Il liberismo è di sinistra?
A.ALESINA- F. GIAVAZZI, Il liberismo è di sinistra, Milano, 2007.
Cominciamo col dire che buona parte di quel che c’è scritto in questo libro è assolutamente condivisibile. Per esempio, è ragionevolissimo dire che “oggi, in Italia, chi ha a cuore i valori storici della sinistra, cioè equità, pari opportunità, criteri di merito e non di classe, dovrebbe schierarsi in prima linea nelle battaglie a favore di un mercato nel quale vengano fatte rispettare regole del gioco trasparenti e non <<catturate>> anch’esse da pochi privilegiati” (p. 16).
E’ giusto dire che è di sinistra liebralizzare commercio e professioni, mentre è di destra continuare a permettere che le farmacie si trasmettano di padre in figlio; è ragionevole dire che non ha senso spendere le risorse dell’Università in personale tecnico e amministrativo per poi (come è capitato a Lecce) non avere i soldi per il riscaldamento; come è ragionevole dire che le riforme nella pubblica amministrazione sono necessarie perché una P.A. inefficiente (una scuola inefficiente, ad es.) danneggia in primo luogo, se non proprio esclusivamente, i meno abbienti. Ed è ragionevole, e anche di sinistra, dire che il nostro sistema di welfare (che costa, in percentuale sul PIL, quasi il doppio di quello inglese) non funziona perché non riesce ad aiutare efficacemente chi ha bisogno di aiuto (ed infatti riduce il numero di famiglie a rischio di povertà dal 22 al 19%, mentre in Inghilterra il welfare lo riduce dal 26 al 18%: p. 42). E anche che fenomeni come il sostegno ad Alitalia (che costa all’Italia circa 2 milioni di euro al giorno) non hanno alcun senso e sono anzi un vero scandalo. E che fa ridere rivendicare il nostro Stato sociale rispetto a quello degli USA, quando “in Italia ancora oggi il reddito dei genitori è più importante nel determinare quello dei figli di quanto non lo sia negli USA” (p. 42). Ed è anche giusto dire che “la disuguaglianza sociale non si elimina sopprimendo la concorrenza e impedendo che le retribuzioni siano decise dal mercato; questo è solo un modo per ammazzare la crescita. Gli strumenti per correggere la distribuzione dei redditi sono le tasse e il welfare, anche perché il vero nemico è la povertà, non la disuguaglianza in quanto tale” (p. 61).
Ci sono varie cose decisamente intelligenti, e che in Italia sentiamo dire di rado. Tipo che “la crescita è sempre stata una bandiera della sinistra progressista. Sono i conservatori che generalmente la temono perché la crescita amplia le opportunità e rende più difficile difendere i privilegi. Le aristocrazie sono state spazzate via dalls crescita” (p. 52). O le ragioni per cui da noi la sinistra ha sempre diffidato del “consumatore” (p. 49 ss.). O il motivo per cui ”in Italia il numero di fallimenti di imprese è tra i più bassi dei paesi OCSE... In Italia falliscono molte meno imprese che negli Stati Uniti: lo 0,4 per cento delle imprese, contro il 4 per cento negli Usa. Ma non perché in Italia le imprese siano più sane. Il motivo... è che l’inadeguatezza delle procedure fallimentari induce le imprese a correre meno rischi, a rinunciare a occasioni di espansione e a perdere opportunità di conquistare nuovi spazi sul mercato” (p. 77). O anche questa: “il motivo per cui le privatizzazioni sono condizione necessaria per un libero mercato è che uno Stato proprietario è un pessimo regolatore. Se lo Stato è il maggior azionista di Enel o di Eni, avrà interesse a che queste aziende facciano buoni profitti. Quindi avrà interesse a che la regolamentazione non sia troppo severa” (p. 106).
Alcune affermazioni sono più controverse. Ad es., dire che “ridurre i vincoli ai licenziamenti riduce la disoccupazione, non la aumenta come molti vorrebbero far credere” (p. 19, concetto poi ampiamente sviluppato in seguito, pp. 63 ss.) secondo me è vero, ma non è self-evident come A&G vogliono far credere.
Altre (poche, a onor del vero) affermazioni di A&G sono chiaramente delle bestialità, tanto più grossolane in quanto obiettivamente non c’era alcun bisogno di parlarne. Che senso ha, per esempio, dire che Margaret Thatcher è un “modello” a cui la sinistra italiana dovrebbe ispirarsi (p. 123)?
Il vero problema del libro, per quanto mi riguarda, è il suo titolo. Mi spiego. Avessero intitolato il libro “Il riformismo è di sinistra”, nessuno avrebbe avuto da ridire. Credo che anche un titolo come “Il liberalismo è di sinistra” l’avrei trovato ragionevole. Ma che senso ha invece parlare di “liberismo”, quando in primo luogo che questo sia di sinistra non è affatto scontato (e se uno lo volesse comunque sostenere, dovrebbe come minimo tentare di argomentarlo), e in secondo luogo, e soprattutto, le misure di cui si parla nel libro non hanno nulla, ma proprio nulla, a che fare col “liberismo”? Gran parte di esse infatti sono correntemente messe in atto dai governi socialisti e socialdemocratici di tutta Europa (dalla Germania alla Svezia all’Inghilterra).
