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La globalizzazione secondo Gallino

L. GALLINO, Globalizzazione e disuguaglianze, Roma-Bari, Laterza, 2000.

E’ articolato in tre capitoli, che si muovono in crescendo dalle semplici banalità fino alle vere e proprie corbellerie – lasciando beninteso sulla strada anche alcune pregevoli semplificazioni.

Comincia con quella che lui evidentemente crede essere una travolgente novità, cioè che il mercato, lungi dall’essere qualcosa di naturale e spontaneo, è in realtà una istituzione sociale e come tale eminentemente artificiale (infatti il primo capitolo si intitola: “Il mercato: istituzione di stato”).

Viceversa, come sappiamo, si tratta di una acquisizione molto risalente e di cui ogni economista di qualsiasi scuola è perfettamente consapevole. Nel primo capitolo G. insiste particolarmente su alcuni dati statistici che dovrebbero corroborare la sua affermazione secondo cui le tecnologie moderne di comunicazione hanno avuto un grande impatto sul mercato, proprio perché il mercato è intrinsecamente un sistema di informazione. Si tratta certo di un enorme ausilio agli scambi, ma secondo G. in qualche modo (non meglio specificato) si avrebbe un passaggio non semplicemente quantitativo, ma qualitativo: e G. pensa di cavarsela richiamandosi alla ipervelocità delle transazioni finanziarie (che, riferisce, nel 1998 ammontavano al 98% circa dei movimenti giornalieri di capitale: p.  17). Il punto non è evidentemente decisivo e non toglie validità all’ammissione (a p. 14) che “il mercato-mondo è una realtà- come ci ricordano gli studi di Braudel e di Wallerstein- in sviluppo da oltre quattro secoli”. Successivamente G. indica, come momento di passaggio epocale dal mercato come istituzione “embedded” nella società al mercato come istituzione autoregolante, quello (seconda metà del Settecento circa, ma con sviluppi iniziatisi già parecchio tempo prima) in cui sono improvvisamente entrate sul mercato tre “merci” che prima non erano considerate tali, vale a dire la terra, la moneta e il lavoro (p. 22). I lettori di questo blog  ricorderanno che si tratta qui della famosa tesi di Polanyi in La grande trasformazione, che G. appunto sta richiamando. Con ciò, dice G., si assiste ad eventi epocali, come la scomparsa o la riduzione numerica di classi antichissime e la nascita dal nulla di altre, o la nascita dell’urbanesimo, o la modifica della struttura stessa della famiglia. Ora, dice G., con “globalizzazione” si intende quel fenomeno per cui, alla fine del Novecento, il mercato sembra aver raggiunto i confini del globo, mentre, se è vero che era in espansione da secoli, è anche vero che fino alla metà del Novecento almeno per vaste zone e popolazioni del mondo il mercato era ancora ininfluente (p. 23). L’endiadi globalizzazione/localizzazione, dice G., ha almeno due significati. In un primo senso, globalizzazione significa che ogni prodotto si trova a competere con altri in tutte le parti del mondo; in questo caso, localizzazione sigifica essere in grado di soddisfare nicchie di mercato locali sempre più numerose (p. 24). In un altro senso, invece, globalizzazione significa universalismo del mercato (“diffusione... della cultura, del comportamento e delle disposizioni del bisogno che appaiono coerenti con la massima espansione del mercato”): in tal caso, localizzazione indica il recupero o la difesa delle tradizioni locali (e subito G. si sente in dovere di aggiungere “anche di questi fili è intrecciata la stoffa di molti fondamentalismi”, p. 25). la competizione che ne consegue secondo G. è un effetto “dell’espansione priva di regole del mercato e dei mercati” (il che però, come appunto andrebbe rimproverato anche a Polanyi, è contraddittorio col giusto richiamo alla natura di “istituzione sociale”, la cui esistenza è pertanto fondata appunto sull’esistenza di regole, del mercato).  Segue un passaggio che converrà tenere a mente, eperché verrà maldestramente contraddetto dallo stesso G. in prosieguo: G. riferisce che, in Germania, nel 1994il costo del lavoro nell’industria manfiatturiera in Germania occidentale ammontava a 44 marchi/ora, mentre era di 36 in Giappone, di 3,5 in Polonia e di 1 in Indonesia. Per restare competitiva, l’industria tedesca poteva: i) ridurre il costo del lavoro, ii) aumentare la produttività, iii) fabbricare prodotti tecnologicamente tanto nuovi da compensare il maggior prezzo, iv) delocalizzare gli stabilimenti produttivi. Di queste strade, dice G., l’unica percorribile era quella sub iv), che infatti è stata quella perseguita (p. 26-7; ma successivamente, a p. 124-125, riconoscerà, senza nemmeno accorgersene, il contrario, cioè che investimenti appropriati possono accrescere la produttività a un punto tale da consentire la corresponsione di salari più elevati).

