Autoritratto del Sessantotto
L. PASSERINI, Autoritratto di gruppo, Firenze, 1988.
Iniziamo con questo libro una serie di letture sul Sessantotto.
Si tratta peraltro di un libro assai debole. Anzi il libro della Passerini è talmente debole da diventare un bell’esempio di quei libri (di cui parlò tanto tempo fa Eco) che ti insegnano l’umiltà scientifica. Dopo le prime due pagine, si prova la fortissima tentazione di buttarlo via; invece, probabilmente contro la volontà dell’autore, ci si trovano cose interessanti.L’inizio è agghiacciante: l’A. si lagna di avere la febbre il giorno del suo compleanno (“Giaccio sconfitta, sotto il peso delle mie contraddizioni. Non ho voluto figli e non ne ho. L’uomo che stava con me da dieci anni si è definitivamente fermato nella città da cui era pendolare, prendendo sul serio le mie passate richieste di abitare separati, proprio adesso che avrei bisogno che ci fosse”, p. 9: è un passo decisamente da ricordare, l’A. è una da non prendere sul serio. Oppure: “Ascolto la sua esperienza del carcere: nonostante le differenze, la sento affine ai periodi di reclusione nella mia solitudine”, p. 11)”.
Il seguito è, se possibile, anche peggio (interviene il Nuovo Amore con un Grande Intellettuale, e un affascinante rapporto con un Analista; diciamo che l’unica soddisfazione che prova l'innocente e disarmato lettore è di apprendere che l’Analista, tanto simpatico e colto, riesce a spillare un bel po’ di soldi alla P.; il tutto condito da frasi di questo genere: “Non identificarsi con la distanza, prendere le distazne dalla distanza”, p. 148). Diciamo che i capitoli dispari del libro, quelli autobiografici, sono tutti da dimenticare salvo alcuni passi - rari- nei quali l’A. racconta alcuni interessanti spezzoni del suo passato (in particolare, la sua militanza situazionista, pp. 73-75. E’ interessante, credo, sapere che il gruppo della P. non si iscrisse all’Internazionale Situazionista per non esserne espulso, “come accadeva invariabilmente”, e che negli scritti situazionisti “si rifiutava ogni copyright”).
Per fortuna, invece, i capitoli pari, quelli in cui racconta la “memoria” di alcuni partecipanti al Sessantotto torinese, sono assai interessanti, decisamente contro l’intenzione dell’A., anche se una seria analisi non si può certo pretendere da queste gracili paginette.Non mancano, va detto, gli spunti di consapevolezza critica o autocritica (come alle pp. 93-94, dove onestamente si ammette che il numero dei votanti alle assemblee era irrisorio rispetto al numero degli iscritti; oppure l’accenno al “rapporto tra libertarismo e autoritarismo interno al movimento, tra la nuova possiiblità di parlare per tutti e il diverso peso della parola di alcuni”: p. 94 - su questo punto, come vedremo, il libro di Capanna è molto più reticente; oppure i tratti di intolleranza, quasi di squadrismo: “queste cose che si dicevano e si facevano contro i professori di solito non facevano ridere affatto. Erano forme di aggressione verbale e grafica da parte di gente che di senso dell’umorismo ne aveva assai poco”, p. 111 - non a caso, la reazione tipica dei professori democratici e antifascisti era quella di ammonire “queste cose le facevano i fascisti, questo è l’intervento della poltiica nella cultura, classico della cultura fascista. Perché effettivamente c’era molta violenza, noi c’eravamo scatenati. Nessuno poteva più far niente all’università, chiunque faceva qualcosa veniva immediatamente interrotto da orde di barbari che entravano coi megafoni”, p. 112- e anche su questo punto la versione di Capanna è molto diversa; “amavamo il plebiscitarismo. Un movimento assembleare non ama molto essere contraddetto. E quindi aveva dei momenti di rischio, di pesantezza notevoli”, p. 113; o il sostanziale maschilismo del Ms, dove le donne al “vertice” erano poche). In alcuni casi, i testimoni vedono anche più lontano: “Il terrorismo l’avevo già visto nel ’68. Lo dicevo agli amici, però mi han sempre dato della matta:... i piedi sulla scrivania del professore, portando come argomento monografico Che Guevara all’esame di economia, con la pretesa proterva, l’arroganza data dal numero... cose di tipo lievemente squadristico che però sembravano tutte manifestazioni rivoluzionarie, mentre io ci vedevo un tipo di vioenza, di non cultura e di passività, il valersi della folla per fare delle cose che da soli non avrebbero...” (p. 204-205).
