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June 30, 2008

Happiness Universal Customer Service

-(ding!).C'è nessuno?! (ding! DING! DING!!). ALLORA!?!
-Buon giorno! Benvenuta al Customer Service dell'Universo! Come posso renderla felice, oggi?
-Ecco appunto! Dov'è la mia Felicità?
-Ehm! Buongiorno! Siamo qui per soddifarla! L'Universo è a sua completa  disposizione! Vuole una regolatina? Nessun Problema! Dica, dica!

-Che regolatina? Dov'è la mia Felicità?

-Ehm, non l'ha ricevuta? Nessun Problema! Un deplorevole disguido senza dubbio! Abbiamo molte richieste, sa.. I sistemi sono sovraccarichi. Ma nessun problema! Siamo qui per soddisfarla! Vuole degnarsi di prendersi il disturbo di comunicarmi il numero della sua ordinazione? Risolviamo subito tutto! Cinquanta giornate soleggiate per l'inconveniente! Dica, dica!

-Che ordinazione?

-Ah.. Ecco, vede... Siamo qui per soddisfarla! Lei non ci ha ordinato la sua Felicità Personale? Sa, le chiediamo di farci l'onore di comunicarci gentilmente le sue speciali esigenze per configurare l'Universo per la sua totale soddisfazione. Ma nessun problema! Dica, dica!

-Ma ho 35 anni! Vuole dirmi che siete stati 35 anni a non fare niente? Ma che razza d Universo è questo? Una si prende il disturbo di nascere, e voi niente! Mi dia subito la mia Felicità.

-Sa com'è, Signorina, uno vuole cataclismi, un altro radiose giornate.. Ma nessun problema! l'Universo è a sua completa disposizione. Rimediamo subito! Che tipo di Felicità desidera?

-Ma che domanda! Ma è cretino, scusi? Non si vede? Voglio una Felicità, ehm, come vuole che sia, scusi? Felice, insomma, una Felicità Felice, non è ovvio?

-Ah, ma cara Signorina, c'è la Felicità artistica, quella solforica.. Ma nessun Problema! Sono qui per lei! Provvediamo subito! Vuole uno Stato che non le rompa le palle così lei fa i cazzi suoi?

-Ma che orrore!! Ma per chi mi prende!? Lo Stato ci vuole! Ma è cretino, scusi? Certo che ci vuole lo Stato!

-Certamente! Nessun Problema! Abbiamo anche la Felicità con lo Stato, un articolo da intenditore. Guardi, le propongo uno Stato che si occupa di tutte le rotture di palle così lei fa i cazzi che vuole!

-Ecco. Ma che devo precisarlo, scusi? Ma è cretino, scusi? Ci vuole quello Stato li.

-Naturalmente! Siamo qui per soddisfarla! Felicità con Stato che si occupa di  tutte le rotture di palle. Benissimo. E può onorarmi con la sua scelta dei cazzi che vuole?

-Come che cazzi voglio?!

-Sa, ci sono i cazzi crescenti e quelli decrescenti, quelli, ehm, incazzati e quelli depressi. Scelga pure con calma! Siamo pieni di cazzi di tutti i tipi! Siamo qui per soddisfarla!

-Senta, non stiamo a farci pippe mentali. Ma che è cretino, scusi? Mi dia il tipo "da ciascuno secondo le sue possibilità e a ciascuno secondo i suoi bisogni".

-Ottima scelta! Si vede subito che lei se ne intende! Nessun Problema! E può favorirmi cortesemente una descrizione di quali sono le sue possibilità?

-Ma che dice! Ma è cretino scusi? Come sarebbe le mie possibilità?

-Sa, abbiamo una Clientela molto variegata. Ci sono alcuni tipi eccentrici, i "Comunisti" si chiamano, che stanno sempre li a domandarsi quali sono le loro possibilità.. Tipi buffi. Mi ero permesso umilmente di suggerire..

-Non dica scemenze! Ma è cretino, scusi? Ma come sarebbe? Le mie possibilità? roba da pazzi! Ma che Universo è questo, che non sa che ho dei bisogni!? Voglio la mia Felicità, non ci sente? Non dovrebbe conoscere i miei bisogni da 35 anni!?