E allora, se quello di cui parlano i due autori NON è affatto “liberismo”, che senso ha un titolo del genere? La mia impressione è che si sia trattato di un titolo meramente provocatorio, sostanzialmente volto a produrre un succès de scandale. Ne segue, con tutto il rispetto per i due autori, che anche il libro altro non è che un instant-book che mira solo a fare chiasso e a vendere copie, e al limite “influenzare il dibbbbattito politico” senza minimamente contribuire a chiarire le idee, ovvero incrementando la confusione esistente (che è difficile non ritenere già eccessiva). C’è però un’altra spiegazione, più benevola verso gli autori (e più deprimente riguardo alla situazione “culturale” italiana). Può darsi che A&G abbiano pensato, a furia di leggere i giornali e guardare la TV italiana, che in Italia “liberismo” sia ormai divenuto sinonimo di “riforme” non meramente di facciata, che significhi sostanzialmente tutto ciò che minaccia in un modo qualsiasi lo stato di cose esistente. Se è così, allora i due autori non hanno fatto altro che utilizzare un termine nella sua accezione corrente, benché scorretta. Hanno comunque fatto male a non spiegarlo, magari nell’introduzione (in cui parlano di tutt’altro); ma si tratterebbe di un errore tutto sommato non troppo grave.
Commenti
Le citazioni sembrano indicare una concezione liberale ispirata a John Rawls, che è vicina alle posizioni dei Democratici USA.
Sopratutto la frase : "il vero nemico è la povertà , non la disuguaglianza in quanto tale".
Penso che il discorso del libro sia condivisibile, almeno nel senso che un "buon capitalismo" (liberista, ovvero non monopolistico) sia comunque meglio di un "cattivo capitalismo" (monopolistico appunto, e in qualche modo "feudale", nel senso di favorire le posizioni di pivilegio dei grandi capitalisti rispetto ai loro concorrenti e alla manodopera).
Quel che però non si dice è che la libertà di licenziare serve spesso ai padroni per mantenere le redini della propria azienza anche a scapito dei suoi profitti. Il che poi significa che spesso il padrone, o capitalista che dir si voglia, preferisce ottenere profitti inferiori ma continuare ad avere il "monopolio" della sua ditta (che magari ha creato con le sue mani, o che è addirittura un'eredità di famiglia!) anzichè avere dei buoni profitti dovendone però condividere la guida con altre persone, pure capaci di aggiungere valore alla stessa! e non mi dite che sono cose che mi invento, perchè potrei citare tantissimi casi concreti, e di cui magari ho fatto esperienza diretta, a riguardo!
Il problema è sempre lo stesso, purtroppo: l'umana meschinità !!!!!!!
E poi si sa (e ce lo dice anche il testo!) che dove la ricchezza si contrae i ricchi diventano più ricchi (o quantomeno socialmente più potenti), perchè i poveri e bisognosi (e uso questo termine non a caso...) aumentano di numero.
Quindi è tutto da vedere se l'imprenditore ha grandi vantaggi a che la sua impresa e l'economia in genere abbiano "il vento in poppa"!
Se a ciò si aggiunge che in Italia (e forse non solo!) la legislazione fa sì che i capitalisti "caschino sempre in piedi", attraverso misure come sgravi fiscali e facilitazioni di vario genere, se ne evince che fare il capitalista oggi è un po' come doveva essere qualche secolo essere proprietario di terre coltivate da servi della gleba (leggi "feudatario").
I lavoratori oggi non hanno più alcuna difesa sociale, o quasi, mentre i capitalisti quasi quasi non possono fallire per legge, perchè in un modo o nell'altro vengono sempre aiutati dallo stato, che pure piange sempre miseria (e tutto ciò, ovviamente, in nome dello sviluppo economico del paese! Ahahahahahah.....!)
eppure dovrebbe essere chiaro, come dice del resto anche il testo, che il punto VERO non è che non si possa fallire, ma che non falliscano i migliori, i più competitivi sul mercato: ovvero quelli, almeno presumibilmente, più capaci di creare sviluppo e occupazione.
Per concludere, direi che il capitalismo è una forma di organizzazione economica e sociale spietata e a mio giudizio discutibile, ma il cattivo capitalismo è una forma aggiornata di schiavismo o di feudalesimo!
Scusate lo sfogo, forse un po' stupido. Attendo il vostro contraddittorio!
Molte delle cose che dici sono giuste. Però in effetti il libro ha altri bersagli.
Secondo me il vero problema, da noi, non è tanto che ci sia poco "liberismo" (nel senso di A&G) o che ce ne sia "troppo", ma che proprio non ci sia modo di mettersi d'accordo sul significato delle parole. Ti faccio un minuscolo esempio: in questo momento, sul blog di Cloroalclero, un certo Lestaat sta dicendo quanto segue: "bilanci in attivo, pil, crescita…….tutto quello schifo insomma che non serve assolutamente a nessuno e che non produce nulla se non denaro…….e manco cartaceo, ma virtuale, che anche condito continua a non sapere di una ceppa e a non riempire la pancia degli unici in questo maledettissimo paese che si fanno il culo per PRODURRE qualcosa: il PROLETARIATO".
