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November 27, 2007

Il Concorso: 9 Settimana

Settimana fiacca...

Per la categoria Giornali, vince questa fotogalleria della Stampa sui "Segni degli Zingari" (credits: Pietro) per le ragioni segnalate da Attivissimo.

Menzione di Merito all'articolo di Merlo su Rep (segnalato da Adlimina :)) per la solita, allegra confusione tra Ordini professionali e non-Ordini non-professionali,

Per la categoria Ibridi: Di Pietro per questa roba qua (segnalata da Colico) in cui, oltre alla generale poca dimestichezza con l'italiano, dimostra anche di non avere la minima idea di cosa sia ils ervizio universale.

Nessun premio viene assegnato, invece, nella categoria Blog.  

Ricordo che le regole del Concorso sono le seguenti: ogni settimana potrete segnalare l'articolo di giornale (= quotidiano o periodico) italiano (=scritto in italiano, o meglio: non scritto in una qualunque altra lingua conosciuta), ovvero il post e/o il commento su un blog italiano (idem) più cretino che avete letto. Le segnalazioni dovranno però obbligatoriamente contenere una riga di spiegazione del perché l'articolo (o il post, o il commento) è cretino. Infatti lo scopo del concorso NON è quello di farsi una bella risata! Le candidature per ciascuna categoria, con le relative spiegazioni, devono pervenire sul blog (precisamente, nella rubrica "Concorsi"); i voti, viceversa, se mai qualcuno volesse farli pervenire in incognito, possono anche essere inviati a lskarlkraus@gmail.com. Ma ricordate: quando segnalate un candidato, NON potete votarlo. I vincitori verranno proclamati il lunedì.

November 26, 2007

La bilancia commerciale

D. HUME, La bilancia commerciale, 1752 (Saggi, XV, Roma, 1975, trad. L. Formigari)

Eccoci al terzo e ultimo dei grandi saggi economici di Hume.

L’obiettivo polemico del saggio sono le correnti mercantiliste, all’epoca  molto forti.

H. comincia col ricordare come, “nelle nazioni inesperte della natura del commercio”, è frequente vietare l’esportazione delle merci, per mantenere tutto ciò che abbia valore e utilità nel paese. H. obietta che questa poltiica produce proprio l’effetto opposto (“più una merce si esporta più se ne produce, ed è all’interno che se ne avrà sempre la prima offerta”); ed espone la storia di questi divieti, da Atene all’epoca presente. Ma non meno sciocco è nutrire analoghi timori per il denaro (metallico, ricordiamolo: oro e argento, per la precisione). L’errore, come abbiamo già visto in precedenz, consiste nel credere che la ricchezza risieda nel denaro anziché nelle merci che una nazione produce. “Temere che il denaro corra via lontano da una nazione popolosa e attiva è come temere che tutte le sorgenti e i fiumi si prosciughino”. 

Ora, dice H., le misure e i calcoli in materia di bilancia commerciale “sono fondati su fatti e ipotesi molto incerti” (e all’epoca lo erano certamente); sicché, l’unico modo per fugare i timori di fuga del denaro è di “elaborare un’argomentazione generale che dimostri l’impossibilità che si verifichi un fatto del genere fin tanto che la nazione resta popolosa e attiva”. Supponiamo che da un giorno all’altro scompaiano i 4/5 del denaro circolante in Inghilterra: cosa accadrebbe? Accadrebbe che nella stessa proporzione si ridurrebbero anche i prezzi (della manodopera e delle merci): i prodotti inglesi diverrebbero così convenienti che in breve tempo il denaro tornerebbe ad affluire dall’estero fino a riguguagliare i prezzi, e quindi a ritornare al livello precedente. E inversamente: cosa accadrebbe se da un giorno all’altro il denaro inglese si moltiplicasse di 5 volte? Che i prezzi aumenterbbero nella stessa proporzione, i prodotti inglesi perderebbero convenienza, e il denaro uscirebbe dal paese fino a ritornare alla situazione precedente. “Ora, è evidente che le stesse cause che rimedierebbero a queste esorbitanti disparità, se per un miracolo si verificassero, non possono non prevenirle nel normale corso della natura, e mantenere sempre, in nazioni vicine, la quantità di denaro pressappoco commisurata all’attività e produttività di ciascuno”. Si tratta di una necessità, analoga a quella per cui “l’acqua, nei vasi comunicanti, sta sempre allo stesso livello”: nessuna legge può impedirlo (così come nessun divieto ha mai impedito all’oro della Spagna e del Portogallo di affluire alle altre nazioni)..