-Le chiedo umilmente perdono. Siamo qui per soddisfarla! Nessun Problema! Si  vede subito che lei ha dei bisogni! Posso prendermi la libertà di provare a.. si insomma, lei ha forse un bisogno di Solidarietà?

-Ecco. Solidarietà. Ma non è ovvio?

-Senz'altro! Siamo qui per soddisfarla! E mi dica, con chi vuole essere solidale? Scelga pure, abbiamo neri, gialli, appestati, affamati.. Nessun problema!

-Un po' di tutti quelli lì. E mi ci metta anche una cuoca. Sa, noi stiamo con le cuoche, non coi professori.

-Benissimo!. Tre o quattrocento milioni, va bene? Cinquecento! Un miliardo! Siamo qui per soddisfarla! Abbiamo le migliori cuoche, non dubiti! Gliene do una umile e materna, grassoccia, odorosa di lardo di colonnata, una vera figurina del presepe. E le metto anche dei contadini che sono un amore, e pastorelli. Altro? Nessun problema! Vuole un po' di Disprezzo? Abbiamo del disprezzo sarcastico, cinico, doloroso. Scelga pure! Siamo qui per soddisfarla!!

-Vedo che comincia a capire. Del Disprezzo, si.

-Benissimo! Nessun Problema! un bel Disprezzo che le danno subito una feluca da Accademica in riconoscimento del suo disprezzo per le Accademie! Le metto anche qualche professore, così lei Solidarizza con la cuoca e Disprezza i professori. Nessun problema! Vuole degli imbecilli da disprezzare? Le danno un bel colore che si addice molto al suo tailleur. Dica, dica!

-Ecco, due o trecento milioni di imbecilli e anche un Paese di Merda, per favore.

-Benissimo! Qualche Multinazionale? Sarebbe un'ottimo accessorio, sa. Siamo qui per soddisfarla!

-Una decina di Multinazionali.

-Magnifico! Le metto cento Multinazionali assolutamene straniere, così non è colpa sua, onnipotenti, così lei non deve domandarsi perchè non fa niente, e immensamente cretine, così le basta un milionesimo di grammo di disprezzo per atterrarle. Siamo qui per soddisfarla! Le confeziono tutto e glielo mando con una bella gigantografia di ghiacci che si sciolgono, per le sue serate chic. Va bene?

-Benino. E' il minimo, buon uomo. E non creda che finisce qui, però, eh? Io scrivo al re dell'Universo, copia kilombo. Servizio trasandato. E vaffanculo.

-Grazie! Siamo onorati! E' un piacere servirla. Ci rimandi indietro la sua Felicità se non è completamente di suo gradimento, no questions asked!. Vaffanculo anche a lei!

Post Scriptum I "comunisti" sono un "incubo quotidiano" soltanto per una certa lupen-bourgeosie in cerca di catarsi e di salvazione individuali. Il tema del blog è la critica della cultura, ed esso ritiene che l'assenza di comunisti, intendiamo dei portatori in carne ed ossa della cultura comunista, che è una cultura del fare, e del fare collettivo, sia un fatto maggiore che appare dall'esercizio della critica della cultura in tutti i modi in cui essa si esprime fattualmente (non dal commento mélodrammatico del ribollimento dell'"anima"). Un solo pomeriggio a colloquio con uno di questi sarebbe sufficiente a ricordare che:
  • non si é comunisti soltanto perché si ha un cruccio, una frustrazione, una rabbia "a quintali", delle pretese, un disgusto di "tutto"
  • non si è comunisti soltanto perché si hanno dei bisogni. Il più demunito dei comunisti si domanda continuamente: "quali sono le mie possibilità?", non "quali sono i miei bisogni"?
  • non si è comunisti perché si possiede questo più borghese di tutti i "patrimoni" borghesi: un'anima, tanto più se in pena
  • i comunisti lavorano per il socialismo, non il socialismo per loro
  • stare "con la cuoca" significa prima di tutto non pensare quella donna come una "cuoca"
  • fra quelli che prolungano l'esistenza dello stato di cose soltanto perchè esiste, quelli che fanno un mestiere, un arte, una sbruffonata, uno pcychodramma di essere "contro" questo stato esistente delle cose non sono i meno complici con esso: ne hanno bisogno, e lo "stato di cose" provvede.
  • il coraggio fisico lo hanno anche i fascisti. Un comunista non teme la prigione, ma non ci va per dare lustro al suo "coraggio", procurarsi una biografia, impressionare i compagni o liberarsi del peso della sua "anima". Ci sono quelli che si mettono a fare aforismi per disgusto di tutto, e quelli che per disgusto di tutto sono pronti al romanzo e magari anche al fatto dello scontro fisico. Agli uni e agli altri questo "Tutto" disgustoso è disposto a fare una carriera e a conferire onori (secondo il clima estetico prevalente, questo "Tutto" può preferire gli aforismi alle sbruffonate, ma non è ostile né agli uni né alle altre). Quelli che nel frattempo vanno in prigione sono i poveracci come il tipo del Pigneto col tatuaggio del Che sul braccio, abbandonati dagli uni e dagli altri, ai quali non è mai venuto in testa di fare un romanzo intimista, di fondare una Lega Antidiffamazione del PIgneto, un Festival del Cinema, una Gastronomia Guerrigliera, un blog furente.
  • non è comunista chi vuole
Ci infischiamo assolutamente delle vicende personali di questi "comunisti". Ci interessa la scomparsa della cultura comunista, sommersa da questi personaggi e personalità in fin dei conti fatue, perchè quella si è una crisi di civiltà.