Ma se si considera solo il costo orario del lavoro, si dimenticano altre cose (l’orario di lavoro, la condizioni del lavoro, ecc.) che infatti dovrebbero essere al centro delle regolamentazioni internazionali del commercio (come la “clausola sociale” proposta a suo tempo dall’OML):  anche perché, dice (non a  torto) G., un miglioramento globale delle condizioni del lavoro sarebbe un beneficio anche per le imprese, che troverebbero mercati più ricchi ed inoltre eviterebbero di trovare sacche di resistenza ed ostilità crescente, come invece sta accadendo (p. 28). Seguono alcune banalità sulla perdita di sovranità statale sull’economia globalizzata e sull’influsso del mercato del lavoro sulla stratificazione sociale. C’è poi una evidente esagerazione dell’importanza di alcune strutture organizzative delle imprese che consentono di produrre solamente se e nella misura in cui vi sia una domanda corrispondente, ipotesi che G. tratta alla stregua di una ipotesi oramai generalizzata (p. 36) nonché della riduzione continua dei posti di lavoro “che una volta erano considerati ‘normali’, cioè stabili e a tempo indeterminato (p.  37 ss.). Qui si riscontra la solita, lamentevole tendenza a inserire nell’ambito della ‘precarietà’ figure eterogenee, come i lavori a tempo parziale (che non sono lavori ‘instabili’) o i lavori autonomi; e purtroppo la vaghezza su questi punti fondamentali rende del tutto inutili a scopi scientifici seri i dati che cita G.  Altre cose che dice l’autore  al riguardo sono peraltro giuste (tipo che, se l’aumento delle figure di insicurezza lavorativa dovesse continuare indefinitamente, questo porrebbe serissimi pericoli di instabilità ai sistemi politici esistenti, come già avvenne nella prima metà del Novecento: p. 38-9). La questione dei differenziali salariali tra paesi sviluppati e in via di sviluppo ritorna, stavolta con il richiamo di alcune esperienze (sempre in Germania) in cui i lavoratori hanno accettato ipotesi di riduzioni salariali pur di evitare la chiusura della fabbrica (p. 40), e qui G. è costretto ad ammettere che contemporaneamente si è assistito ad un rilevante aumento dei salari nei Paesi in via di sviluppo, che peraltro restano ancora enormemente al di sotto di quelli del “Nord del mondo” (con l’orrido termine oggi di moda per riferirsi ai Paesi sviluppati). Ora arriviamo ad alcune vere e proprie bestialità, come già anticipato. Cominciamo con l’analisi della sparizione, nei paesi sviluppati, di molte imprese industriali: qui c’è, dice G., una perdita di posti di lavoro (non qualificati) che non verranno mai più colmati, aggiungendo che i lavoratori non qualificati americani ed europei si vedono sempre più chiuse le strade dagli immigrati, che sono disposti ad accettare salari ben più bassi perché “attengono ad un contesto sociale altrimenti strutturato”. Ma è ridicolo sostenere che gli immigrati nei paesi sviluppati accettino salari analoghi a quelli dei PVS; e inoltre, se è vero come dice G. che a perdere il lavoro sono i lavoratori meno qualificati, allora non si capisce come lo stesso G. possa affermare che è dubbio che i posti di lavoro si possano recuperare “mediante massicci investimenti nel campo della formazione” (p. 42). Infatti, anche ammesso che sia vero che certi tipi di imprese se ne sono definitivamente andati dai paesi sviluppati, la mobilità geografica non vale certo solo in un senso (cioè dai PVS ai Paesi sviluppati), ma vale ormai anche nell’altro, e sempre più lo sarà in futuro. Segue l’analisi delle condizioni di lavoro nei PVS (bambini al lavoro, grande presenza di economia “informale” o illegale, salari molto bassi) e conclude genialmente così: “Di certo l’industria tedesca, americana o francese non trae utili dal lavoro dei bambini che soffiano vetro in Thailandia o annodano tappeti in Belucistan, né da quello delle ragazze che fabbricano stilografiche a Canton. Lo stesso lavoro è però utile allo sviluppo dei consumi  individuali in Europa, in Giappone, negli Stati Uniti, in Canada; della struttura commerciale che li alimenta; della pubblicità che li stimola. Questi mercati coinvolgono complessivamente milioni di persone e rappresentano quindi vastissimi interessi  orientati a premere affinché il costo del lavoro nei paesi d’origine dei relativi prodotti sia mantenuto il più basso possibile” (p. 44). Questo passaggio è veramente geniale, per una quantità di ragioni, e soprattutto per il gioco di prestigio con cui un fenomeno benefico come la crescita economica, che conduce ad un maggior benessere i cittadini dei PVS (che beneficiano di un maggior reddito, di condizioni sanitarie e di istruzione migliori, e di conseguenza si possono permettere di non far lavorare più i bambini- perché l’analisi diacronica darebbe al riguardo a G. molte sorprese) e contemporaneamente anche quelli dei Paesi sviluppati (che possono comperare più cose a prezzi più bassi, e dunque vedono alzarsi anche il proprio reddito) diviene un fenomeno diabbbolico praticamente senza vie d’uscita. L’analisi delle migrazioni che svolge G. alle pp. 45-8 è abbastanza equilibrata (richiama infatti sia i vantaggi sia gli svantaggi delle migrazioni, entrambi indubbiamente esistenti), ma decisamente è ben lungi dall’approfondimento che al medesimo tema dedicano altri testi (anche non “scientifici”, come il recente speciale dell’Economist sull’argomento, di cui parleremo presto).

