Formidabili quegli anni
M.CAPANNA, Formidabili quegli anni (1988); Milano, 2007. 
E’ un libro, con tutti i suoi limiti, molto più piacevole di quello della Passerini; ma, influenzato dalle opinioni e dalle riflessioni successive dell’autore, forse è meno utile delle parti “documentaristiche” di Autoritratto di gruppo a capire davvero il ‘68
Data la personalità strabordante dell’autore, si tratta tutto sommato di un libro sorprendentemente obiettivo. Vediamo.
I giudizi ex post cominciano con la prefazione: “Veniva chiesta democrazia: fu risposto con la strategia delle stragi, tutte ovviamente rimaste impunite, e con molte altre nefandezze, descritte in queste pagine. Così sono andate le cose, fino al trionfo del rampantismo reaganiano degli anni Ottanta: l’individualismo sfrenato, la competizione spietata, l’arrivismo e il successo, il denaro sbandierati come nuove stelle polari. Il craxismo ne rappresentò la traduzione italica. Furono i tempi dell’omologazione più acritica, la supremazia dell’avere sull’essere, la stagione del <<proibiro pensare>>” (p. 19). Difficle fare una sintesi migliore dell’attuale ideologia de la Repubblica e dei gruppi “intellettuali” affini... Ma sorprendente vederla in bocca a quello che, in fondo, si è sempre definito un marxista, sia pure eretico.
La ragione del titolo (“anni formidabili”), sta, dice Capanna, in questo: “Culturalmente il Sessantotto ha vinto: nel modo di pensare, nei rapporti interpersonali, nell’acquisizione di spirito critico, nella conoscenza il cambiamento è stato, ed è rimasto, profondissimo. Conquiste importanti, come lo statuto dei diritti dei lavoratori, le leggi relative al divorzio e all’aborto, per esempio, non sarebbero stati possibili senza il mutamento delle coscienze maturato allora” (p. 23). E qui c’è molto di vero (anche se forse c’è un po’ di quella fallacia che consiste nell’uguagliare il post hoc al propter hoc).
Una parte molto valida e interessante è quella in cui si descrive (anche con l’ausilio di una famosa pagina di Lettera a una professoressa) la condizione studentesca pre-68: “Nel ’67 gli iscritti all’università ammontano ormai in Italia a più di 500.000, più del doppio rispetto a quindici anni prima. Che fossero tutti e solo rampolli borghesi è cosa che appartiene alla mitologia. Non ero solo io figlio di povera gente. Elevato, anche se, questo sì, non maggioritario, era il numero degli studenti lavoratori e quello degli studenti meridionali, molti per nulla agiati.. . Ma tutti vivevamo, anche se con gradi di intensità diversa, quella che sentivamo essere e chiamavamo una condizione di <<proletarizzazione>>: perché costretti a uno studio obsoleto, il cui scarto con la realtà era spesso abissale; perché inseriti in un meccanismo, quello delle gerarchie accademiche, assolutamente non democratico; perché decimati dalla selezione lungo il percorso degli studi; perché era quasi la regola l’impiego dequalificato dopo la laurea, quando la prospettiva non era la disoccupazione; perché apparivano sempre più estranei i valori della cultura dominante... Ecco perché il movimento studentesco italiano... inizia la lotta centrandola su rivendicazioni specifiche concernenti il concreto dello studio e della scuola e velocemente arriva alla <<contestazione globale del sistema>>” (p. 42-43). E’ a tutti evidente come, in queste righe, ci sia una sovrapposizone di esigenze ragionevoli e di altre che lo sono assai meno. Di fatto, però, le ragioni scatenanti del ’68 sono state queste. Ed ecco perché, aggiunge C., dall’allargamento degli scopi originali della lotta è nato il desiderio degli studenti di creare un “collegamento”con la classe operaia, uno dei tentativi tattici più ricorrenti nel Movimento (p. 43).
Rispetto al libro della Passerini, su alcuni punti Capanna mette la sordina. Per es., si veda questo passo sulla democrazia assembleare: “L’assemblea era lo strumento principale della democrazia diretta. Certo, sorgeva il problema dei leader, quelli più bravi a fare i discorsi, più accorti ecc. Ma essi non avevano alcun ruolo codificato e, soprattutto, mai riconosciuto una volta per tutte. La loro autorevolezza (cosa ben diversa dall’autorità) derivava dalla giustezza del dire e del fare. Se sbagliavano per incapacità o furbizia, tramontavano con la stessa rapidità... Il consenso, da riverificare ogni volta, era il metro di misura e l’unica fonte di legittimità. Che migliaia, decine di migliaia di giovani sperimentassero una simile forma di democrazia... era, al di là delle rivendicazioni specifiche, quanto di più, probabilmente, preoccupava il potere dominante” (p. 49). E’ istruttivo (anche se forse scusabile, in uno dei massimi leader del Movimento) vedere con quanta nonchalance C. passi sopra al vero problema (cioè, come si facesse a”verificare” il consenso).