Capito? Eccoti uno che non sa nemmeno cosa siano il PIL e la crescita (altrimenti non direbbe che "non serve assolutamente a nessuno e non produce nulla se non denaro", e lasciamo perdere l'altra brillante distinzione tra denaro cartaceo e virtuale ai fini del "riempire la pancia") ma che però pretende chissà perché di parlare in nome del proletariato. Dopodiché il proletariato lo sbertuccia e quando può parlare e votare, parla e vota in modo diametralmente diverso da come quello immagina.
Questo è il nostro problema, secondo me.
Ah, il "Lestaat" insiste...
.... io penso che il proletariato abbia fatto il suo tempo, in questo mondo di grandi industrie e di capitalisti.
Ma i poveri cristi che cercano un lavoro non precario (o semplicemente un lavoro...) esistono ancora.
Che faremo di loro?????? bisognerà colonizzare un paese sottosviluppato dove fondare delle colonie tutte per loro!!!!.... e speriamo non ci sia internet!
Eccoti uno che non sa nemmeno cosa siano il PIL e la crescita
Vorrei saperlo anch'io cosa è il PIL?Così come oltre alla crescita avere qualche spiegazione in più su come un "liberale" pensa debba essere distribuita la crescita e la ricchezza.
Se certi principi "liberisti" sono così "sacri" da passare sopra la vita materiale della gente (considerato che nel lungo periodo siamo tutti morti).
Per quanto riguarda le % a sostegno delle tesi degli economisti, le ho sempre osservate con "sospetto".Riescono sempre a beccare il dato che conforta le loro tesi.
Magari i numeri letti correlati ad altri indici danno una visione un pò diversa.E' il bello della dialettica.Sarà mica un caso che esistono più correnti di pensiero economico "borghese" che chiese evangeliche.
Io penso che un libro di quel tipo non ha senso proprio partendo dal titolo.
Legittimo che uno cerchi di sostenere la tesi che una corretta "amministrazione" garantisca risultati migliori.
ma cosa c'entra questo con l'idea e l'ideologia del "liberismo" del capitalismo e con la sinistra (o il comunismo)? Potevano semplicemente titolare "come si amministra bene un condominio in questo contesto e con questi vincoli"
Fanno parte del PIL cose come:
kg di pane, lt di latte, kg di insalata (compresa la detta "biologica"), pasti al ristorante (compresi quelli detti "slow food"), tagli di capelli messe in piega e tinture, lezioni di agopuntura, di gastronomia o di meditazione trascendentale, films, concerti di Pollini o di Madonna, spettacoli teatrali, partite di football, conservazione di parchi & simili, KWh di energia (compresa quella da fonti rinnovabili), restauro di monumenti e quadri, copie di giornali e riviste, purificazione di aria e acqua di fiumi e laghi, hl di acqua al rubinetto, ect, più tutti gli investimenti per la produzione futura di queste e le altre cose simili.
Oh e naturalmente la totalità (*) delle spese e degli investimenti dello Stato, compresa l'interezza della spesa sociale.
(*)tranne quelle spese che lo Stato fa all'estero o gli inv. che ottiene dall'estero, nel qual caso questa parte delle spese o inv. sono parte del PIL del paese in cui spende o dal quale riceve i capitali.
Se ceteris paribus sostituite la produzione interna della stessa quantità di insalata diabolica con quella angelica aumentate il PIL (nominale, almeno), e avete cioè una crescita (ma non so dire se diabolica o angelica).
Finalmente la discussione si fa interessante! speriamo che continui...
Cmq il Pil, se non ho capito male, è una quantificazione della ricchezza (monetaria o di scambio) prodotta all'interno di una nazione. Considerando che tale ricchezza è la base per futuri investimenti da parte dei cittadini di quella nazione, e con ciò di nuova creazione di ricchezza (sempre essenzialmente monetaria) da parte di essi (ma non necessariamente nei confini della nazine stessa!), dovrebbe essere abbastanza importante!
E' così!? Io di economia conosco poco, giusto qualche testo di "storia del capitalismo" magari di parte marxista (tipo Maurice Dobb).... quindi ho informazioni poco tecniche e ancor meno aggiornate!
Il PIL, Adrianus, è cibo, servizi, ect. Se il panino che mangi è un prodotto interno, allora quello è PIL, se le cure che ricevi in un ospedale sono un prodotto interno anche quello è PIL, se la produzione di Othello alla quale assisti è interna, allora anche quella è PIL, se questo sacco di grano è un prodotto interno e invece di farne pane per oggi lo semini per domani, quello è comunque PIL. Il PIL se ne infischia di quale ordinamento della produzione lo produce: socialista, feudale, monastico or whatever.
Il tema del libro, che non conosco, NON è il PIL, però. Mi serviva solo di ricordare che il PIL è roba che si mangia, si tocca, si legge e si ascolta, ect.
Mario, il Pil è una misura, non un metodo di redistribuzione "liberista". Tant'è che anche l'ei fu Unione delle Repubblica Socialiste Sovietiche lo conteggiava. L'unica differenza rispetto alle nostre misurazioni è che tenevano fuori dal conteggio spettacoli teatrali, cinema etc. etc.
Desolée per lo "snobismo", ma è una cosa di una certa importanza.
Il PIL non è una "misura"; è roba che si mangia, vaccini che si avalano, films che si guardano.
Il PIL si misura, ha una misura che chiamiamo con lo stesso nome, ma non mangiamo, avaliamo o guardiamo una "misura".
Ne ha del resto almeno due, di misure, una delle quali è espressa in unità della moneta, e la chiamiamo PIL "nominale".
