La ricchezza delle nazioni - (1)
A. SMITH, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776), tr. F. Bartoli, C. Camporesi, F. Caruso, Milano, 1977.
Il grande libro di Smith è una ricerca, come dice il titolo, sulla natura e le cause della ricchezza non dei singoli, ma delle nazioni. Al fondo c’è un problema che oggi diremmo di teoria dello sviluppo economico: quali sono le cause che rendono alcuni paesi ricchie ed altri poveri. Il problema è già accuratamente enunciato nella Introduzione, dove S. afferma che, tra le due possibili cause (cioè l’arte, la destrezza e l’intelligenza con cui si esercita il lavoro, e il rapporto tra gli individui ooccupati in un lavoro utile e il complesso della popolazione) la prima è la più importante (infatti, tra i popoli di cacciatori e raccoglitori tutti lavorano eppure sono poveri, mentre nei paesi civilizzati lavorano solo alcuni eppure la ricchezza prodotta è molto più grande. E sin dall’inizio si enuncia anche un altro elemento caratteristico del libro di S., l’attenzione all’effetto che i regimi politici e le istituzioni giuridche esercitano sullo sviluppo dell’economia propriamente detta.
Il primo libro si apre con la celebre trattazione della divisione del lavoro, che secondo S. è la causa principale dello sviluppo economico. L’esempio della fabbrica di spilli è troppo noto perché ci sia bisogno di riportarlo per intero. La divisione del lavoro consente un aumento della produttività del lavoro; ma secondo S. esso non è ugualmente possibile in tutti i settori (per es., in agricoltura lo è assai meno che nell’industria). Essa, inoltre, non è il frutto di un disegno consapevole, ma la conseguenza necessaria di una “particolare inclinazione della natura umana” (comune a tutti gli uomini, ma non agli altri animali): quella a “trafficare, barattare e a scambiare una cosa con l’altra”. Tra gli animali, in cui la necessità di interazioni è ridotta data la semplicità della struttura sociale, i favori si perseguono tramite manifestazioni di amicizia; ma tra gli uomini, dove la necessità di cooperazione è pressoché continua, sarebbe impossibile ottenere tutto ciò di cui si ha bisogno agendo in modo da captare la benevolenza altrui; ed ecco quindi il celebre passo: “non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura dei loro interessi”. A questo segue una rapidissima indicazione dei vantaggi del commercio, con un embrione di quella che poi diventertà la teoria del vantaggio comparato (chi è abile a fare archi e frecce e li dà ai compagni in cambio di selvaggina, si accorge che ottiene così più cibo di quanto otterrebbe se andasse a caccia personalmente, sicché in base al semplice interesse egoistico si trasformerà in armaiolo e non andrà più a caccia). La divisione dei lavori da’ modo agli uomini di sfruttare la diversità nelle doti e nei talenti naturali (che negli animali, tutti costretti a fare le stesse cose, ovviamente non si può sviluppare). Ma S. aggiunge subito, nel capitolo successivo, che la divisione del lavoro è comunque limitata dall’ampiezza del mercato: se il mercato è molto ristretto “non esistono incentivi a dedicarsi esclusivamente a una singola occupazione, non essendoci la possibilità di scambiare tutta la parte in sovrappiù del proprio prodotto”): ed ecco perché la specializzazione, oltre ad alcune occupazioni particolari (tipo quella di facchino), non può che svilupparsi nelle grandi città: in campagna, la gente è costretta a fare un po’ di tutto (il macellaio, il panettiere, il birraio). E non appena le vie d’acqua aprono un mercato più ampio, è sulle vie dei fiumi o dei mari che si sviluppa la specializzazione e quindi i progressi dell’arte e dell’industria (e qui S. è un antesignano della moderna geografia economica). Ecco perché le prime civiltà si sono sviluppate sulle rive del Mediterraneo, “di gran lunga il più grande passaggio che si conosca al mondo”.
