L'interesse secondo David Hume
D.HUME, L’interesse, 1752 (Saggi, XIV, Roma, 1975, trad. L. Formigari)
Veniamo al secondo dei grandi studi economici di Hume.
H. condivide l’idea tradizionale che un basso saggio di interesse sia segno di florida condizione economica di un paese. Però ritiene che la ragione comunemente addotta per questa opinione- cioè che la modestia del tasso d’interesse dipende dall’abbondanza di denaro – sia sbagliata. Secondo H., invece, se la quantità del denaro è stabile, anche l’abbondanza del denaro ha il solo effetto di alzare il prezzo del lavoro.E infatti, dice H., a Batavia e in Giamaica, così come in Portogallo, l’interesse è più elevato che a Londra o Amsterdam, eppure oro e argento vi sono più abbondanti. “I prezzi sono cresciuti di circa quattro volte dalla scoperta dell’America, ed è probabile che oro e argento si siano moltiplicati in proporzione anche maggiore, ma l’interesse non s’è abbassato di molto più che la metà. Il tasso d’interesse, dunque, non dipende dalla quantità dei metalli preziosi”. Il denaro, insomma, non c’entra (il denaro, dice H. con la sua robusta attenzione all’economia reale, ha “un valore essenzialmente fittizio, la maggiore o minore quant6ità di esso non ha alcuna importanza se si considera una nazione in se stessa”).
Il tasso d’interesse elevato invece dipende da tre fattori: (i) elevata richiesta di prestiti, (ii) scarsità di somme atte a soddisfare la domanda, e (iii) grandi profitti commerciali. E tutti questi fattori, aggiunge H. (in modo che all’epoca doveva essere piuttosto provocatorio), “sono una chiara dimostrazione dello scarso sviluppo dell’industria e dei traffici, non della scarsità d’oro e d’argento”. Un tasso di interesse basso, viceversa, nasce dai fattori opposti, che a loro volta “derivano dall’incremento dell’industria e del commercio, non dell’oro e dell’argento”.
La dimostrazione procede passo passo per ognuno dei tre suddetti fattori. Dove non vi è altra proprietà che quella fondiaria, dice H., la parsimonia sarà un virtù rara (dato che i prodighi tra i proprietari terieri saranno sempre più di quelli avari) e di conseguenza molti dovranno chiedere prestiti, sicché il tasso di interesse sarà alto (“la differenza non dipende dalla quantità di denaro, ma dagli usi e costumi dominanti... Se anche il denaro è tanto che un uovo costa mezzo scellino [prezzo spropositato per l’epoca], finché in una società ci sono solo proprietari terrieri e contadini, molti sono coloro che prendono a prestito e l’interesse è alto”).
Per il secondo fattore valgono considerazioni analoghe: anche questo non dipende dalla quantità di oro e argento, ma dagli usi e costuumi dominanti. Se il denaro è concentrato in alcune mani (“in modo da costituire somme ingenti o creare una grande rendita finanziaria”), allora vi saranno persone in grado di dare somme a prestito e il tasso di interesse scenderà. H. fa un bell’esempio per provarlo: se domani in Inghilterra, per miracolo, ogni abitante ricevesse cinque sterline, la quantità di denaro nel paese aumenterebbe più del doppio, ma non per questo calerebbe il tasso d’interesse, “e se nel paese non ci fossero se non proprietari terrieri e contadini, quel denaro, per quanto abbondante, non potrebbe mai raccogliersi in somme considerevoli, e servirebbe solo a far crescere i prezzi di tutto, senz’altra conseguenza che questa”. La riduzione dei tassi dipende solo “da un aumento di attività e senso del risparmio, da uno sviluppo delle arti e del commercio”. Qui c’è un affascinante scorcio di storia economica. Tutto ciò che è utile nasce dalla terra, ma poche cose nascono dalla terra già pronte per l’uso umano. Quindi occorre, oltre ai proprietari terrieri e ai contadini, un’altra categoria di persone che trasforma la materia grezza ricavandone il prodotto finito. Finché la società è primitiva e poco sviluppata, i contatti fra contadini e artigiani, e fra artigiani e artigiani, possono essere diretti. Ma coll’allargarsi dell’attività e delle prospettive, allora si rende necessaria “una delle più utili categorie di uomini”, cioè i mercanti, che “servono come agenti fra quelle parti di uno Stato che non hanno alcun contatto reciproco e che ignorano completamente le rispettive necessità. Ci sono in una città cinquanta artigiani che lavorano la seta o la tela, e un migliaio di clienti: e queste due categorie, così necessarie l’una all’altra, non possono mai convenientemente incontrarsi finché un uomo non apre una bottega alla quale si rivolgono tutti gli artigiani e tutti i clienti”.