Si. Ho sbagliato ad esprimermi. Ma che snobismo :)
Cioè, Francesca, vuoi dire che il PIL è la quantità di beni (sia materiali sia immateriali) prodotti da una nazione!?
Ma io tendo a credere - forse per prevenzione - che in un contesto di mercato come il nostro, la ricchezza sia in assoluto valutabile solo in termini di valore di scambio; quindi il PIL è sì quello che produciamo in Italia (che di terra bella uguale NON CE N'E') ma solo in quanto si traduce in ricchezza monetaria, come tale reinvestibile al fine di creare altra ricchezza monetaria!
In un contesto socialista - in cui il mercato non c'era o quasi - aveva senso parlare di PIL anche in termini di valore d'uso cioè non valutandola solo e necessariamente in danaro (penso che il danaro infatti è comunque un ottimo quantificatore di ricchezza, anche fuori dal mercato).
Non che io rimpianga il socialismo (contrariamente a ciò che pensa kk di me, forse), voglio solo dire che in un contesto interamente di mercato come quello attuale la ricchezza è in ultima analisi ricchezza in danaro! Si può ovviamente anche parlare in termini di ricchezza "primaria" (valore d'uso) ma un tale punto di vista è intrinsecamente subordinato a una valuitazione di tipo monetario, proprio perchè la moneta è lo strumento principe dell'economia di scambio!
Ma io vado "a naso" e lo ammetto, per questo mi fa piacere ricevere dei ragguagli da chi ne sa molto più di me.
Adriano
Adrianus,
Forse i due testi più importanti di "economia", e certamente fra i più interessanti, sono Robinson Crusoe e almeno il terzo dei Gulliver's Travels, con il resoconto degli studi degli abitanti di Laputa, e quelli degli Accademici di Ladoga, capitale dei domini di Balnibarbi: ti è capitato di leggerli?
Per es: il giorno del naufragio di Robin si verifica una redistribuzione di ricchezza tutta a suo favore: si trova molto ma molto più ricco di quanto lo fosse alla sua partenza. Possiede una intera isola con tutto ciò che contiene di legname, di alberi fruttiferi, di fonti d'acqua, di materiali da costruzione, di comesichiama (gibier, per es: capre selvatiche, pesci). Possiede inoltre tutto il contenuto del relitto della nave, ed in particolare hasce e coltelli, fucili e polvere per sparare, ect.
"Possiede" significa "ne ha il comando". Tutto quello è "capitale", e parte di esso è "mezzi di produzione".
Cosa è che non ha?
Da quel punto e per circa 30 anni Robin vive in una "economia" dove c'è un po' tutto il repertorio: valori d'uso e di scambio(*), problemi di produttività , problemi di capitale intellettuale e di tecnologie, investimenti (alcuni sbagliati), e per quanto lui non produca, ovviamente, per l'"accumulo", c'è anche accumulo di nuovo capitale, c'è consumo e risparmio, c'è distribuzione e "circolazione".
La sola cosa che manca è la moneta, perchè l'attività che non c'è è il commercio (e si capisce perchè chi può commercia!), che è solo UNA delle forme di scambio. (Se vuoi puoi aggiungere a ciò che manca anche la diabolica avidità di ricchezze);
Verso la fine c'è anche un problema di "politica" economica: Robin viene a sapere da Friday che sul continente, in imminente pericolo di essere mangiati dai cannibali, c'è un gruppetto di naufraghi spagnoli. Si tratta di decidere se andare a soccorrerli subito portandoli sulla sua isola, o se piantare prima un raccolto e produrre una eccedenza per poterli alimentare una volta
messi in salvo..
A vote è ultile ragionare su cose come queste che si passano sull'isola di Robin, ricordando però ciò che succede in Balnibarbi!. Per es: la ricchezza che chiami "monetaria" è una ricchezza se quella roba si può scambiare con panini e scarpe (La "moneta" ha un "valore d'uso?"). Oppure prova a ricostruire nella tua testa le decine di scambi che avvengono perchè tu mangi un panino.
(*)questi due termini generano pasticci a non finire. In Marx hanno tutt'altra ragione di essere scrutati che capire "come gestire l'economia", problema che del resto non è quello di cui tratta Das Kapital.
In genere si va per cose che appaiono "ovvie": il valore d'uso di un pull-over, per es. "Facile", no? Mi tiene calda, voilà . Supponi però che sia il 12-esimo pull-over, supponi che io abiti all'Equatore o mi ci trasferisca, supponi che tu lo abbia avuto a 20-anni e che ora a 40 tu sia ingrassato di 20 Kg...
E ci sono "valori di scambio" anche senza moneta e mercati (come nell'isola di Robin) o semplicemente senza mercati.
Non sono concetti fertili.
Salut
Francesca mi spiegheresti questa tua affermazione:
Se ceteris paribus sostituite la produzione interna della stessa quantità di insalata diabolica con quella angelica aumentate il PIL (nominale, almeno), e avete cioè una crescita (ma non so dire se diabolica o angelica).
vuoi dire che l'insalata angelica presuppone un minore sfruttamento delle restanti risorse?
ho anche un'altra domanda: la mia bicicletta comprata 8 anni or sono, fa parte del PIL? usiamo PIL anche per indicare il PIL prodotto nell'anno in corso senza differenziarlo dal PIL /totale/?