Segue una porzione del libro che ha influenzato enormemente la ricerca successiva. S. distingue vari sensi della parola “valore”: a volte, dice, essa designa l’utilità di un bene, altre il potere che un bene ha di poter acquistare altri beni; il primo si può chiamare “valore d’uso”, il secondo “valore di scambio”. S. nota subito che i due v. non coincidono: cose che hanno un grande valore d’uso (come l’acqua) hanno poco valore di scambio, mentre cose con poco valore d’uso (come i diamanti) hanno grande valore di scambio. S. si propone di dimostrare, nei tre capitoli che seguono, tre cose: 1) quale è la misura reale del valore (ossia, dice S., in che cosa consiste “il prezzo reale” delle merci); 2) quali sono le parti di cui è composto questo prezzo reale; 3) quali circostanze a volte alzano e altre abbassano questo prezzo al di sopra o al di sotto del suo “livello naturale e ordinario”, cioè quali forze impediscono che il prezzo effettivo coincida con quello naturale (p. 31).
S. analizza il valore reale dei beni: esso è pari al c.d. lavoro comandato, vale a dire il lavoro altrui che, al prezzo dei propri prodotti, l’uomo può permettersi di comandare. Il valore delle cose che si desiderano è nella fatica di procurarsele, sicché quel che si compra lo si compra col lavoro, non con l’oro né con altre merci. Non è con l’oro o l’argento, scrive S., ma col lavoro che sono state in origine comprate tutte le ricchezze di questo mondo; ed ecco perché il lavoro è la misura reale del valore di scambio di tutte le merci. Tuttavia, S. aggiunge subito che come misura del valore di scambio il lavoro non è molto comodo. E’ infatti complicato accertare i rapporti tra due tipi di lavoro diversi, o tra lavori simili ma di diversa abilità. Ecco perché è più pratico misurare il valore di scambio di una merce in base ad altre merci, anziché rispetto al lavoro. E la merce più comoda come unità di misura è l’oro.
Ma c’è un problema, scrive S.: come tutte le altre merci, anche il valore dell’oro può variare. Ne deriva che essa non può essere “una misura precisa del valore delle altre merci”. S. sostiene che il lavoro, invece, non muta mai di valore: “nel suo stato ordinario di salute, di forza e d’animo, al livello ordinario della sua arte e della sua destrezza, egli deve sacrificare sempre la stessa quota del suo riposo, della sua libertà e della sua felicità. Il prezzo che egli paga deve essere sempre lo stesso, qualunque sia la quantità di beni che riceve in cambio. Di questi, in effetti, a volte se ne potrà comprare una quantità maggiore, a volte una quantità minore, ma è il loro valore che cambia, non quello del lavoro con cui si comprano”: quindi, siccome il lavoro non cambia mai nel suo proprio valore, è esso “l’ultima e reale misura” del valore: il prezzo reale (mentre quello monetario è solo il prezzo nominale). Tuttavia, siccome i beni che si possono comperare con altri beni variano, così sembra variare anche il loro valore di scambio. Questo è improprio, ma è accettabile nella pratica, dice S., e distingue a questo riguardo, in “senso popolare”, un prezzo reale delle merci (che è la quantità di cose che si danno in cambio di esse) e un prezzo nominale (cioè la quantità di moneta). Aggiunge poi S. che “nello stesso tempo e luogo”, prezzo nominale e prezzo reale sono sempre in una esatta proporzione (se varia l’uno varia anche l’altro).
A ciò segue la famosa analisi delle componenti del prezzo delle merci. Il salario è la remunerazione del lavoro. Ma, se non basta il lavoro per produrre una merce, ed occorre anche un altro fattore produttivo – il capitale – occorrerà che anch’esso venga remunerato, altrimenti il possessore non impiegherebbe i suoi fondi per pagare anticipatamente materiali e salari: questa remunerazione è il profitto, ed una parte del prezzo della merce deve coprirla. Lo stesso accade se per una certa produzione deve essere impiegata della terra: il compenso pagato al proprietario è la rendita. Ciò accade, aggiunge S., non solo per i prodotti finali, di consumo, ma per i beni intermedi, per i beni capitali ecc. Esistono, tuttavia, alcuni beni il cui prezzo è composta non da tutte e tre, ma solo da una o due delle suddette componenti (solo salari e profitti, oppure solo salari). Si noti però che, se qualcuno coltiva un fondo proprio col suo proprio lavoro e impiegandoci i suoi propri capitali, il suo prodotto non è solo salario, ma è composto sempre dagli stessi tre elementi (salario, profitto e rendita), solo che sono percepiti tutti quanti dalla stessa persona.
