Il denaro secondo David Hume
D. HUME, Il denaro (Saggi, XIII: Roma, 1975, p. 174-186, trad. L. Formigari)
Non tutti sanno che, tra le molte cose su cui David Hume ha scritto pagine memorabili, c’è anche l’economia. Ed è proprio dai suoi tre grandi Saggi economici (sul denaro, l’interesse e la bilancia commerciale) del 1752, che tanto influirono su Adam Smith e gli altri, che cominciamo un ciclo di letture dei principali classici del pensiero economico, che arriverà (speriamo :-)) da Hume e Quesnay fino a Keynes, e oltre.
Hume parte dalla constatazione (non nuova) che “il denaro non è, propriamente, oggetto di commercio: è solo lo strumento convenuto fra gli uomini per facilitare lo scambio delle merci”, dal che dovrebbe derivare anche che, per lo Stato, “la maggiore o minore quantità di denaro che vi circola non ha alcuna importanza, dato che il prezzo delle merci è sempre in proporzione”.
Insomma, “la maggiore abbondanza di denaro presenta scarsi vantaggi, e talvolta può anzi essere di detrimento ad una nazione, nel suo commercio con gli stranieri”. H. illustra quest’ultima proposizione con un esempio che inaugura la dottrina dello sviluppo economico. “Una volta che un paese abbia segnato un grande vantaggio su un altro dal punto di vista commerciale, solo molto difficilmente il secondo riacquista il terreno perduto, data la superiorità del primo in attività e capacità tecnica, e data la maggiore abbondanza di capitali che i suoi mercanti possiedono e che consentono loro di commerciare con un minore margine di profitto. Ma questi vantaggi sono in certa misura controbilanciati dal basso costo della manodopera nei paesi che non godono di un grande sviluppo commerciale né di grandi riserve di oro e d’argento. Le manifatture si spostano dinque gradualmente dai luoghi alla cui ricchezza già hanno contribuito, ad altri, dove le attira il basso costo delle materie prime e della manodopera, finché avranno arricchito anche questi e ne saranno bandite dalle stesse cause”. “Il costo elevato di ogni cosa, derivante da una sovrabbondanza di denaro circolante, è un inconveniente che si accompagna allo sviluppo commerciale e vi impone un limite in ogni paese, consentendo agli Stati più poveri di battere con i bassi costi la concorrenza dei paesi più ricchi su tutti i mercati stranieri”. Tutto questo ovviamente riflette un sistema in cui la moneta era metallica; ed infatti H. aggiunge che “questo mi fa dubitare dei benefici del sistema bancario e della cartamoneta”: perché se, per via dell’aumento degli scambi e del denaro, materie prime e manodopera diventano costose, questo è un inconveniente inevitabile; ma che ragione c’è, chiede H., di “aggravare quell’inconveniente con una moneta artificiale, che gli stranieri non accetteranno mai in pagamento e che ogni grave crisi dello Stato ridurrà a zero”?
H. torna a ribadire che “il denaro non è se non una rappresentazione del lavoro e delle merci, e serve soltanto come metodo per calcolarli o stimarli”. Eppure, “non v’è dubbio che, dopo la scoperta delle miniere d’America, la produttività è aumentata in tutti i paesi d’Europa”. E’ questo il paradosso che H. passa ora a spiegare; e la spiegazione si basa su un concetto che mi sembra essere una scoperta di H.: la velocità di circolazione del denaro. Spiega H. che, “benché sia una conseguenza necessaria delll’aumentata circolazione dell’oro e dell’argento, l’elevato prezzo delle emrci non segue direttamente ad essa, ma deve passare un po’ di tempo prima che il denaro circoli per tutto lo Stato e faccia sentire i suoi effetti su tutti i ceti”. Dapprima, non c’è alcun mutamento, “poi, un poco alla volta, i prezzi crescono, prima per una merce poi per un’altra, finché tutte alla fine si adeguano alla nuova quantità di denaro che circola nel paese. Ritengo che solo in quest’intervallo o situazione intermedia fra l’immissione del denaro e l’aumento dei prezzi, l’accresciuta quantità d’oro e d’argento favorisca la produttività”. In altri termini, l’aumento del denaro fa inizialmente accrescere la produttività e solo alla fine si risolve in un aumento generalizzato dei prezzi.