Il secondo saggio (“La stratificazione delle disuguaglianze  nel mondo globalizzato”) parte dalla constatazione che le disuguaglianze sono ubique e ineliminabili in ogni sistema sociale (“infine, il fatto che la distribuzione delle disuguaglianze sociali, il loro profilo, ha carattere strutturale ovvero deriva da istituzioni fondamentali dell’organizzazione sociale; ciò comporta che essa è relativamente stabile”, p. 52); a questo riguardo, G. usa il concetto di stratificazione sociale, che ha il vantaggio di essere universalmente applicabile (così “formazioni sociali quali le caste in India, gli stati dell’ancien régime in Europa, le classi delle società industriali, si configurano come altrettante forme storiche di stratificazione sociale”, p. 53). Naturalmente, ciò che si guadagna in generalità si perde in utilità esplicativa, e le conseguenze si vedranno presto. Per determinare la natura e il contenuto dei vari “strati”, G. propone di utilizzare metodi eclettici, che combinano più profili: quello economico, quello etnico, quello religioso, ecc.  E quanto alle spiegazioni delle stratificazioni sociali, egli indica tre teorie: quelle individualistiche (la distribuzione della popolazione in strati avviene secondo i meccanismi di mercato: a seconda delle competenze richieste e della capacità di soddisfarle, si finisce in uno strato o in un altro, p. 63-4), quelle storico-materialistiche (gli strati si differenziano in funzione del rapporto con i mezzi di produzione: p. 65), e quelle funzionalistiche (ogni società attribuisce valori diversi a diverse capacità o funzioni, e per poterne svolgere alcune occorre un rilevante investimento individuale, in termini di tempo e sacrificio; di conseguenza, alle funzioni di maggior valore sociale si attribuisce socialmente uno status più elevato delle altre, p. 65-6). Tutte queste teorie, dice G., spiegano alcuni fenomeni, ma nessuna è ancora assurta al rango di spiegazione generale. La classificazione che propone G. (ben 13 strati!) è molto significativa: I) alti dirigenti di grandi imprese transnazionali; dirigenti di banche centrali; dirigenti di organizzazioni internazionali; capi di governo; II) politici ai vertici dei maggiori partiti, magistrati d’alto grado, professionisti di successo, scienziati famosi, personaggi di spicco dei media; III) dirigenti d’azienda, alti funzionari  statali- civili e militari-, docenti universitari al culmine della carriera; IV) piccoli imprenditori, medi professionisti, giornalisti, piloti; V) professionisti e tecnici in posizione dipendente dentro  organizzazioni private  e pubbliche, insegnanti, ufficiali militari, funzionari pubblici di medio livello; VI) anziani benestanti, con entrate da patrimoni o rendite; VII) lavoratori autonomi con attività e reddito regolare; VIII) operai e impiegati con elevata qualifica e contratti di lavoro a tempo indeterminato, operatori sanitari; IX) operai e impiegati con qualifica bassa ma con contratto a tempo indeterminato, commessi, conducenti di veicoli, militari; X) lavoratori autonomi che cumulano spezzoni di attività, lavoratori interinali, o a tempo parziale, o a tempo determinato; XI) lavoratori poveri, braccianti, lavoratori dell’economia sommersa, immigrati clandestini; XII) membri di famiglie spezzate senza lavoro stabile, disoccupati di lunga durata, percettori di sussidi a termine, anziani con pensione minima, bambini lavoratori, nomadi, mendicanti; XIII) detenuti, forzati, schiavi, bambini che vivono in strada, persone senza casa, internati in manicomio, rifugiati e profughi (p. 67-9). Se siete arrivati fin qui e siete riusciti a non pensare alle somiglianze con una delle migliori parodie scritte da Michele Serra (il programma politico di Natta, un testo assolutamente esilarante) dovrete ammettere che è vero che le classificazioni sono sempre in qualche modo arbitrarie, ma qui decisamente si esagera. A parte l’assurdità di mettere nello stesso cesto Bill Gates in attività, Bush e il direttore dell’Unione Postale Internazionale, o Trichet e Bernanke assieme al presidente della Banca Centrale dello Zimbabwe (classe I), o Bill Gates una volta andato in pensione e mia madre (classe VI), o la moglie di marito ricco che lavora a tempo parziale e un lavoratore dipendente da un’azienda di lavoro interinale (classe X), si tratta di raggruppamenti del tutto eterogenei e che non sono utilizzabili per gli stessi scopi. Per tacer d’altro, la classe più elevata non è suscettibile di ampliamento né di diminuzione, a differenza di molte altre (perché mentre l’aumentare o il diminuire del reddito, o catastrofi naturali, possono spostare individui dalla classe XIII alla VII e viceversa, il presidente degli USA sarà sempre uno, e ci sarà sempre un solo banchiere centrale in Inghilterra, e così via); alcune classi contengono le stesse persone in momenti diversi della loro vita, senza necessità di immaginare stravolgimenti o mutamenti radicali di reddito o di inserimento sociale (la classe VI, per esempio, di sicuro a tempo debito ospiterà quasi tutte le classi dall’I alla V e buona parte delle successive, almeno fino alla X), eccetera. Come si possa pensare di usare ad uno scopo qualsiasi un pasticcio simile, è un autentico mistero.

