L'uomo naturalmente buono
S. DOVLATOV, Il libro invisibile, Palermo, Sellerio, 2007.
Tutti quelli che amano Dovlatov (come me) saranno felici di sapere che la benemerita casa editrice Sellerio (che quindi non pubblica solo Camilleri o Carofiglio), per le cure della benemerita traduttrice Laura Salmon, ha pubblicato in italiano un altro libro del grande scrittore russo. Stavolta si tratta di una storia delle peripezie letterarie di Dovlatov, delle vicende grottesche e assurde che hanno accompagnato le sue fatiche letterarie e i suoi tentativi di farsi pubblicare i suoi lavori in URSS: tutti tentativi frustrati per motivi vaghi e inverosimili (Dovlatov nel libro riproduce anche alcune surreali ma autentiche lettere di rifuto da parte di riviste e case editrici).
Narra di fenomeni singolari come quello per cui uno scrittore decide di prostituirsi scrivendo una porcata nello stile gradito alla censura, e di vedersi ciononostante rifiutata la pubblicazione (“Alla rivista ‘Neva’ lessero il mio racconto e lo rifiutarono.
Lerman mi spiegò: -Troppo buono per noi.
- Peggio di così non è possibile- dissi io.
- E’ possibile. Difficile, ma possibile. Se vuoi convincerti, apri la rivista ‘Neva’...”); e in fondo è non meno sorprendente il modo in cui, secondo Dovlatov, Josif Brodskij si difendeva dal sistema sovietico:
”In confronto a Brodskij, gli altri giovani anticonformisti sembravano impiegati delle poste.
Brodskij aveva ideato un inaudito modello comportamentale. Non viveva in uno Stato proletario, ma nel monastero del proprio spirito.
Non combatteva il regime. Non lo notava, ne sospettava a malapena l’esistenza. La sua disinformazione riguardo alla vita sovietica sembrava finta. Ad esempio, era sicuro che Dzeržinskij fosse ancora vivo. E che Komintern fosse il nome di un complesso musicale.
Non riconosceva i membri del Politbjuro. Quando sulla facciata del suo palazzo avevano issato un ritratto di sei metri di Mčavanadze, Brodskij aveva chiesto:
- Chi è quello? Assomiglia a William Blake...
Col suo comportamento Brodskij violava un insieme di direttive di straordinaria importanza. E così lo avevano esiliato nella provincia di Archangel’sk.
Il potere sovietico è come una signora permalosa. Guai a chi la offende, ma, peggio ancora, a chi al ignora.”
Insomma, è il solito libro di Dovlatov.
In realtà, questa recensione è meno a proposito del libro di Dovlatov che della postfazione della curatrice, Laura Salmon*. Che, ripeto, è una persona assolutamente benemerita e ammirevole. Però ha scritto questo passo che non mi ha affatto convinto:
“La pravda del realismo socialista era tanto semplice quanto indifendibile: l’uomo per natura era buono e solidale, la vita era bella e foriera di un futuro radioso, i russi avrebbero realizzato l’<<uomo nuovo>> che avrebbe salvato il mondo dalla schiavitù del capitale. L’erroneo postulato rousseauiano, l’idea della bontà innata della specie, era stato posto al centro dell’ideologia culturale bolscevica, di conseguenza la letteratura sovietica doveva sostenere e diffondere certezze positive, innescare persistenti e unilaterali ottimismi. Chiunque parlasse di delusioni, malinconie, perplessità o dolori (cioè dei temi fondamentali della narrativa e della poesia di ogni tempo) era per definizione sospettato di remare contro l’immagine positiva e positivistica del socialismo trionfante”.
Quel che non mi convince di questo brano è cosa c’entra il postulato russoiano dell’uomo naturalmente buono con un problema di istituzioni e strutture sociali cattive (come, nella fattispecie, quelle sovietiche) che, a sua volta, si rifletteva nella letteratura ufficiale sovietica (non in quella clandestina, ovviamente) in una soffocante e uniforme mistificazione della vita morale e intellettuale. Che l’uomo sia buono, cattivo, uin po’ buono un po’ cattivo, rimane comunque il fatto che, in un sistema giuridico-social-economico cattivo, le conseguenze culturali saranno pessime non in virtù della natura dell’uomo, ma a causa delle istituzioni.