June 29, 2008

Notizia Esclusiva: il PIL non misura la Felicità!!

Nonostante gli "economisti" mandino ormai da 100 anni segnali dal Pianeta Terra su tutte le frequenze, ridotti ormai alla disperazione, non c'è modo di far capire ai Decrescenti Felici questa semplice affermazione: IL PIL NON MISURA LA FELICITA'!.

 

Niente da fare: quelli si ostinano a non volerlo credere.

Insistono: "ma un aumento del PIL non distingue fra un aumento di burro e uno di cannoni"!.

E i poveracci con le mani nei capelli: "Ma certo che non distingue fra burro e cannoni!, figurarsi fra Felicità e cannoni!"

E quelli: visto? Dunque riduciamo il PIL e Decresceremo felici!

(Proviamo la frequenza sub-warp): Ma se il PIL non distingue fra una crescita di burro e una di cannoni, come fa a distinguere una decrescita di burro da una di cannoni? Se un aumento del PIL può essere dovuto ad un aumento della produzione di cannoni, perché una decrescita del PIL non potrebbe essere dovuto a una diminuzione della produzione di burro? Se non c'è relazione fra aumento del PIL e Felicità, come insistiamo a dirvi da un secolo!, perchè ce ne sarebbe una fra diminuzione del PIL e Felicità? Convinciti! NON C'E' RELAZIONE FRA PIL E FELICITA'!!

"Ah! Ma io voglio vivere in Felicità e questo significa non dovermi preoccupare del PIL!"!

Ma diavolo! Ma perchè non vivi dunque Felice e SMETTI di preoccuparti del PIL, come se fosse una cosa arcana e inaccessibile, e non ti preoccupi invece veramente della Felicità, che mi sembri considerare una cosuccia ovvia?

Un esperimento: sei in una comunità agricola e decidi di vivere nel modo qualsiasi che più vi rende felici. Non avete a che fare col PIL (ma con il raccolto, le uova e il latte che producete, ect), non dovete preoccuparvi della "produttività" (ma probabilmente finite per sapere quante uova danno le galline, anzi, quante ne da Caterina e quante Armandina), non dovete preoccuparvi dei "ritorni decrescenti del capitale" (ma probabilmente finite per scoprire che il doppio di galline nel pollaio non danno il doppio di uova), non dovete preoccuparvi di "deprezzamento" (ma probabilmente vi accorgerete che l'argine del fiume va rifatto, la pompa aggiustata, le galline invecchiano, ect), non dovete preoccuparvi della "combinazione produttiva" (ma finirete per realizzare che, se dare un trattore a uno di voi aumenta l'estensione dell'aratura che lui fa in un giorno, dargliene due non raddoppia questa misura, o viceversa che non la raddoppia mettere due guidatori sul trattore), non dovete preoccuparvi di "finanza" (ma forse scoprite che il maiale che macellate a dicembre mette qualche mese a crescere), e così via. Producete per la sola sussistenza, se così vi pare, producete come vi pare, distribuite come vi pare. Ma provate a pensare come funziona veramente questa comunità.