Dopodiché, G. ci annuncia che: il potere dello strato I è divenuto mondiale; sono fortemente cresciute, specie negli ultimi 20 anni, le disuguaglianze ai due vertici della piramide (il primo quintile rispetto all’ultimo quintile oggi è in rapporto di 86:1, mentre nel 1960 era circa 35:1); sono apparse forme di disuguaglianza interamente nuove (come quella tra occupati stabili e occupati precari); strati sociali di cui si preconizzava la scomparsa sono invece sopravvissuti e si sono ampliati (per es. i lavoratori poveri); e quasi tutti gli strati sono diventati più eterogenei al loro interno (p. 70-3). Per poi giungere a due affermazioni abbastanza contraddittorie: da un lato, che tra i fattori economici “il maggiore fattore di mobilità ascendente è sempre stato lo  sviluppo economico di un paese”, e dall’altro, che nel corso del Novecento la globalizzazione comporterebbe “quasi ovunque” una riduzione dei redditi reali “dei membri delle classi medie, che hanno reagito aumentando il numero di occupati per famiglia” (p. 81).

La successiva analisi dei concetti di marginalità ed esclusione conduce G. a chiedersi quali siano “i fattori normativi ovvero i processi di etichettamento sociale” che presiedono all’individuazione di chi è escluso o marginalizzato: e G. li ritrova in “una cultura che antepone a ogni regola la <<logica della competenza>>” (p. 88). In altri termini, la fonte dell’esclusione/marginalità, o meglio, della loro rappresentazione sociale (che per sociologi come G. è praticamente la stessa cosa) è il principio, generalmente condiviso, che chi è capace si inserisce nel processo produttivo, e  chi non lo è rimane al di fuori. Aggiunge G. che una differenza oggettiva diviene “disuguaglianza” solo a seguito di un processo di rappresentazione, che la qualifica appunto come qualcosa di ingiusto (p. 90-3); e procede, nel capitolo successivo e ultimo (“Globalizzazione, occupazione, sviluppo: dagli effetti perversi alla <<governance>>?”), ad esaminare quelle che chiama “le abissali disuguaglianze che la globalizzazione ha scavato tra paesi e strati sociali nel mondo intero” (p. 94). G. comincia con l’ammettere che la globalizzazione presenta numerose opportunità favorevoli; ma aggiunge che è necessario verificare se queste opportunità si stiano davvero realizzando. Al riguardo, secondo lui, ci sono più o meno quattro posizioni:  a) quella per cui la globalizzazione è un fenomeno irreversibile, che sta cambinado il mondo, e in bene 8e questa, dice G., è quella oggi maggioritaria); b) quella che nega sia la novità della globalizzaizone (che in realtà sarebbe un fenomeno antico) sia la sua portata (dato che ancor oggi l’85% degli scambi avvengono all’interno di EU, USA e Giappone); c) quella che della goobalizzaizone vede solo gli effetti negativi; d) quella di una minoranza pensante, per cui la globalizzazione è un fenomeno di grande portata, che comporta effetti sia positivi sia negativi, e che gli ultimi sono troppo spesso ignorati. Indovinate in quale di queste categorie crede di rientrare G. (p. 98-99). Orbene, la teoria dominante enfatizza della globalizzazione tre aspetti positivi: i) la crescita economica, ii) la riduzione della disoccupazione, iii) l’aumento della produttività. Bene, secondo G., i dati storici “non sorreggono affatto simili affermazioni” (p. 99). G. sostiene che, dal 1980 in poi (in pratica, fino al 1990), tutti e tre questi indici peggiorano notevolmente. Quanto alla crescita, dice, i paesi OCSE in realtà rallentano rispetto al periodo precedente; e idem per quel che riguarda disoccupazione e produttività (p. 100-102). Ma  a parte il fatto che i dati non sembrano affatto univoci neppure per i paesi OCSE in generale (ad es., gli USA non mostrano gli stessi andamenti dell’Europa, per non parlare della Corea che è anch’essa un membro OCSE; e l’affermazione per cui i lavoratori USA stanno sperimentando ormai da decenni una riduzione nei loro salari reali – p. 102-103- è contraddetta da dozzine di altri studi), c’è da notare che (i) il periodo di rilevazione temporale è un po’ troppo breve (già nella seconda metà degli anni Novanta c’è stato un deciso miglioramento in parecchie economie; basti pensare alla diminuzione