In genere, nella letteratura economica, la moneta viene definita come “qualunque cosa venga comunemente accettata, in un dato ambito geografico, come mezzo di scambio e di pagamento” (S. Ricossa, Dizionario di Economia, UTET, s.v.): quindi, dalle conchiglie alle sigarette, dall’oro alla carta moneta.
L’interessantissimo libro di Odoardo Bulgarelli (Il denaro alle origini delle origini, Milano, Spirali, 2005), invece, parte da un presupposto diverso.
Distingue infatti, sulla base di un orientamento che fra gli storici del Vicino Oriente Antico (VOA) sembra ormai aver preso stabilmente piede, fra la moneta, che è la sola moneta coniata (“un tondello di metallo (argento, oro, elettro, rame) sul quale lo stato imprime un’immagine per garantirne la legittimità”), e il denaro, che invece ricomprende tutti i diversi mezzi di pagamento (in prevalenza, metalli) usati dall’uomo. La moneta coniata è nata in Lidia nel VII secolo a.C. Ma nel periodo pre-monetale esisteva già, e da millenni, il denaro. Anzi, l’evoluzione che nel periodo pre-monetale ha condotto all’invenzione della moneta consiste nella progressiva diffusione, da un lato del denaro, e dall’altro dei sigilli: quando si pensò a unire queste due invenzioni, cioè ad applicare il sigillo dello stato, anziché (come talvolta accadeva) “sui sacchetti contenenti l’argento che i mercanti trasportavano da un luogo all’altro per fare pagamenti”, direttamente sul metallo (in tal modo, lo Stato stesso garantiva che il denaro aveva un determinato peso e un determinato valore) nacque la moneta. Non c’era più bisogno di pesare di volta in volta il metallo per determinarne il valore, come viceversa necessariamente accadeva nel periodo pre-monetale.
Entrambe queste evoluzioni si svolsero, dice Bulgarelli, nel VOA e prevalentemente in Mesopotamia. In effetti esistono indizi (ce ne dà notizia lo stesso autore in una delle ottime “schede” che chiudono il volume) che questo sviluppo vi sarebbe stato, più o meno contemporaneamente, anche altrove, ad es. in Egitto (dove c’è chi sostiene che sia stata persino inventata la moneta coniata, già a partire dalla metà del II millennio a.C.- quindi, enormemente prima delle monete lidie). Il fatto è, però, che, a differenza di tutte le altre civiltà antiche, il materiale documentario scoperto in Mesopotamia è incredibilmente ampio: si tratta di oltre un milione di tavolette di argilla incise in caratteri cuneiformi ritrovate nell’area mesopotamica, tavolette che, a differenza degli altri materiali scrittori utilizzati nell’antichità (pergamena, papiro, carta, legno, pelli, ecc.) si sono conservate ottimamente. Si tratta di un materiale che ha natura varia (perlopiù documenti contabili-amministrativi, atti giudiziari, contratti di compravendita, di prestito, di garanzia, ecc.) e che non ha assolutamente l’eguale, per vastità ed interesse, né nel (pur più recente) materiale documentario greco né in quello romano (il grande libro di Finley sull’Ancient Economy, per es., richiama continuamente i limiti derivanti dall’esigua documentazione in nostro possesso). Ed è proprio l’uso abbondante delle fonti, reso possibile dalla pubblicazione e dalla lettura di una parte consistente di questi documenti (benché non tutti) che rappresenta la novità di questo libro, dato che, per il resto, nessuna delle affermazioni ivi contenute può dirsi nuova (e l’esistenza di un periodo pre-monetale in Mesopotamia era già nota, per es., al Keynes di A Treatise on Money, che è del 1930). Intendiamoci, comunque: non sarà una novità assoluta, ma resta pur sempre il fatto che moltissimi studiosi dell’antichità classica, anche di recente, sono convinti che quella della moneta sia stata una luminosa invenzione, che prima di essa vi fosse sostanzialmente una mera economia di baratto, e che prima del VII secolo i metalli fossero usati solo come unità di conto e mai come mezzo di pagamento.