Non mancano i passi lirici. “Sì, ci sentiamo davvero parte di un processo di liberazione dei giovani che si sta mettendo in moto su scala mondiale. Liberazione da che? Da mille cose ingiuste. Da uno studio inutile a capire la vita e utile solo a perpetuare una società che opprime. Dal consumismo che inebetisce chi può permetterselo, che riempie la pancia e il cervello e non fa pensare con la propria testa. Dalle istituzioni, presentate come neutre, ma in realtà tutt’uno con il potere dominante. Dall’alienazione. Dall’uomo a una dimensione. Dalla disoccupazione. Dalla guerra contro il Vietnam e dalle cause oscene che l’hanno determinata. Dalla guerra come pericolo e minaccia permanenti.... Nelle nostre lotte influisce senz’altro anche il salto generazionale, il rifiuto dei <<valori dei padri>>, ma c’è molto di più: la comprensione che bisogna modificare radicalmente il mondo, se non si vuole esserne schiacciati... E’ il farsi strada simultaneo della coscienza da molte fonti. Dalla scuola. Dal lavoro. Dallo studio. Dal marxismo critico. Dal dissenso cattolico. Dalla musica. Dalle esperienze straniere.... Dai modi nuovi di stare insieme. Dai provos olandesi. Dai giovani inglesi di Carnaby Street e King’s Road, che vanno matti per il nuovo modo di fare musica dei Beatles... Dal fare l’amore... Dal desiderio del domani. Dalla voglia di pace. Di decidere senza essere eterodiretti. Dalla minigonna. Dagli errori propri. Da quelli dei padri.” (p. 65-66): insomma, vi ho dato un’idea.
Un passo sorprendente è questo: “Le nostre analisi ci portavano ad alcune conclusioni. Lo sviluppo del capitalismo dopo la ricostruzione stava assumendo, negli anni Sessanta, i connotati di una vera e propria rivoluzione industriale, in Europa e in Giappone soprattutto, oltre che negli Usa: maturavano le condizioni per un salto nello sviluppo stesso. Occorrevano nuove forme attraverso cui associare al capitale i salariati, dai tecnici agli operai, per rendere possibili i traguardi ulteriori dello sviluppo. Era necessaria una diversa organizzazione della fabbrica, che richiedeva una ristrutturazione produttiva e la disponibilità operaia alla intensificazione qualitativa dello sfruttamento e all’aumento della produttività: il lavoratore doveva unire in sé taylorismo e stakanovismo. Sul terreno dello studio occorreva che la scuola e le università non fossero più d’elite, ma di massa, in grado di sfornare diplomati, tecnici, laureati capaci di essere all’altezza del nuovo processo produttivo e di garantire griglie di subordinazione e ruoli gerarchici dinamici ed efficaci. Maturava e cresceva una contraddizione essenziale: emergeva l’antagonismo tra le potenzialità sociali del movimento e gli effetti privatistici verso cui esso era convogliato” (p. 68-69): qui ci sono sbalorditive somiglianze con le tesi di Boltanski-Chiapello sulla ristrutturazioni dei modelli manageriali delle imprese dopo il ’68.
Segue un capitolo “geografico”, in cui si espone il succedersi dei movimenti studenteschi, prima in California, poi in Germania, poi in Francia. Il più interessante è il pezzo sul lavoro degli studenti tedeschi, che arriva a daffermare “l’esistenza di una organizzazione autoritaria della società che influenza e condiziona – nelle interrelazioni culturali, ociali, economiche, politiche – ogni singola personalità, ogni individuo, oltre gli aggregati collettivi; da qui la necessità di una dialettica della liberazione, consistente nella ricerca e conquista, con la lotta teorica e pratica, di quella autonomia individuale - culturale, comportamentale e perciò politica - in grado di dare sostanza e gambe al percorso di emancipazione collettiva, rompendo l’universo di manipolazione del sistema. Questa impostazione, che si intreccia con l’elaborazione di Herbert Marcuse, va al di là dei risultati della scuola di Francoforte sull’origine della personalità autoritaria: non basta la coscienza critica per liberarsi, la liberazione si costruisce attraverso la trasformazione pratica e organizzata, a partire dalla modifica concreta della specifica situazione in cui uno si trova a vivere e operare. Occorre dunque, come affermava Rudi Dutschke, una <<lunga marcia attraverso le istituzioni come un’attività critico-pratica in tutti i campi sociali>> per costruire l’uomo nuovo e la nuova società, realizzando tutti i giorni la Wirkende Utopie, l’<<utopia operante>>” (p. 76-77). Mi sembra molto ben detto: questa è esattamente l’idelogia del ’68 che, come ognuno può vedere, col marxismo ha poco a che fare.