Emergono con chiarezza (i) l’intento di svecchiare l’insegnamento (con l’organizzazione dei “controcorsi”: p. 95), (ii) l’intento di portare la democrazia nel rapporto docente-discente (“Non si discute di fronte all’autorità (e il docente è un’autorità); gli studenti hanno soggezione, paura, timidezza di fronte al professore, o semplicemente non si sentono all’altezza del docente. Per imparare a discutere bisogna trovarsi tra eguali, bisogna che le differenze di potere tra docente e discente vengano completamente eliminate. Gli studenti che occupano Palazzo Campana (...) per la prima volta riescono a esprimersi liberamente in presenza degli assistenti che hanno aderito all’occupazione, perché si sentono tra eguali, uniti nella stessa lotta per la conquista di una propria autonomia didattica e culturale”, p. 95). Ma questi sono i tratti più noti del ’68, e quelli più generalmente condivisi.
Quello che prevale tra gli intervistati è il tono di rimpianto e nostalgia per quella che deve essere stata una coinvolgente esperienza di vita collettiva (“Mi ricordo una sera in cui c’era il comitato di agitazione, coincideva con la cena e allora si doveva apparecchiare la tavola lì, in un’aula. Si è apparecchiata la tavola e qualcuno si è messo a cantare, e tutti si sono messi a cantare: <<Nostra patria è il mondo intero>>, e intanto preparavano le cose, scodellavano la pasta ed era un momento molto bello”, p. 103; “Nel ’68 i confini abituali tra giovane e adulto sono modificati, così come lo è la concezione delle due fasi. L’iniziazione non è rinuncia, l’età adulta non è serietà e seriosità”, p. 107; oppure: “I grandi amori infelici nel ’68 non c’erano. Di fatto forse sì, ma non venivano esplicitati, mentre nella comunità adolescenziale precedente era addirittura una specie di marchio di fabbrica... Un pregio della cultura adolescenziale precedente, con tutto il suo schifo, era stato il libero accesso e il rispetto per la depressione. Per i depressi non c’era posto nel ‘68”, p. 108-9).
L’A., forse per il suo passato di situazionista, nota inoltre uno “scioglimento” del situazionismo nel movimento studentesco (p. 115), che non viene sottolineato da Capanna (come illustra anche l’episodio a p. 120-1, quando, dopo l’arresto di Viale, gli studenti in città si dividono le parti: alcuni fanno i borghesi, altri gli studenti che dialogano sull’arresto; oppure lo studente col cartello “studente” che fa il cane e l’altro vestito da borghese, che lo tiene al guinzaglio e con la Stampa sottobraccio, che lo prende a ombrellate in testa).
Il libro nota che, rispetto ad altre sedi, il Ms torinese fu più compatto, forse perché più concentrato sulla condizione studentesca. Secondo Viale, “c’è una netta differenza tra un’interpretazione della massa degli studenti come proletariato e quindi legittimo portatore di contenuti eversivi e rivoluzionari, e una concezione degli studenti come piccola borghesia e potenziale portatore di contenuti pericolosi, che necessita di una guida e ha bisogno assoluto di dimenticare i temi più personali, perché rischiano di essere antiproletari. Per noi la rivolta contro la propria condizione nelle istituzioni scolastiche e nell’ambiente sociale era fonte di contenuti politici e culturali sufficienti ad alimentare un movimento di vasto respiro. Noi pensavamo che il proletariato fosse una cosa molto ampia, che includeva diversi gruppi sociali, che erano gli operai, i disoccupati, gli impiegati, gli studenti” (p. 121-122). “Noi eravamo convinti che gli studenti fossero un soggetto in quanto tali. La teoria che giustificava questa cosa, che noi un po’ abbiamo inventato un po’ abbiamo preso da Rudi Dutschke, era il discorso sulle istituzioni: le istituzioni sono massificanti e autoritarie e il fatto di appartenere alle istituzioni ti dà titolo a ribellarti contro di esse. Era importante per dire: <<Ognuno gioca il suo vissuto nella lotta. Io mi ribello contro la mia oppressione, non contro quella dei vietnamiti. Io sono con loro perché lottiamo contro lo stesso nemico, ma io sul problema della mia liberazione- io sono lo studente in quanto studente. I miei nemici sono le autorità accademiche, sono i riti dell’università, sono la cultura autoritaria e la manipolazione culturale. Per gli operai sarà un’altra cosa, diversa. Magari loro sono più importanti di noi, contano di più, ma la nostra presa di parola come testimonianza individuale vale quanto la loro, perché è una testimonianza di liberazione>>” (p. 132-133). D’altronde “c’era proprio un terrore, in quel periodo lì, di porsi come avanguardia, di fare il partito, di dire:<<Noi dobbiamo dirigere le lotte degli altri>>; una parola chiave era: <<comunicazione>>, del movimento o della prassi... Un’altra parola molto in voga era <<unilateralità>>: non porsi problemi generali, ma porsi dal mio punto di vista. Un punto di vista è sempre parziale, ma è vero se è parziale. Se diventasse generale non sarebbe più vero” (p. 134). Questo, dice P., è tipico del ’68 e lo apparenta in particolare al femminismo, specie a certe ali radicali.