*E questo, a pensarci, è molto dovlatovlesco.
Commenti
E' chiaro che un sistema giuridico-social-economico cattivo non può non avere conseguenze pessime sul piano della cultura, ma se quel sistema elabora anche una specifica dottrina estetica che pretende di vincolare la produzione artistica e letteraria ad una visione del mondo unilaterale (l'uomo è buono e solidale, ogni conflittualità e contraddizione è eliminata, e così via), le conseguenze sono ancora peggiori.
D'accordo, ma non è che quella "specifica dottrina estetica che pretende di vincolare la produzione artistica e letteraria ad una visione del mondo unilaterale" sia nata dal nulla: è anch'essa il frutto del sistema giuridico-social-economico cattivo. E' questa la radice del male, non l'idea che l'uomo sia naturalmente buono (non riesco a credere, infatti, che se Zdanov* avesse imposto l'idea hobbesiana le conseguenze culturali sarebbero state migliori).
*Dimenticavo: secondo Dovlatov, chiamare un'università sovietica "Zdanov" è più o meno come chiamare un'università americana "Al Capone" :-))
Io credo che per capire l'Unione Sovietica sia necessario considerare che la Rivoluzione fu fatta dalle classi più povere ed arretrate dell'Europa di quel periodo. Le quali, una volta preso il potere, diffusero attraverso il potere istituzionale i propri parametri sottoculturali, dopo aver dato loro una riverniciatura marxista e umanitaria. Da qui la censura verso chi non si adeguava alla retorica dell'uomo nuovo.
In realtà però era ancora l'uomo vecchio a parlare, il contadino ex servo della gleba, abituato da sempre all'obbedienza allo Stato che improvvisamente era diventato lo Stato.
C'è qualcosa di vero in quello che ha detto Adriano. Nella letteratura marxista c'è sempre stata la tesi che quella del '17 fosse stata (usando le parole di Gramsci) una rivoluzione contro il Capitale.
Ripeto: che cosa sarebbe cambiato se al centro del sistema di Zdanov ci fosse stato non l'uomo buono di Rousseau ma quello cattivo di Hobbes? Se il ministro dell'istruzione fosse stato Blok anziché Lunaciarskij? Se a prendere il potere non fossero state le "classi più povere ed arretrate d'Europa"? E la "sottocultura" che queste classi povere e arretrate si portavano appresso come una soma o un bagaglio opprimente, da dove veniva? Dal vuoto?
Quanto all'idea che la rivoluzione sovietica fose stata una rivoluzione non marxista o antimarxista, be', il massimo che si può dire è che è stata una posizione assai minoritaria :-))
Cioè tu sostieni se capisco bene, che è il sistema economico e materiale a determinare la società, e non l'ambiente culturale, cioè prendi posizione a favore dei fattori materiali piuttosto che di quelli spirituali come motore della storia, almeno di questa di cui ci stiamo occupando ora?
Sono d'accordo, pienamente, e infatti la povertà materiale delle masse, il loro abbrutimento umano era dovuta a secoli e forse millenni di soprusi subiti, e quando hanno potuto rivoltare la situazione lo hanno fatto.... anche se, manco a dirlo, anche in quella situazione "rivoluzionaria" si è creata un'élite di dominio tipicamente asiatica dispotica, l'élite del partito! Col risultato che le disparità c'era no lo stesso e forse non (molto) meno di prima.
x KK
Dal punto di vista delle adesioni forse sì (immagina di criticare uno dei vincitori della Seconda guerra mondiale, un detentore di armi atomiche, uno che manda in orbita dei satelliti, che prende un sacco di medaglie alle Olimpiadi e che ad un certo punto della sua storia ha una crescita annua forte). Ma (e forse ci scriverò qualcosa) il dibbattito cominciò già con Marx e si prolungò sino al crollo dell'Urss, con molti protagonisti (da Marx e Bakunin ai populisti russi a Plechanov, Kautski, Luxemburg, i menscevichi, Bordiga etc etc)
Be', non vorrei sembrare eccessivamente determinista!