Poi S. passa a esporre la differenza tra prezzo naturale e prezzo di mercato di una merce. Esiste ovunque un saggio “naturale” di salari, profitti e rendite; e per ogni merce, il prezzo naturale consiste né più né meno in quello che consente di pagare questi tre saggi naturali. In altre parole, il prezzo naturale di una merce è il suo costo. S. non lo dice chiaramente, ma dalle parole che usa (“quando vi sia perfetta libertà, o quando egli possa cambiare mestiere ogniqualvolta gli aggradi”) sembra che si riferisca alla situazione che si verifica quando il mercato è in concorrenza perfetta. E subito aggiunge che questo prezzo naturale non sempre si raggiunge: infatti le merci si vendono ad un prezzo (“di mercato”) che può essere pari, ma anche diverso dal p. naturale. Come si spiega questa differenza? L’esempio che fa subito S. è questo: se una merce viene portata al mercato, essa può non essere nella quantità sufficiente ad accontentare tutti coloro che sono disposti a pagare il suo p. naturale (questa è la domanda che S. chiama “domanda effettuale”). In questo caso, il prezzo salirà al di sopra del p. naturale e così acquisteranno la merce solo coloro che saranno disposti a pagarla di più. Il contrario accade quando la quantità offerta eccede la domanda (e qui S. fa una interessante analisi del modo in cui le variazioni incidono sui singoli componenti del prezzo, cioè su rendite, salari e profitti). Ma S. aggiunge che offerta e domanda si comportano in modo tale da convergere verso il prezzo naturale, perché le forze del mercato tendono a riequilibrare gli squilibri della domanda effettuale (così, se l’offerta è in eccesso, essa si ridurrà, e se è troppo scarsa, essa aumenterà), sicché le differenze rispetto al p. naturale non possono mai mantenersi troppo a lungo se non a causa di eventi particolari o a causa di particolari disposizioni legislative o regolamentari che restringono o eliminano la concorrenza (S. cita come esempi in particolare i segreti industriali e commerciali e i monopoli: in questi casi, l’offerta è sempre mantenuta al di sotto della domanda effettuale, sicché il prezzo è sempre più elevato di quello naturale).
Quindi S. passa ad analizzare cosa determina i vari componenti del prezzo, cominciando dai salari. Nella “situazione originaria”, cioè prima dell’appropriazione della terra e dell’accumularsi dei capitali, tutto si risolveva in prodotto del lavoro. Ma ora, salvo che nei casi in cui il lavoratore è proprietario della terra che lavora o dei fondi occorrenti a comperare i materiali e a sostenersi finché i suoi prodotti non sono sul mercato (= capitale), dal prodotto del lavoro si devono detrarre le rendite e i profitti (e in questo tipo di ragionamento occorre forse vedere il vero antecedente della costruzione di Marx). Quindi, nella stragrande maggioranza dei casi, il salario è determinato dalla contrattazione tra operai e padroni. Entrambi si coalizzeranno, gli uni per alzare e gli altri per abbassare i salari; ma le coalizioni dei secondi, che sono numericamente più piccole, sono più agevoli e più efficaci (anche a prescindere dal diverso trattamento che ne facevano le legislazioni dell’epoca). D’altronde esiste un livello minimo – quello di sussistenza- al di sotto del quale il salario non può scendere. S. osserva poi che a provocare l’aumento dei salari non è il livello assoluto della ricchezza di una nazione, ma il suo aumento continuo; ed anzi, “la remunerazione liberale del lavoro non è quindi soltanto l’effetto necessario, ma è anche il sintomo naturale dell’aumento della ricchezza nazionale” (il che ci dovrebbe far pensare qualcosa di brutto in merito alla situazione attuale dei salari in Italia). Infine, S. nota che, seppure senza certezza (al riguardo non v’erano contabilità affidabili all’epoca), è da ritenersi che nel corso del XVIII secolo la ricompensa reale del lavoro (cioè la quantità di cose utili che il salario può acquistare, distinta dal salario monetario) sia