La differenza non era solo tra Ms di città diverse; era anche all’interno del Ms torinese. “Il divario era esistito fin dall’inizio, tra una linea di riformismo avanzato e quella della contestazione radicale.... C’era un importante terreno comune, che era la richiesta di democrazia. Ma anche la democratizzazione aveva significati diversi per i diversi raggruppamenti.” I “moderati”, ad un punto cruciale, denunciarono “la fuga in avanti di coloro che attribuivano al movimento il ruolo di ‘avanguardia’ in una generica ‘contestazione globale’ al sistema, sminuendo o rifiutando le trattative su obiettivi precisi e concreti” (p. 124-125) E’ divertente vedere che, al fondo del dissidio, non ci sono solo ragioni teoriche, ma anche un atteggiamento psicologico, il timore della “fine della festa”: “la storia che non si può immaginare una riforma delle università senza collegarla a una trasformazione della società, perché <<non si può fare un’isola d’oro in una società di merda>>, per noi fu una grande gioia: era un modo per superare i limiti del riformismo che, sotto certi aspetti, avrebbe significato la fine dell’agitazione. Invece questa dimensione di un’università da riformare completamente fintantoché non si è cambiata la società, ci permetteva di immaginare un lunghissimo processo di conflittualità non subordinato alle trattative. Per me queste erano un po’ la paura che la grande festa potesse chiudersi con un cedimento riformistico da parte dei vertici universitari” (p. 125).
Insomma la mobilitazione perde rapidamente di vista i suoi obiettivi, che diventano sempre più generici e lontani, perché il vero fine del Movimento diviene perpetuare se stesso. La stessa fusione di pubblico e privato (“Era un universo totalizzante, in cui il privato e il pubblico si mescolavano. Noi la cosa che odiavamo di più, in quel periodo, era la politica come mestiere, il politico di professione, che ha le ore del pubblico e le ore del privato. Il nostro obiettivo era di rimettere tutto insieme e questo faceva scomparire il privato. Ma il pubblico era gravido di privato”; “Non ci perdevamo mai, ecco. Noi stavamo sempre insieme in un modo o nell’altro, o che fosse l’università occupata o che fose la Camera del Lavoro o che fosse Biologia o che fosse Architettura o che fosse la trattoria o che fosse il Psiup, che allora era in via Po. Noi ci muovevamo a branco. L’individuo era sparito, io non avevo una vita individuale, non facevo più niente da sola, non andavo al cinema da sola, non leggevo un libro, io vivevo in questo branco”, p. 126) metteva in crisi i moderati, “perché i suoi singoli componenti subivano una radicalizzazione nella vita quotidiana che mal si conciliava con la moderazione sul piano politico” (p. 127). D’altronde i segni della fine della spinta propulsiva si avvertivano: si moltiplicvano gli inviti a trovare “una metodologia e dei contenuti che servano per l’individuazione di una strategia e una tattica di lotta” (p. 128); diventava necessario “estendersi al sociale” (“Non possiamo credere che la nostra azione possa limitarsi a fare manifestazioni nel centro cittadino provocando i ‘benpensanti’ o innervosendo i buoni padri di famiglia che, a causa del traffico interrotto, arrivano tardi per la cena. Provocare, irritare, non basta: se si vuole fare un’azione politica che conti, bisogna proporsi di organizzare le forze sociali che sono disponibili alla lotta. Presto le manifestazioni dovremo cominciare a farle nei quartieri operai e nei nuovi insediamenti della cintura”, p. 129). E’ da notare, quindi, come il Ms ormai si desse per scontato e si affannasse a trovarsi un nuovo compito, contenuti, strategie e tattiche; lo scopo diviene la “lotta” in se’, astratta dai suoi obiettivi concreti. La radicalizzazione arrivava assieme al senso di accerchiamento dovuto all’aggravarsi della “repressione”; così nel maggio ’68 arrivano le grandi manifestazioni che per la prima volta vedono assieme operai e studenti (p. 130). “Dopo il maggio eravamo pronti a tutto” (p. 131).