della disoccupazione in Italia o agli aumenti di produttività e alla riduzione della disoccupazione USA), e soprattutto (ii) che non esiste la minima ragione al mondo per cui la globalizzazione debba valutarsi solo con riferimento alle economie dei paesi OCSE (se proprio non vogliamo considerare il fatto che forse è un tantinello arbitrario attribuire alla globalizzazione tutti i meriti, ma anche i demeriti, dell’andamento di ogni economia in un dato momento). C’è da chiedersi insomma perché mai una valutazione dei pro e contro della globalizzazione debba trascurare proprio i paesi che con essa hanno fatto una prepotente entrata nel sistema economico mondiale (la Cina, l’India, il Brasile, il Sudafrica, ecc.): considerando i quali il quadro sarebbe, da qualunque ottica uno lo voglia vedere, assai diverso. Successivamente, infatti, parlando del resto del mondo, G. astutamente opta per un solo dato sincronico, e ci dice che il numero di disoccupati nel mondo è altissimo (il che è naturalmente indubbio, ma altrettanto naturalmente non prova nulla: p. 103-104), e passa alle conclusioni (cioè che la globalizzazione ha apportato effetti perversi, e in secondo luogo che nulla induce a ritenere che la globalizzazione, lasciata a se stessa, possa in un futuro correggere questi effetti perversi: p.  105 ss.). E passa inoltre ad avanzare alcune proposte, la principale delle quali consiste nel ridurre lo “squilibrio” fra economia finanziaria e economia reale, che secondo lui genera incertezza nel sistema economico: l’analisi è decisamente carente proprio dal punto di vista economico (l’economia finanziaria non è un’ipostasi, ma è al servizio dell’economia reale, ed è quest’ultima quella che costituisce la ricchezza  effettiva; anche tutto il resto sul punto  sembra davvero scritto da un dilettante), e di conseguenza la proposta (che genialmente consiste nel “controllare in ragionevole misura i movimenti internazionali dei capitali”) è miserevolmente generica (p. 114). Per brevità, tralascio anche l’analisi dei pretesi aumenti delle disuguaglianze nei redditi nei paesi europei e negli USA, perché si tratta di considerazioni deplorevolmente infondate, e non a caso basate su grossolani fraintendimenti dei dati più elementari (un esempio per tutti: secondo G., si sarebbe avuta una “redistribuzione di reddito dal lavoro al capitale... Nei Paesi UE la quota di reddito da capitale nel settore privato era di 5,5 punti percentuali più alta  nel 1997 di quanto non fosse in media nel decennio 1970-1980... Si noterà di passata che nemmeno questa è una quisquilia, poiché tale redistribuzione del reddito a favore del capitale  comporta che il salariato medio ci rimette al presente 1.100 dollari l’anno, oltre 2 milioni di lire”, p. 115. Peccato però che, anche a prendere per buoni i dati di G., dato che il reddito non è affatto rimasto invariato, ma è viceversa cresciuto, il “salariato medio” non ci ha rimesso un bel nulla, ed anzi il suo reddito è anch’esso cresciuto; e senza contare che i redditi da capitale sono diffusi anche fra coloro che percepiscono un salario; e senza contare un mucchio di altre cose ancora). Per non parlare di altre buffonate sulla pretesa oligopolizzazione del mondo economico (p. 117-120) o sull’inadeguatezza del PIL (p. 121) o ancora le ridicole e presuntuose chiacchiere sul principio del vantaggio comparato nel commercio internazionale (p. 123 ss.). Difficile immaginare che chi parte da dati errati e dalla radicale incomprensione di meccanismi fondamentali possa poi fornire soluzioni ragionevoli; e infatti G. non va oltre la generica proposta di introdurre una “governance” della globalizzazione, che è senz’altro un’idea giusta, solo che G. non ha la minima idea di come realizzarla.

Quando parleremo dei libri di Saskia Sassen e Amartya Sen sulla globalizzazione, risulterà palese la differenza non solo di ampiezza culturale e profondità intellettuale, ma anche di  intelligenza propositiva, con questo libro di Gallino. Non è probabilmente un caso né  che G. sia italiano, né tantomeno che l’affermazione di G. circa la prevalenza oggi delle posizioni di elogio acritico della globalizzazione sia, con riferimento all’Italia, del tutto errata.

