è stata frequentemente opposta) una tesi esattamente contraria, quella per cui la nuova riforma è necessaria (complementare) per garantire od assicurare i vantaggi della vecchia. Ed è altrettanto evidente che tra queste due tesi estreme c’è abbondante spazio per varie tesi intermedie (p.  126-127). Inoltre, l’argomento trova più facile presa in quei paesi (come, appunto, l’Inghilterra) dove la memoria e la consapevolezza dei passaggi storici attraverso cui le varie riforme si sono realizzate è maggiore. Questo, dice H., presenta una forte somiglianza con il dibattito sulle “condizioni per lo sviluppo economico” nel Terzo Mondo (p. 128): qui, si è sostenuto, i paesi arretrati avevano dinanzi a sé un compito titanico, perché non potevano (come avevano fatto i paesi già sviluppati) risolvere i loro problemi uno alla volta, ma dovevano affrontarli tutti insieme. Ma questo vuol dire che ai paesi arretrati non si può applicare l’argomento della messa a repentaglio! Inoltre, è assai dubbio che il problem-solving sequenziale (i) sia sempre un vantaggio e (ii) sia stato posseduto dai paesi “sviluppati”.  Per es., nelle fasi inziali dell’industrializzazione, il vantaggio ce l’hanno i paesi “sottosviluppati”, che possono accedere per gradi (acquistandoli all’estero) a tutti gli input (fino ai beni capitali), mentre i paesi ‘sviluppati’ hanno dovuto produrre da soli simultaneamente tutti gli input, inclusi i beni  capitali (p. 129). Ma paradossalmente, in questo caso la situazione dei paesi sottosviluppati è stata di solito vista come uno svantaggio, legato al rischio di restare inchiodati allo stadio dei beni di consumo finiti. Ebbene, questo è un argomento che si può utilizzare contro quello della messa a repentaglio, essendo ad esso speculare. Forse è per questo insieme di fatti che i primi passi nel Welfare State si sono mossi in paesi che, come la Germania di Bismarck, avevano deboli tradizioni liberaldemocratiche, mentre le resistenze maggiori vi sono state (e vi sono ancora) proprio nei paesi in cui queste tradizioni sono più antiche (Inghilterra e USA: p. 131).