E dopo l’esauriirsi del Ms, “è stato come se il movimento avesse prodotto dei militanti che non sapevano cosa fare. Il loro privato era ormai la politica e dovevano applicarla a qualcosa, ma avevano perso l’oggetto. Il periodo tra il ’68 e il ’69 per me è stato angosciosissimo perché non potevamo fare nient’altro che militanza politica, ma non potevamo farla, perché tutto quello che facevamo ci si perdeva fra le mani” (p. 132). La fine del Ms conduce a una rapida radicalizzazione, che i protagonisti del libro non vedono di buon occhio: “I gruppi posero la questione della presa del potere e così abbandonarono i problemi di contenuto. L’esito tragico è stato un decennio di discussioni solo su forme di lotta e esiti rivoluzionari, dove la rivoluzione riguardava la forma statale, secondo l’interpretazione più piatta del marxismo più scolastico, e non le trasformazioni sociali che nel frattempo avvenivano. Il ’68 era stato l’utopia di organizzare un grande sforzo collettivo, in cui io mi ritrovavo perrsonalmente molto volentieri. perché ero un po’ disgustato da un modo di stare al mondo, che poi si è imposto come prevalente e quasi necessario, quello dell’individualismo che sgomita. Dopo il ‘68 questa ipotesi di lavoro è stata distrutta” (p. 178); è da notare peraltro (i) l’inesattezza di quell’attribuire al marxcismo un’idea di rivoluzione limitata alla forma statale (che è inesatto) o a delle vaghe “trasformazzoni sociali” (che è altrettanto inesatto), e (ii) la sostanziale vaghezza e genericità di quella “ipotesi di lavoro” di cui si sa solo che non è “individualismo che sgomita”. Oppure quest’altro passo, che descrive il proseguo delle lotte negli anni settanta: “L’Autonomia raccoglie il filone operaista che si disfa, raccoglie il disfarsi di Lotta Continua... e raccoglie comportamenti sociali: l’esproprio, l’andiamo al cinema e non paghiamo, che erano lì come dati di fatto, anche prima che Toni Negri gli desse una patente politica. C’erano i cortei operai in Fiat, macchine che volavano, vetrine che si rompevano, crumiri che scappavano, capireparto che venivano menati. .. Il proletariato esprime violenza? Io teorizzo la violenza proletaria come momento di comunicazione-scontro con la società. Il terrorismo è un’altra cosa, ha dei valori diversi, ha un impianto teorico diverso, c’è il partito, c’è l’assalto al palazzo d’inverno... A mano a mano che gli spazi politici si restringono – lo Stato stringe, il terrorismo stringe – l’Autonomia viene stritolata. Allora una parte di noi dice: <<Bon, è finito>> e quindi entri nel privato per forza, perché non accetti di andare nel PSI, nel PCI, nel Manifesto, in DP, ma neanche dentro prima Linea o alle BR. Dopo il ’79 l’unico proprietario del terreno diventa il terrorismo” (p. 194). Oppure: “Negli anni ’77-’79, chi pensa che il suo ruolo sia quello del militante permanente e quindi non decide di smettere quando il movimento finisce, ha di fronte a sé due esiti: o il terrorismo, o il sindacato e i partiti della sinistra. Questa cosa mi ha fatto riflettere, dicendo: <<Qua io non voglio imboccare nessuna di queste due strade, quindi l’unica maniera di contestare questi esiti è di non fare più niente di politico” (p. 198).