Poi provate a immaginare che questa sia una comunità di kilombi.

June 26, 2008

La "N" e la "C", Miraggi Catartici

"Demeure; il faut choisir, passer à l'instant
 De la vie à la mort, ou de l'être au néant.
 Dieux cruels! s'il en est, éclairez mon courage.
 Faut-il vieillir courbé sous la main qui m'outrage,
 Supporter ou finir mon malheur et mon sort?
 Qui suis-je, qui m'arrête, et qu'est-ce que la mort?"

Questa è la traduzione del "to be or not to be" di Hamlet, par Voltaire.

C'è un intero capitolo intitolato "The French and Shakespeare: The Age of Voltaire" in un bel libro di Robert e Isabelle Tombs: "The Sweet Enemy. Britain and France: the history of a love-hate relationship" Vintage Books, 2006. (Marito e moglie, lui inglese lei francese), che illustra una fase importante della formazione culturale non solo della 'love-hate relationship' fra quei paesi, ma dell'Europa intera.

Perchè Voltaire, non Uno Qualsiasi, compie quella incredibile (ai nostri occhi di oggi) operazione? Il primo commento 'recorded' (ah! gli storici inglesi, e la loro ricerca nei 'records'!), del 1704, su Shakespeare suona così: "Shakespear has quite good imagination, thinks naturally, and expresses himself with finesse; but these qualities are overshadowed by the rubbish he mixes into his plays".

Il teatro classico francese era filosofico (intorno a dilemmi morali), Shakespeare era psicologico (intorno all'esplorazione del carattere). Il francese era basato sulla descrizione poetica di avvenimenti invisibili, Shakespeare sulla loro messa (letteralmente) in scena (inclusi quelli sgradevoli come risse e uccisioni). Per i francesi il teatro doveva essere uno spazio protetto e civilizzato, anche se poi l'impresario-attore Garrick scriveva nel suo diario: "the French can't bear Murder upon ye Stage but rack Criminals for small thefts". In Shakespeare (Cymbeline, II.2) si trovano dialoghi come questo: "What time is it? - Almost midnight, madam", laddove in Racine la risposta sarebbe stata "Il giorno attingerà bentosto il suo ultimo riposo".

Con la sconfitta di Napoleone (l'ultimo episodio della 'seconda guerra dei Cento Anni, 1688-1815', secondo l'interessante tesi degli autori) la cosa si inverte, Shakespeare viene (arbitrariamente - methinks) appropriato dal Romanticismo, che in Inghilterra e soprattutto in Germania aveva anche una tintura ideologica anti-francese, per l'appunto. I Francesi si mettono a drammatizzare la vita, (senza i cui grandi romanzi non si capisce il Socialismo, fra l'altro), ma i critici, questa volta borghesi, inventano il "messaggio catartico", secondo l'espressione di Mirage: si può parlare di adultere a condizioni che finiscano sotto un treno o avvelenate con l'arsenico, la Cousine Bette può essere una perfida "in carne e ossa" che non declama puri alessandrini e armeggia in cucina, purchè ci faccia il piacere di morire fra atroci tormenti, ect ect ect. Nell'Inghilterra Vittoriana le matrone sottraggono alle fanciulle i romanzi francesi che leggono i loro mariti al club, matrone e mariti ugualmente convinti che si tratti di titillazioni.

E basta questo a provare che l'arte non separa "il reale" dal "procedimento estetico", ma al contrario conferisce al reale col "procedimento estetico" (che non funziona, del resto, che quando non è un semplice procedimento) una maggiore densità di verità.

Che c'entra tutto questo con la cazzata della settimana (che non è la cazzona della settimana)?

Niente del tutto. Perchè una potrebbe, in un primo momento, credere che "la cazzata" non sia che una delle innumerevoli manifestazioni di questa accelerata rincorsa all'indietro verso la "cultura" XIX o addirittura XVIII-siècle, imbecille e preoccupante mica perchè è all'indietro, ma perchè è all'indietro e - par là - inautentica. La cultura XIX poteva anche essere spregevole in molti suoi aspetti, ai nostri occhi, ma era XIX nel XIX, non nel XXI.