Commenti

non ho capito perché istituzione "di stato"

soupe | January 28, 2008 1:51 PM

Ah, valloasapé. Probabile che G. dia per scontato che le regole di una istituzione sociale derivino necessariamente dallo Stato (il che per un sociologo, va detto, è un grave errore). Non lo spiega.

KK | January 28, 2008 2:01 PM

è strano mi hanno parlato bene di questo saggio:
link
ne hai letto qualcosa?

pietro | January 28, 2008 6:16 PM

No, mi spiace, non l'ho letto.

KK | January 28, 2008 6:19 PM

qui
link
ho trovato un articolo in cui ritiene sbagliato che il fine ultimo di un azienda sia creare valore per gli azionisti, e non la produzione di beni in sè.
In che mondo vive?

pietro | January 28, 2008 6:33 PM

No, quel che dice Gallino è che è sbagliato concepire come scopo dell'impresa la massimizzazione del valore borsistico delle azioni, perché questo è uno scopo di breve termine mentre l'autentico scopo imprenditoriale (che cmq coincide sempre con la creazione di profitti per gli imprenditori, cioè per gli azionisti) è per sua natura di lungo termine. Questa è una tesi non nuova, magari discutibile, ma non assurda.

Diverso sarebbe se Gallino avesse detto quel che tu gli attribuisci, cioè che lo scopo delle imprese è produrre beni e non di creare profitti; questa è senza dubbio sbagliata (anche se è una teoria molto illustre, dato che molti importanti studiosi degli anni Venti-Trenta, da Rathenau ai commercialisti italiani di allora, l'hanno sostenuta - basta pensare ai "battelli del Reno").

KK | January 28, 2008 7:13 PM

dice letteralmente così:
Se il fine ultimo di un’azienda è produrre aeroplani, automobili,
frigoriferi, servizi di telecomunicazioni e altri beni o
servizi specifici di vario genere, allora è più probabile che chi
deve nominare la più alta carica dei manager cerchi di capire
se il candidato capisce qualcosa di aerei, automobili, frigoriferi
o telecomunicazioni. Se invece lo scopo di una azienda non è
più quello di produrre quanto quello di generare valore per gli
azionisti, qualunque manager è in grado di farlo, le sue competenze
specifiche diventano irrilevanti. Nell’ultimo decennio
abbiamo visto moltissimi casi di dirigenti che passano da un
settore a un altro totalmente diverso in base, appunto, alla
convinzione che il manager fa il bilancio e non si occupa di
quello che c’è sotto, non si occupa di produrre beni e servizi
reali. Negli ultimi tempi questo tipo di selezione alla rovescia,
per cui il manager è un generalista che deve essere soprattutto
capace di far crescere il valore delle azioni e non di produrre
beni o servizi, si è fortemente affermato in tutti i settori. Mi
pare che questo sia uno dei nodi da sciogliere.
Mi sembra molto ambiguo, ma la frase che non mi convince è la prima:
"Se il fine ultimo di un’azienda è produrre aeroplani, automobili,
frigoriferi, servizi di telecomunicazioni e altri beni o
servizi specifici di vario genere"
In questo senso nel mondo reale dove si trova un azienda il cui "fine ultimo" sia la produzione e non il profitto?
(e che riesca a sopravvivere fino al mattino successivo).

pietro | January 28, 2008 7:31 PM

Sì, Gallino si confonde tra due discorsi diversi (appare chiaramente all'inizio dell'intervista, ma non riesco a copincollare perché è un PDF): uno è quello che dici tu, e l'altro è quello dell'opposizione tra profitti a breve termine e profitti a lungo termine. Il primo è senz'altro sbagliato (proprio perché il fine dell'imprenditore è il profitto, non "far andare i battelli sul Reno", come si diceva nel famoso articolo di Asquini che ho citato prima), per il secondo qualche dubbio è legittimo, perché è possiible che il valore di Borsa delle azioni sia influenzato - almeno nel breve periodo - da fattori non collegati con l'effettivo benessere dell'impresa.