Non è sorprendente che un libro del genere dia largo spazio al ritratto umano, singolo, e all’aspetto umano e affettivo. Così ci viene descritta, per sommi capi, l’evoluzione dei protagonisti del Ms a Torino, i leader: Viale (l’eroe che, salito sul tavolo dell’Aula Magna, aveva osato dire al Rettore: “Ma stai zitto, imbecille”), Bobbio, ecc. Qui si vede bene il personalismo, il liderismo del ’68 (“Viale era realmente capace di dar voce alle istanze più radicali del movimento, di raccogliere e esprimere le aspirazioni confuse di azzeramento, e non solo le posizioni teoriche, ma anche i valori: lo sdegno, l’insofferenza scontrosa, la durezza, il coraggio, la coerenza estrema e il sorriso improvviso... Ma per di più giocava sul piano simbolico un insieme di significati: la stessa figura fisica, asciutta e androgina, i capelli biondi e lunghi – oltre allo stato di orfanità – contribuivano a farne un personaggio senza cedimenti al mondo esistente, tra il leggendario e il ribelle”, p. 116; “Io ero tra i peones, e per noi questi leader erano abbastanza carismatici, quando si usciva si parlava molto di loro tra di noi. Dei leader io quello che amavo di più era Guido [Viale]... Mi ricordo poi quando fu liberato dal carcere che arrivò... aveva un giubbotto di renna marrone, me lo ricordo. E niente, gli volevo molto bene”, p. 119 ).
I percorsi di vita successivi dei protagonisti di questo libro rendono un’idea – retrospettiva ed illuminante – di quel che è stato davvero il ’68, molto più esatta di tante ricostruzioni. Uno di essi (Franco Russo) dice: “Credo che la rivoluzione abbia una sua possibilità, ma nel senso che diceva Kant: <<è un’idea regolativa>>. Forse non prenderemo, per fortuna, più potere –questa è una grossa trasformazione che ho fatto riguardo al passato. Credo che oggi il punto di fondo sia la critica continua del potere. Questo veramente gli anni settanta ce l’hanno consegnato” (p. 183). Ma perché la critica continua del potere da parte di uno che di se stesso dice che “per fortuna” non prenderà più potere dovrebbe essere efficace, o anche solo significativa? Franco Aprà: “una conseguenza del ’68 dentro alcune teste, la mia per esempio: pensare che quello che conta è il risultato del lavoro, più che alcuni riconoscimenti personali, concepire un lavoro socialmente utile. Ecco, questo modo di pensare l’ho ancora, ancora oggi ho un rapporto col ’68, che è di introdurre elementi di qualità nel lavoro e di ritenere positivo ogni dubbio che porti a decidere col massimo di consapevolezza” (p. 195). Peppino Ortoleva confessa: “se a fare il dirigente, per esempio, del PCI, potevi imparare a scrivere, ma anche competenze e concezioni organizzative e manageriali, nel ’68 abbiamo imparato soprattutto a parlare, a scrivere, a far parlare altri, a lanciare slogan... Ora viviamo tutti, un po’, di rendita su quel che imparammo allora. Nel ’68, uno dei bersagli maggiori della nostra critica era proprio il sistema dei media. La TV, con la sua falsa obiettività, con la sua capacità di rendere tutti spettatori passivi, con il suo conformismo, poteva essere un buon simbolo di quello che non andava. A quello noi opponevamo la nostra comunicazione, che volevamo egualitaria, attiva, ribelle. Forse, inconsapevolmente, non facevamo che anticipare il nuovo paesaggio delle comunicazioni, differenziato (un videoregistratore in ogni casa) e interattivo (i personal computer), anche se certamente non egualitario. Il mondo dei media di oggi è in parte l’incubo dei nostri sogni, ma le competenze che sviluppammo allora ci si trovano bene” (p. 196-197). Pedro Humbert: “Tu eri partecipe di un movimento di democrazia, di antiautoritarismo. Questi erano i valori che affratellavano... Ma se vedi oggi la collocazione professionale, al di là del partito politico scelto, di molti che erano quadri o al mio livello o al livello superiore, riscontri modi di prendere iniziative in maniera nuova, per esempio nel modo di commercializzare certi prodotti, in operazioni di marketing innovativo, oppure nella scelta di operare su versanti avanzati, moderni” (p. 197). Come vedete, qui c’è il riconoscimento che il Movimento è stato, nella sua essenza, perfettamente funzionale