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May 26, 2008

Critique post-artiste

L'epoca in cui avevamo imparato a pensare è finita e ha portato con sé l'estinzione di una modernità di cui anche il socialismo faceva parte. Compiute le grandi cesure con le concezioni del lavoro, della sovranità e del potere, è necessario trovare un lessico della contemporaneità... Toni Negri non dà tregua alle nuove figure del tempo.

Vediamo questo "lessico della contemporaneità":

"Quella che rompe davvero con il moderno, che non lo chiama più neanche post-moderno, ma che impone la contemporaneità con l'evidenza materiale di molti punti di vista: del precario che chiede un salario garantito, dell'informatico che ha bisogno di software libero, della casalinga che rimane in casa per allevare i figli, dello studente che vuole più formazione. Perché non retribuire la vita prendendo atto del fatto che ciascuno, semplicemente per il fatto che vive in una società produttiva, è a sua volta produttivo?"

Impone l'evidenza materiale

COME "impone"? "chiede", "ha bisogno", "vuole".

Quel che NON si sa, e infatti è un "fatto" di cui "prendere atto", è come funziona questo "semplicemente" perchè vivi in una società produttiva, allora sei produttivo.

COME FUNZIONA LA SOCIETA' PRODUTTIVA? PERCHE' E' PRODUTTIVA?(*)

COME si va dal "chiedere", "aver bisogno" e "volere" all'organizzazione della produzione, QUESTO è il problema scomparso dal "marxismo", e quindi la scomparsa del "marxismo". La PRODUZIONE come problema e attività sociale.

"Ricorda la legge classica del valore-lavoro? Il capitale variabile diventava forza lavoro produttiva solo quando era sotto il capitale. Tutto questo è finito. Pur restando al centro di ogni processo di produzione, il lavoro è il risultato di un'invenzione e i suoi prodotti sono quelli della libertà e dell'immaginazione"-

La "legge" classica del valore-lavoro: "finita". I prodotti del lavoro sono quelli della libertà e dell'immaginazione. Ma COME il lavoro produce "libertà e immaginazione"? Creatività individuale ed espressione di sé (=critique 'artiste')? "Esattamente il contrario. Quella è roba evanescente, per chi cerca Dio al fine di darsi un'anima" (à la bonne heure). "Invece ognuno di noi è una moltitudine, un incrocio di cose che ci arrivano addosso e di cose che esprimiamo, ma che hanno significato solo in quanto siamo comuni. È il concetto del 'Comune', da intendere come ricchezza comune, come Res pubblica, ma sempre in movimento come il linguaggio".

La critique post-artiste, passando per il post-strutturalismo, che rompe davvero con il moderno, che non lo chiama più neanche post-moderno.

Ci si accorge almeno che " "Sono stati pochi i passaggi nei quali l'identità non è stata fascista: la lotta dei vietnamiti per l'indipendenza o quella dei neri americani. Ma in questo caso è un'identità che nello stesso momento in cui si afferma, si annulla, diventa universalità. Le sembra che qui stia accadendo?"

E come può accadere se ci si infischia di COME "l'identità" si annulla e DIVENTA "universalità"? COME SI PRODUCE l'identità, e come si PRODUCE l'universalità da quella? "Prendendo atto" che "siamo" comuni. Come DIVENTIAMO 'comuni'?

O come può accadere se questo è il paradigma?

(*)Manuel Castells: The Rise of the Network Society, The Information Age: Economy, Society and Culture, Vol. I.; The Power of Identity, The Information Age: Economy, Society and Culture, Vol. II; End of Millennium, The Information Age: Economy, Society and Culture, Vol. III

(*)Luc Boltansky-Eve Chiapello: Le nouvel esprit du capitalisme 

 

 

 

Ancora una filosofia della storia!

J.G.HERDER, Ancora una filosofia della storia per l’educazione dell’umanità (1773), tr. it. F. Venturi, Torino, Einaudi, 1981.

La prima importante formulazione della filosofia della storia di Herder, e anche una formidabile critica – benché di lettura non agevole, date le numerose autocensure e lo stile criptico –dell’Illuminismo.

