Il Cavour di Rosario Romeo - I parte
R. ROMEO, Vita di Cavour, Bari, (1984), 2004. 
Si tratta della versione “ridotta” (540 pagine!) della monumentale e celeberrima “biografia politica” di Cavour del grande storico siciliano. E’ un libro immensamente ricco di suggestioni non solo per capire un passato ormai discretamente lontano, ma anche il nostro presente.
E’ diviso nelle tre fasi che scandiscono la vita e l’attività del conte (come lo chiama familiarmente Romeo): prima la formazione, a lunga distanza dalla politica attiva, derivante dal disprezzo e dall’odio che C. nutriva per il vecchio regime piemontese; la seconda fase, segnata dall’attività come grande agricoltore-industriale prima e poi dall’ingresso nella politica piemontese; la terza, segnata dall’affaccio sulla politica internazionale e coronata dagli spettacolari successi del biennio 1859-1861.
La formazione, innanzitutto. C. è stato un uomo dalla lunga formazione intellettuale, e largamente “europea”: non solo la Francia, ma anche la Svizzera (specie l’ambiente ginevrino, nel quale C. ebbe profondi affetti familiari e non) e l’Inghilterra. A cominciare dall’ammirazione per Bentham, tanto che il conte continuerà a dirsi un “Benthamista incallito” anche in età avanzata, e dalla sua grande ammirazione per l’economia politica, i cui principi “riposano su fatti così semplici e su ragionamenti così eviddenti che ci si stupisce di vedere quanta fatica hanno fatto a superare i gotici pregiudizi della bilancia di commercio e i luoghi comuni che regnavano da padroni assoluti sugli spiriti migliori come sui più ignoranti”. Alla luce di questi influssi, insoliti all’epoca in Piemonte, si deve spiegare “la maggiore modernità del suo liberalismo in confronto a quello di stampo propriamente moderato” (su cui R. insiste continuamente), nonché la sensibilità di C. per temi come il problema sociale, che gli si poneva in termini chiari fin dagli anni ’20-’30 (anche per la sua conoscenza diretta, data dai viaggi in Inghilterra, degli effetti della Rivoluzione industriale) che gli faceva riconsocere i “vantaggi naturali” che il meccanismo del mercato attribuisce agli imprenditori e che pertanto andava corretto, mediante il potere statale, a favore dei lavoratori (p. 33-34). Anche il laicismo di C. (che pure fu sempre ateo convinto e condurrà memorabili battaglie anticlericali) è molto complesso e parte, sulla scia di B. Constant, “dall’assunzione storica che proprio il cristianesimo, vincolando la coscienza individuale a un complesso di norme eterne e indipendenti dalla scoietà politica, nella quale invece si risolveva interamente la personalità individuale nel mondo greco e romano, aveva posto le basi della libertà di coscienza, e con essa della libertà dello spirito in generale. Cristianesimo autentico e liberalismo, invece che avversari, erano legati da una naturale solidarietà. Progresso spirituale della società umana e sentimento religioso apparivano dunque inscindibili al Constant: e il tentativo di separarli aveva condotto agli eccessi del giacobinismo rivoluzionario” (p. 36). Sempre in questa prima fase (all’esito della rivoluzione di luglio del 1830) si forma l’opinione cavouriana sul movimento rivoluzionario: “un partito frenetico, feroce ed assurdo, che, seguendo una chimera, vuole, anticipando sull’avvenire, il trionfo ad ogni costo di un sistema per ora impossibile, e che perciò spinge la società in un caos orribile, da cui essa potrebbe riprendersi solo attraverso un potere assoluto e brutale, dispotico o aristocratico” (p. 58). Di fronte a questo partito, C. non apprezza affatto il “liberalismo radicaleggiante” la cui unica risorsa è quella di fare alla rivoluzione ogni sorta di concessioni, nella speranza di evitare il peggio; li considerava “tremolanti, conservatori in fondo al cuore, radicali per paura, senza calore né opinione decisa... ed ostili ai liberali autentici perché li ritengono