A. RAND, The Fountainhead (1943), Harmondsworth, 2007, p. 727 (trad. it., La fonte meravigliosa, Milano, 2006)
Questo celebre romanzo di una importante intellettuale russo-americana è uno dei pochi esempi novecenteschi di romanzo balzacchiano nel senso più stretto del termine.
Non solo perché è la storia di un uomo (il protagonista, l’architetto Howard Roark) che è animato
da una passione unica e pressoché esclusiva, quella per la sua arte, che lo spinge ad affrontare senza timore e senza compromessi le difficoltà, la miseria, l’impopolarità, l’ostilità di colleghi e critici. Non solo perché, quindi, si tratta di un personaggio “smisurato”, che come quelli di Balzac è, per così dire, più grande del vero, e perché, in un certo senso, sono altrettanto “smisurati” gli altri personaggi, almeno quelli principali (così, il cattivo, il critico Ellsworth Toohey, è davvero cattivo, spregevole, fanatico, in una misura che è difficile trovare nella realtà; il loser, il perdente, Peter Keating, è così perdente, così debole, così vile da farne una specie di figura emblematica; e per certi versi anche due personaggi complicati e non del tutto risolti, benché vitalissimi, come Dominique Francon e Gail Wynand, risultano sostanzialmente anch’essi un’incarnazione di una passione unica: l’amore da perseguire anche a costo dell’autodistruzione nel primo caso, e l’ammirazione per l’integrità e l’onestà altrui con l’incapacità di perdonarsi le proprie debolezze, nel secondo caso). Non solo perché si tratta di un ritratto davvero a tutto tondo di un mondo – quello della ricca società newyorkese e delle professioni intellettuali in America nei primi anni quaranta del Novecento – rappresentato nelle sue mille sfaccettature, anche e soprattutto nei dettagli più minuti, con una competenza e abilità impressionanti (i vincoli economici e strutturali di ogni commessa di architettura ci vengono illlustrati per filo e per segno, così come il significato e i sintomi dell’ascesa o del declino sociale, ecc.). Ma anche, e forse soprattutto, perché tutta la rappresentazione deriva da una filosofia vera e propria, che impone unità e coerenza ideologica ad un materiale vasto e eterogeneo: una filosofia (esposta da Ayn Rand anche in altre opere) estremamente individualistica che, fatti i dovuti distinguo e tenuto conto della lontananza temporale e culturale, non è certamente molto distante da quella dello stesso Balzac.
Non si tratta – beninteso – di un capolavoro, ma comunque di un romanzo bello, ricco, interessante e, a tratti, anche commovente. E’ difficile restare indifferenti alla reazione di Roark quando l’entità del crollo di Keating gli diviene finalmente evidente: “Quando Keating se ne fu andato, Roark si appoggiò contro la porta, chiudendo gli occhi. Si sentiva male per la pietà. Non aveva mai sentito questo prima – non quando Henry Cameron era crollato in ufficio ai suoi piedi, non quando aveva visto Steven Mallory singhiozzare su un letto davanti a lui. Quei momenti erano stati puliti. Ma questa era pietà – questa completa consapevolezza di un uomo senza valore né speranza, questo senso di definitività, di impossibilità di redenzione. C’era vergogna in questo sentimento – la sua propria vergogna, di dover pronunciare un simile giudizio su di un uomo, di dover conoscere un’emozione che non conteneva un’oncia di rispetto. Questa è la pietà, pensò, e poi alzò la testa meravigliato. Pensò che ci deve essere qualcosa di terribilmente sbagliato in un mondo in cui questo sentimento mostruoso è chiamato una virtù” (p. 609: anche se mi affretto ad aggiungere che, benché la scrittrice non chiami questo sentimento “pietà”, entrambi i protagonisti, cioè sia Roark sia Dominique, provano spesso il sentimento umano e nobile che normalmente viene chiamato così, e non se ne vergognano affatto). I rapporti umani, almeno fra i personaggi “positivi” (Roark, Cameron, Dominique, Wynand, Steve Mallory, Mike e il padre di Dominique), sono intensi e trattati in modo efficace e pudico.
Anche la grande storia d’amore che è al centro della vicenda (quella tra Roark e Dominique), non è poi troppo lontana dal mondo sentimentale di Balzac: basti pensare al Giglio nella valle per accorgersi delle somiglianze. I paradossi (l’amore che si manifesta come odio, l’unione che porta alla separazione, la fedeltà che si esprime nel tradimento, l’onestà e l’innocenza che si camuffano da perversione) e la violenza (non solo quella letterale – la storia d’amore inizia infatti con quello che a tutti gli effetti è uno stupro – ma anche quella che secondo l’autrice è implicita e ineliminabile nell’atto sessuale anche il più tenero) ci dicono che il romanzo è un frutto della sensibilità del Novecento, ma nulla di tutto ciò sarebbe stato incomprensibile per un lettore di Balzac. Si tratta quindi a ben vedere di un romanzo sorprendentemente e quasi provocatoriamente inattuale.
D’altronde anche la salda struttura narrativa (la divisione in quattro parti, ognuna intitolata ad uno dei personaggi principali e dove ognuno di essi viene in particolare approfondito; i due matrimoni e i due processi che si intrecciano strettamente e scandiscono tutta la storia), il numero e la varietà dei personaggi, l’attenzione al loro ambiente e ai loro mezzi quotidiani di sussistenza, ne fanno un romanzo decisamente atipico nell’ambito della letteratura novecentesca, anche americana.
Il dialogo, tuttavia, finisce a volte per essere un po’ intellettualistico e faticoso (capita molto spesso che non solo Roark e Dominique, per i quali la cosa può anche risultare comprensibile, ma anche altri personaggi, continuino a dirsi “sono sicuro che mi hai capito” o “so già cosa mi vuoi dire, ma voglio che sia tu a dirmelo”); inoltre è fondato su una concezione dei rapporti umani (non solo del rapporto tra i due sessi) di una sorprendente aggressività (sembra che i personaggi siano costantemente preoccupati di non “cedere”, di non “arrendersi”, di non “crollare” – tutti questi termini ricorrono frequentemente sotto la penna dell’autrice - prima dell’interlocutore, e questo anche nella conversazione apparentemente più innocua), e che, anche a voler condividere i presupposti filosofici dell’autrice, è davvero difficile trovare convincente. Infine, lo stile è spesso pesante e talvolta si compiace di trovate banali; alcuni personaggi (in particolare l’arcicattivo Toohey, ma in parte anche Wynand) avrebbero probabilmente guadagnato se fossero stati un po’ meno verbosi (in fondo, sarebbero comprensibili anche senza che ci spieghino essi stessi a ogni pié sospinto cosa intendono fare e come intendono farla); ed ammetto che, come avvocato, trovo ingiustificabile, incredibile e del tutto assurdo non tanto l’arringa autodifensiva di Roark nel secondo processo (che se non altro è un pregevole pezzo di oratoria, benché certamente non forense), quanto il fatto che una giuria qualunque abbia potuto assolverlo sulla base di quel discorso. Ma capisco che un libro come questo – e questa è la vera differenza con i romanzi di Balzac – non può non finir 'bene'.