al rinnovamento gestionale (e di marketing) delle imprese negli anni Ottanta e Novanta, argomento che è al centro di un libro importante di cui parleremo in futuro (Le nouvel esprit du capitalisme di Boltanski-Chiapello). Volete ulteriori prove a sostegno di questa affermazione? Nelle interviste usate in questo libro ce ne sono a bizzeffe. Eccone qualcuna: “in certe cose sono bravo per quella mia esperienza: a me fare quattro interviste e ricostruire un’organizzaizone del lavoro o una situazione sociale riesce molto facile, sulla base delle capacità di utilizzare il rapporto diretto, per capire come sta una situazione, acquisita con lunghi anni di esperienza poltiica. La cultura del ’68, degradata alle sue forme infime, è diventata il materiale, i mattoni con cui si costruisce la conoscenza sociale indispensabile alla cultura manageriale. Ma io non penso che la mia realizzazione sia all’interno della professione. Capisco che alcuni la possano cercare – una volta li avrei tacciati di collaborazionismo – ma non è il mio caso, io in una professione cerco denaro e tempo libero e, per essere molto chiaro, poca fatica” (Viale, a p. 199); “Quel tipo di attività politica, oltre che per la mia maturazione personale, è stato fruttuoso dal punto di vista professionale. Fu un’esperienza, con tutte le lacune che avevo e che ho tuttora, di grande managerialità, di grande capacità di gestire i rapporti con i docenti, nel senso di convincere loro che avremmo potuto garantire, e di convincere gli studenti a continuare, con la polizia che entrava la sera ... e poi grande organizzazione per tenere insieme il lavoro” (Humbert, p. 207; e l’A.commenta: “In tal modo Humbert scopre e perfeziona le sue capacità mediatrici e trova lavoro prima in un sindacato, poi in una grande azienda di telecomuncazioni, dove raggiunge un posto importante come dirigente”, p. 208). La cosa, si noti, è confermata anche e contrario, da un’esperienza per così dire “inversa” (Mario Dalmaviva, che a Roma nel ’68 fa il dirigente di un’azienda, decide di mollarla e se ne a Torino per partecipare al Movimento, nel quale si fa luce: “qualcuno ha usato il ’68 per diventare dirigente e io ho usato il ’68 per cessare di essere dirigente”, “forse mi hanno giocato a favore un po’ di doti istrioniche, connaturate in parte e in parte affinate dalla professione di venditore, quindi le cose che dicevo riuscivo a venderle bene”: p. 208-209).
Tanto che la conclusione della stessa autrice va nello stesso senso. Sentite: “Si può dire che in primo luogo la cultura del ‘68 ha prodotto biografie, e che queste a loro volta sono la sua cultura. Si sono modellati certi cicli di vita, si sono create traiettorie nuove anche per quelli che il ’68 ha afferrato di striscio, perché più giovani o più vecchi o collocati in strati sociali non direttamente invetsiti dal movimento stduentesco” (p. 206) e: “ci sono concordanze tra le storie di vita: nonostante le rotture anche violente con compagni di movimento, si sono formate reti di relazione che persistono per anni, spesso sono tuttora in vigore, soprattutto in altre città e paesi” (p. 210). “Creare biografie” e “cicli di vita” magari potrebbe essere una conclusione ingloriosa per un movimento come quello del ’68; eppure leggendo di queste “reti di relazione” formate tra gli ex-sessantottini non può non venire in mente una parte del già cit. libro di Boltanski-Chiapello in cui si richiama la nuova teoria manageriale (affermatasi negli anni Ottanta) che alla vecchia organizzazione verticistica dell’impresa oppone un modello diverso, appunto “in rete”, al quale le nuove generazioni di lavoratori (post-sessantottini) vengono pressantemente invitate a dedicarsi (a costruire, cioè, le proprie “reti di relazione”): un lavoro a cui i sessantottini, naturalmente, erano già in gran parte splendidamente addestrati....
Commenti
Per la prima volta da quando esiste questo blog non ho letto per intero il post.
Mi domande quale spessore debbano avere le palle di kk che è riuscito a leggersi tutto il libro (sempre che anche lui non abbia letto il libro come io ho letto il post: non più del 30%).
:)
No, no, l'ho letto tutto...
E preparati che fra un po' recensisco Capanna.