No, Mamo, la tua bicicletta costituiva parte del PIL solo nell'anno in cui l'hai comprata NUOVA. Se la vendessi oggi, il ricavato non farebbe parte del PIL.
Quanto alla questione dell'insalata, immagino che voglia dire che se l'insalata "angelica" è di migliore qualità , o semplicemente più costosa, il PIL (anche se magari solo quello nominale) cresce.
Bonjour mamo:
"ceteris paribus" (= a parità di tutto il resto) significa "derivata parziale".
Al momento l'insalata angelica consuma più risorse della diabolica, cosa che puoi vedere in due modi:
-con le stesse risorse se ne produce una quantità inferiore.
-per produrne la stessa quantità di insalata si consumano più risorse.
In realtà stavo cercando un modo per dire qualcos'altro, e cioè che il fatto che il PIL aumenti (crescita) NON basta per affermare NIENTE di intelligente circa la diabolicità o l'angelicità della CRESCITA del PIL. Tranne una cosa: il PIL è il reddito, qualcosa di cui bisogna preoccuparsi se ci interessa la redistribuzione del reddito, e soprattutto se vogliamo sovrapporre alla distribuzione secondo la produttività marginale dei fattori (il "liberismo") una redistribuzione basata su altri criteri, per esempio di equità . Tanto più ci interessa la redistribuzione "equa" del reddito tanto più dobbiamo preoccuparci di come si produce questo reddito, per es. di quanto efficientemente si produce.
Ora, c'è di mezzo questo fenomeno: la produzione e la distribuzione del reddito NON sono indipendenti. La produzione futura dipende fortemente da come distribuisci l'attuale non solo fra vari attori ma anche fra diversi usi, e fra il passato (restituzione del debito), il presente (consumi) e il futuro (risparmi/investimenti). L'issue con il redistribuire senza porsi questo problema e anzi con l'evitare questo problema come condizione PER redistribuire, è che ne va di mezzo precisamente la redistribuzione nel concreto.
Too much to ride su quel singolo esempio, ma quello è il drift.
Quanto alla bicicletta:
La bici è parte del PIL (reddito) nell'anno in cui è stata prodotta. Oggi, otto anni dopo, è parte del patrimonio.
Bisogna assolutamente imparare a distinguere fra il reddito (che è un flusso) e il patrimonio (che è uno stock). Robinson Crusoe ha un sacco di patrimonio (=ricchezza) il giorno dopo il naufragio, ma non ha un reddito. Il suo problema è produrre un reddito.
Questo aiuta a capire che la redistribuzione della "ricchezza" è tutt'altra cosa che la redistribuzione del "reddito".
Un' altra importante distinzione dello stesso tipo è quella fra "deficit", che è un flusso, e "debito", che è uno stock, e che sono rispettivamente il flusso e lo stock "contrari" del reddito e del patrimonio.
Se non basta let me know.
Ciao
grazie, adesso e' un po' piu' chiaro.
certo e' che sono un ignorante patentato in materia ;-)
Ti segnalo un posto dove si possono leggere cose interessanti, scritte in modo abbastanza leggibile e piacevole.
http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/c2/
Insomma, anche da quel che ho letto nel confronto-scontro (peraltro a tratti velato di disprezzo...) tra il grande KK e il marxista ortodosso Lestaat, il PIL è secondo il primo (e secondo Francesca) l'insieme dei beni (materiali e immateriali: servizi) creati all'interno di una nazione in un certo periodo di tempo (un anno).
NON entrano nel PIL quindi, la ricchezza astratta (di scambio o monetaria) creata attraverso speculazioni o manovre di natura meramente finanziaria (improduttive) ma SOLO i beni effettivamente creati, anche se non tutti di natura "materiale" (*).
E tuttavia, il PIL può essere quantificato in termini di valore di scambio (danaro).
Per Lestaat invece, la verità sul PIL è più o meno l'esatto contrario. Quindi il PIL è composto essenzialmente dalle manovre finanziarie (pubbliche o private) che creano una ricchezza fittizia, ma non una ricchezza reale: ovvero che non sono riconducibili alla creazione di benessere materiale o spirituale.
E' così?
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(*) precisando, per beni immateriali "onesti" e reali intendo, chessò, una cura psicoanalitica, il servizio di una compagnia turistica che ti porta (ad esempio) alle Bahamas, il servizio di una intrattenitrice, uno spettacolo di Cabaret, ecc. Cose che hanno utilità (seppure non strettamente legata alla sopravvivenza fisica, ma a esigenze più sofisticate) e quindi un valore economico reale...
I beni immateriali fittizi e "disonesti" sono le speculazioni di borsa, gli eccessivi rialzi dei prezzi, ecc.... insomma quelle manovre che conferiscono a qualcuno (privato o ente pubblico) una ricchezza teorica cui non soggiace una ricchezza reale, ovvero un'utilità reale. (Max Weber non definisce l'economia come un qualsiasi agire finalizzato a ottenere delle prestazioni di utilità !?)
Credete che abbia capito?....... Lo so, sono un inguaribile marxista!....