Insomma, “dal punto di vista della prosperità interna di uno Stato, non ha importanza che il denaro sia in maggiore o minore quantità”; tuttavia, “è buona politica degli uomini di Stato favorirne se possibile la crescita costante, poiché così facendo si mantiene vivo lo spirito d’iniziativa nel paese e si accresce la riserva di lavoro, cosa in cui consistono ogni potere e ricchezza reali. Uno Stato il cui denaro sia in dimunuzione è realmente, in quel momento, più debole e più povero di un altro, che ne possieda una quantità non maggiore ma in via di aumentare”: proprio perché l’aumento o la diminuzione del denaro non produce subito una corrispondente variazione nei prezzi, ma solo dopo un intervallo: “e questo intervallo è tanto dannoso all’economia, se oro e argento sono in diminuzione, quanto le è favorevole se quei metalli sono in aumento”.
Infine, c’è un altro caso in cui la scarsità di denaro può danneggiare uno Stato: quando esso scarseggia “al punto che i proprietari terrieri non possono riscuotere dai loro affittuari e sono costretti ad accettare un canone in natura e consumarlo in proprio... In questi paesi, anche il sovrano non può esigere tasse, o ben poche...; ed è evidente che, traendo egli scarso beneficio da imposte siffatte, quel regno sarà poco potente”. La Germania di oggi è molto più potente che tre secoli fa, e ciò, si pensa generalmente, per l’abbondanza di denaro. Ma qual è la causa di tutto ciò? “Rispondo che l’effetto che si pensa derivi dalla scarsità di monete in realtà proviene dagli usi e costumi degli uomini, e che, come spesso avviene, confondiamo la causa con un effetto collaterale”.
Il prezzo delle merci, dice H., è un rapporto: precisamente, un rapporto tra la quantità di merci e quella del denaro (P/M). Se il denaro aumenta, non necessariamente aumentano i prezzi: se, infatti, aumentano anche le merci prodotte in quello Stato, l’aumento del denaro può essere compensato, e più che compensato, dall’aumento delle merci, e il prezzo, lungi dall’aumentare, può rimanere costante, o anche ridursi. L’importante è però ricordare che quel che conta, ai fini della suddetta relazione, non è la quantità assoluta di merci o denaro esistente nello Stato, ma la loro quantità che si trova sul mercato (per le merci) o circolante (per il denaro).: “Il denaro custodito nei forzieri agisce sui prezzi come la mancanza di denaro; e lo stesso avviene se le merci vengono custodite in magazzini o granai”. Una prova storica, dice H., è che dopo la scoperta dell’America i prezzi in Europa sono aumentati solo di circa 4/5 volte, mentre la quantità di moneta è aumentata in misura di gran lunga superiore. E la ragione per cui questa maggiore quantità di merci è stata prodotta, è da un lato l’accresciuta operosità, dall’altro lato “un mutamento di usi e costumi”: gli uomini “hanno perduto la loro antica semplicità di costumi”, per acquisire usi e costumi più raffinati ed esigenti. Ecco perché è sbagliata l’opinione di quegli scrittori secondo cui un certo Stato è debole perché manca di denaro. Al contrario, dice H., “è evidente che la mancanza di denaro non può mai nuocere alla vita interna di uno Stato, poiché uomini e derrate costituiscono la vera forza d’una comunità”. Invece, “è la semplicità di vita che in questo caso danneggia il paese, concentrando oro ed argento nelle mani di pochi e impedendone la generale diffusione e circolazione. L’attività e il progresso d’ogni genere li diffondono invece in tutto lo Stato.... E poiché tutti i prezzi in questo modo diminuiscono, il sovrano ha un duplice vantaggio: può trarre denaro con le imposte da ogni parte dello Stato, e quel che riscuote ha maggior valore in ogni acquisto e pagamento”. In altre parole, come si è detto sopra, si confonde la causa con un effetto.