L’unico modo efficace per “far abbassare il livello del denaro”, dice H., è “l’istituzione di banche, titoli e cartamoneta”. In quetso modo la cartamoneta si sostituisce (in parte) al denaro e “toglie così dalla circolazione gran parte dei metalli preziosi”: ma in questo modo, i prezzi, lungi dallo scendere, aumentano. Tanto che la Francia, che ha molto più denaro delle nazioni vicine, ha prezzi più bassi, proprio eprché sostanzialkmente non conosce l’uso della cartamoneta. Tuttavia, aggiunge subito H., la cartamoneta ha anche effetti positivi sull’economia: essi fanno sì scomparire i metalli preziosi, ma in compenso incrementano l’attività produttive ed il credito (e a quetso riguardo H. fa un interessante excursus storico sullos viluppo di quello che chiama il “credito bancario”, che è quello che oggi chiamiamo fido bancario o castelletto).

In una nota, il concetto cruciale (quello dell’aggiustamento automatico) è esposto ancor più chiaramente: “C’è un’altra causa, benché di portata più limitata, che impedisce il prodursi di una bilancia commerciale sfavorevole per qualsiasi particolare nazione con la quale il paese intrattiene scambi commerciali. Quando importiamo più di quanto esportiamo, il cambio volge a nostro svantaggio, e ciò vale come ulteriore incoraggiamento alle esportazioni, nella misura in cui incide il trasporto e l’assicurazione del denaro dovuto, poiché il cambio non può mai salire se non di poco al di sopra di quella somma”. E in una nota successiva, H. spiega: “quando in questo discorso parlo di livello del denaro, intendo sempre riferirmi al suo livello proporzionale rispetto alle merci, al lavoro, all’attività e al progresso tecnico dei diversi Stati. E affermo che, dove quelle risorse sono doppie, triple, quadruple rispetto a quelle degli Stati vicini, anche il denaro è inevitabilmente doppio, triplo, quadruplo. Il solo fattore che può alterare la regoalrità di questa proporzione è il costo del trasporto delle merci da un luogo all’altro, costo che è spesso diverso nelle diverse circostanze”.

Tuttavia, se le leggi non bastano, esistono delle forze che possono impedire a questo meccanismo di funzionare: occorre che le comunicazioni fra due paesi siano impedite da ragioni materiali o fisiche. Per esempio, in Cina, data la distanza dall’Europa, la quantità di metalli è assai inferiore alla misura presnete in Europa, e ciò nonostante la suepriorità delle arti e delle merci europee: se non vi fosse la distanza, la Cina assorbirebbe una misura maggiore dell’oro e dell’argento europeo, e presto si arriverebbe alla situazione di equilibrio portata dal meccanismo dell’aggiustamento automatico dei cambi. “Non c’è bisogno di pensare a un’attrazione fisica per spiegare la fatalità di quel fenomeno. C’è un’attrazione morale, che nasce dagli interessi e dalle passioni degli uomini e che è altrettanto potente e infallibile”.

E oggi, dice H., è evidente a tutti che fra i vari paesi d’Europa non c’è gran differenza quanto alla quantità di denaro (come si può notare dal prezzo delle varie merci). “La gente affluisce naturalmente alle città principali, ai porti di mare, ai fiumi navigabili: ivi troviamo maggiore quantità di uomini, di attività, di merci e dunque maggiore quantità di denaro, che è sempre però in proporzione con la quantità di quegli altri fattori, ed ha livello costante”. O anche: “Per oltre mille anni il denaro d’Europa è affluito a Roma seguendo un corso aperto e visibile, ma ne è rifluito per molti segreti e invisibili canali, e la mancanza di attività produttive e commerci fa oggi dei domini papali il territorio più povero d’Italia. In breve, uno Stato ha ottime ragioni per custodire gelosamente la sua popolazione e le sue industrie. Quanto al denaro, può invece tranquillamente affidarlo al corso delle umane vicende, senza timori e gelosie. O se mai si preoccupi di questo, dovrà essere solo nella misura in cui influisce su quelle”.