La parte “storica” del libro, benché difficile da riassumere (in quanto si riduce ad un mosaico di episodi, alcuni dei quali molto divertenti – per es., io non sapevo che una delle bestie nere del ’68, uno dei docenti più retrivi e odiati dal Ms, fu un giovane professore di diritto privato, Pietro Trimarchi, che nel suo campo di studi è stato un grande innovatore - , altri drammatici – il ’68 e gli anni successivi sono pieni di scontri violenti, di omicidi, di attentati), è molto ben scritta e coinvolgente. La conclusione, più o meno, è questa: “Con il 1968-69 l’Italia ha fatto un grande balzo avanti, nella cultura, nel costume, nei rapporti interpersonali, nella politica, nella partecipazione, nella democrazia. Perciò si sente ancor di più, e più bruciante, il peso di Piazza Fontana. Perché si capisce che da lì molti si son messi al lavoro per ricacciare tutto indietro” (p. 115).
Un punto su cui insiste anche Capanna, oltre che gli intervistati da Passerini, è l’importanza che per gli studenti del Movimento, soprattutto per i capi, aveva l’eccellenza nello studio (“la loro credibilità e il loro prestigio politico non dipendevano solo dalla dedizione alla lotta, ma anche dai risultati agli esami. Non erano infrequenti vere e proprie gare di emulazione”, p. 126), e la consapevolezza dell’importanza del sapere (“critico”, ovviamente) per ottenere l’emancipazione; anche se veniva respinto il mero sapere “libresco” e “si andava a scuola, oltre che dai docenti, dalle masse.... Avevamo capito che il migliore e più rigoroso trattato di economia, per esempio, non era e non sarà mai in grado di dirti qual è sul serio la condizione di lavoro alla catena di montaggio, né i sentimenti dei compagni quando tu perdi la vita negli incidenti” (p. 127).
Le contrapposizioni ideologiche sono anche espresse con molta chiarezza (forse troppa; qui c’è più di un sospetto di una rivisitazione postuma). Secondo C., si contendevano il terreno tre posizioni. Una quella dei marxisti-leninisti, secondo cui il Ms era un movimento piccolo-borghese (e piccoloborghesi anche i suoi obiettivi), sicché l’unica cosa che un aprtito autenticamente rivoiluzionario poteva fare era piluccarvi qualche quadro. Poi c’erano i movimenti operaisti, come Potere Operaio e Lotta Continua, per i quali solo la “lotta contro la selezione” aveva senso, non il resto delle rivendicaizioni studentesche (tutti risultati, se ottenuti, “riassorbibili dal sistema”); sicché quel che gli studenti dovevano fare era “proletarizzarsi”, cioè unirsi agli operai e unire le forze alla lotta di questi. Secondo C., erano entrambe posizioni “fallimentari” (p. 133). La sua posizione (a quanto pare, maggioritaria nel Ms) era invece la seguente: “Il nostro ragionamento era, in definitiva, semplice. L’università e la scuola sono un anello particolare nella catena del dominio di classe: particolare e di straordinaria delicatezza, perché trasmette <<sapere>> alla nuova forza-lavoro in formazione...; mentre prima l’anello non era investito da resistenza, ora le grandi lotte studentesche e l’alto coefficiente di ribellione giovanile hanno introdotto formidabili controtendenze; l’istituzione resta borghese ed è perciò vero che non si può pensare di usarla in modo globalmente alternativo (respingevamo quindi alcuni aspetti della teoria di Rudi Dutschke sulla <<Università critica>> di Berlino, impossibile isola socialista in una società capitalistica); ma, dati i nuovi e inediti elementi antagonistici introdotti dalla mobilitazione degli studenti e di molti docenti, date le nuove consapevolezze e i nuovi bisogni di apprendimento, diveniva possibile fare un uso parziale alternativo dell’università e della scuola, costruendolo con la forza e la lotta di massa e secondo una nuova impostazione culturale e politica. Era per certi aspetti un aggiornamento creativo dell’idea di Antonio Gramsci di accerchiamento delle casematte avversarie e di penetrazione al loro interno per modificarne la funzione, senza restarne prigionieri grazie a una veloce lotta di spostamento” (p. 134). Il mezzo principale di questi “nuovi bisogni” e “nuove consapevolezze” furono le Rap (Ricerche Alternative Parziali), degli esperimenti autogestiti assieme ai docenti di ricerca scientifica (pp. 128 e ss.).