Ora, dice H., ad ogni uomo è neecssaria l’attività: se non c’è modo di fare un’attività utile e produttiva, ci si getterà nei piaceri sperperando tutto il proprio avere. Ma se “l’attività che gli offrite è redditizia, e soprattutto se il reddito è connesso con ogni paticolare aspetto di quel lavoro, egli avrà così spesso presente il guadagno, che un poco alla volta questo diventerà per lui una passione ed egli non conoscerà piacere pari a quello di veder aumentare giorno per giorno il suo patriomonio. E questo è il motivo per cui il commercio incoraggia il risparmio e per cui fra i commercianti l’avarizia è tanto più frequente della prodigalità quanto questa è più frequente di quella fra i proprietari terrieri”. Il commecio, quindi, incoraggia l’attività e il risparmio. Questo è vero, dice H., anche dei professionisti (medici e avvocati), ma avvocati e medici non sono produttivi (“è anzi a spese degli altri che accumulano la loro ricchezza”), mentre i commercianti sì.
La rendita finanziaria, in misura sufficiente a costituire capitali da dare a prestito, quindi, si genera solo nel commercio. In altre parole, l’incremento del commercio genera una classe di persone in grado di offrire somme a prestito e in questo modo abbassa l’interesse.. Questo risultato, ovviamente, è prodotto dalla concorrenza tra i prestatori di denaro (o, per dirla in altro modo, dall’aumento dell’offerta di denaro).
Rimane il terzo fattore. Anche a proposito dei bassi profitti, vale lo stesso. Con il crescere dei capitali disponibili per essere investiti, cresce ovviasmente la concorreenza e si trovano sempre più investitori disposti ad accettare profitti bassi; l’esistenza di bassi tassi di profitto a sua volta induce anche la riduzione dei tassi di interesse. “E’ dunque inutile chiedersi quale di questi due fattori, il basso interesse o i bassi profitti, sia la causa e quale l’effetto. Entrambi nascono dallo sviluppo commerciale e si favoriscono a vicenda. Nessuno si accontenterà di profitti bassi quando può avere un interesse alto; e nessuno accetterà un interesse basso quando può avere profitti elevati. Un commercio sviluppato, creando grandi capitali, fa calare sia l’interesse sia i profitti”. E così, conclude H., “l’interesse è il barometro dello Stato e un tasso modesto è segno quasi infallibile delle floride condizioni d’un popolo”.
Così, la convinzione tradizionale che bassi interessi siano dovuti all’abbondanza di denaro dipende dalla ormai familiare confusione di una causa con un effetto. L’abbondanza di denaro, proprio come il basso tasso di interesse, è un effetto della ricchezza di un paese, ma non ne è la causa.
Anche il fatto che in certi paesi, che hanno improvvisamente acquisito grandi masse di oro o argento (come la Spagna del Cinquecento), l’interesse è improvvisamente caduto, non è dovuto al denaro in sé, ma al modo in cui questo si viene a concentrare in poche o in molte mani (v. le riflessioni di H. sulla velocità di circolazione del denaro nel precedente saggio). Se si concentra nella giusta misura, si produrrà in breve tempo un’abbondanza di capitali che cercheranno impiego, e quindi, proprio come accadrebbe con un aumento della produttività, ciò tenderà ad abbassare il tasso di interesse. Ma quando questa nuova massa di metallo prezioso si sarà diffusa in tutte le parti dello Stato, l’effetto cesserà di prodursi e il tasso di interesse ricomincerà a salire, e l’unica conseguenza dell’aumento del denaro in circolazione sarà un aumento generalizzato dei prezzi.