Il fondamento del libro è l’idea che non esiste una linea continua di progresso o evoluzione nella storia, che ogni epoca e ogni civiltà ha la sua nascita, il suo apogeo e la sua fine, e che non ha senso giudicare o anche solo cercare di capire le civiltà usando criteri e principi propri di un’altra civiltà.
Singolarmente, questa idea – che è al fondamento non solo del romanticismo, ma anche delle filosofie storiciste – viene attuata nella forma di una identificazione delle varie civiltà con le varie età dell’uomo. Così, l’età dei Patriarchi, o asiatica, è assimilata all’infanzia dell’uomo; quella greca, alla giovinezza; Roma, alla maturità; ecc. Contemporaneamente, emerge la profonda convinzione di Herder dell’esistenza di una Provvidenza divina all’opera nella storia, che riesce a volgere sistematicamente anche il male nel bene dell’uomo.
Il patriarca è “grande e sereno come la natura, come lei calmo e coraggioso in tutto il suo fare... Tutti egli guidava sulle vie della religione, del diritto, dell’ordine e della felicità”. Secondo Herder, l’idea moderna del dispotismo orientale è ricavata “per astrazione” dalle manifestazioni più violente di imperi in decadenza, ma non ha alcun fondamento storico (“riportiamolo in un mondo in cui esso certo non era quella paurosa cosa che noi, fondandoci sulla nostra propria situazione, siam venuti sognando che fosse”; “quello che tu chiami dispotismo, nel suo tenerissimo seme ancora  propriamente non era che paterna autorità”). Secondo Herder, anzi, v’è per tutti gli uomini un’età in cui le cose si apprendono non per via della fredda ragione, ma “quasi piegandoci e formandoci di sull’autorità, in cui per le sottigliezze del ragionamento sul buono, sul vero, sul bello non abbiamo orecchio né senso né animo e tutti invece ci diamo ai cosiddetti pregiudizi e alle impressioni che in noi lascia l’educazione”. Questi “cosiddetti pregiudizi” sono “forti, profondi, utili ed eterni”, “colonne sulle quali poi tutto doveva esser costruito”. Naturalmente in quell’epoca (che aveva “una semplicità, una forza, un’elevatezza che ora... non ha uguale, nulla di uguale nel nostro filosofico e freddo mondo europeo”) la religione aveva un posto centrale; di qui la “naturalezza” con cui “l’anziano, il padre, il re venne assumendo le veci di Dio e come, altrettanto naturalmente, l’ubbidienza al volere paterno, l’attaccamento alle antiche abitudini, la rispettosa sottomissione ai cenni del superiore, che rappresentava le memorie  dei tempi trascorsi, si venissero mescolando allora con una sorta d’infantile sentimento religioso”. Secondo H., “l’uomo ammira ogni cosa prima di saperla vedere: soltanto attraverso la meraviglia egli arriva all’idea chiara del vero e del bello, e unicamente attraverso la sottomissione e l’ubbidienza egli giunge al primo possesso del bene, e nello stesso modo certamente procede anche il genere umano tutto intero”. Ed è chiaramente un errore “bollare questa ignoranza e meraviglia, questa fantasia e venerazione, quest’entusiasmo e infantile sensibilità con i più neri e diabolici termini del tuo secolo, e cioè inganno e stolidità, superstizione e schiavitù” (secolo del resto pieno, aggiunge malignamente H., “di tollerante oppressione, sfruttamento e rischiaramento [Aufklaerung]”).
Poi venne l’Egiutto, dove la vita errante del nomade pastore si fissò in residenze e dimore fisse e nacque l’agricoltura, la proprietà terriera, le misurazioni, l’amministrazione pubblica, in una parola le istituzioni e lo Stato. E i cambiamenti (il passaggio dalla infanzia all’adolescenza) furono anche più in profondità (il senso della famiglia patriarcale si muta in sentimento della famiglia come status sociale; la donna “acquista una sua personalità”, ecc.). Anche qui, lo sviluppo non può che venire dalla religione e dall’autorità  (“anche con un giovinetto di sette anni non si può procedere ragionando e cavillando”).
Con i Fenici, un ulteriore sviluppo: ci si apre al mare (“o arcipelago mediterraneo, qual gloria è mai la tua nella storia dello spirito umano!”), alla conoscenza di mondi nuovi e di genti straniere, e nascono altresì i traffici e i mercati, e “la forma politica fece un gran passo verso la libertà repubblicana”. Nacque anche “un istinto del tutto nuovo, di cui la natura non ci aveva dotati, l’istinto del lucro, delle comodità, dell’abbondanza e del fasto”, e dai misteriosi geroglifici si passa “naturalmente” alla scrittura alfabetica e alla numerazione.
La Grecia è quindi la giovinezza florida dell’umanità, per la quale H. si spertica in eloquenti elogi. Caratteristicamente, comunque, per H. la “libertà greca” si sviluppa come lo sbocciare di un fiore (e lo definisce proprio “fausto fenomeno della natura”) sul tronco del dispotismo asiatico e egiziano e delle forme aristocratiche fenicie. Il mondo politico greco è caratterizzato per H. dalla compresenza di unità e divisione, di sentimento di appartenenza a un’unica cultura e di distinzione in città e repubbliche distinte. D’altronde, secondo H. qualcosa della nativa profondità e maestà delel epoche precedenti va perduta con la Grecia (ad esempio, la religione diviene “spettacolo”, “favola”); ma questo per H. è inevitabile, giacché “l’uomo non è un vaso capace di perfezione: sempre deve abbandonare qualcosa man mano che procede”). E la Grecia, indubbiamente, progrediva.