A me pare che sul Sessantotto si faccia troppa riflessione e troppa caciara, anche perchè a parlarne male (rompendo i coglioni) sono spesso quelli che rompevano i coglioni allora più degli altri.
A me fa ridere da un lato Berselli che ci fa un libvo per dive come eva palloso (parla di qualcos' altro allora...) e dall'altro Sofri che pontifica, parla di perdono, sofferenza, il mio prossimo e il tuo prossimo. Ecco Sofri potrebbe aprire un bel blog, come il figlio, gratuito e tale per cui chi gli piace ci va e chi no no.
Non si fa mai "troppa riflessione".
Ma sulla caciara degli ex-sessantottini sono d'accordo.
mon dieu...
parole sante quelle di colico
Guarda che è un libro davvero istruttivo, Soupe. Per es. fornisce (involontariamente) un sostegno notevole alle tesi contenute nel libro di Boltanski-Chiapello (quello di cui ha scritto Francesca qualche tempo fa).
Tu hai ragione kk, ma a mio avviso il modno si divide in due:
- Ci son quelli che riescono a leggere la bibbia (che siano cattolici o meno) perchè sarà noiosissima ma è molto istruttiva (lo dico senza ironia).
- Ci son quelli che proprio non ce la fanno e non son mai giunti oltre la sedicesima pagina della genesi.
Io faccio parte (purtroppo) della seconda categoria.
OK, ma la Bibbia è molto lunga, questo libro no
(per non parlare della mia recensione :)))
C'è, secondo me, una frase che fotografa splendidamente (e inchioda) tutto il movimento sessantottino (e post):
"Ammazzare un fascista non è reato!"
Basta da sola a spiegarlo... O no?!
PS: molti amano ripeterla anche oggi....
Ciao Adriano.
Ho letto il tuo articolo sul modo di produzione asiatico.
Purtroppo non sono un esperto, e quindi, a meno che Francesca (che però è in viaggio) non ti possa rispondere, sono costretto a rimandare i miei commenti a quando avrò letto qualcosa sull'argomento (l'idea è di leggere di Carandini).
Ciao!
Io penso che di libri interessanti che trattano questi temi ve ne siano tantissimi, anche se non trattano tutti (o forse quasi nessuno) direttamenmte il m.p.a.
Ad esempio, ho acquistato poco tempo fa (ma non l'ho ancora nemmeno inziato...) il "Dipotismo asiatico" di Wittfogel (libro storico, di importanza notevolissima). Un altro testo da leggere sarebbe quello di Diamond "Armi acciao e malattie"!
Ma chi c'ha tempo!? e onestamente anche le forze!?
Adriano
PS ...e non dimentichiamoci poi il libro di SOfri (fratello Gianni) sul "Modo di produzione asiatico".
Sul Mondo di produzione asiatico e sulla differenza tra la tradizione statale europea ed extra europea, consiglio a tutti questo articolo di Xepel link .
Inoltre, una curiosità, a quale opera di Carandini ti riferivi nel tuo precedente post?
Il libro di Carandini (Andrea, l'archeologo classico) è "L'anatomia della scimmia", Einaudi. E' esaurito però (ma io ce l'ho, gnegnegne' :))
Scherzi a parte, complimenti per Wittfogel. Il libro di Gianni Sofri l'ho letto un paio d'anni fa, ma onestamente devo dire che non l'ho trovato molto istruttivo.
Wittfogel si acquista tranquillamente on line, ad esempio dal sito "Maremagnum"! Io l'ho trovato on line su un altro sito ma poi ho scoperto che partiva da una libreria di Milano che in più era sulla strada per andare al lavoro, quindi... E poi complimenti di che!?.... L'ho acquistato ma nemmeno letto per ora!
Sofri anch'io l'ho trovato verboso, la parte iniziale, in cui dovrebbe descrivere bene il Modo di produzione asiatico è la peggiore, sembra scritta apposta per non farsi capire!
La successiva su Stalin e sul dibattito sul M.P.A. è interessante ma più dal punto di vista politico che non da quello della metodologia storica che è il più interessante, per me!
Una nota autobiografica, l'articolo che ti ho segnaòlato sopra mi ha cambiato la vita, per questo lo segnalo a tutti da anni, mi ha spiegato al tempo stesso cosa sia il marxismo e cosa sia la storia umana...
I miei complimenti erano per l'intenzione (lodevole) di leggere Wittfogel, non per l'acquisto.