Scrive H. che questi tre argomenti coprono gran parte delle obiezioni ai cambiamenti politici: quando si vuol sostenere che una riforma non produrrà gli effetti previsti, soccorrono effetto perverso e futilità; quando si vuol sostenere che gli effetti negativi della riforma sopravanzeranno quelli positivi, toccherà alla messa a repentaglio (p. 138-140). Storicamente, nel caso della Rivoluzione Francese la futilità è stato l’argomento principe, mentre la futilità è stata impiegata tardivamente e senza troppo effetto, mentre la messa a repentaglio non è praticamente stata usata. Nel caso del suffragio universale, invece, la più usata è stata la messa a repentaglio (nei paesi che avevano conosciuto un solido e antico sviluppo in senso liberale), mentre nei paesi del Continente, dove questo sviluppo era stato più debole e lento, attecchì in prevalenza la tesi della futilità (con l’effetto, dice H., che essa  indebolì l’adesione alla democrazia soprattutto in quei paesi – l’Italia e la Germania, ma anche la Francia – in cui prima dell’avvento del suffragio le libertà individuali non erano saldamente radicate, e in cui dunque il ricorso alla messa a repentaglio non poteva riuscire molto persuasivo”: p. 143). Infine, nel caso del Welfare State, mentre la tesi della messa a repentaglio è stata molto usata, ma si è rapidamente screditata perché la presunta incompatibilità non si è dimostrata fondata nei fatti, la tesi dell’effetto perverso ha trovato ampio spazio, con la futilità in funzione di sostegno (p. 141). Come interagiscono queste tre tesi? Futilità e effetto perverso sono senz’altro incompatibili logicamente, eppure si attraggono in maniera irresistibile e di fatto sono spesso usate assieme (p. 146). Le altre due possibili coppie di argomenti, invece, sono di rado usate assieme. In realtà, H. ritiene che l’uso dell’argomento della futilità, nel caso (i) dell’ampliamento del suffragio e (ii) nel caso del Welfare State, abbia seriamente pregiudicato la credibilità dell’argomento della messa a repentaglio (p. 149). Gli sviluppi possono essere due: da un lato, la tesi della futilità può indurre a non prendere in considerazione i rischi evocati dalla tesi  ella messa a repentaglio; ma dall’altro lato, può indurre a un ragionamento del tipo: se c’è davvero un conflitto fra progresso sociale e democrazia/libertà, andiamo avanti col progresso sociale e dimentichiamoci della democrazia/libertà (la quale è, comunque – come insegna appunto la tesi della futilità – un’impostura)! Questa è stata, in fondo, la tesi dei bolscevichi (e H. ritiene che Lenin possa appunto essere stato influenzato dai vari Pareto, Sorel, Mosca ecc.: p. 150). Quest’ultima posizione – che è un primo esempio di uso di un argomento reazionario da parte del fronte ‘progressista’ – implica la condivisione del presupposto della tesi reazionaria (cioè che progresso socioeconomico e libertà/democrazia sono incompatibili). Se si abbandona questo presupposto, la tesi della messa a repentaglio si trasforma nella tesi dell’effetto sinergico: libertà e democrazia e progresso socioeconomico si rafforzano l’un l’altro (p. 154-155). Un altro possibile uso progressista di questa logica è quella di evidenziare i pericoli dell’inazione sulle libertà/diritti già conquistati: così, si può dire che, in assenza di certe riforme, le ‘masse’ potrebbero ricorrere a proteste infinitamente più pericolose (p. 156-157). Una posizione meno estremistica dovrebbe invece, secondo H., riconoscere che (i) sia danno pericoli e rischi tanto nell’azione quanto nell’inazione, e (ii) le conseguenze negative di una condotta (attiva o omissiva) non possono mai essere previste con la precisione e la certezza di cui fanno mostra i fautori di queste due tesi contrapposte (p. 157). Ma non è finita: anche la tesi della futilità conosce il suo reciproco ‘progressista’. Così come la futilità si fonda sulla ricerca di una pretesa ‘legge’ che obbliga la società alla stasi, così il fronte progressista è andato continuamente alla ricerca di altre ‘leggi’ che invece obbligassero al movimento: per es., molti filosofi e scienziati della politica, alla fine del Settecento, cedettero di aver scoperto questa ‘legge’ nell’interesse (Helvétius: “Come l’universo fisico è governato dalle leggi del moto, così l’universo morale è governato dalle leggi dell’interesse”: p. 158). Su questa base si costruì la scienza economica moderna: e uno dei frutti di questo sviluppo fu la scoperta, da parte di Marx, della “legge economica del movimento della società moderna” (p. 159). Il senso di tutto ciò è chiaro: mentre i reazionari sostengono l’invarianza delle strutture ‘profonde’ della società, i progressisti sostengono al contrario che la struttura profonda è il movimento, e che dunque ad essere futile sarà proprio il tentativo di ostacolare o ritardare il mutamento. Nonostante il suo apparente fatalismo, la tesi progressista ha una potente spinta psicologica all’azione (come aveva appunto previsto Marx), perché significa agire “avendo la Storia dalla propria parte”. E viceversa, l’uso da parte reazionaria della tesi della futilità ha esattamente lo scopo di dissuadere la gente dall’agire (perché significa andare contro le leggi naturali della società: p. 160-161).

L’argomento dell’effetto perverso, invece, forse perché è così centrale e tipico della retorica reazionaria, non ha alcun pendant progressista. La manovra retorica progressista più efficace contro quest’argomento consiste nel negare che esista una ‘tradizione’ di libertà e di progresso a mantenere e difendere, che l’equilibrio esistente sia valido e da conservare: insomma consiste nel dipingere la situazione presente come tanto disperata da meritare senz’altro di essere trasformata dalle fondamenta (p. 164).

Una cosa caratteristica, dice H., nei dibattiti fra progressisti e reazionari, è che l’arma dell’ironia è stata quasi sempre appannaggio dei reazionari (p. 167). Eppure, gli argomenti reazionari sono di per sé intelelttualmente sospetti: infatti è strano che possano essere invocati tutti quanti per condannare fenomeni diversissimi, che abbiano connessioni strettissime con potenti miti, che servano a riverberare una luce  lusinghiera su chi li utilizza, ecc. (p. 168-9).