Anche Roma è presentata, abbastanza prevedibilmente, come l’epoca della virile fermezza, della giustizia e dell’imperio, come nel celebre verso virgiliano (Tu regere imperio populos...). Con essa, “il destino del mondo antico era maturo. Il tronco dell’albero aveva raggiunto il punto suo più alto e tendeva a raccogliere sotto la propria ombra, tra i suoi rami, popoli e nazioni” (da notare come le metafore vegetali ricorrano continuamente sotto la penna di H.): “caduta era la barriera che divideva nazione da nazione, il primo passo era compiuto sulla via della distruzione dei caratteri nazionali di ognuna, per gettarle tutte in una medesima forma, che si venne chiamando <<popolo romano>>”.
A questo punto segue una riflessione di H. sulla inutilità e vanità delle generalizzazioni, che si sviluppa in uno stupefacente brano sulla ineffabilità dell’esperienza (davvero un passo cruciale per intendere il romanticismo e l’irrazionalismo): “chi non ha osservato quanto ineffabile sia l’esprimere distintamente proprio l’elemento distinto della personalità di un uomo, come egli viva e senta, come si facciano diverse e sue tutte le cose quando il suo occhio le vede, la sua anima le misura, il suo cuore le sente, e che profondità sia nel carattere anche d’una sola nazione...O smorte, dimezzate ombre di parole!... Dobbiamo simpatizzare in primo luogo con la nazione, per sentire anche una sua singola inclinazione e attività”. Ma questo non è facile. Tutti possiamo credere di essere un po’ patriarchi, un po’ egiziani, un po’ greci, ma “ecco, lettore, proprio qui sta il punto. Il più vile degli scellerati ha pur sempre, senza dubbio, una vaga possibilità e inclinazione a diventare un magnanimo eroe, ma tra questo e il sentirsi tutto, vita ed esistenza, un tal carattere c’è un abisso, e se null’altro ancor ti manca dunque che il tempo e l’occasione per trasformare le tue disposizioni orientali, greche e romane in facoltà effettive, in solidi impulsi, sei ancor sempre di fronte a un abisso”. Se ci mettiamo, come dobbiamo, dinanzi alla “totalità del processo”, si nota che l’uomo progredisce “in una lotta graduale”, anzi procede proprio laddove “trovi uno stimolo alla virtù, alla lotta, al progresso”. Precisamente, “nulla si crea se il tempo, il clima, il bisogno, il mondo, il destino non ne porgon l’occasione”. I confronti, aggiunge H, sono “fondamentalmente falsi”, ed alla domanda “qual è stato nella storia il popolo più felice?” non si può dare che questa risposta: “in un’epoca determinata, in determinate circostanze, ogni popolo raggiunse un simile istante, una simile condizione, oppure bisogna concludere che non sia mai esistito. E cioè.... l’umana natura non è ricettacolo di una felicità assoluta, perfetta, invariabile... ovunque, invece, l’umanità assorbe quanta più felicità le è possibile... E l’ideale stesso della felicità varia a seconda delle circostanze e dei paesi”. Ne segue che il “tono generale, filosofico-umanitario del nostro secolo, che tanto volentieri concede il <<nostro ideale>> di virtù e di felicità a quelle lontane nazioni.... come potrebbe poi essere un arbitro tanto eccellente da poter giudicare, condannare, e magari solo immaginarsi i loro costumi partendo dai propri?”. Questo è il punto che interessa H. “Chi finora ha inteso spiegarci lo sviluppo del secolo nostro è quasi sempre partito da un’idea prediletta, dall’idea cioè d’un progresso dei singoli verso una maggiore virtù e felicita”; ma ciò si è potuto fare solo mediante acconce ricostruzioni che occultano o magnificano fatti, “e si son così potuti fare dei romanzi sul generale e progressivo miglioramento del mondo, romanzi a cui niuno crede e tanto meno l’autentico alunno della storia e del cuore umano”. L’unico progresso che H. concepisce è quello dell’albero che cresce, o dell’uomo “che tende verso l’alto”. Così come l’uomo cresce nelle sue varie età, così “nella sua propria età nessuno è mai solo, costruisce sul passato, e diventa base del futuro, altro non vuol essere. Così parla l’analogia della natura, la parlante immagine di Dio in tutte le opere sue, e questo pure è il linguaggio del genere umano”. Un “progresso”, come si vede, e sia pure in un senso tutto peculiare, è possibile anche nel pensiero reazionario!