Il libro, dopo aver esposto per sommi capi le implicazioni della c.d. “rivoluzione urbana” (cioè la nascita delle prime città, nel IV millennio a.C.), vale a dire il passaggio da un’economia di autosufficienza alla c.d. economia di tipo antico-orientale (basata cioè sui seguenti tre capisaldi: possesso e controllo dei mezzi di produzione da parte delle classi dominanti; specializzazione del lavoro; pianificazione), e aver esposto la successione del regime di proprietà dei terreni (da quello “templare” degli inizi, in cui la terra era proprietà dei templi, e cioè della casta sacerdotale, a quella successiva “palaziale”, in cui la proprietà passa al sovrano, mentre la proprietà privata dei terreni forse dovette attendere il I millennio a.C.), inizia ad esaminare i documenti. Innanzitutto le leggi mesopotamiche e ittite, da cui emerge, in un arco temporale che va dal Codice di Ur-Nammu (2200 a.C. ca.) alle leggi neo-babilonesi (VII secolo a.C.), che due beni, argento e orzo (nel caso delle leggi medio-assire, anche l’annuku, cioè stagno o piombo), erano utilizzati come denaro in una miriade di diverse operazioni (dal pagamento delle multe e ammende per reati, al pagamento di interessi, per i quali veniva fissato un tasso massimo legale, o addirittura alla determinazione normativa dei prezzi di determinati beni o servizi, come l’affitto di una certa superficie di terreno o il salario orario di alcuni lavoratori, o perfino in società per lo sovlgimento di determinate imprese), sovente con un tasso di reciproca conversione fissato anch’esso per legge. In particolare, dalle norme risulta l’esistenza di un mercante/banchiere (il tamkarum) che non si dedicava solo ai commerci ma anche a prestiti ad interesse su vasta scala, con tassi sovente usurari che potevano condurre alla schiavitù del debitore (di qui l’interesse dei legislatori a regolare l’istituto e a fissare tassi d’interesse massimi, tra l’altro diversi per l’orzo e per l’argento). Successivamente, si arriva al nucleo centrale del lavoro, vale a dire l’esame dei documenti conservati negli archivi amministrativi mesopotamici, che contengono testimonianze sugli aspetti più diversi della vita quotidiana della popolazione e, quindi, rappresentanto una fonte documentaria enormemente più interessante delle leggi. Da tutti questi documenti emerge in modo incontrovertibile che il denaro (argento, orzo e, in misura minore, rame, annuku e oro, nonché talvolta lana e farina) veniva usato per effettuare pagamenti e per erogare prestiti (ai tassi più diversi, il che forse è prova di fluttuazioni dovuta alla libera contrattazione fra le parti, limitata solo dalle norme antiusurarie già ricordate). Sono attestati complessi e articolati contratti dei tipi più diversi, compravendite immobiliari con decine di testimoni, contratti di società, prestiti su pegno, persino liste di categorie salariali diversificate per livelli gerarchici, contratti di cessione di crediti. Esistono chiare prove dell’esistenza di figure professionali specializzate nella pesatura dell’argento, indizi dell’esistenza di uffici di cambio specializzati nella conversione dei mezzi di pagamento (per es., orzo e argento, il cui tasso di cambio è rimasto per lungo tempo stabile), e persino dell’esistenza di rudimentali banche, già in data risalente come il 2370 a.C. (data alla quale risale una tavoletta in cui è attestato che un “conto” intestato ad una persona era stato acceso presso il tempio della dea Nin-Mar). Delle banche e delle dinastie di banchieri si parla nel successivo capitolo: sin dal III millennio a.C., oltre a istituzioni “pubbliche” (come il tempio della dea Nin-Mar già citato), si svilupparono banche private; l’autore ricorda quattro famiglie di banchieri,attive non solo nel credito, ma anche nella compravendita di terreni, nell’agricoltura e persino nell’industria, come la produzione di mattoni per l’edilizia (gli Entilemaba a Nippur, circa nel 2300 a.C.; gli Iddin Lagamal di Dilbat, circa 1600/1700 a.C.; gli Ea-Iluta-Bani di Babilonia, 687-486 a.C.; e infine i Murasu a Nippur, V secolo a.C.; quest’ultima famiglia, a quanto risulta, svolgeva anche una complessa attività di anticipazione di imposte per conto di agricoltori, che poi li ricompensavano con una parte del loro raccolto).
Se un appunto si può muovere a questo libro (che è per il resto fin troppo chiaro e di piacevole lettura) è di non aver adottato l’artificio di attribuire un nome convenzionale ai vari soggetti che compaiono nei testi tradotti dalle tavolette; così, l’uso continuo della sigla “NP” per indicare i nomi di persona conduce a risultati talvolta surreali, come in questo esempio (a p. 188):
<<NP e NP ricevono da NP 10 sicli d’argento. NP (un terzo) garantisce a favore di NP (cioè garantisce a favore di colui che ha consegnato i 10 sicli d’argento). Essi (i debitori) scapparono. NP (colui che aveva dato i 10 sicli d’argento) NP (il garante). Dopo la loro fuga NP (il garante) pesò a NP (il creditore) 15 d’argento (che includono l’interesse) per 2 anni. Il suo cuore è soddisfatto. Quando NP (il creditore) vede NP e NP (i fuggiaschi) non presenterà suppliche (non li citerà in giudizio). In qualsiasi città NP (il garante) li incontra (cioè incontra i due fuggiaschi), prenderà l’argento da quello (dei due fuggiaschi) che è solvibile.>>
La conclusione del lavoro di Bulgarelli è l’auspicio (condivisibile) che, al fine di coordinare i dati emergenti dai documenti mesopotamici con quelli dell’antichità classica e delle altre civiltà antiche, e per approfondirne la conoscenza, si proceda urgentemente ad una ricerca multidisciplinare.