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La ragazza del secolo scorso

R. ROSSANDA, La ragazza del secolo scorso, Torino, 2005.

Come “autobiografia” è abbastanza ingannevole: della vita privata,  salvo la prima parte del libro che tratta di infanzia e adolescenza, non si parla quasi, e anche il resto, che vuol  essere (come recita la quarta di copertina) “il racconto di una vita: la politica come educazione sentimentale”), si arresta al 1969, ovvero all’espulsione del gruppo del Manifesto dal PCI.

La parte più valida e autentica del libro, a parte la già descritta prima parte (ove spicca il momento in cui R. matura la sua scelta di divenire comunista e di aderire alla lotta partigiana, tramite il suo professore, Antonio Banfi, che le stila una lista di libri da leggere prima di entrare nel Partito: Marx, Lenin, ma anche Laski e De Ruggiero), sta senza dubbio nella descrizione, appassionata ma nel complesso assai sobria, della vita quotidiana dell’apparato del Partito, dal punto di vista di una funzionaria di non primissimo piano, ma nemmeno di infimo livello. Compaiono tutte le personalità più rilevanti di questo periodo di storia del PCI: da Togliatti a Secchia, a Longo, Ingrao, Scoccimarro, Alicata, Amendola, Pajetta, Berlinguer, Trentin eccetera, sovente descritti in modo molto diverso dalla vulgata affermatasi in seguito (Amendola, ad es., è rappresentato  come un astuto e vendicativo intrigante ed il vero e nascosto dominatore del cruciale periodo di interregno che va dalla morte di Togliatti all’elezione di Berlinguer, ed una delle parti più interessanti del libro – anche se, temo, non delle più attendibili – è la descrizione del modo in cui gli amendoliani riuscirono ad assicurarsi il predominio emarginando gli ingraiani. Quanto a Togliatti, viene presentato come un imperscrutabile e saggio vecchio zio, che guida il partito con estrema prudenza e con un certo paternalismo, ma non come il vecchio orco collerico della tradizione.

Le necessità dell’attività soprattutto “culturale” del Partito, i suoi rapporti con i “partiti fratelli” e con il resto della società italiana, i compromessi (a volte, non inevitabili), le sconfitte e le vittorie, sono descritte con ammirevole onestà: siamo di fronte ad una persona che al Partito ha dedicato, letteralmente, l’intera vita - per poi arrivare, nell’ultimo atto, nel 1969, a condividere le amare parole di Natoli : “Non occorre una tessera per essere comunisti” (ma per poi aggiungere subito dopo: “No, per essere comunisti non occorreva. Ma per smuovere un paese occorreva un grande partito”) – e che sta cercando di dire la verità, senza nascondersi gli errori, e senza demonizzare gli avversari. Anzi, questo tratto di (apparente) impassibilità, di totale assenza di risentimento, di civile autocontrollo, è quello più accattivante del libro; tratto non privo, va detto, di una certa civetteria, quasi a rimarcare la differenza di garbo e di tono fra la vecchia generazione di militanti, o di politici tout court (come nel passo, forse un po’ snobistico, ma secondo me non certo falso, in cui ricorda che il linguaggio oggi abituale nelle discussioni politiche “allora lo usava solo il Bertoldo”) e quella attuale; e le frecciate all’attuale dirigenza dei DS si sprecano.

Il giudizio da dare sul libro è complesso. Cominciamo con gli elementi positivi, che peraltro in parte ho già elencato. Il realismo e l’onestà della rappresentazione del funzionamento quotidiano di una formidabile macchina come quella del Partito, meritano di per se’ un convinto elogio. Sono poi molto brillantemente resi gli aspetti relativi alla politica “culturale “ del Partito.