KK | January 28, 2008 7:40 PM

Governance della globalizzazione? In che senso?

gg | January 29, 2008 1:53 AM

la cgil invece lo porta in palmo di mano (gallino), forse bisognerà leggere l'ultimo ("il lavoro non è una merce, contro la flessibilità")

adlimina | January 29, 2008 8:52 AM

GG: Boh, bisognerebbe chiederlo a lui. Immagino le solite cose (giuste, peraltro) sulla necessità di un "governo" mondiale che affronti le sfide di una economia anch'essa mondiale.
Adlimina: no, francamente credo che le mie letture di G. finiranno qui. :))

KK | January 29, 2008 10:35 AM

del resto il suo snobismo è proverbiale, herr kraus
:)

adlimina | January 29, 2008 11:20 AM

Penso che un libro che inizia dicendo che le rilevazioni ISTAT in materia di lavoro e occupazione sono inaffidabili in quanto possono diventare "un mezzo di persuasione di massa e uno strumento politico." difficilmente possa piacere molto a KK.

pietro | January 29, 2008 8:27 PM

Qualche osservazione.
A)Sulla critica circa l'assenza di regole :
Il funzionamento del mercato secondo regole non equivale al buon funzionamento del mercato secondo regole poste ad un livello diverso (e da un soggetto preciso, es. lo Stato con le sue leggi). Anche la guerra è un'istituzione sociale che ha le sue regole (che magari l'arte della guerra ha tentato di enucleare), ma può aver bisogno delle regole esplicitamente dettate dalla convenzione di Ginevra.

B)Il lavoro a tempo parziale non garantisce nella maggior parte dei casi l'autosufficienza economica e per precariato si intende generalmente, la condizione di quelle persone che vivono, involontariamente, in una situazione lavorativa che rileva, contemporaneamente, due fattori di insicurezza: mancanza di continuità nella partecipazione al mercato del lavoro e mancanza di un reddito adeguato su cui poter contare per pianificare la propria vita presente e futura
C)Il lavoratore precario che detiene una partita IVA o è comunque riconosciuto come libero professionista nelle varie tipologie contrattuali solo raramente è adeguatamente remunerato, ma che la sua professione non offra solide garanzie per il suo futuro appare evidente quando questi si rivolga a un'istituto bancario per chiedere un prestito o un mutuo, dato che il richiedente deve dare solide garanzie di sicurezza economica.
Insomma il fatto che il lavoro a tempo parziale o quello parasubordinato (autonomo è parola grossa) rientrino o meno nel lavoro precario dipende dalla definizione che si vuole dare di precariato.

D) i lavoratori immigrati non accettano salari analoghi a quelli dei paesi di origine, ma sicuramente possono accettare salari inferiori a quelli accettabili dai lavoratori del paese ospite (si veda un rapporto Caritas citato in link)

E)"se è vero come dice G. che a perdere il lavoro sono i lavoratori meno qualificati, allora non si capisce come lo stesso G. possa affermare che è dubbio che i posti di lavoro si possano recuperare “mediante massicci investimenti nel campo della formazione”
La formazione può consistere nella riqualificazione dei lavoratori meno qualificati


F)Per Gallino forse la crescita economica dei pvs non si traduce automaticamente in "un maggior benessere i cittadini dei PVS (che beneficiano di un maggior reddito, di condizioni sanitarie e di istruzione migliori, e di conseguenza si possono permettere di non far lavorare più i bambini)"

G)("Per poi giungere a due affermazioni abbastanza contraddittorie: da un lato, che tra i fattori economici “il maggiore fattore di mobilità ascendente è sempre stato lo sviluppo economico di un paese”, e dall’altro, che nel corso del Novecento la globalizzazione comporterebbe “quasi ovunque” una riduzione dei redditi reali “dei membri delle classi medie, che hanno reagito aumentando il numero di occupati per famiglia” )

Per Gallino la globalizzazione non si traduce automaticamente in crescita economica (dunque la contraddizione evidenziata a tal proposito andrebbe dimostrata)


H) Il fatto che i salari dei lavoratori siano aumentati non esclude che la quota dei salari sia complessivamente diminuita.
Se la quota salari fosse rimasta quella del 1970 l'aumento dei salari sarebbe forse stato più consistente (in questo senso si può parlare di perdita)


Pensatoio | January 30, 2008 2:12 AM

Quella sulle regole è un'obiezione in parte fondata se parliamo di Polanyi (P. non dice che il mercato esiste solo se governato da regole eteroimposte, dice che, se lasciato ad autoregolarsi, il mercato finisce per distruggere la società); a questo riguardo il paragone con la guerra mi pare azzeccato. Ma Gallino dice una cosa diversa, e cioè che il mercato è una creatura delle regole pubbliche, senza le quali non esisterebbe neppure; qui il paragone con la guerra non calza (la guerra può funzionare anche senza regole eteronome come la convenzione di Ginevra, solo che diviene più distruttiva).
Poi sia chiaro, nessuno nega che le regole ci vogliono. Solo che non ha senso dire prima che un mercato esiste solo se e nella misura in cui istituito e conservato dalle regole e poi dire che l'espansione del mercato (ammesso che sia un male) è colpa dell'economia. Diciamo le cose come stanno: semmai è colpa della politica.

Quanto alle varie figure di precarietà, effettivamente occorrerebbe una maggiore chiarezza da tutte le parti (ne abbiamo già parlato). Cmq mi limitavo a dire che le categorie di G. sono eccessivamente eterogenee, non che i precari non esistono.