Il punto cruciale di questa ricostruzione herderiana si trova nella trattazione del Medioevo. Roma cadde perché ormai priva di energie, “mentre a Settentrione era nato un uomo nuovo”: i barbari che portarono nel mondo non solo nuove energie, ma anche “un gran numero di leggi e istituzioni... E le loro leggi, come spiravano coraggio civile, senso d’onore, fiducia nella ragione, probità e ossequio agli dei! Il loro feudalesimo, sclazando le tuultuose, popolose e sfarzose città, ricoltivò le terre, ridiede un lavoro alle mani e agli uomini, facendosi della gente sana e perciò stesso anche soddisfatta”. Le innumerevoli suddivisioni della società riuscirono a  tener lontano per molto tempo il dispotismo, “vera maledizione dell’umanità”.  La loro religione fu il cristianesimo, che fu, diversamente da ogni altra precedente, per sua stessa vocazione una religione universale: non più strettamente nazionale, non più carica “d’immagini e travestimenti.... di cerimonie e usi nazionali”, ma “pretta filosofia morale, purissima teoria della verità e dei doveri, sciolta da tutte le leggi e costituzioni locali; in breve, dunque, se si vuole, il più filantropico dei deismi”. Le innumerevoli critiche al medioevo sono per H. del tutto insensate: “esso non è né più né meno che una singola condizione del mondo, inconfrontabile con qualunque delle precedenti, come quella dotata di vantaggi e svantaggi, su di quella fondata anche se in eterna metamorfosi e processo”. Se non comprendiamo quelle istituzioni e quei legami medievali, è perché non siamo più in grado di “sentirli”: “schernendo l’antica servitù della gleba, i rozzi manieri della nobiltà, i molteplici isolotti e le suddivisioni  e tutto quello che ne derivava, altro non fai se non lodare il dissolversi di tali vincoli, e credi vedere in tutto ciò il maggior bene dell’umana specie, la liberazione d’Europa e con essa del mondo tutto. Ma fu davvero liberazione? O ingenui sognatori... ma osservate invece come proprio in grazia di una simile situazione si venissero concretando allora cose che anche tutto il senno umano sarebbe stato troppo debole per compiere. L’Europa fu allora ripopolata e coltivata, schiatte e famiglie, signori e servi, re e sudditi furono sempre più ravvicinati, vincolati con legami sempre più solidi, i cosiddetti rozzi manieri furono allora ostacoli allo sviluppo delle lussuose e malsane città, baratro delle forze vitali dell’umanità, e  l’assenza del commercio e del raffinamento impedirono ogni sfrenatezza, mantenendo la semplice umanità, la castità e la fecondità nel matrimonio, la povertà, la solerzia e la compattezza nelle famiglie.... impedirono la più dura tra le umane tribolazioni, la schiavitù della propria terra e dell’anima, schiavitù nella quale evidentemente l’umanità sta ora sprofondando con cuore gaio e sereno, dacché tutti quegli isolotti sono andati sommersi.” E qui arriva una grande tirata contro l’illuminismo: “E’ mai possibile esista qualcuno incapace d’intendere che la luce non è un alimento per gli uomini, che la tranquillità, il lusso e la cosiddetta libertà del pensiero non possono mai costituire la felicità e la vocazione di tutti? Il sentimento invece, il movimento, l’attività, anche se poi debbano dimostrarsi privi d’uno scopo... anche se accompagnati d a urti e rivoluzioni, anche se congiunti a sentimenti che qua e là possono diventare fanatici, violenti, repellenti, queste son le vere potenze, strumento nelle mani delle circostanze! Il cuore  e non la testa ne è nutrito, le inclinazioni e  gli istinti tengono allora avvinta ogni cosa, e non più pensieri infermicci... forze e virtù d’onore e di libertà, d’amore e valentìa, di cortesie e di parola, ove siete mai scomparse?... ridateci la vostra devozione e superstizione, l’oscurità e l’ignoranza, il disordine e la rozzezza di costumi, e prendetevi la luce e l’incredulità, la snervata freddezza e la raffinatezza, la filosofica rilassatezza e l’umana miseria nostra!”. L’unica cosa che un moderno potrebbe dire è che la corruzione sia necessaria perchè poi ne possa nascere “il miglioramento e l’ordine”. Eppure anche questa posizione non convince H.: “non posso indurmi a credere che esista nell’intero regno di Dio una cosa qualsiasi che sia soltanto mezzo: tutto insieme è mezzo e fine; e tali sono pure quei secoli”. E in tutta quella molteplicità di popoli e di monarchie, ”il papato con tutta la sua violenza fu una macchina nelle mani del destino per un più alto vincolo, perché ci si dovesse riconosiere universalmente cristiani, fratelli, uomini”. [Dove è da notare, per l’ennesima volta, il fatto che è il “destino”, come altrove la Provvidenza, o il caso e il gioco delle circostanze, a condurre la danza degli eventi umani: mai gli uomini stessi e la loro ragione].