troppo coraggiosi”. E R. sottolinea come il conte, nonostante il suo odio per le rivoluzioni, si sia sempre rifiutato di farsi respingere “nel partito degli spaventati, dei reazionari, di coloro, in una parola, che non solo vogliono una resistenza antiradicale, ma vorrebbero arrestare il progresso lento ma inarrestabile delle scienze morali” (p. 59). Qui si inserisce una importante riflessione di R., per cui la posizione di C. è tipica del liberalismo continentale: a differenza che nell’Europa settentrionale, in Europa continentale la rivoluzione è sempre stata una alternativa reale, sicché il rapporto tra forze di governo ed opposizioni assumeva una natura diversissima dall’alternanza tipica del liberalismo anglosassone; a partire dalla Francia di Guizot, la soluzione fu trovata nella costituzione, al centro dello schieramento politico, del “parti de gouvernement” (p. 61). Ciononostante, C. scriveva che “io sono più persuaso che mai che il dovere di ogni uomo realmente interessato alla causa del progresso, è di lavorare senza sosta alla riforma sociale, rinviando ad altri tempi la prosecuzione dell’opera della riforma politica” (p. 62). La forza degli sviluppi politici concreti muterà ovviamente il corso di queste riflesisoni, ponendo in prima linea, anziché la questione sociale, quella nazionale; ma C. resterà sempre convinto assertore dei progressi sociali e non solo economici dell’industrializzazione e della modernizzazione del paese, in ciò nettamente differenziandosi da tanta parte dell’opinione politica moderata, specie pre-1848 (“il nostro governo non ama l’industria”); e resterà fermamente eurocentrico, persuaso che Francia e Inghilterra sono “il piedistallo dei diritti del genere umano” perché “la libertà del mondo ha un piede sul suolo britannico, un piede sul suolo francese” (p. 67). D’altronde, la sua sconfinata ammirazione per la scienza economica non gli impedisce di pensare che a volte si debbono ammettere deviazioni dai principi economici e affrontare quello che noi oggi chiameremmo un trade-off tra equità ed efficienza “per riguardo ai benefici che risultano da una felice distribuzione” (p. 68).
Nel periodo di lento avvicinamento del conte alla politica attiva, lo vediamo affrontare con interesse e impegno (con pubblicazioni italiane, francesi e inglesi) questioni come le Poor Laws, la questione irlandese e le Corn Laws. A proposito del liberismo inglese, C. riteneva che, eliminando le rendite, ed aumentando l’eliminazione dei dazi sul grano avrebbe recuperato alla causa del liberalismo i ceti agrari internazionali (“il commercio diverrà un elemento essenziale di prosperità per le classi agricole, ed esse saranno naturalmente indotte ad unirsi ai partigiani del sistema liberale”, oltre a fornire “per la prima volta l’esempio di una nazione potente, nella quale le leggi che reggono il commercio estero saranno in perfetto accordo con i principi della scienza” (p. 136). In generale, la fiducia nella ragione e nella scienza, unita a una salda fede nell’ineluttabilità del progresso, fornisce, dice R., al pensiero cavouriano “una linearità e una sicurezza che ne fanno una tipica espressione del liberalismo classico, e che nettamente lo distinguono dalla storia più tormentata e contraddittoria del liberalismo del tardo Ottocento e del Novecento”. E il progresso viene strettamente unito da C. al sentimento nazionale: “La storia prova che nessun popolo può raggiungere un alto grado di intelligenza e di moralità senza che ils entimento della sua nazionalità sia fortemente sviluppato: in un popolo che non può essere fiero della sua nazionalità il sentimento della dignità personale esisterà solo eccezionalmente in alcuni individui privilegiati. Le classi numerose che occupano le posizioni più umili della sfera sociale hanno bisogno di sentirsi grandi dal punto di vista nazionale per acquistare la coscienza della propria dignità” (p. 141).