Intendo dire che parlare di "natura umana" (uomo naturalmente buono, o naturalmente cattivo) è insensato, perché l'uomo non è naturalmente né buono né cattivo: l'uomo è capace della estrema bontà e della estrema malvagità, di egoismo sopraffattore e di altruismo fino al sacrifico di sé, di essere angelo o bruto. E' una verità che si sa da sempre, che tutta la letteratura di tutti i tempi e di tutti i paesi ha sempre unanimemente ripetuto; e noi italiani in particolare - noi che abbiamo pur sempre avuto un Pico della Mirandola ad affermarlo con le parole forse più belle, nella De Hominis Dignitate - non ce lo dovremmo scordare.
Invocare la natura umana per spiegare la storia è uno stratagemma inutile, perché è come invocare l'onnipotenza di Dio: poiché la natura umana è capace di tutto, rimane da spiegare perché la natura umana nella circostanza X ha prodotto il risultato A anziché un altro risultato.
Ciò detto, non ho la minima intenzione di dire che l'economia o le istituzioni hanno la precedenza causale sulla cultura: primo, manco Marx ed Engels arrivarono a tanto (si sono sempre limitati a dire che la struttura determina la sovrastruttura "in ultima analisi" e non hanno mai negato l'esistenza di effetti reciproci; secondo, perché io non sono nemmeno marxista; terzo, perché anche l'economia e le istituzioni sociali, giuridiche ecc. sono prodotti culturali.
(Non so se mi sono spiegato... :))
Ti sei spiegato bene, ma c'è una (parziale) spegazione del fatto che è tutt'altro che insensato dire che la natura umana ha la sua importanza.
è insensato parlare di uomo naturalmente buono o di uomo naturalmente cattivo se si parla di una astratta razza umana.
Ma se si parla di individui esistono molte singole diverse tendenze che possono spingere a comportamenti individuali che poi si riflettono anche sul corso della storia.
Cioè alla fine la realtà ha una tale complessità, che in ogni situazione storica l'influenza delle condizioni materiali, della natura umana e della cultura del tempo è impossibile da distinguere con certezza senza cadere in semplificazioni assurde, o nei tentativi di piegare la natura umana con mezzi coercitivi tipici dei totalitarismi di ogni colore.
Forse la frase che può rendere meglio il concetto che cerco di spiegare è quella di Kant:
"Dal legno storto di cui è fatto l'uomo non si può fabbricare nulla che sia veramente dritto"
Assolutamente d'accordo con le considerazioni che hai fatto sul determinismo e su Marx. Non so se sono marxista, ma penso che l'intuizione marxiana del fatto che la sfera materiale sia determinante per la cultura e la società a livello istituzionale sia una delle più grandi del pensiero di ogni tempo (forse l'ultima grande verità umanistica che si sia disvelata all'uomo). Ma penso che cadere nella posizione per la quale tutto deve essere ricondotto a fattori materiali sia stupido e unilaterale, per due ragioni:
a - non vi è nessuna buona ragione per pensare che TUTTO vada ricondotto a un solo ordine di cause e assolutamente NON a un altro: sarebbe cadere nel precedente errore (hegeliano) rovesciandolo;
b - perchè i fattori ASSOLUTAMENTE materiali non esistono: l'economia è un fatto a sua volta spirituale nella misura in cui è creata dall'uomo, dalla sua libera riflessione e volontà (e non solo da fattori a lui esterni, ambientali e produttivi); i fattori cosiddetti spirtituali, soprattutto nella misura in cui si traducono in istituzioni o in convinzioni che guidano l'agire umano sono a loro volta fattori materiali.
La grandezza di Marx è stata interrompere la visione unilateralmente spiritualistica hegeliana (ma anche di tanti altri pensatori storicistici, come per ex. Auguste Comte!); non nell'avere creato (suo malgrado, attraverso i suoi peggiori epigoni) un nuovo e opposto "spiritualismo materialistico".
In ogni caso, credo per ciò che capisco che l'analisi materialista marxiana della storia sia fondamentalmente corretta.