C. non si nasconde alcuni errori. Il primo, quello di aver instaurato rapporti di rigido antagonismo con Avanguardia Operaia, che invece poteva benissimo essere vista come complementare al Ms (C. commenta che, in quel caso, “quasi certamente il destino della nuova sinistra in Italia sarebbe stato diverso. Quanto meno non ci sarebbe stato l’equivoco del Pdup... e Dp sarebbe nata prima e forse meglio”, p. 139); quello di definirsi (affrettatamente) “stalinisti”; l’incapacità di liberarsi di alcune debolezze (C. elenca “il gusto dello slogan duro, per es., e di certi simboli di tipo guerresco.... E avremmo dovuto correggere più rapidamente semplificazioni soggestivistiche del tipo: il socialismo avanza in tutto il mondo”, ibidem). Ma come si vede, si tratta di poca cosa. C. è incline invece a rivendicare grandi successi per il Ms: “Di questa crisi.... il Ms era sintomo e acceleratore insieme. La sua funzione di avanguardia era necessaria soprattutto per contribuire a rendere organica e non transitoria la nuova presa di coscienza di settori che erano decisivi, a fianco degli operai, per la trasformazione progressista e qualitativa della società. La nostra teoria fu naturalmente derisa dai dogmatici marxisti-leninisti, come dagli operaisti e dai movimentisti. Invece non solo era giusta, ed ebbe effetti politico-pratici non trascurabili, ma precorreva riflessioni che sono oggi di grande attualità. Di fornte alle litanie sulla progressiva scomparsa della classe operaia, anche studiosi americani come O’Connor rilevano ora, all’opposto, una sua estensione. I <<colletti bianchi>> di fronte al computer, nei vari gironi della terziarizzazione, sono tendenzialmente i moderni proletari, accanto alle figure classiche di lavoratori tradizionali” (p. 140). Di qui l’interesse dei sindacati per il Ms, che condusse a tentativi (appena abbozzati) per iniziative comuni. E di qui quindi le critiche al Ms “da sinistra” (e qui molto godibilmente C. commenta: “E’ una vita che mi capita di essere scavalcato, a parole, a sinistra. Quando mi volto indietro rivedo tutti gli scavalcatori: alcuni sono finiti nel terrorismo e ora si sono ricreduti. i più li trovo nel Pci e nel Psi, per non parlare di quelli colpiti da amnesia e da pentitismo fulminante o da <<verdite>> acuta che, naturalmente, non è <<né di destra né di sinistra>>”, p. 141).
Alla parte vera e propria sul Sessantotto, seguono pagine dedicate ad avvenimenti o minori (come la “vera” storia della presunta tresca tra C. e Giulia Maria Crespi) o successivi (come alcune tappe importanti della carriera politica di C., dal discorso in latino al Parlamento Europeo alla spedizione per liberare un villaggio Mohawk accerchiato dalle truppe federali, alla visita a Gheddafi), ma obiettivamente estravaganti rispetto al nucleo del libro. E’ invece molto interessante un testo (del 1978) in cui C. criticava duramente il programma politico delle BR (alle pp. 194-201): in sostanza, il punto è che l’azione delle BR è funzionale ai disegni della reazione in quanto il livello di scontro effettivamente esistente tra capitale e operai non è quello ipotizzato e praticato dalle BR (la situazione attuale dei rapporti di forza, scriveva C., non coneente al capitale di agire al di fuori della cornice democratica della Costituzione repubblicana): così la guerriglia brigatista “crea artificialmente una situazione di guerra santa praticata dallo Stato”, così in pratica evocandola e creandola. Si tratta quindi di mero avventurismo militarista,. del tutto irreesponsabile, proprio perché ignora che l’aspetto militare della lotta è solo un aspetto, per quanto importante, della rivoluzione. Anche il terrorismo, dice C., non è affatto alieno dalla tradizione e dalla teoria marxista-leninista: ma ha il suo posto e il suo tempo. Un conto era l’azione militare, e anche terroristica, contro la dittatura fascista (nella quale non esisteva spazio per un’azione “legale”), un conto è la situazione attuale, in cui le BR “si rivolgono contro un assetto di dominio democratico-borghese contro il quale l’insieme del movimento popolare, che non è affatto in marcia verso l’insurrezione, intende lottare con azioni di massa e legali, senza delegare nulla ad una presunta avanguardia combattente”. Il gappista avanzava assieme alla classe operaia, il brigatista invece espropria gli operai della loro azione di lotta. E conclude: “Nessuno dica che questo mostro è stato partorito dal marxismo. Perché esso è nella realtà il prodotto dell’abbandono del marxismo in quanto teoria che è <<guida per l’azione>>.Le BR daranno filo da torcere, ma non potranno andare lontano” (p. 201).