No. L'ho messo qui perchè volevo suggerire ad Anna Diana, che si sposa, un testo per le sue nozze, non per forza per la Cerimonia nella Chiesa, ma magari per salutare i suoi invitati alla fine delle celebrazioni, e mi era venuto in mente il Midsummer's Night Dream, Oberon e le fairies che si ritirano nel V atto, che poteva forse recitare il 'best man' dello sposo. Una cazzata del genere. 

E mi sono imbattuta in questo qui e in quel fenomenale "warning" all'inizio, e quall'altra faccenda sul dibattito in corso presso il Religious Right!! Per rispondere all'"indovinello" di Mirage: il fattore Nuts and Cons, e - c*%%o! - se questo non mi fa vincere un'edizione del 1568 delle Vite di Vasari scrivo subito all'Antitrust e al Codacons!

La cazzata della settimana è tutt'altra e più schifosa faccenda, secondo me.

In "Architettura della Felicità, di A. de Botton, recensito qui da Anna Diana tempo fa, c'è una foto in cui il Feldmarschal Goering parlotta con l'ambasciatore francese e altri due generali in un salone alle cui pareti sono appesi una Lucretia di Cranach e un trittico (vado a memoria, non ricordo esattamente) medievale. Io ne ho una (che non ho sotto mano) in cui un Gerarca fascista vestito di nero e grondante di insegne lugubri se ne sta coi suoi stivali sul pavimento intarsiato della cattedrale di Siena, e lo guarda con l'aria di un Padrone soddisfatto di come stanno venendo i suoi carciofi, con affianco una dama tutta vaporosi tulle alle quali - mi immagino - sta spiegando il "genio italiano" nella coltivazione di detti carciofi.

Sono cose come queste che introducono a un certo punto nella cultura europea questa constatazione: si possono benissimo pianificare ed eseguire massacri all'ombra di opere d'arte 'sublimi', e lo si può tanto più in quanto di esse opere non vediamo che il "sublime".

Ed è di questo che si agisce (non si 'parla': i romanzi non 'parlano'. Se parlassero il Feldmarschal e il Gerarca li sentirebbero) in Lolita.

E il bello è che un certo blog di persone autenticamente 'colte' (questo è essenziale: NON si tratta di smorfiosi, di poseurs, di snobinards, ma di persone autenticamente colte) era decorato tempo fa con una fotografia che mostrava in primo piano due bellissimi giovani dalla faccia intelligente seduti su un canapé, uno con un braccio adagiato plasticamente sul comesichiama, l'armrest, al capo del quale pendeva una mano sensibile che reggeva una flûte senza nessuno sforzo, come la più naturale cosa del mondo, illuminati da quel che appare come il bagliore di un grande schermo luminoso tipo LCD da 70 pollici, e il loro sguardo intenso concentrato su questo. Alle loro spalle una dama in un nero elegante versa champagne (o qualcosa di simile) da una bottiglia, e in FONDO, dietro le spalle dei giovani e dietro la dama, una grande biblioteca carica di libri. Epoca: Festival di Cannes, 2008.

Naturalmente non ho nessuna ragione di credere che questa foto dica di quei signori quel che le altre dicono di Goering o del Gerarca. Et pourtant...

Come è possibile che tutta questa dimestichezza con l'arte, tutta questa perfezione di forme e di stili non vi ricordi, dopo Lolita, che la dimestichezza con l'arte e la perfezione di forme e stili non garantiscono la vostra innocenza? Che non basta apprezzare la loro bellezza, che anzi non la si apprezza che in modo superficiale, se non ci si sente compromessi con quel che agiscono di <em>vero</em>?

Come è possibile che non vi forniscano che raffinatissimi insulti e abbaiamenti contro la cazzona, contro i cazzoni, contro il "Paese di merda", contro gli "Italiani di merda", che non ve ne serviate che come un deposito di risorse (non rinnovabili, fra l'altro) per abbaiarvi e azzannarvi e spregiarvi su immani e meschinissime cazzate, il toupet di Berlusconi, l'ulrima battuta di Barbara o del Ministro, quando accanto, sul margine di sinitra dello stesso blog di Karl Kraus, avete l'esempio di ordinari esseri umani per i quali l'arte e lo scrivere puramente - solamente - terrestri, senza ricercatezze, senza Festivals del Cinema, sono mobilitati non dico per battersi ma solo per sopravvivere al massacro e all'oppressione VERE, in Zimbabwe? 