Nei confronti del Rinascimento, H. mantiene una certa freddezza (e ancora una volta H. si sente tenuto a dire, “a imperitura gloria dell’umana ragione, che non fu essa... ma piuttosto il cieco detsino che tutte le cose vara e pilota, ad operare in questo universale canngiamento. A mutare il mondo intervennero fatti grandiosi e per così dire mandati dall’alto, superiori alle energie ed alle prospettive umane... Uomo, tu fosti sempre, quasi contro tua voglia, un piccolo cieco strumento”), e di fatto vi riconosce solo “una meccanica”, una grande rivoluzione tecnica e scientifica (H. si concentra sulle armi da fuoco, che fanno sparire l’antico valore; la stampa, che trasformò e allargò il mondo della conoscenza; e la bussola, che aprì la strada alle grandi scoperte geografiche). Ma quel che interessa H. è sempre un’altra cosa, e forse la teoria della violenza e del sangue come crogiolo del cambiamento (quello che di recente Glucksmann ha considerato una tipica invenzione dell’Occidente moderno) ha origine proprio qui: “- Perché- esclama il placido filosofo – simili riforme non avvengono piuttosto senza rivoluzioni?.... Ma ecco la risposta: un tale tranquillo processo dello spirito umano che tende al miglioramento del mondo non è altro che un fantasma della vostra mente, e  non mai rappresenta il corpo di Dio nella natura. Il seme cade in terra, vi giace irrigidendosi, ma ecco il sole a risvegliarlo, esso si spacca, i tegumenti si gonfiano e aprono con violenza, ecco che penetra nel terrneo... e così pure fa il fiore, così il frutto; soltanto il laido fungo può crescere come tu vai sognando. L’origine prima di ogni riforma fu sempre questa, un piccolo seme che cade ignoto in terra, neppure vale la pena allora di parlarne; gli uomini lo possedevano da tempo questo germe, l’avevano visto e non l’avevano notato; ma per esso dovranno mutarsi inclinazioni, costumi, un intero mondo di abitudini; e come sarebbe possibile ciò senza rivoluzioni, senza passioni e movimenti?”.
Segue poi una celebre satira della vita, della filosofia e della cultura moderna, che secondo H. è “una meccanica”. Il soldato altro non è che un servo in livrea, e sparite le “forme gotiche” dei ceti, delle libertà e delle proprietà, ecco che si forma un “amalgama così compatto” che tutti quanti diventano o signori o servitori, anch’essi in livrea. “E ognuno può tirare le somme. la luce è moltiplicata e diffusa all’infinito, e  la volontà e l’istinto di vivere di gran lunga affievoliti, Più alte sono le idee sull’universale amore fra gli uomini, i popoli, i nemici, ma indeboliti sempre più i caldi affetti per il padre, la madre, il fratello, il figlio, l’amico?... ciascuno è al tempo stesso avvinto dalle più miserabili catene della pavidità, dell’ignominia, della fiacca opulenza, della piaggeria e della squallida sconsideratezza. La capacità e la tecnica sono sconfinatamente estese, ma tutte le possibilità si concentrano nelle mani dell’uno o dell’altro, che soli pensano per tutti: per effetto della macchina è scomparsa ogni voglia d’esistere, d’agire, di vivere la vita da uomini, nobili, attivi, soddisfatti. Non è forse scomparsa? Nel complesso e nei più minuti dettagli, il solo pensiero è quello del padrone.... Ciascuno di noi porta l’uniforme del proprio ceto, ciascuno è macchina”. Dove si vede come l’odio per il dispotismo può condurre con perfetta coerenza alla posizione più reazionaria.
Poiché per H. la formazione e il perfezionamento delle nazioni sono “un’opera del destino: risultato di mille cause concomitanti, e dell’intero elemento nel quale esse vivono”, voler fondare le stesse sull’educazione “è vero gioco da fanciulli”. Infatti, “le idee non danno altro che idee”, mentre “che può significare educare, formare, se non risvegliare e ridar forza alle inclinazioni umane che animano e rendon felice l’umanità? Un abisso separa questo da quanto sta ora avvenendo”. Il dramma contemporaneo per H. è che “capo e cuore sono ormai scissi”, sicché “il pulpito risuona di princìpi che tutti ammettiamo, conosciamo, che ci commuovono, e che lasciamo al predicatore. E lo stesso è nei libri, nella filosofia e nella morale”.
Anche la pretesa illuministica di riformare la società mediante la legislazione (“una filosofia universale dell’uomo, un codice della ragione, dell’umanità o che altro ancora”) muove i sarcasmi di H., dato che “ciò serve ben meglio ad abbacinare che non a fare qualcosa di veramente utile. Così certo si potranno ricavare da tutti i tempi e da tutte le nazioni e per tutti i tempi e tutte le nazioni, tutti i principi generali del giusto e del bello, le massime sulla filantropia e la saggezza, i panorami ... per tutti i tempi e tutte le nazioni? Dunque inutili, purtroppo! proprio per quel popolo sul quale un codice dovrebbe conformarsi come un suo abito”. In tutt’altro modo si operava in “quell’età e quei popoli in cui tutto era ancora chiuso entro i limiti della nazione. La cultura sorgeva da particolari e singoli bisogni e ad essi tornava, s chietta esperienza, azione, pratica della vita in un ambiente determinato... Proprio là invece il linguaggio era acconcio e concreto, ogni parola aveva il suo proprio posto, e nei tempi migliori neppur si parlava con le parole, ma con l’azione, il costume, l’esempio... come tutto era diverso, determinato, forte ed eterno... Noi parliamo in una volta a cento ceti, classi, età e stirpi uamne, per non dir più nulla a nessuno... Là era e restava saggezza del cittadino, storia di un oggetto umano, linfa ricolma d’alimento.... basta con i luoghi comuni sul miglioramento, basta con la cultura cartacea, ma non appena possibile, istituti, azioni! Lasciate che parlino e fantastichino nell’azzurro del cielo coloro che hanno la sfortuna di non poter far altro”.