November 23, 2007

The Fountainhead

A. RAND, The Fountainhead (1943), Harmondsworth, 2007, p. 727 (trad. it., La fonte meravigliosa, Milano, 2006)

 

Questo celebre romanzo di una importante intellettuale russo-americana è uno dei pochi esempi novecenteschi di romanzo balzacchiano nel senso più stretto del termine.

Non solo perché è la storia di un uomo (il protagonista, l’architetto Howard Roark) che è animato da una passione unica e pressoché esclusiva, quella per la sua arte, che lo spinge ad affrontare senza timore e senza compromessi le difficoltà, la miseria, l’impopolarità, l’ostilità di colleghi e critici. Non solo perché, quindi, si tratta di un personaggio “smisurato”, che come quelli di Balzac è, per così dire, più grande del vero, e perché, in un certo senso, sono altrettanto “smisurati” gli altri personaggi, almeno quelli principali (così, il cattivo, il critico Ellsworth Toohey, è davvero cattivo, spregevole, fanatico, in una misura che è difficile trovare nella realtà; il loser, il perdente, Peter Keating, è così perdente, così debole, così vile da farne una specie di figura emblematica; e per certi versi anche due personaggi complicati  e non del tutto risolti, benché vitalissimi, come Dominique Francon e Gail Wynand, risultano sostanzialmente anch’essi un’incarnazione di una passione unica: l’amore da perseguire anche a costo dell’autodistruzione nel primo caso, e l’ammirazione per l’integrità e l’onestà altrui con l’incapacità di perdonarsi le proprie debolezze, nel secondo caso). Non solo perché si tratta di un ritratto davvero a tutto tondo di un mondo – quello della ricca società newyorkese e delle professioni intellettuali in America nei primi anni quaranta del Novecento – rappresentato nelle sue mille sfaccettature, anche e soprattutto nei dettagli più minuti, con una competenza e abilità impressionanti (i vincoli economici e strutturali di ogni commessa di architettura ci vengono illlustrati per filo e per segno, così come il significato e i sintomi dell’ascesa o del declino sociale, ecc.). Ma anche, e forse soprattutto, perché tutta la rappresentazione deriva da una filosofia vera e propria, che impone unità e coerenza ideologica ad un materiale vasto e eterogeneo: una filosofia (esposta da Ayn Rand anche in altre opere) estremamente individualistica che, fatti i dovuti distinguo e tenuto conto della lontananza temporale e culturale, non è certamente molto distante da quella dello stesso Balzac.

Non si tratta – beninteso – di un capolavoro, ma comunque di un romanzo bello, ricco, interessante e, a tratti, anche commovente. E’ difficile restare indifferenti alla reazione di Roark quando l’entità del crollo di Keating gli diviene finalmente evidente: “Quando Keating se ne fu andato, Roark si appoggiò contro la porta, chiudendo gli occhi. Si sentiva male per la pietà.  Non aveva mai sentito questo prima – non quando Henry Cameron era crollato in ufficio ai suoi piedi, non quando aveva visto Steven Mallory singhiozzare  su un letto davanti a lui. Quei momenti erano stati puliti. Ma questa era pietà – questa completa consapevolezza di un uomo senza valore né speranza, questo senso di definitività, di impossibilità di redenzione. C’era vergogna in questo sentimento – la sua propria vergogna, di dover pronunciare un simile giudizio su di un uomo, di dover conoscere un’emozione che non conteneva un’oncia di rispetto. Questa è la pietà, pensò, e poi alzò la testa meravigliato. Pensò che ci deve essere qualcosa di terribilmente sbagliato in un mondo in cui questo sentimento mostruoso è chiamato una virtù” (p. 609: anche se mi affretto ad aggiungere che, benché la scrittrice non chiami questo sentimento “pietà”, entrambi i protagonisti, cioè sia Roark sia Dominique, provano spesso il sentimento umano e nobile che normalmente viene chiamato così, e non se ne vergognano affatto). I rapporti umani, almeno fra i personaggi “positivi” (Roark, Cameron, Dominique, Wynand, Steve Mallory, Mike e il padre di Dominique), sono intensi e trattati in modo efficace e pudico.