Con le speranze originate dall’elezione al soglio pontifico di un “liberale” quale sembrava essere Pio IX, anche in C. maturò finalmente la decisione di avvicinarsi alla politica attiva, prima come giornalista (grazie alla improvvisa politica di apertura del regime di Carlo Alberto verso la fine del 1847) – il giornale da lui presto diretto si intitolava significativamente “Il Risorgimento”. La sua decisa azione indusse tutto il fronte liberal-moderato a premere sul re per la concessione d’una Costituzione, che poi, notoriamente, arrivò, e con la quale finì propriamente l’Antico Regime in Piemonte. Si tratta ovviamente di una idea della democrazia – quella di Cavour e dei suoi amici – piuttosto limitata e sostanzialmente affine a quella della Monarchia di luglio (in cui l’elettorato più che diritto naturale è “una funzione pubblica condizionata al possesso di determinate capacità”, p. 154); ma non c’è dubbio che con la concessione della costituzione si apriva comunque la strada a sviluppi molto più profondi e potenzialmente imprevedibili. Ma proprio a questo punto avvenne la rivoluzione del ‘48 in Francia, dove “per la prima volta una rivoluzione popolare aveva inalberato, accanto allo stendardo repubblicano, la rossa bandiera del socialismo”. Al riguardo C. scriverà che “non sono l’idea di repubblica e democrazia che spaventino, è lo spettro del comunismo che tiene tanti animi dubbiosi e sospesi”, e indicherà nella lotta contro il partito rivoluzionario (dalle molte facce, dai mazziniani ai socialisti) il compito principale che attendeva il “partito repubblicano onesto” (p. 155): “salvare l’ordine sociale da una distruzione assoluta, serbare intatti i sacrosanti principii della famiglia e della proprietà, minacciati dal socialismo e dall’anarchia; preservare la civiltà moderna da una invasione di barbari” (p. 156). Va aggiunto a questo che C. cercò anche di analizzare i principi del socialismo alla luce della scienza economica: a suo avviso, i principali errori del socialismo consistevano nel fatto di eliminare l’incentivo principale al risparmio e dunque all’accumulazione, nonché – e ancor più fondamentale – “il sacrificio del libero arbitrio e d’ogni specie di libertà individuale” (p. 156). Ma si noti che contemporaneamente C. vedeva stabilito come un principio certo e necessario il “progressivo miglioramento della condizione delle classi più numerose”, che la questione sociale gli appariva la principale questione da risolvere, e che il modello a cui si ispirava era e restava quello dell’Inghilterra, “terra classica della libertà”, in cui il miglioramento delle condizioni di vita delle classi povere si accompagnava a uno svolgimento ordinato e regolare della vita pubblica (p. 156-7). Le legge elettorale piemontese attribuiva, grazie al censo richiesto, il diritto elettorale all’incirca a un cittadino ogni 62: parecchio lontana dalla situazione inglese (1 su 30), ma già molto migliore di quella francese (1 su 145) e sostanzialmente in linea con quella belga (1 su 55).
La sollevazione italiana del ’48 fu vista da C. con qualche apprensione, ma una volta nata la seguì con ferma determinazione, e occiamente criticando le ondivaghe decisioni del governo e del re. Alle prime elezioni del ’48 anche C. fu eletto deputato, con ciò completando la sua marcia di riavvicinamento alla politica attiva. C. cominciò ad acquistare sempre maggior peso nel partito liberale piemontese, assumendo anche posizioni assai impopolari che, ad es., gli costarono la mancata rielezione in Parlamento nel ’49. Ma gli sviluppi andavano in senso a lui più favorevole: le difficoltà della situazione sfuggirono di mano al governo “democratico” di Gioberti (che C. non approvava, ma di fatto invitò a sostenere per ragioni che oggi chiameremmo di “solidarietà nazionale”), e con le dimissioni di quello che a lungo rimase l’unico governo “di sinistra” del Piemonte la strada si apriva per una politica allo stesso tempo moderata e riformatrice. Quella appunto che verrà perseguita prima col governo D’Azeglio e poi col governo Cavour. Una politica la cui importanza viene ingrandita alla luce del fatto che le alternative politiche finirono, nel bienno rivoluzionario, a polarizzarsi ai due estremi dello schieramento politico (una tendenza che si ripeterà costantemente nella storia italiana): questo ovviamente avrebbe finito per condizionare, in senso decisamente moderatore, l’azione di governo di C.; e non senza ragione R. commenta: “Nella effettiva mancanza di una reale alternativa rivoluzionaria acquista dunque tutto il suo rilievo e il suo significato storico la politica di graduale mobilitaizone e sviluppo delle forzee conomiche civili e politiche del paese proposta e successivamente attuata dal liberalismo moderato sotto la guida di C.” (p. 