Le affermazioni di R. circa la “democraticità” del Partito (a suo avviso, ben maggiore di quella presente nei DS attuali), pur col ben noto orrore del correntismo e delle frazioni, sono probabilmente vere, e acquistano in ogni caso maggior valore venendo da una che a suo tempo è stata espulsa. Quel che pare davvero poco convincente, invece, è la sistematica attenuazione dei legami “organici” tra PCI e URSS. D’accordo che il PCI si trovava in uan situazione  particolare (paradossalmente, protetta dall’ “amica” URSS dal fatto di rientrare nella sfera di influenza dei “nemici” USA) che gli garantiva insieme maggiore e minore libertà di manovra; ma è ingenuo e, alla fine, anche contraddittorio negare che il legame con l’URSS avesse un peso decisivo nella collocazione politica del PCI. Sarà pure vero, come R. ci ricorda continuamente, che il PCI era libero; sarà pure vero che i metodi sovietici al PCI non piacevano; sarà pure vero che la contrarietà a questi metodi era già diffusissima nel Partito nel 1956 e ancor più nel 1967; però sta di fatto che lo “strappo” ufficiale con l’URSS venne solo molto dopo, con Berlinguer, e che ancora negli anni Ottanta avanzati il capo della “destra” comunista ed erede di Amendola (l’attuale Presidente della Repubblica Napolitano) scriveva in un libro pubblicato da Laterza che sì, i paesi del socialismo reale erano esecrabili, ma che comunque, con tutti i loro difetti, erano pur sempre molto meglio di qualunque democrazia borghese.

Anche se, in un certo senso, questo lo ammette anche R. Scrive ad es. a p. 186: “Il non dire fu l’errore più grande- fu questo a minare le fondamenta e a produrre il crollo del 1989. Questo fu la vera doppiezza, non la doppia lealtà –di cui si scrive – fra l’obbedienza a Roma e l’obbedienza a Mosca. Che sciocchezza. Il Pci del 1945 sapeva e fece uso di tutti gli interstizi resi possibili dalla divisione del mondo, evitando di essere folgorato da una scomunica; se sbagliò le responsabilità sono sue. Al mio livello nessuno sentì il dilemma: a chi sto ubbidendo? Gli errori furono nostri, non imposti. E fra questi c’è lo scarto fra quel che si sapeva e quel che veniva distillato a una base ritenuta fragile. Non le si offrì alcun ragionamento che fungesse da scudo nel momento della verità. Il gruppo dirigente non lo offrì neppure a se stesso, se nel 1990 una compagna appena portata in segreteria, Livia Turco, disse con sincero stupore, rientrando da Berlino, di avere capito solo in quei giorni che i comunisti potevano non essere amati. Se ho un risentimento è con la tendenza dei comunisti e di tutte le avanguardie a guardare alle <<masse>> come gattini ciechi. Una stupida scommessa con il tempo, ce la faremo prima che chi ci segue sappia e si scoraggi. Assumere tutto nella sua durezza, non ridurlo a un errore facile e tener fermo lo stesso il fine – questo non lo sapemmo fare, neanche quelli che avevano qualche contezza di come stavano le cose”. Questo è molto bello e anche coraggioso, ma a me suona di consolazione stoica.

Anche perché la collocazione internazionale era solo la conseguenza di scelte molto più fondamentali. Se è sicuramente vero, come scrive R., che nessuno nel PCI (nemmeno Secchia) pensò mai ad una rivoluzione concretamente imminente, c’è da chiedersi se sia vero anche che nel PCI nessuno pensasse affatto alla possibilità della rivoluzione, anche nel futuro. Se fosse vero, allora si sarebbe trattato di acchiappare il toro per le corna, di guardare in faccia la realtà, e di prendere atto del fatto che una distinzione tra comunisti e socialdemocratici, almeno in Italia, non aveva più senso. Era quello che a un certo punto, nel 1964, disse in fondo Amendola (=il congresso di Livorno del 1921 era stato un errore): ma non gli venne dietro nessuno, tantomeno R. Eppure bisogna riconoscere che, senza la prospettiva di una rivoluzione nella proprietà dei mezzi di produzione, non esiste alcun comunismo (almeno come distinto dalla socialdemocrazia): tanto valeva prenderne atto al momento della nascita del centrosinistra (nei cui confronti il PCI tenne un atteggiamento assai più ambiguo e prudente di quanto non dica R.).

L’impressione, insomma, è proprio che alla situazione reale, ai processi economici in atto, alla famosa “struttura” (benché R. richiami continuamente la necessità di non perdere di vista i processi reali) il libro non presti abbastanza attenzione.

Ecco infatti che, raggiunto il boom, rivoluzionate abitudini e servitù e sottomissioni secolari, ottenuta finalmente la democrazia politica e una discreta fetta di democrazia economica, raggiunto l’accesso dei proletari al benessere, si pone il fatidico problema: E adesso, che si fa? E qui la lucidità, mi sembra, viene meno.