Sugli stipendi degli extracomunitari, ho visto il link della Caritas e non ti nascondo di essere moooolto perplesso. Di cosa parlano, di lavori in nero/irregolari? Perché se invece si tratta di lavori regolari, data la struttura dei salari italiani, non capisco proprio come sia possibile pagare a qualcuno la metà del salario italiano medio. Boh?

Sul nesso crescita economica/benessere mi sono espresso male io: in realtà G. lo ammette in più luoghi (e d'altronde è innegabile). Per questo quel che segue è contraddittorio.

KK | January 30, 2008 3:00 PM

Dimenticavo. Un conto è dire che la quota dei salari sul complesso del reddito nazionale è diminuita, un conto dire che i salariati ci hanno rimesso. Se il reddito è aumentato, e sul nuovo e più elevato reddito la quota destinata al lavoro è diminuita, può darsi benissimo (ed è infatti quel che spesso accade) che però i salari siano aumentati anch'essi. In questo caso, tutti ci guadagnano, e nessuno ci rimette.

KK | January 30, 2008 3:04 PM

@Pensatoio.
Sono d'accordo che il problema del "precariato" sia un problema definitorio.
Il punto è che, proprio perché non esiste una definizione chiara (e, inter nos, non credo nemmeno che possa esistere), è una categoria inutile se non fuorviante.
Certo che definire il precariato solo sulla base del mancanza di sicurezza nella continuità reddituale (dici: mancanza di continuità nella partecipazione al mercato del lavoro e mancanza di un reddito adeguato su cui poter contare per pianificare la propria vita presente e futura) porta a dei risultati paradossali.
Il part timer dipendente dallo Stato (che è debitore quasi certamente solvente) è meno precario dell'imprenditore che certamente non ha alcuna garanzia né di avere un reddito adeguato, né di non finire nell'angolo.
Il co.co.pro. sta meglio di me, perché la sua paga se la becca comunque, mentre io dipendo dalle bizze del cliente (che può pagare o meno e non è detto che riesca, nemmeno coattivamente, a recuperare la parcella).
Il punto è che il precariato è la versione popolare di qell'altro mostro concettuale, il lavoro "atipico" che esiste solo nella testa bacata di qualche dottrinario e di qualche sindacalista.
Il fatto che storicamente il sindacato si sia concentrato solo sul lavoro in fabbrica e che i prof. gli siano andati dietro non significa che da sempre esistano grossissime fette di lavoro che non rientrano in quel paradigma. Un esempio per tutti, il lavoro agricolo che di regola è a tempo determinato (la giornata). Oggi contadini ce ne sono pochi, ma la cosa veramente vezzosa è data dal fatto che i contadini rimasero invisibili agli occhi di coloro che delinavano la figura del lavoratore subordinato anche negli anni in cui la gran parte dei lavoratori erano impegnati nell'agricoltura.
La figura supposta tipica del lavoratore subordinato e cioé idealizzare che il lavoratore tipico sia il dipendente di una grossa impresa manifatturiera è una delle più incredibili bufale del nostro tempo.
Sicché, buttiamo perfavore la categoria del precariato nelle scovazze.

etienne64 | January 31, 2008 9:05 AM

Etienne.
Il problema è che il precariato è nella maggior parte dei casi lavoro dipendente.
Dunque non è paragonabile al lavoro dell'imprenditore.
Il rischio da quest'ultimo è assunto consapevolmente e soprattutto è basato su un capitale di cui è almeno giuridicamente proprietario (anche se può essere orginato da un prestito) , mentre nel caso del precario manca proprio il capitale.
A tal proposito proprio alcune forme di lavoro considerato autonomo in realtà sono assimilabili a quello dipendente, sia perchè sono spesso il risultato di una riformulazione del rapporto di lavoro da parte di un impresa che spesso ha il coltello dalla parte del manico sia perchè altrettanto spesso hanno un solo committente e quindi dipendono per la loro sopravvivenza dall'impresa che prima li aveva come lavoratori salariati
Diciamo che si tratta di lavoro precario sotto mentite spoglie.
Ma per un certo verso hai ragione : il lavoro precario è una categoria troppo estesa. Nel senso che è precario tutto il lavoro dipendente che non sia garantito da articoli quali l'articolo 18.
Tuttavia tale categorizzazione va mantenuta, per ricordare sempre che il lavoro dipendente è sempre lavoro alienato sia per le modalità con le quali si estrinseca, sia per l'arbitrio a cui esso è subordinato per la propria sussistenza.
Una situazione contro la quale si dovrebbe sempre lottare.
Quanto al lavoro agricolo che tu descrivi mi sembra assimilabile al lavoro dipendente genericamente inteso e non mi sembra sia stato così trascurato come tu pensi.

Pensatoio | February 2, 2008 12:32 AM

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