La chiave di volta è capire che gli argomenti reazionari, e gli speculari argomenti progressisti, sono tutti viziati dallo stesso difetto: sono tutte “retoriche dell’intransigenza”. Liberarsene è fondamentale per ottenere un modo di discutere che sia più congeniale alla democrazia (democracy-friendly) (p. 170). La democrazia moderna è nata non per un consenso di base sui “valori fondamentali”, ma perché i gruppi che prima si erano ferocemente combattuti hanno dovuto riconoscere di non riuscire a imporre il proprio dominio: la tolleranza insomma è nata come frutto di uno stallo nella lotta (p. 171). Questo, come punto di partenza storico, non è certo di buon auspicio. E a ciò si aggiunga che la democrazia “acquista legittimità nella misura in cui le sue decisioni sono il frutto di un processo deliberativo aperto” (il processo deliberativo significa per H. “un processo di formazione delle opinioni: i partecipanti non debbono cioè avere opinioni pienamente o definitivamente formate in partenza”: p. 171). Occorre quindi che i rappresentanti dei vari gruppi “s’impegnino in una discussione reale, ossia che siano pronti a modificare le opinioni iniziali alla luce degli argomenti addotti dagli altri partecipanti”. Ma pare chiaro che le democrazie moderne siano ancora molto lontane da questo modello: il dialogo non sembra altro che una presa d’atto del dissenso (cioè, senza alcun tentativo di combinare i vari punti di vista), oppure un tipico dialogo fra sordi (un surrogato, per dir così, della guerra civile). Per arrivare, dal discorso “tradizionale” e distruttivo, ad un dialogo davvero democraico, resta ancora un percorso lungo e difficile: “e a quanti desiderano intraprenderlo dovrebbe riuscire utile la conoscenza di alcunis egnali di pericolo, come sono appunto quegli argomenti che sono in realtà espressamente congegnati per rendere il dialogo e la deliberazione impossibili” (p. 172).

Commenti

Una semplice domanda:
nella società attuale chi vorrebbe ridurre il peso di una macchina dello stato che gestisce piu del 50% delle risorse è un progressista o un reazionario?

pietro | July 17, 2007 10:34 PM

Che vuol dire "più del 50% delle risorse"? Cosa sono le "risorse"? Chiarisci questo, e poi si capirà meglio quel che vuoi dire.

Cmq.
- 'reazionario' non è un insulto, è una posizione politica rispettabilissima
- non si è 'reazionari' o 'progressisti' rispetto a una sola issue
- in generale, quel che conta non sono le singole decisioni politiche, ma il modo in cui ci si arriva, le ragioni che si adducono pro o contro, ecc.

KK | July 18, 2007 12:13 PM

La spesa pubblica in Italia è piu del 50% del PIL.
Non mi sembrava una cosa tanto oscura.
Questo significa che più di metà della ricchezza della nazione è gestita da enti pubblici o politici.
Non dico sia un bene o un male.
Non considero(non l'ho mai detto nè pensato) la reazione un male, nè reazionario un insulto.
Forse nella mia ingenuità pensavo che un azione politica si debba valutare solo dai risultati, e i percorsi o le ragioni addotte si possano valutare solo alla luce dei fatti.
Perchè come si usa dire le vie dell'inferno sono lastricate di buone intenzioni.
Mi chiedevo quindi di fronte ad una scelta così importante come ridurre o aumentare il peso dello Stato, ci fosse una significativa differenza tra i cosiddetti progressisti e i cosiddetti reazionari.
Probabilmente ho fatto una domanda a cui non esiste una risposta sensata.

pietro | July 18, 2007 7:19 PM

No, onestamente non avevo capito (parlando di 'risorse' credevo ti riferissi alle risorse naturali, che in realtà sono dello Stato circa al 100%....).

Anch'io penso che un'azione politica si debba valutare solo dai suoi risultati. Ovviamente però questo non è un criterio utilizzabile per valutare il discorso politico.

KK | July 18, 2007 7:49 PM

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