O leggiamo quest’altro importante passo: “Civiltà e costumi! Quanto erano miserabili, quando ancora esistevano le nazioni e i caratteri nazionali: odio reciproco, ostilità contro gli estranei, attaccamento al proprio centro, pregiudizi tradizionali, legami con la zolla sulla quale siam nati e nella quale marciremo, concezioni locali, ristretta cerchia d’idee: eterna barbarie dunque. Da noi invece, grazie  a Dio, si è estinto ogni carattere nazionale, un vincolo d’amore ci stringe tutti, o piuttosto nessuno sente più il bisogno di amare il prossimo, pratichiamo con tutti, siamo del tutto uguali gli uni agl ialtri: costumati, cortesi, felici. In verità, non abbiamo più né patria né nulla di nostro per cui vivere, ma siamo fiulantropi e cosmopoliti. Già tutti i reggitori d’Europa parlan francese  e presto lo parlerà ognuno. E allora, o felicità! rinasce il secol d’oro, <<tutto il mondo aveva allora una sola lingua! sarà un sol gregge e un solo pastore!>>. Caratteri anzionali, dove siete voi mai?”. Il nazionalismo moderno è dietro l’angolo.
H. ribadisce, nell’ultima parte del libro, la sua convinzione che “un tal crescere, un tal processo vicendevole nulla abbia a che fare con la perfettibilità nel senso scolastico e limitato della parola... Non è più seme quando è germoglio, né tenero germoglio quando è già albero. E sul tronco ecco già sta la corona; ma quando ogni ramo, ogni fronda volesse farsi tronco o radice, che ne sarebbe dell’albero? Orientali, Greci, Romani furono una volta sola al mondo, in un sol punto dovevano toccare quell’elettrico circuito tracciato dal destino. E noi perciò, quando vogliamo essere tutt’insieme Orientali e Greci e Romani nbon siam più positivamente nulla di nulla. In Europa dev’esservi forse ora più virtù che mai non fosse nell’intero mondo? E perché? Perché superiore è il rischiaramento... Credo che, proprio per questo, meno dovrebbe esservene”. Non ci sono più guerre civili, non ci sono più vizi, perché gli uomini dell’Europa contemporanea non hanno più le virtù, l’energia, le passioni dei loro antenati. “Probabilmente l’uomo resterà sempre uomo, secondo l’analogia stessa di tutte le cose, nient’altro che uomo! Raffigurarsi l’uomo come un angelo o un diavolo sarà sempre un tesser romanzi, esso sarà sempre qualcosa d’intermedio fra i due... questa arcana doppia creatura... come creatura delle circostanze e del tempo, altro non poté produrre se non virtù nazionali e temporali. fiori che qua crescono sotto il cielo, e quasi vengono su senza sforzo, e là muoiono e miseramente avvizziscono”; e in questo si vede appunto la misericordia divina, che fa fiorire l’unico germe “che viene in luce diversamente sviluppandosi, in diverse forme, e pur mantenendo sempre un’unica proporzione e unione interiore di forze”. Nulla è fine e nulla è mezzo, e solo Dio può vedere in questo intrico il disegno ultimo. Ma è bene non illudersi, perché questo saggio criticare le certezze e le generalizzazioni storiche si rivela poi per quel che politicamente non può non essere: “sotto il grande albero del padre comune... su quest’albero son io forse l’aquila o magari il corvo...Una piccola venuzza d’una foglia son io in quest’albero, una piccola virgola o lineetta sul libro di tutti i mondi. Ma checché io sia, la voce dal cielo in terra mi grida che al mio posto significo anch’io qualcosa. Con le mie forze riserbare al tutto e pur sempre con un senso di felicità proporzionato a tali forze. Se lo scopo e l’accordo dell’organizzazione familiare richiedessero da mio fratello che egli fosse un vaso d’oro e io di terra, e se proprio vaso di terra io fossi nel mio fine, nel suono, nella durata, nel sentimento e  nella capacità, dovrei io forse contender per questo con l’artefice? Io non son trascurato affatto, nessuno mi è anteposto, la sensibilità, l’attività, la capacità sono ripartite nell’uman genere. E il fiume qui viene asportando e là aggiungendo terra. Colui cui molto è dato, molto deve rendere. Chi è confortato da molti sensi, con molti sensi deve operare”.
Il libro si chiude con una pagina sorprendentemente ottimistica: “l’epoca nostra aprirà quanto prima molti occhi... Impareremo così a tener in conto età che disprezzavamo, si risveglierà il senso di una comune umanità e felicità e gli sguardi gettati su qualcosa di più alto che non il chiuso mondo quotidiano dellì’uomo, concluderemo la storia nostra, tanto piena di rovine, indciandoci un piano dove prima non sapevamo vedere che confusione. Ogni cosa troverà il suo posto e tu, storia dlel’umanità intesa nel senso più alto, sarai infine realtà”.