La conclusione di C. è che il Sessantotto, oggi, viene riconosciuto da più parti come un momento di cambiamento irreversibile e, tutto sommato, benefico. Ma C. lamenta che il Sessantotto ha prodotto molto meno di quanto avrebbe potuto: e la responsabilità per lui è delle forze di sinistra, il Pci in primo luogo, che invece di unire le forze con esso hanno fatto di tutto per asfissiarlo, allo scopo di procedere nella marcia verso il compromesso storico (p. 266). L’”onda lunga” del Sessantotto, per C., è durata per oltre un decennio, e ha prodotto la grande avanzata del Pci nel 76, moritificata però dalla scelta di Berlinguer del governo di unità nazionale e la svolta dell’EUR (con “la politica a perdere dello scambio ineguale tra salari e occupazione, che non è venuta. E l’austerità come arma concessa alla controparte e all’esercizio del suo potere politico ed economico”: p. 267). Ma qui C. non spiega come avrebbe fatto, lui, ad impedire l’alleanza in presenza della minaccia terroristica (che anche secondo lui, come abbiamo visto, “avrebbe dato del filo da torcere”).
Concludo con questa citazione: “Il centro della società si sposta, culturalmente e politicamente, a sinistra quando è in presenza di una progettualità alternativa forte, di alto profilo, e persuasiva, che poggi sulle gambe di grandi movimenti di massa trasformatori. E questa è anche l’unica strada per strappare riforme. Non a caso lo statuto dei diritti dei lavoratori è del 1970. Al contrario, quando la sinistra cade preda di quel mal sottile che è l’ammucchiata al centro, allora questo resta bloccato e prevalgono le forze moderate e conservatrici. (...) Non stava scritto da nessuna parte che l’introduzione delle macchine fosse usata per liberarsi dei lavoratori, anziché per liberare i lavoratori dalla mansioni più pericolose, faticose, nocive, stressanti. E’ stato così quando la sinistra storica e il sindacato si sono messi a copiare con la carta carbone le compatibilità dettate dalla Confindustria, anziché agire secondo un progetto alternativo di trasformazione della società. Nulla è neutro. Dall’arte alla scienza, alla cultura, alla religione: nulla, nemmeno il concetto secondo cui nulla è neutro: questa è stata una delle maggiori <<scoperte>> del Sessantotto. ed è stata una scoperta fatta da milioni di persone. Se niente è neutro, siamo noi che dobbiamo dare il colore alle cose. Dobbiamo imparare a dipingere sempre meglio: in caso contrario saranno gli altri a disegnare quadri che non ci piacciono e ci costringerannoi poi ad appenderli alle pareti di casa” (p. 268).
Commenti
Quando uscì il libro nel 1988, io sfottevo tre miei amici che stavano in DP, perchè ad ogni intervento che facevano, io li guardavo fissi e poi commentavo "Formidabbili quegli anni...!!"
(anche perchè Capanna mi stava un po'...)
Con la tua recensione quasi quasi me lo fai comprare...
... la parte che ho apprezzato di più di questa recensione è quella in cui Capanna (o KK!?) distingue il terrorismo delle BR dall'azione antifascista partigiana (per intendersi quella in cui C. "critica il programma delle BR").
Mi sembra un punto sul quale ancora oggi dovremmo riflettere.... soprattutto per esorcizzare alcune tendenze di quella "sinistra un po' così" che simpatizza per il terrorismo islamico, in cui vede o dice di vedere una forma aggiornta di lotta proletaria.... (Vattimo docet)