Anche solo: What do you do for fun? Il lavoro, gli affanni, i colleghi stupidi, Berlusconi, aaa crisi, d'accordo. Ma quando vi riunite fra persone che si stimano e si vogliono bene? Se il giorno vi inferocite sui cretini, la sera vi dilettate di cretini?. E vi serve una biblioteca per inferocirvi o dilettarvi di cretini? Non capita di ridere per qualcosa invece che di qualcuno? Non capita di palpitare per qualcuno invece che di palpitare contro qualcuno?

C'è una speranza che 'sta storia di New Italian Epic vi faccia uscire da questa palude? Forse ne avete finalmente! abbastanza di "monstrous incuriosity"?

Allez, je vous embrasse.  

 

June 23, 2008

Il progresso nell'arte

E.H.GOMBRICH, Arte e progresso, tr. M. Carpitella, Roma-Bari, 2007                              

Il libro contiene due famose conferenze di Gombrich tenute nel 1971.

La prima (“Dal classicismo al primitivismo”) comincia col chiarire che il concetto di “progresso” applicato all’arte è fonte di “una certa confusione nel linguaggio”; ed anche se è ormai sostanzialmente superato (“Qualunque universitario al primo anno sa già che Michelangelo non vale più di Giottto, bensì è soltanto diverso”) è comunque utile conoscerela sua storia.

La nozione di progresso artistico, come quasi tutte le idee-guida della critica d’arte, vengono dalla Grecia. Il primo scrittore a rappresentare lo sviluppo di scultura e pittura come un’evoluzione progressiva è stato, pare, Duride di Samo, i cui scritti, sebbene non pervenutici, hanno pesantemente influenzato gli scrittori successivi. In scultura, le fasi sono le seguenti:

arte arcaica=rappresentazione di spazio e movimento, ma durezza e rigidità

arte del V secolo= canone delle proporzioni e del movimento (Policleto)

arte del IV secolo=grazia (Prassitele)

fine epoca greca classica=perfezione dell’imitazione della natura (Lisippo).

L’idea greca identifica la scultura con la capacità imitativa (mimesis), e per i Greci “la storia dell’arte era per definizione la storia della capacità tecnica dell’uomo (tèchne)” (p. 5).

Quando Vasari si mise a scrivere le Vite, scoprì che lo schema greco andava benissimo anche per “descrivere quell’evoluzione che egli considerava la rinascita e l’ascesa delle arti in Italia”. Dal XIV secolo, con Giotto, l’arte rinacque (prima fase); con masaccio (seconda fase) si raggiunse la padronanza della luce e della prospettiva; con Leonardo e Raffaello si arriva infine  allo “stile perfetto”.

Per quale ragione, chiede G., queste classificazioni ci appaiono oggi ingenue e inaccettabili? Occorre capire che posizioni come quelle di Vasari si basano su una concezione strumentale dell’arte. Nell’arte c’è “una capacità tecnica ma questa, come ogni capacità analoga, deve servire a qualche scopo. Lo scopo dell’arte cristiana consiste nel porre in maniera persuasiva davanti agli occhi dello spettatore le figure sacre e soprattutto le vicende della storia sacra” (p. 13). Se si accetta questa tesi, è chiaro che non è affatto peregrino sostenere che la Predica di S. Paolo ad Atene di Raffaello (cartone per gli arazzi della Cappella Sistina) è “migliore” del mosaico di Tafi che ritrae una predica del Battista per il Battistero di Firenze. In questo senso, la tesi che l’arte “progredisce” è del tutto ragionevole, così come lo è dire che la medicina fa progressi nel curare la poliomielite o altre malattie