Perchè non recensite un libro... che parla del PIL???
sono giorno che penso e ripenso al tuo bellissimo esempio di Robinson Crusoe. Stamattina in treno la folgorazione (non l'avete vista?). Necessito di essere contraddetto. RC è sull'isola e ha un enorme patrimonio, quello che non ha è il reddito. Questo particolarità è dovuta al fatto che, nel patrimonio a lui disponibile, manca una cosa: la forza lavoro, perchè è da solo. In tale modo anche il suo patrimonio è risibile. Come se fosse moltiplicato per zero o per zerovirgolazerozerouno. Ne consegue che RC non è ricco. Ma arriviamo al dunque: se il problema è ridistribuire equamente la ricchezza (ovvio, non nell'isola di RC), perchè non si parla anche di ridistibuzione del patrimonio? E la forza lavoro non è anch'essa un patrimonio? Dove sbaglio nel mio ragionamento da folgorazione? :)
"Ne consegue che RC non è ricco. Ma arriviamo al dunque: se il problema è ridistribuire equamente la ricchezza (ovvio, non nell'isola di RC), perchè non si parla anche di ridistibuzione del patrimonio? E la forza lavoro non è anch'essa un patrimonio? Dove sbaglio nel mio ragionamento da folgorazione? :)"
Robinson è "ricco" eccome. E se vuoi redistribuire "ricchezza", ovviamente devi anche redistribuire il "patrimonio" (che è appunto la ricchezza).
Però non ho capito come vorresti fare a redistribuire la forza lavoro. :-))
Adriano,
di libri che parlano del PIL ne trovi quanti ne vuoi, ma in genere sono manuali di macroeconomia (uno l'ho apena menzionato nel blog sopra). Di libri dedicati solo al PIL io ne consoco solo uno (Il reddito nazionale di Musu, ed. Il Mulino), che peraltro non mi sembra eccelso.
Cmq ricorda che l'economista è Francesca, non io.
Cosa voglia dire Lestaat lo sa (forse) solo lui. Però due cose vanno dette: (i) che non è affatto un "marxista ortodosso", e (ii) che nessuno si è mai sognato di "disprezzarlo". Il fatto che Lestaat si rifiuti di comprendere che cos'è davvero il PIL - il suo riflesso condizionato per cui, se non usi la parola d'ordine consacrata dall'uso secondo cui "crescita" e "PIL" sono due parolacce, vuol dire che sei un nemico del popolo e un seguace delle Kattive Multinazzzionali e del neolibbberismo globale - per me è la prova che Lestaat, e quelli come lui, sono semplicemente vittime di una cultura che li ha lasciati da soli ad affrontare fenomeni che non comprendono. E' un sintomo di un problema politico-culturale, non è un semplice caso di idiozia individuale.
Davvero Robinson è "ricco"? Vero è che la ricchezza non fa la felicità , ma... :-))
Non penso (nel ragionamento del treno) che Robinson sia ricco. E' ricco dal nostro punto di vista, dal punto di vista di chi non è naufragato. Ha un enorme patrimonio ma non ha la forza lavoro. Se RICCHEZZA=PATRIMONIO*FORZA LAVORO (me la sono inventata), per ridistibuire ricchezza si deve ridistribuire il patrimonio, non la forza lavoro. Insomma combattere le concentrazioni di capitali. (che poi è quello che si fa no? con antitrust ecc ecc ecc, e che mi trova molto d'accordo). Tutto questo naturalmente a prescindere dal grado di efficienza della produzione...
Salut, Ale.
Prima di tutto l'esempio non è mio ma di Daniel Defoe. (lo hai mai letto?).
Hai appena inventato il "capitalismo", se ci rifletti un po', solo che mancano alcuni 'dettagli', chiamiamoli così.
Tu dici "ricchezza = patrimonio * forza lavoro". Stai dicendo "reddito = capitale * lavoro (* altre cose che per il momento lasciamo stare. Cfr ancora Rob Crusoe, per es. quando vuole produrre del pane)". I nomi non hanno importanza, basta che consideri le cose.
Distribuiamo dunque il capitale (o patrimonio). COME? Se diamo una barca da pesca a un montanaro, un trattore a un pescatore, un troupeau di pecore a un Inhuit? Cosa diamo a un bambino o un anziano o un malato? Come o chi può decidere un'allocazione "intelligente" di capitale? e come e chi decide sotto quale forma produrre il "reddito" con quel capitale e quella forza lavoro? più pesci e meno lana, o viceversa. Quanti pesci per una bale di lana?
(en passant: l'Antitrust non ha il compito di impedire le concentrazioni di capitale).
Adrianus,
in questo blog ci domandiamo in fondo dove cavolo sono finiti i marxisti.
Spero che tu non mi fraintenda, non ti offenda, ect, ma io sono sbigottita che tu trovi una relazione qualsiasi fra quel che scrivi tu o scrive questo sig. Lestat e il "marxismo"!!.
Che ne dici? Cicciuzzo che fornisce un servizio "tangibile" a Don Corleone sparando Don Pasquale si guadagna un reddito onestamente, mentre tu che vinci alla lotteria un viaggio premio no?
E' difficile immaginare una politica di "redistribuzione del reddito" ignorando cosa sia il reddito o classificandolo sotto la rubrica "onesto" e "disonesto". Non è neanche molto "marxista"...