174). Come vedremo, l’azione politica di C. avrà da confrontarsi sistematicamente con due minacce, quella della “rivoluzione” e quella opposta della restaurazione (molto forte in Piemonte, specie nel primo periodo): ogni giudizio su C. e sul suo partito non può, ovviamente, prescindere da questa constatazione. Coll’ascesa al governo di D’Azeglio (col suo motto “nessun dispotismo né di trono né di piazza”), con la scissione della sinistra e la nascita del “centro sinistro” di Rattazzi, si aprivano finalmente gli spazi per l’ingresso a pieno titolo di C. nel governo. C. fece ingresso nel governo grazie alla sua notoria competenza economico-finanziaria (oltreché come riconosciuto leader parlamentare della maggioranza), prima come ministro dell’Agricoltura, e poi anche delle Finanze. Il governo liberale compiva le sue prime riforme “di sistema” (avviando la riforma della P.A., espellendo i Gesuiti, e infine con le memorabili leggi Siccardi – nel corso delle quali riforme il governo e lo stesso C., sostenuti da una imponente manifestazione di sostegno popolare, non esitarono ad assumere quelle che oggi chiameremmo senz’altro posizioni anticlericali spinte: d’altronde, dopo la scionfitta della rivoluzione, il principale nemico al momento appariva essere proprio la reazione) e dal suo canto C. poteva finalmente procedere alla modernizzazione del Piemonte cominciando proprio dal settore cruciale, quello economico. Peraltro sin dall’inizio C. dovette scontare una netta antipatia ed opposizione da parte del nuovo re, V.E. II (non che con suo padre carlo Alberto le cose fossero andate meglio, ma all’epoca di C.A. la posizione di Cavour era decisamente più defilata), il che contribuì grandemente a complicare la politica del conte (anche nei periodi di maggior successo). Pur tra mille difficoltà e resistenze, C. diede avvio alla prima politica autenticamente liberista mediante la stipula o il rinnovo dei trattati di commercio esistenti (con Belgio e Inghilterra), e poi alla radicale riforma della tariffa doganale. C. operò con grandi semplificazioni anche in materia di bilancio dello Stato e di imposizione tributaria (con un’unica imposta fondiaria e una nuova imposta di successione). Cercò poi di stimolare la formazione di una Banca del Regno e diede l’impulso (caratteristicamente cercando di ricorrere, ove possibile, anche all’intervento dei privati) alle grandi opere pubbliche (quali, principalmente, le ferrovie). A quetso riguardo, la trattazione di R. è particolarmente interessante dando conto delle difficoltà e gelosie suscitate dall’attivismo di C. nel potentati finanziario-industriali del resto d’Europa (p. 202 e ss.).
L’ascesa alla guida del ministero da parte di C. coincise con una nuova fase politica concretizzatasi, nel 1852, col famoso “connubio” tra il centro destro di Cavour e il centro sinistro di Rattazzi e il conseguente “taglio delle ali”. Nonostante le apparenze, la spinta all’operazione venne a C. (e Rattazzi) sia dalle mene politiche di V.E. (che manifestava una crescente diffidenza per la politica di rinnovamento dei liberali) sia per l’impatto del colpo di stato di Napoleone III in Francia, che parve il segno del “ritorno a destra” della politica europea. Era cruciale, per C. e i suoi amici, consolidare le conquiste del liberalismo in Piemonte ed evitare il ritorno a politiche sostanzialmente reazionarie e restaurative. La comune preoccupazione si risolse nell’iedita alleanza che condusse alla nascita di una consistente maggioranza parlamentare e ad un innegabile spostamento “a sinistra” dell’asse politico del governo. E l’incarico a Cavour di formare il nuovo governo, dopo le dimissioni di D’Azeglio derivanti dalla nascita del “connubio”, fu in se stessa la maggiore vittoria del liberalismo e della giovane democrazia piemontese, dato che fu la dimostrazione schiacciante dell’impossibilità per il Re di imporre un governo alla maggioranza parlamentare. D’altronde, l’azione di governo, data la fluidità dei rapporti costituzionali basati sullo Statuto albertino, e data l’ancora incompleta modernizzaizone del paese (che in profondi e cruciali gangli, dall’esercito alla burocrazia, era legatissima alla Corona), non poteva in tutto prescidnere dall’appoggio o almeno dalla neutralità del Re, il che comportava significative limitazioni alla sua stessa azione.. Il giudizio sul “connubio”, spesso frettolosamente ed impropriamente assimilato alle ricorrenti tendenze trasformistiche (oggi diremmo inciucistiche) della politica italiana, non può pertanto essere dato a prescindere da questo sfondo, che rendeva il connubio una mossa politicamente inevitabile se si intendeva seriamente consolidare le istituzioni democratiche e insieme il progresso del Paese (e v. le bellissime pagine di R. al riguardo, pp. 216 ss.).