Anche la grande storia d’amore che è al centro della vicenda (quella tra Roark e Dominique), non è poi troppo lontana dal mondo sentimentale di Balzac: basti pensare al Giglio nella valle per accorgersi delle somiglianze. I paradossi (l’amore che si manifesta come odio, l’unione che porta alla separazione, la fedeltà che si esprime nel tradimento, l’onestà e l’innocenza che si camuffano da perversione) e la violenza (non solo quella letterale – la storia d’amore inizia infatti con quello che a tutti gli effetti è uno stupro – ma anche quella che secondo l’autrice è implicita e ineliminabile nell’atto sessuale anche il più tenero) ci dicono che il romanzo è un frutto della sensibilità del Novecento, ma nulla di tutto ciò sarebbe stato incomprensibile per  un lettore di Balzac. Si tratta quindi a ben vedere di un romanzo sorprendentemente e quasi provocatoriamente  inattuale.

D’altronde anche la salda struttura narrativa (la divisione in quattro parti, ognuna intitolata ad uno dei personaggi principali e dove ognuno di essi viene in particolare approfondito; i due matrimoni e i due processi che si intrecciano strettamente e scandiscono tutta la storia), il numero e la varietà dei personaggi, l’attenzione al loro ambiente e ai loro mezzi quotidiani di sussistenza, ne fanno un romanzo decisamente atipico nell’ambito della letteratura novecentesca, anche americana.

Il dialogo, tuttavia, finisce a volte per essere un po’ intellettualistico e faticoso (capita molto spesso che non solo Roark e Dominique, per i quali la cosa può anche risultare comprensibile,  ma anche altri personaggi, continuino a dirsi “sono sicuro che mi hai capito” o “so già cosa mi vuoi dire, ma voglio che sia tu a dirmelo”); inoltre è fondato su una concezione dei rapporti umani (non solo del rapporto tra i due sessi) di una sorprendente aggressività (sembra che i personaggi siano costantemente preoccupati di non “cedere”, di non “arrendersi”, di non “crollare” – tutti questi termini ricorrono frequentemente sotto la penna dell’autrice - prima dell’interlocutore, e questo anche nella conversazione apparentemente più innocua), e che, anche a voler condividere i presupposti filosofici dell’autrice, è davvero difficile trovare convincente. Infine, lo stile è spesso pesante e talvolta si compiace di trovate banali; alcuni personaggi  (in particolare l’arcicattivo Toohey, ma in parte anche Wynand) avrebbero probabilmente guadagnato se fossero stati  un po’ meno verbosi (in fondo, sarebbero comprensibili anche senza che ci spieghino essi stessi a ogni pié sospinto cosa intendono fare e come intendono farla); ed ammetto che, come avvocato, trovo ingiustificabile, incredibile e del tutto assurdo non tanto l’arringa autodifensiva di Roark nel secondo processo (che se non altro è un pregevole pezzo di oratoria, benché certamente non forense), quanto il fatto che una giuria qualunque abbia potuto assolverlo sulla base di quel discorso. Ma capisco che un libro come questo – e questa è la vera differenza con i romanzi di Balzac – non può non finir 'bene'.

November 18, 2007

Power Law, Diseguaglianze e Polarizzazioni

In Inequality Everywhere You Look il prof. Mankiw segnala un articolo di Mark Perry nel quale si scopre che:

 

the pattern of income distribution in the National Football League is strikingly similar to the income inequality of the general population

 

e a fronte di questa 'scoperta' si afferma:

 

perhaps this pattern of income distribution is a natural and expected outcome of any extremely competitive environment where talent is scarce, valuable and highly paid, whether it's the NFL or the overall economy

 

Ora, anche se trovassimo che una simile distribuzione è "naturale" (un sacco di abusi ideologici si fregiano di quell'aggettivo), non abbiamo nessun bisogno di accettarla. In fondo all'articolo trovate infatti almeno due discussioni sulla "naturalistic fallacy" nel quale alcuni tendono a chiudere il discorso.

 

Tuttavia, a maggior ragione se non si accetta di chiudere la discussione soltanto perchè sembra (o anche se è) 'naturale', a maggior ragione dobbiamo capire quale dinamica produce quei patterns.

 

 

E siamo di fronte in effetti a una dinamica che sappiamo soltanto descrivere ma non 'spiegare' scientificamente, e che è la stessa per molti fenomeni apparentemente senza relazione gli uni con gli altri.

 

Se cliccate qui posso provare darvene un breve resoconto.