May 9, 2008

New Italian Epic: serait-ce possible?

"Giusto e serio. I due aggettivi non sono scelti a caso. Le opere del New Italian Epic non mancano di humour, ma rigettano il tono distaccato e gelidamente ironico da pastiche postmodernista. In queste narrazioni c'è un calore, o comunque una presa di posizione e assunzione di responsabilità, che le traghetta oltre la playfulness obbligatoria del passato recente, oltre la strizzata d’occhio compulsiva, oltre la rivendicazione del "non prendersi sul serio" come unica linea di condotta."

Leggo questa come prima caratteristica del New Italian Epic nel saggio di Wu Ming 1..

Serait-ce possible?

"Queste narrazioni sono epiche perché riguardano imprese storiche o mitiche, eroiche o comunque avventurose: guerre, anabasi, viaggi iniziatici, lotte per la sopravvivenza, sempre all'interno di conflitti più vasti che decidono le sorti di classi, popoli, nazioni o addirittura dell'intera umanità, sugli sfondi di crisi storiche, catastrofi, formazioni sociali al collasso".

Niente più panze ipertrofiche e coscienze sanguinanti e mélodrammi di 40-enni?

"La storia di Robin Hood è sopravvissuta ed è ri-narrata a ogni generazione perché la sua allegoria
profonda continua ad "attivarsi" nel presente, a interrogare il tempo in cui vive chi la legge o ascolta."

Vrai de vrai? 

Ditemi, a me che non conosco uno solo dei testi exemplari citati, ditemi che è così! Ditemi che sta davvero succedendo, ditemi che è vero anche solo questo, e gli passo anche le altre 6 caratteristiche e l'"analisi" e il resto del saggio.

Ne avreste finalmente abbastanza della "depressione postmodernista"? (Cfr. capitolo "Dopo il '68 la depressione postmodernista", nel saggio "Rivolutioni e controrivoluzioni filosofiche" in "Mai 68 expliqué à Nicolas Sarkozy", di A. Glucksmann, da leggere - se lo desiderate - insieme a "Forget '68" di Daniel Cohn-Bendit). E possibile che tutto questo si metta in moto intorno a l'elezione di Sarko, per i francesi, e nelle Università Canadesi e USA, addirittura nel diabolico covo del MIT, per gli italiani?