cresciuta (anche a causa della riduzione dei prezzi degli alimenti). E questo, nota S., è senza dubbio un bene, perché “tutto ciò che fa progredire le condizioni della maggioranza non può mai essere considerato un inconveniente per l’insieme”. Nota poi S. che la “remunerazione liberale del lavoro”, contrariamente all’opinione dei più, aumenta l’operosità dei lavoratori e dunque (diremmo oggi) ne stimola la produttività. In conclusione, dice S., il prezzo del lavoro è dato da due elementi: la domanda di lavoro e il prezzo delle cose “necessarie e comode della vita”. Ne deriva che la correlazione tra prezzo dei viveri e salari è peculiare: negli anni di carestia, diminuisce la domanda di lavoro, il che tende a abbassare i salari; ma dall’altro lato si alzano i prezzi dei viveri, il che tende ad aumentare i salari. Questo forse spiega, pensa S., il fatto che i salari sono tanto più stabili dei prezzi dei viveri. D’altronde, l’aumento dei salari potrebbe produrre l’aumento del prezzo di molte merci; ma siccome l’aumento dei salari non è mai disgiunto da un aumento della produttività, questo significa che occorre meno lavoro per produrre le merci, sicché ciò tenderà a compensare l’aumento dei salari come componenti del prezzo di quelle merci.
Quanto ai profitti sui fondi, cioè sul capitale, S. afferma (seguendo Hume) che essi diminuiscono coll’aumentare dei fondi complessivamente presenti in un paese (a causa della concorrenza trai capitalisti), sicché la diminuzione del saggio di profitto è il sintomo migliore dell’accresciuta ricchezza di uno stato. Un alto tasso d’interesse è anche il segno che la legislazione di un paese è difettosa (perché ad esempio rende difficile il recupero dei capitali, oppure perché l’interesse è vietato, sicché l’interesse effettivo deve remunerare anche il rischio della perdita del capitale).
Salari e profitti variano enormemente da luogo a luogo e da impiego ad impiego; ciò dipende sia dagli impieghi medesimi, sia dagli “ordinamenti politici dell’Europa che in nessun luogo lasciano le cose in perfetta libertà” (p. 98). Le circostanze relative agli stessi impieghi che influenzano i ricavi sono: la gradevolezza o sgradevolezza dei lavori (compreso il discredito sociale che attirano su chi li esercita: S. cita i casi dell’attore o del ballerino), la facilità o difficoltà di apprendere un mestiere e il relativo costo dell’apprendimento, la stabilità o instabilità degli impieghi (si pensi al muratore che non può lavorare in pieno inverno, o ai lavori occasionali e stagionali), il grado di fiducia che bisogna avere in chi esercita una data attività (l’orafo, l’avvocato, il medico sono lavori che richiedono un’assoluta affidabilità, e dunque sono più remunerati) e, infine, la probabilità o improbabilità di riuscita (nelle libere professioni, per es., è altamente incerta- e qui c’è un famoso passo, sul confronto tra la lotteria e la riuscita nelle professioni liberali, a p. 104, che meriterebbe una citazione per esteso). Questi fattori, però, influenzano più il livello dei salari che quello dei profitti (che sono sensibili solo alla gradevolezza dell’impiego e alla sua rischiosità). L’influenza degli ordinamenti politici si manifesta invece prevalentemente in questi tre modi: limitando in alcuni impieghi la concorrenza rispetto a quella che si avrebbe senza restrizioni (per es., i privilegi delle corporazioni, la durata dell’apprendistato obbligatorio – che per S. sono del tutto superflui -, e infine le intese restrittive, che sono facilitate ogni volta che la legge impone a chi esercita lo stesso mestiere di raggrupparsi assieme con gli altri in una data zona), accrescendola artificialmente oltre quella misura (si pensi ai sussidi e alle provvidenze pubbliche per le carriere universitarie e umanistiche) e limitando la libera circolazione del lavoro e dei capitali (si pensi alle norme che, allora, vietavano il trasferimento dei lavoratori al di fuori delle loro parrocchie di origine).