 

Supponiamo di ordinare le città di una regione per numero di abitanti e chiamiamo le più grandi di 'rango 1', le successive di 'rango 2' e così via, mettendole sull'asse orizzonatale con quelle di rango 1 più a sinistra e quelle di rango maggiore più a destra. Se adesso mettiamo sull'asse verticale il numero di abitanti, allora i punti di coordinate (rango, n. di abitanti) si dispongono lungo la curva rossa. Curve simili si osservano applicando lo stessa classificazione rango/frequenza per molti altri fenomeni. Per esempio mettendo nel rango 1 i libri più venduti, e poi mettendo sull'ordinata il numero di libri di quel rango venduti (nella figura ho scritto sull'ordinata "n. di libri": è un errore, doveva essere "n. di libri venduti) si ottiene una curva simile, e lo stesso con i blogs più visitati e il n. di visitatori. Questa curva (più precisaemente la curva di interpolazione) è una esponenziale (la trovate spesso come una retta quando gli assi usano la scala logaritmica), e segnala un altro fenomeno interessante: la 'self-similarity' a tutte le scale. Per esempio: se fate il ranking dei calciatori italiani per quanto guadagnano, e sull'asse verticale mettere il loro guadagno (similmente a quel che ha fatto il tipo per i giocatori di football della NFL), ottenete una di quelle curve. Se poi prendete uno di questi 'ranghi', per esempio quello dei giocatori più pagati (supponiamo quelli della serie A) e ripetete la stessa cosa trovate la stessa curva fra i giocatori delle squadre più brave e i loro guadagni, e se prendete una di queste squadre ritrovate la stessa relazione fra le star e quelli della seconda squadra. Avviene lo stesso fra regioni geografiche, e all'interno delle regioni geografiche fra le città, e all'interno delle città fra i quartieri.

 

 

Non sappiamo esattamente perchè avviene questo, nè sappiamo come evolve nel tempo (cioè come una città o un blog o un libro sale o scende di rango lungo quella curva), e dunque non sappiamo come controllare questo fenomeno

 

Però ci sono molte indicazioni che fenomeni di quel genere sono associati con dinamiche auto-alimentate (traduco così "positive feedback") (una grande città tende a diventare più grande, e viceversa), e che questo auto-alimento è fornito da quello che chiamiamo 'esternalità'. (E questo nome vi dice quanto ne sappiamo poco: rimanda all'idea che stia succedendo qualcosa di 'esterno' allo scambio, come se fosse un'anomalia, quando probabilmente l'esternalità contribuisce il fattore maggiore alla dinamica e ne è l'aspetto preponderante, soprattutto quando c'è di mezzo la "conoscenza" (lato sensu).

 

Quanto all'economia, moltissimi ricercatori, e quasi la totalità degli africani, per ragioni che si comprendono, si stanno interessando a questi fenomeni. Un interessante serie di studi (soprattutto africani) si domandano se quei fenomeni siano propri del modo di produzione capitalista, ma salta fuori che la distribuzione delle concentrazioni di scorte alimentari, la densità degli eserciti, le dimensioni degli apparati amministrativi e delle città e molte altre di queste variabili seguono andamenti di tipo 'power law' (che è il nome di quelle curve presso gli specialisti) anche nell'antichità o nei sistemi 'asiatici' di produzione.

 

 

Ma se dobbiamo evitare di metterci subito a ululare che "c'è sotto qualcosa di losco" quando osserviamo questi fenomeni di distribuzioni esponenziali, sarebbe altrettanto sciocco decidere che, poichè le osserviamo 'in natura', allora dobbiamo accettarle come sono (la "naturalistic fallacy")

 

Il Concorso: 8 settimana

Un applauso ai vincitori!

Per la categoria Giornali: vince questo articolo della Stampa (segnalato da Colico), per aver raccolto in una specie di centone cascami retorici (l' "atteggiamento blasé", la "peggio gioventù"), generalità assortite e luoghi comuni a volontà (la "società liquida", l'"assenza di legami sociali profondi"), e in conclusione per averci mostrato a quali abissi si può arrivare dopo decenni passati a ripetere e convincersi che il moralismo possa funzionare come succedaneo dell'intelligenza.