Quest’idea va comunque distinta da un’altra, spesso confusa con essa: “l’immagine del progresso come crescita organica”, confusione che secondo G. viene d Aristotele, secondo cui “il tendere verso un fine” è uan forma di causalità. Così, nella Poetica, Aristotele descrisse dapprima la finalià o essenza della tragedia, poi descrisse le sue fasi di sviluppo fino al raggiungimento del suo fine. Ma una volta raggiunto il fine, raggiunta la perfezione, non occorre cercare oltre. La perfezione è il modello per tutte le opere future, e questo è appunto l’ideale classico dell’arte (“classico”, infatti, viene da classicus, cioè che appartiene alla “classe” più importante, quella che a Roma era tenuta a pagare le imposte). Ma ne segue che, raggiunta la perfezione, solo due strade restano aperte: o l’imitazione, o la decadenza (p. 19). La voglia di strafare, la trasformazione dei mezzi in fini, è una delle cause più frequenti di decadenza (e qui, come simbolo di questa trasformazione, G. cita la Predica di S. Paolo di Sebastiano Ricci). La reazione cominciò con un richiamo alla virtù, e soprattutto, a partire dalla metà circa del Settecento, con la contrapposizione tra Natura e Affettazione. Il punto culminante di questa reazione venne con Winckelmann, per cui “la nobile semplicità e serena grandezza delle statue greche è la vera caratteristica delle opere letterearie greche dell’età migliore, le opere della scuola di Socrate”. Anche W. aveva una concezione “strumentale” dell’arte, ma a differenza di vasari, non vedeva il fine nell’evocazione drammatica, ma “nella rappresentazione della divina bellezza”, i cui vertici vedeva nell’Apollo del Belvedere e nella Madonna Sistina (p. 30).                                                                                 

La cosa paradossale, a cui G. dedica pagine interessantissime, è il fatto che proprio Winckelmann “in ultima analisi contribuì, forse senza volerlo, a quella rivoluzione del gusto che in quello stesso Apollo e perfino in Raffaello venne a sospettare delle tracce di degenerazione, portando così a quella preferenza per i cosiddetti primitivi, che oggi è data per scontata dalla maggior parte degli amatori d’arte” (p. 30). L’odio di W. per le degenerazioni del Barocco (“un contagioso morbo che riempì il cervello dei dotti di funesti vapori e gettò il loro sangue in una febbrile agitazione... Giuseppe Arpino, Bernini e Borromini abbandonarono la natura e l’antichità.... così come avevano fatto Marino e altri nella poesia”) era tale che, logicamente, doveva condurre a trovare necessariamente del buono in ciò che era il più possibile distante dalla degenerazione; e portare a quella alternanza di fasi di progresso e degenerazione il cui massimo rappresentante in età moderna è stato Vico (p. 35-38). Così la storia dell’arte per W. è data dalla successione di vari stili, il più antico dei quali – lo stile primitivo – era caratterizzato da vigore e durezza, gagliardia e assenza di grazia, forza di espressione che riduce la bellezza; ma – si noti – per lui questo stile rappresnetava “la premessa del grande stile” e anche l’arte moderna ci sarebbe pervenuta, se solo avesse seguito le orme di Michelangelo (p. 42). La seconda fase era quella del grande stile (Fidia, Policleto, Mirone)- che peraltro W. conosceva pochissimo, visto che alla sua epoca di opere disponibili di quel periodo ce n’erano pochissime. Il terzo stile, il bello stile (Apelle, Prassitele, Lisippo) è caratterizzato dalla grazia, ed ha col grande stile lo stesso rapporto che Guido Reni ha con Raffaello o Cicerone con Demostene (p. 48). Non vuol dire che il grande stile non possedesse grazia, perché per W. ci sono due tipi di grazia, quella sublime e quella picevole; ma insomma è un fatto che per W. il culmine dell’arte era il bello stile, che purtuttavia portava in sé già i germi della decadenza. “Poiché non si poteva più progredire, si dovette retrocedere”. Il risultato è che W. giunse insensibilmente a prediligere le fasi più arcaiche dell’arte, quelle in cui la semplicità e la purezza erano predominanti. Di qui anche la preferenza che W. dava al disegno sul colore (anticipando il famoso detto di Ingres: “Le dessin, c’est la probité de l’art”). E queste (semplicità e purezza) divennero le parole d’ordine delle successive correnti primitiviste, i cui primi e più famosi esponenti in pittura furono gli allievi ribelli di David. (di cui si è già parlato anche qui), detti barbus o primitifs- ma di cui è espressione anche la nascita del culto di Omero e Ossian nel tardo Settecento. Come dimostra chiaramente lo studio che successivamente G. fa dei pittori tedeschi e austriaci primitivi (come Franz Pforr), “il passaggio dal culto della nobile semplicità a quello della pia semplicità avvenne naturalmente” (p. 72).