D'altra parte, Ale, facciamoci questa domanda:
se concentriamo tutto il patrimonio nello Stato, lo Stato deve o no allocare la "forza lavoro" per produrre il "reddito"? E come lo alloca? Come mai in questa allocazione a certi personaggi tocca sempre e di sicuro la produzione di "barzellette", e a qualcun altro di "guidare un autobus"?
l'ho riletto qualche estate fa, ma senza coglierne gli aspetti che hai evidenziato: stasera vado a ricercarmi l'episodio del pane. Quelle che mi fai sono le domande con la D maiuscola. Certo concentrare i patrimoni nella mani dello Stato non è l'unica soluzione possibile, ma perchè non sarebbe ipotizzabile (sostenibile) ridistribuire il patrimonio? (che, come mi fai notare, è cosa ben diversa dal regolare le posizioni dominanti nel mercato). Insomma io non ho ben chiaro se il mercato debba essere un mezzo o un fine...
Scusate, quando definivo Lestaat un marxista ortodosso lo facevo in modo e in senso ironico!
E lo dico essendo ben consapevole di essere un marxista ortodosso nel SUO STESSO MODO, cioè senza avere mai letto davvero MARX (!!!!)
La domanda dove siano finiti i veri marxisti ogni tanto me la pongo anch'io, dal basso della mia ignoranza.
Ma non conoscendo la disciplina economica non so darmi una risposta.
Non credo che ci sia qualcuno che considera il mercato un fine.
Al limite la disputa può essere tra chi lo considera il mezzo più efficente per distribuire le risorse e chi lo considera un arma utilizzata dal Kattivo Kapitalista per rapinare il Povero Proletario.
E in mezzo ci sono un infinità di opinioni diverse.
Ma sempre un mezzo è.
per Francesca, cancella "onesti e disonesti", cioè ogni connotazione morale dal mio discorso!
Parlavo di beni reali (che hanno cioè un'utilità reale per qualcuno, anche la più spregevole.... d'altronde non è stato il tg di ieri a annunciare che la mafia produce ben il 7% del PIL italiano!?.....se ne evince che anche il crimine crea ricchezza! anche se certo non moralmente onesta) contro a beni fittizi.
Ma poi - a pensarci - mi chiedo, come si fa a separare il grano dalla pula!? La ricchezza vera da quella fasulla? Penso sia impossibile, quindi torno al punto di prima: Cos'è la ricchezza e cosa è il PIL???
Mi sa che dovrò leggere Robinson Crusue.....
Hai ragione KK: la scuola (e la società ) non ci hanno dato gli strumenti per orientarci nel mondo in cui viviamo, o almeno non tutti sono stati capaci di farseli.
Sui marxisti seri, guarda questo sito se già non lo conosci!
http://xepel.wordpress.com/about/
meglio qui
http://utenti.lycos.it/xepel/
Ma poi si può considerare la speculazione disonesta in sè?
I fondi come TPG che ha comperato la Ducati e poi l'ha rivenduta guadagnandoci una montagna di soldi sono speculatori, ma senza i soldi di TPG la Ducati era ancora in fondo al baratro.
Come si fa a dire che un bene è fittizio?
OT: sapete mica indicarmi un buon libro sulla storia della liquidità -moneta-denaro in Europa? Diciamo da Costantino ai giorni nostri. Se non conoscete nulla di così esteso, andrebbe benissimo anche dai Carolingi all'età dei Comuni (compresa).
Vi ringrazio anticipatamente.
Adrianus,
io non ho idea di come si stimi il "fatturato" della mafia, che non mi sembra rilasci fatture, pubblichi bilanci, ect.
Posso immaginare per esempio che l'associazione abbia chiesto ai suoi soci di dire quanti $$$ hanno pagato in estorsioni e tangenti, ect.
Ma se un tale che ha il monopolio della forza ti fa pagare una tangente per mezzo di quella forza, eh bien quello NON somiglia manco per niente a uno che "produce" parte del PIL sotto forma di tangente. Somiglia invece a uno che ha l'"autorità " di prelevare parte del PIL: somiglia insomma a un esattore, e la tangente a una TASSA. E le 'tasse' NON sono parte del PIL. (Quell'articolo ha tutti i requisiti per vincere il famoso concorso...)
(Affrettiamoci a precisare: E' evidentemente idiota dire che lo Stato che preleva una tassa è un "mafioso" che ti estorce una tangente, solo perchè un mafioso che estorce una tangente preleva in effetti una tassa. Ma lo è quanto dire che la tale Impresa è una "mafia" legalizzata).
Naturalmente le attività "improduttive" ESISTONO: c'è anzi tutto un campo di studi , specialmente importanti per lo studio delle economie 'sottosviluppate', che si chiamano "Directly Unproductive Profit-Seeking Activities" (DUP's). Tuttavia esse NON SONO COMPUTATE NEL PIL, precisamente perchè sono UNproductive. Il sintomo più evidente che una economia 'campa' di queste attività è PRECISAMENTE il fatto che il PIL non cresce, perchè esse sottraggono al PIL.
Attività del genere esistono o si intallano dove non c'è un mercato, per. es. la mafia, appunto, industria nella quale la Compagnia "Italian Racket" non regola i suoi affari con quella "International Killers" attraverso transazioni di mercato.
Alessandro,
il "mercato" è una istituzione, è un insieme di regole. Funziona benissimo per certe cose e sotto certe condizioni, ma non per altre. (Abbiamo parlato spesso di "beni pubblici", che NON sono beni di proprietà puibblica, di infrastrutture, ect).