R. dice in sostanza che, negli anni Settanta, “i rapporti di forza oscillarono verso la nostra parte” (p. 297). Emergevano nuovi operai e emergevano nuovi studenti. Si rendeva necessario ripensare non solo le tattiche, ma le strategie del PCI. “Da noi a metà dei sessanta cambiava l’assetto del capitalismo, fu il suo periodo ruggente, tentava qualche ambizione che andasse oltre la miseria dei pochi salari, pochi consumi, repressione quanto serve. Cambiava la fisionomia delle leve giovanili: gli studenti erano una massa crescente e non sfilavano più per l’italianità di Trieste, stava finendo la loro secolare visione di sé come classe dirigente borghese di ricambio. Come i giovani operai non erano più quelli cher avevano difeso le fabbriche in guerra, era finita la fedeltà all’azienda, perdurata anche durante le lotte più acute a Torino”; ma il PCI “anzitutto guardò con sospetto l’incrinarsi del <<valori>> borghesi – il mutare degli atteggiamenti, il logorarsi della famiglia, le rotture nei comportamenti” (p. 297-8). La prudenza era stata forse una virtù prima; ma adesso? “Il coincidere fra un accelerarsi delle trasformazioni del paese e la morte di Togliatti dava tutt’altro rilievo a ogni nostro accento identitario: veniva meno quel vivo cordone ombelicale che eravamo stati con un passato esaltante e terribile, riscatto e caduta. Si era liberi e assieme costretti a ripensarsi. Chi eravamo? (...) Era bell’e spenta la leggenda d’un uomo nuovo e semplificato, era con l’uomo complesso che avevamo a che fare. Ne ero convinta e contenta. Ma ogni tanto mi sfiorava il sospetto che quell’essere diversi venisse evocato più che per affondare la critica sul presente, per giustificarlo. Oggi so che era proprio così, che la rinuncia al <<marxismo-leninismo>>, formula sciagurata, non era un ritorno (anzi per il Pci una andata) a Marx, al fine di verificare lui sull’oggi e l’oggi su di lui; era un’inconfessata attrazione per la borghesia come capace di creare un suo mondo, non fatto tutto e solo di sfruttamento. Lo sviluppo delle forze produttive ha un suo fascino, perché non dovrebbe averlo? Non era ancora di moda contemplare le società precapitalistiche come gemme dell’autenticità – è negli anni settanta che si sarebbe oscillati fra la loro condanna e la loro esaltazione” (p. 298-9). Siamo qui forse al nodo centrale del libro: “La brutalità del fascismo aveva semplificato il quadro, facendoci assumere la democrazia borghese come una conquista, cui mancava solo liberarsi dalla povertà. Adesso, finito il fascismo, in declino la Guerra fredda, quel che si proponevano i comunisti avrebbe dovuto venire riesplicitato. Ma non lo era affatto. A cominciare dal guardare in faccia, in tanto chiacchierare su Gramsci, su quale fosse negli anni sessanta del xx secolo il famoso <<blocco storico della rivoluzione italiana>>, i ceti anelanti a liberarsi. Certo non li simboleggiavano più l’operaio e la kolchoziana che, al posto del leone della Metro, avanzavano radiosi nel logo della Sovetexportfilm – la contadina volgeva ormai alla coltivatrice diretta anelante ad avere non più che il bilancio in pareggio. C’erano invece gli intellettuali, c’era la perdita del modesto privilegio dei ceti medi, c’erano le ambigue figure degli apparati ideologici dello stato, c’erano gli sconosciuti giovani. E’ dalla risposta a questo interrogativo che passava o non passava la questione della rivoluzione in occidente, e quale e come” (p. 299). Il punto nevralgico è proprio questo: la scelta tra guardare in faccia i mutamenti epocali avvenuti in occidente (ed intervenuti, va detto subito, grazie anche, e molto, agli sforzi dei partiti di sinistra) e cercare di guidarli tenendo la barra ferma agli interessi a lungo termine degli spossessati, o buttare a mare questo fine per continuare a inseguire il miraggio della rivoluzione, chi ci sta ci sta. La prima è stata la scelta (vincente) del socialismo europeo (e anche italiano, se si tiene presente, come si deve fare, che tutte le riforme economico-sociali davvero significative avvenute in Italia provengono dalla stagione dle centro-sinistra), la seconda quella dell’estrema sinistra, del movimentismo. Il PCI, di fatto, ha avuto la colpa di non scegliere tra queste due opzioni, ed è finito logorato, malinconicamente, da entrambe le parti, optando infine per il socialismo quando ormai la sua forza e il suo prestigio (che avrebbero potuto essere decisivi nel sessanta e nel settanta) si erano in gran parte consumati.