Menzione di Merito invece a questo articolo di Rep per la bella pretesa di affrontare un argomento complesso munito solo della solita, ostentata, comoda e inutile indignazione "morale", nonché all'articolo di Ostellino sul Corriere (segnalato da Ale su istigazione di Pietro) che analogamente parla senza avere un'esatta cognizione del suo argomento (che differenza c'è tra la Romania che "espelle chi delinque" e l'Italia, che fa lo stesso? perché il fatto che "Sarà espulso solo chi delinque o rappresenta, genericamente, un pericolo per la convivenza civile, a giudizio della magistratura ordinaria" sarebbe una misura troppo blanda? e perché questa misura sarebbe "già presente nel Codice penale — ci mancherebbe che non fosse punito chi delinque"?). Si tratta, in entrambi i casi, dei soliti inviti alla cialtroneria da Bar Sport formulati col solito ridicolo sussiego ex cathedra.

Per la categoria Blog, vince questo post di Barbara (1. perché il fatto che qualcuno abbia picchiato il secondo figlio non costituisce prova che abbia anche picchiato (e tantomeno ammazzato) il primo, 2.  perché se tutti coloro che possono fare male (fisico o psichico) agli altri dovessero assoggettarsi a periodici controlli psicologici, non ci sarebbero abbastanza psicologi per effettuare i controlli, 3.
perché visto che il tizio di cui parla nel secondo esempio B. era appunto uno psicologo, perchè un controllo psicologico avrebbe dovuto scongiurare il fattaccio? e 4., e in conclusione: perché gli sfoghi, as always, non possono sostituire le analisi).

Per la categoria Ibridi: ex aequo i gloriosi parti di tre importanti uomini politici, precisamente questo articolo di Di Pietro (per aver mischiato Stato di diritto e divisione dei poteri in cose che nulla c'entrano e per riuscire a contraddirsi in poco più di due righe, prima negando che esista una "guerra per bande" tra poltiici e magistratura e poi dichiarando che c'è chi vuole criminalizzare i PM)e queste lettere a giornali di Fini (per una ammirevole confusione mentale: prima dice che il Paese è in declino e che la colpa del declino è del governo Prodi; poi aggiunge che in Italia "il Presidente del Consiglio ha meno poteri del sindaco di un paesino". Ma allora....? Per non parlare della memorabile stroncatura della vigente legge elettorale, come se la legge elettorale non l'avessero voluta e fatta lui e gli altri del cdx) e Ferrero (perché parla di qualcosa - le "espulsioni di massa" - che non esiste e che non è  mai stata ventilata da nessuno).

Purtroppo non esiste (ancora) la categoria "Legislatori Da Ridere", altrimenti questa interrogazione parlamentare sulle scie chimiche (segnalata da Soupe) avrebbe meritato un premio tutto speciale.

Ricordo che le regole del Concorso sono le seguenti: ogni settimana potrete segnalare l'articolo di giornale (= quotidiano o periodico) italiano (=scritto in italiano, o meglio: non scritto in una qualunque altra lingua conosciuta), ovvero il post e/o il commento su un blog italiano (idem) più cretino che avete letto. Le segnalazioni dovranno però obbligatoriamente contenere una riga di spiegazione del perché l'articolo (o il post, o il commento) è cretino. Infatti lo scopo del concorso NON è quello di farsi una bella risata! Le candidature per ciascuna categoria, con le relative spiegazioni, devono pervenire sul blog (precisamente, nella rubrica "Concorsi"); i voti, viceversa, se mai qualcuno volesse farli pervenire in incognito, possono anche essere inviati a lskarlkraus@gmail.com. Ma ricordate: quando segnalate un candidato, NON potete votarlo. I vincitori verranno proclamati il lunedì.

November 16, 2007

Sports and Politicians

President Thabo Mbeki before the final match

And this is Mbeki after the final

Finally, Madiba in person holding the Cup, again after twelve years Mandela holding the Web Ellis Trophy

Fans Going Wild

November 12, 2007

Il Concorso: 7 settimana

Ed ecco i vincitori della scorsa settimana.

Categoria Giornali: ex aequo questo articolo del Corriere e quest'altro di Rep, entrambi sull'omicidio di Perugia (ed entrambi segnalati da Soupe), perché entrambi dediti ad una orgia di stereotipi (la provenienza da Seattle, patria dei film horror, o il taglio alla gola, "firma" dei terroristi islamici) e, in conclusione, assolutamente superflui.