Il mercato NON funziona SENZA lo Stato e altre Istituzioni. Per es: l'Antitrust NON è un'agenzia che ha lo scopo di limitare "il mercato", ma AL CONTRARIO di estenderlo.
Un mercato di capitali o di prodotti agricoli NON funziona in Zimbabwe non perchè i "negri" abbiano altre tradizioni, o non capiscono il mercato, ma perchè lo Stato non funziona.
Ci sono poi un sacco di cose che cominciamo solo adesso a capire, e molte di cui non capiamo niente.
IL "microcredito", per esempio: è un meccanismo SPECIFICO di redistribuzione del capitale. (una delle cose che cominciamo a capire).
La produttività delle attività di "conoscenza" (una di quelle di cui non capiamo niente).
C'è un'altra cosa, anzi LA cosa, che mi interessa dirti, Alessandro.
Il tuo post sull'acciaieria. LE COSE, Alessandro. Buffo che per cercare di capire le cose, una cosa come il PIL, ci aiuti un'opera di fiction del XVII secolo, no?
Ecco, per una volta tu vedi l'acciaieria, un serbatoio di lavoro, di attività , di interessi umani e non un "disastro ambientale", una "ferita del territorio", una "coscienza sanguinante".
Mi ricordo sul tuo blog, solo qualche settimana fa, Vattimo che si lamentava: "ah, quella roba non mi scalda il cuore". Ecco, a me il tipo sembrava parlare del "suo cuore", non della "roba".
Ora, il "cuore" di Vattimo, je m'en fiche. Non perchè non mi interessa il cuore, ma perchè quello NON è un cuore ma un damp squid (il dizionario dice: una "seppia umida"): non c'è da sorprendersi se non si "scalda".
Francesca,
grazie delle risposte. Credo di poter dire che concordo con te, se ho ben capito. Così, cerco di spiegarmi meglio. Tu dici: "Un mercato di capitali o di prodotti agricoli NON funziona in Zimbabwe non perchè i "negri" abbiano altre tradizioni, o non capiscono il mercato, ma perchè lo Stato non funziona." Certo, ma lo Stato non è anche il "prodotto" (passami il termine) di ciò che la "cultura" esprime? Dico questo perchè vivo quotidianamente lo "Stato" nella sua inefficienza, e questa non è altro che la mancanza di "cultura dello Stato" (nella "sinistra" più che mai). Sbaglio?
Ale,
D'accordo, prometto che quando torno..
Intanto se ti va puoi fare un "esercizio", con KK e Kalecki, che dovrebbe tornare domani sera dal Sénégal.
La grande notizia del momento è la lezione di Draghi sulla necessità che le retribuzioni aumentino. Questo è fondamentale. L'"esercizio" consiste nel capire che cosa dice veramente Draghi, e soprattutto nel capitolo "Le risposte possibili di politica economica":
"Occorre che il reddito torni a crescere in modo stabile. La produttività è la variabile chiave".
Su questo concetto di produttività cfr. Robinson Crusoe, all'inizio del capitolo "I am very seldom idle", quando parla della fabbricazione di "a board for a long shelf" (non so come faccia in italiano, ma KK può aiutarti).
bacio accademico se commentate anche quella faccenda importante della "spiegazione aggregata" nella lezione di D.
Allez, salut.
Uh-oh.
D'accordo: se ci sta anche Ale, lo facciamo.
la storia della lezione di draghi che vorrebbe dire /aumentiamo i salari/ mi ha fatto pensare a questo:
http://www.aaronsw.com/weblog/areascientist
okappa. ci sto (quando torna francesca?) :o)
Bene, allora. Cominciamo lunedì?
(Non ho idea)
:-))
oh ma qui non scrive nessuno?
dunque secondo me draghi dice che bisogna aumentare la produttivita' in italia. draghi da anche indicazioni su come farlo, per esempio aumentando competitivita' e meritocrazia nel sistema educativo (prima di tutto universitario mi pare di capire).
nella la sezione bacio accademico mi e' piaciuta parecchio l'analisi dell'effetto dei benefici pensionistici, che draghi ritiene ininfluente ora come ora dato che l'incertezza generata dai vari cambiamenti delle /regole del gioco/ ha fatto si che pochissima fiducia sia riposta nell'eventuale prospettiva di benefici dopo-pensione.
mi e' piaciuto anche molto che draghi attribbuisca l'italiana abitudine all'investimento nel mattone o nel risparmio puro e semplice (cioe' soldo sotto il materasso o in banca) non a una propensione genetica dell'italiano ma ad una politica economica che ha premiato (o almeno non penalizzato) tale pratica.
secondo draghi la scarsa propensione al reinvestimento delle ricchezze patrimoniali o immobiliari rispetto a paesi come la gran bretagna richiede un cambiamento di rotta della politica economica _non_ della /cultura dell'italiano/.
quello che un po' mi manca nell'articolo di draghi sono i suggerimenti espliciti. mi pare che la sua analisi /faccia senso/ come direbbe dan peterson ma la soluzione 'ndo sta' come direbbe funari?
ma forse son io che non ho capito i suoi velati suggerimenti?
attribbuisca lo posso attribuire a 10 anni di vita all'estero o devo inginocchiarmi dietro la lavagna sui ceci?
Ma non hai visto che ho fatto un post apposito?
Ho spostato il tuo commento di là (e ho anche corretto l'attribbuisco).
grazzie ;-(