La diagnosi di R. è invece l’opposta; e la cosa sorprende un po’ visto che R. rampogna sia il PCI sia il movimento studentesco per il loro poco marxismo, per la scarsa attenzione alla struttura, ai rapporti di produzione (che è una posizione secondo me corretta, ma che avrebbe dovuto condurla logicamente a tutt’altre conclusioni): “Non si cominciava a sussurrare attorno a Botteghe Oscure che era stata data troppa importanza alla proprietà dei mezzi di produzione, la famosa base, rispetto alla sovrastruttura (non si diceva ancora <<economicismo>>), cioè all’ordine simbolico (anche questo termine sconosciuto)? Avevo alzato il sopracciglio leggendo un testo di Gramsci – Togliatti era ancora vivo – La rivoluzione contro il capitale, che sottolineava come il 1917 fosse avvenuto nella parte del mondo dove, Marx alla mano, meno si sarebbe potuto attenderlo. Nei primi anni venti poteva essere una buona polemica contro un certo positivismo dei primi socialisti, ma quel positivismo era bell’e spento. Quel che il testo suggeriva era la natura <<politica>>, assai prima che sociale, della rivoluzione (...) Altro che base e sovrastruttura, per cui la seconda sarebbe necessariamente  mutata una volta intaccata la prima: da noi l’attenzione alla sovrastruttura, con la coipertura di Gramsci, stava mettendo fra parentesi la base (...) Il marxismo era, sicuro, una filosofia e se si vuole un umanesimo, ma non si poteva tirare in tutte le direzioni, fin fuori della sua origine, nella crudele estraniazione del modo di vivere e di produrre nel capitale. Né si poteva giocare allegramente Gramsci contro Marx, o addirittura Vico contro Gramsci. Eravamo sempre lì, al crocianesimo di ritorno nella formazione del gruppo dirigente comunista. Molti di noi, avvertendo la frizione con una società che andava in fretta, scalpitavano. Ma pensammo a lungo a una lentezza, un ritardo, non a una sorta di mutazione genetica avvenuta. Quel corpaccione si sarebbe mosso, non fosse che per quel senso della realtà che non gli mancava” (p. 300-1). Il corpaccione è quello del Partito, ovviamente. Ma muoversi per fare che cosa? Questo la Rossanda non ce lo spiega. Così, le infatuazioni per Cuba, per il movimento studentesco, risultano ancor più inspiegabile visto che R. non si nasconde i limiti degli uni e degli altri (gli studenti “avevano qualche idea di Marx, ignoravano Gramsci o Korsch o Lukàcs, le loro icone erano Lenin e Mao, ma soprattutto Ho Chi Minh e Guevara. Ma parevano aver succhiato il latte dei francofortesi per la critica radicale della società omologante e dei consumi – nel nostro 1968 Marcuse fu il più letto, mentre nell’aprile di quello stesso anno, un mese prima dell’esplosione, nella Parigi intellettuale non se ne aveva ancora idea (...) Comunque Marcuse spostava il soggetto rivoluzionario dalla classe operaia, in nome della quale continuavano a parlare i tiepidi partiti della sinistra, a un soggetto non più proletario e progressista ma marginalizzato e antisviluppista; gli studenti se ne sentivano fratelli, massa acculturata e deprezzata che non poteva né desiderava diventare la nuova leva dirigente dell’ordine dato”, p. 344; oppure: “I giovani erano già perduti. Era troppo facile vedere quanto fosse fragile quel sollevarsi di una generazione che non si opponeva, come noi, alla <<reazione>> ma all’intera architettura del sistema capitalistico – noi dicevamo diritto allo studio, loro davano l’assalto alla scuola come formatrice del consenso, noi dicevamo diritto al lavoro, loro volevano la fine del salariato, noi volevamo più giustizia distributiva e loro se ne fregavano dei consumi. Il mondo gli era parso di colpo come era, come chi aveva appena annusato Marx sapeva che fosse. Era la prima  ondata che contestava il progressismo”, p. 357; “I sessantottini erano libertari, antiborghesi, antisistema, anticapitalisti e antimperialisti. Ogni tanto acclamavano Lenin, Rosa  Luxemburg (pochi), Ho Chi Minh e Mao (di più), ma non erano che simpatici simboli. Si trattava di battere il potere, anzi i poteri esistenti da noi, e gli parve a portata di mano, sarebbe seguito alla presa di coscienza, stava già nella presa di coscienza – che cosa era stato, o sarebbe stato, il tentare una società diversa non si domandavano”: p. 363). Passare da Marx ai francofortesi non è un passaggio indolore. Questi nuovi soggetti rivoluzionari, al dunque, evaporarono. La nuova strategia suggerita da R., a quanto pare, sembra essere che il Partito avrebbe dovuto restare a fianco degli studenti in lotta (“La nostra presenza o assenza modificava la scena”): il problema era che il PCI era un partito che aveva (ancora) le idee chiare e distinte (“si scendeva in piazza per un obiettivo chiaro e limitato (ne eravamo capaci ancora) o niente, si stava alle regole non solo per non spaventare il prossimo, ma perché i comunisti erano i cittadini più specchiati, studio, lavoro e famiglia. Altro che gli slogan del 1968 che dell’ordine dato denunciavano il ruolo di regolatore (...) Erano diventati i più onesti fra i socialisti, i meno audaci fra i riformatori. Erano perbene. (...) Da un Gramsci light avevamo assunto l’idea  d’una società regolata, senza badare troppo a quale, via via scivolando nel timore del disordine. E tutto quel che non stava nelle nostre previsioni era disordine. D’altra parte far cagnara solo per sentirsi insieme non era cosa da noi, avvezzi a metterci insieme per conseguire uno scopo preciso (...) Ma a forza di essere ragionevoli avevamo perduto perfino la curiosità per quella insorgenza giovanile senza preceenti, figlia nostra e ribelle. Non soltanto quei bacucchi del Pcf se ne erano ritratti ma anche noi, i comunisti più intelligenti d’Europa”, p. 358) e anche l’alternativa che pareva chiara a R. e ai suoi amici evidentemente non apparve così chiara al PCI. Ma in questo fu il PCI ad avere ragione, non nel rimanere immobile come fece. Col senno di poi, possiamo dire, credo, che l’alternativa era un’altra.