Categoria Ibridi: questo memorabile pezzo di Evangelisti apparso su Carmilla , specie qui: "I“portatori di progresso” italiani si rendevano complici di un doppio crimine: togliere lavoro in Italia e instaurare lavoro schiavistico altrove", dove il tono di fasulla e vanitosa indignazione da un lato e l'assoluta incompetenza dall'altro si uniscono nel condurre ad una "analisi" inevitabilmente destinata a questa illuminante conclusione: ""Che schifo! Che paese (o etnia, a questo punto?) di merda è diventato l’Italia!" (in altri tempi si sarebbe detto "signora mia, dove andremo a finire?"). Ex aequo, questa risposta del solito Zucconi su Rep: "Ci sono molti, eccellenti, onesti, coraggiosi giornalisti cresciuti nel dopoguerra, anche se è sempre più difficile sopravvivere con integrità alla droga del successo televisivo, al veleno dell'auditel, alle carriere pilotate dagli "amici" o alla tentazione di irresponsabilità offerta dal web". Motivazione: che bisogno ha dell'"irresponsabilità offerta dal web" uno che, come VZ e gli altri giornalisti di Rep (se non di tutti i giornali italiani) gode da sempre dell'irresponsabilità dei giornalisti italiani?

Menzione di Merito a questo pezzo (segnalato da Francesca) apparso su Rep, perché (i) non contiene un link al documento di cui parla, che pure è facilmente scaricabile, anche perché senza quello (ii) non si capisce cosa significa il titolo dell'articolo: cos'è che è un 'falso mito'? e (iii) non si sa per converso cosa sia  un 'vero mito'...

Per la categoria Blog: nessun vincitore, non essendo pervenuti voti.

Alla prossima, e in bocca al lupo ai partecipanti!

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November 7, 2007

Avvocati e libertà di espressione, a Singapore e in Africa

Per quelli che credono che gli avvocati si riuniscano solo per parlare di soldi e chiedere privilegi al governo, vale la pena leggere questo articolo (dove si apprenderà cosa l'ex leader di Singapore pensa della libertà di espressione, cosa succede a giornalisti e attivisti dell'opposizione in Zimbabwe, e molto altro ancora).

November 5, 2007

Il Concorso: VI settimana

Per la categoria Giornali, il vincitore è questo articolo del Corriere (segnalato da Soupe) perché è davvero indecente che al lettore non si sappia spiegare nemmeno di cosa si stia parlando (brevetti? marchi? diritti d'autore?). A onor del vero, va aggiunto che molti altri gornali (dall'Unità a Rep, ad altri) si sono resi responsabili della medesima confusione: ad essi quindi va una Menzione di Merito.

Per la categoria Blog, vince questo post di Anskij, perché davvero ci vuole parecchio pelo sullo stomaco per affrontare un argomento del genere con una simile grossolanità. Menzione di Merito al successivo post (sul medesimo blog e sul medesimo argomento) di Ghino La Ganga, per motivi analoghi (segnalazione di GG).  

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November 2, 2007

Budget e rugby in Sudafrica

Le metafore sportive in politica non hanno necessariamente l’effetto di trasformare il discorso politico in spazzatura (come accade in Italia da oltre un decennio). Nel discorso sul budget del Ministro dell’economia del Sudafrica (vedilo qui), i paragoni con il rugby (che d’altronde ha appena vinto la Coppa del Mondo) si sprecano, eppure le cose dette sono ragionevolissime. In particolare, sembre interessante l’idea che le extra-entrate fiscali incassate per via di cyclical factors, such as high commodity prices and the consumption boom, should be treated differently. Cyclical revenue should be spent on “things that raise our ability to grow faster in the long term”, such as infrastructure, education and institutional capacity. It could also be used to pay off debt or for savings.” Si tratta, in altre parole, di mettere da parte i soldi negli anni buoni per investirli in modo tale da consolidare e prolungare la crescita, e da evitare gli anni cattivi. In un Paese con così tante contraddizioni, e in cui non si sa ancora chi succederà al presidente Mbeki alla guida dell’ANC (a quanto pare, si potrebbe ricandidare lui stesso), non sorprende che anche la questione della rappresentatività razziale all’interno di uno sport come il rugby abbia destato molte polemiche (anche se non sembra che abbia avuto a che fare con la mancata riconferma di Jack White come allenatore degli Springboks). Ma si possono applicare delle quote, come una sorta di affermative action, in uno sport?