Sarebbe magnifico.... 

 

May 5, 2008

L'uomo naturalmente buono

S. DOVLATOV,  Il libro invisibile, Palermo, Sellerio, 2007.

Tutti quelli che amano Dovlatov (come me) saranno felici di sapere che la benemerita casa editrice Sellerio (che quindi non pubblica solo Camilleri o Carofiglio), per le cure della benemerita traduttrice Laura Salmon, ha pubblicato in italiano un altro libro del grande scrittore russo. Stavolta si tratta di una storia delle peripezie letterarie di Dovlatov, delle vicende grottesche e assurde che hanno accompagnato le sue fatiche letterarie e i suoi tentativi di farsi pubblicare i suoi lavori in URSS: tutti tentativi frustrati per motivi vaghi e inverosimili (Dovlatov nel libro riproduce anche alcune surreali ma autentiche lettere di rifuto da parte di riviste e case editrici).

Narra di fenomeni singolari come quello per cui uno  scrittore decide di prostituirsi scrivendo una porcata nello stile gradito alla censura, e di vedersi ciononostante rifiutata la pubblicazione (“Alla rivista ‘Neva’ lessero il mio racconto e lo rifiutarono.
Lerman mi spiegò: -Troppo buono per noi.
- Peggio di così non è possibile- dissi io.
- E’ possibile. Difficile, ma possibile. Se vuoi convincerti, apri la rivista ‘Neva’...”); e in fondo è non meno sorprendente il modo in cui, secondo Dovlatov, Josif Brodskij si difendeva dal sistema sovietico:
In confronto a Brodskij, gli altri giovani anticonformisti sembravano impiegati delle poste.
Brodskij aveva ideato un inaudito modello comportamentale. Non viveva in uno Stato proletario, ma nel monastero del proprio spirito.
Non combatteva il regime. Non lo notava, ne sospettava a malapena l’esistenza. La sua disinformazione riguardo alla vita sovietica sembrava finta. Ad esempio, era sicuro che Dzeržinskij fosse ancora vivo. E che Komintern fosse il nome di un complesso musicale.
Non riconosceva i membri del Politbjuro. Quando sulla facciata del suo palazzo avevano issato un ritratto di sei metri di Mčavanadze, Brodskij aveva chiesto:
- Chi è quello? Assomiglia a William Blake...
Col suo comportamento Brodskij violava un insieme di direttive di straordinaria importanza. E così lo avevano esiliato nella provincia di Archangel’sk.

Il potere sovietico è come una signora permalosa. Guai a chi la offende, ma, peggio ancora, a chi al ignora.”

Insomma, è il solito libro di Dovlatov.

In realtà, questa recensione è meno a proposito del libro di Dovlatov che della postfazione della curatrice, Laura Salmon*. Che, ripeto, è una persona assolutamente benemerita e ammirevole. Però ha scritto questo passo che non mi ha affatto convinto:

La pravda del realismo socialista era tanto semplice quanto indifendibile: l’uomo per natura era buono e solidale, la vita era bella e foriera di un futuro radioso, i russi avrebbero realizzato l’<<uomo nuovo>> che avrebbe salvato il mondo dalla schiavitù del capitale. L’erroneo postulato rousseauiano, l’idea della bontà innata della specie, era stato posto al centro dell’ideologia culturale bolscevica, di conseguenza la letteratura sovietica doveva sostenere e diffondere certezze positive, innescare persistenti e unilaterali ottimismi. Chiunque parlasse di delusioni, malinconie, perplessità o dolori (cioè dei temi fondamentali della narrativa e della poesia di ogni tempo) era per definizione sospettato di remare contro l’immagine positiva e positivistica del socialismo trionfante”.

Quel che non mi convince di questo brano è cosa c’entra il postulato russoiano dell’uomo naturalmente buono con un problema di istituzioni e  strutture sociali cattive (come, nella fattispecie, quelle sovietiche) che, a sua volta, si rifletteva nella letteratura ufficiale sovietica (non in quella clandestina, ovviamente) in una soffocante e uniforme mistificazione della vita morale e intellettuale. Che l’uomo sia buono, cattivo, uin po’ buono un po’ cattivo, rimane comunque il fatto che, in un sistema giuridico-social-economico cattivo, le conseguenze culturali saranno pessime non in virtù della natura dell’uomo, ma  a causa delle istituzioni.

*E questo, a pensarci, è molto dovlatovlesco.