A R. rimane il rammarico che le rivolte operaie del 1969 (“la più grande e colta lotta operaia del dopoguerra”, p. 378) non siano state appoggiate dal PCI, tutto preso dal repulisti interno contro quelli del Manifesto, e che quando Berlinguer andò nel 1979 a sostenere un’altra occupazione della FIAT fosse già troppo tardi (p. 381). Invece era già tardi anche nel 1969, e non essersi affatto accorta, nonostante i ripetuti richiami (la stessa R. parla de “la riorganizzazione del lavoro, la tecnologia che tagliava all’operaio sotto i piedi l’erba in cui finora era cresciuto, la ristrutturazione della proprietà e del mercato del lavoro- dei quali il Pci si accorse tardi e li assunse senz’altro come forma inevitabile dell’economia”, p. 383) di dove stavano andando i famosi processi reali, lo sviluppo dell’economia, è davvero la critica più grave che si possa fare a chi continua a definirsi un intellettuale marxista.

Commenti

...nun c'ho capito un kazzo.....

troglodito.......... | September 10, 2007 5:39 PM

Più che altro sembra un necrologio del PCI.

pietro | September 10, 2007 10:35 PM

E' vero, forse è proprio questo che dici....
Uno dei paradossi della storia moderna, a mio avviso, è che da un anno all'altro (o quasi) i grandi pensatori del passato (quasi tutti d'orientamento marxista) si sono trasformati in "ignoranti" che non avevano capito molto del mondo in cui vivevano.... così ci troviamo, se non a buttare a mare, quantomeno a guardare con distacco e quasi comprensione, pensatori che un tempo ci apparivano il "non plus ultra", il massimo della vita....
Questo fatto non finisce mai di suscitare una specie di brivido lungo la mia schiena!
E a voi!?...........
O TEMPORA, O MORES........ direbbe Ciceruacchio.....

adriano | September 12, 2007 12:40 AM

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