Quanto alla rendita dei terreni, essa, dice S. “è naturalmente un prezzo di monopolio. Essa non è affatto proporzionale a ciò che il proprietario della terra può avervi investito per migliorarla o a ciò che egli può permettersi di prendere, ma a ciò che l’agricoltore può permettersi di dare”: quindi la rendita sarà data dalla differenza tra il prezzo dei prodotti della terra, dedotto quanto occorre per la reintegrazione del capitale impiegato e al profitto ordinario; la misura del prezzo a sua volta “dipende dalla domanda” (p. 145). Ne segue che, mentre le variazioni di salari e profitti sono la causa delle fluttuazioni dei prezzi, invece le variazioni della rendita sono l’effetto delle variazioni dei prezzi (p. 146). Esistono terreni che danno sempre una rendita, cioè producono sempre un sovrappiù rispetto a ciò che occorre per mantenere chi vi lavora e reintegrare i fondi impiegati (si tratta dei terreni destinati a produrre cibo); e le rendite tendono ad aumentare in proporzione con i mezzi di collegamento, le bonifiche e simili lavori, che aumentano la produttività dei terreni (mentre, parallelamente, i profitti diminuiscono). Altri terreni (destinati a produrre altre cose, meno necessarie del cibo, come vestiario, alloggio o riscaldamento) invece a volte non danno alcuna rendita. Quanto all’oro o all’argento, o agli altri preziosi, per S. il loro prezzo minimo è sempre determinato, come per qualunque altra merce, dal loro costo (incluso quindi il profitto ordinario e la reintegrazione del capitale impiegato). Il loro prezzo massimo, invece, “sembra non essere necessariamente determinato da nient’altro che dalla effettiva scarsità o abbondanza di tali metalli” (p. 173). Segue una lunghissima digressione sulla variazione nel tempo del valore dell’argento rispetto a quello del grano, la cui conclusione è che le fluttuazioni nel prezzo del grano nonché degli altri generi dipendenti da quest’ultimo non dipendono dalle variazioni nel valore dei metalli preziosi (a sua volta senz’altro influenzato dalle scoperte delle miniere nell’America spagnola). Invece, “l’effetto naturale del progresso è la dimunuzione graduale del prezzo di quasi tutti i manufatti” (p. 246).
In sostanza, l’intero prodotto annuo di una nazione si divide naturalmente in tre parti: rendite, salari e profitti; tutte le altre classi, direttamente o indirettamente, ne dipendono (p. 252). L’interesse dei percettori di rendite è strettamente connesso e inseparabile dall’ “interesse generale della società” (proprio perché, come si è detto, ogni miglioramento della produttività della terra aumenta la rendita). Analogamente accade con il salario. Invece il profitto non va di pari passo con l’aumento della ricchezza, anzi avviene il contrario. Ma siccome i percettori di profitti sono pochi, e provvisti di tutti gli strumenti, sia di natura morale che culturale (a differenza della naturale pigrizia dei reniters o dell’ignoranza dei salariati), per capire il proprio interesse e per farsi ascoltare, si è generalmente convinti che quel che occorra per il benessere della società sia di agevolare e proteggere i profitti, anziché la rendita della terra e il slaario del lavoro! (p. 254)
Commenti
Tu guarda il caso, l'ho comprato anche io stamattina. Posso farti una domanda personale? Ma queste edizioni di -anta anni fa dove le trovi?
Questa a casa, l'ho comprata sui venticinque anni fa. :-))
Mi chiedo se, trattando della ricchezza delle nazioni, pensava al contributo di gente così.
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Capito perchè siamo contro la rendita improduttiva, qualsiasi sia la forma o le sembianze che questa prende?
Mamma mia...
Adam Smith ebbe delle geniali intuizioni economiche.
Purtroppo sbaglio' l'unita' di misura con cui misurare l'economia.
La ricchezza non si misura a livello di nazioni, ma di citta':
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