La seconda conferenza esamina invece l’idea di progresso nell’arte “Dal romanticismo al modernismo”. Si apre con una lunga citazione dello storico d’arte H. Tietze, che si era chiesto  (nel 1925) come fosse possibile che una corrente artistica (l’espressionismo) considerata dapprima l’avanguardia artistica, lo stile dell’avvenire, fosse già considerata superata appena 12 anni dopo. Tietze scriveva: “Causa di questo fondamentale equivoco è in buona parte il fatto che questa generazione era stata educata alle idee dello storicismo evoluzionistico. Il singolo fenomeno traeva la sua validità non tanto dal suo valore intrinseco quanto dalla sua collocazione in una catena evolutiva, ogni cosa appariva fluida e relativa, portato delle fasi precedenti, preparazione di quelle successive, non un tutto organico, bensì un documento dell’evoluzione stilistica. Ogni evento artistico veniva dissolto in una successione di stili e <<correnti>>, che si susseguivano con l’ineluttabilità delle leggi naturali.... Ebbe così inizio quella ridda di <<ismi>> il cui ritmo sempre più rapido è sconfinato nel grottesco; tra l’esposizione di primavera e quella d’autunno si aprivano abissi incolmabili, i periodi evolutivi dei giovani genii si contavano in mesi e le opere venivano superate prima ancora di asciugare” (p. 80-82). Il problema di G. è scoprire come si è formata questa concezione (che lui chiama “modernismo”, e che Popper ha chiamato “storicismo”). Già all’epoca di Vasari, era accduto qualcoa che avrebbe minato alla radice la concezione “strumentale”. Le grandi innovazioni tecniche (la stampa, la bussola, la polvere da sparo, la distillazione dell’alcool, ecc.) e le scoperte geografiche segnano un netto spartiacque tra l’età moderna e l’antichità. Questo presumibilmente portò definitvamente alla fine l’idea ‘ciclica’ e organica di progresso che è ancora implicita nel concetto stesso di ‘Rinascimento’: nella storia i ritorni non erano più né possibili né desiderabili (p. 85). Così i preromantici, per primo Herder, misero in dubbio la possibilità stessa (le condizioni dell’arte greca, cioè la vita greca, non esistevano più) e la desiderabilità (perché l’arte moderna non è ‘inferiore’ a quella antica) dell’imitazione dell’antico.

 

Il che peraltro, come G. mostra in alcune sorprendenti pagine su Delacroix, non significava affatto che i moderni non ammirassero gli antichi e non condividessero l’idea di Winckelmann per cui essi erano il culmine della perfezione  (“Delacroix rinunciò coscientemente all’ideale classico perché lo riteneva irraggiungibile in tempi di decadenza, e perseguì intenzionalmente l’unica alternativa che a suo parere gli rimaneva aperta, uno stile nuovo e passionale, che gli diede la fama di rivoluzionario, ruolo cui non ambiva affatto... ma in fondo al cuore Delacroix rimase pur sempre  l’aristocratico che provava una sempre maggioir ripugnanza per l’idea popolare del progresso politico e tecnico”: p. 91). Lo stesso si può dire per le teorie critiche di Baudelaire, che secondo G. identificava il progresso con “l’eterno mutamento”, e secondo cui “vi sono tante bellezze quanti sono i modi consueti di cercare la felicità”, il che è in sostanza equivalente al detto di Mme de Stael: “Il romanticismo non consisterà  in una perfetta realizzazione, bensì in una concezione che corrisponde all’atteggiamento morale del secolo” (p. 93). Dice G. che “un simile relativismo storico, il riconoscimento di una pluralità di valori, era inconciliabile con la fede nel progresso, in particolare nel progresso tecnico. I nova reperta.... non hanno nulla a che fare con l’eterna inquietudine del cuore umano”. E così, coerentemente, Baudelaire giunse a negare che il progresso tecnico dei moderni avesse prodotto un’umanità migliore, ed altresì a chiedersi: “Signorelli aveva veramente generato Michelangelo? E il Perugino aveva in sé Raffaello? L’artista nasce solo da se stesso”. Questa è la miglior formulazione possibile dell’individualismo romantico. E fu possibile perché l’arte si era emancipata non solo dalle teorie strumentali, ma persino dalla “metafisica del bello”. Non stupisce quindi “che il romanticismo proclamasse che l’arte è incommensurabile e non è riferita ad altro fine che quello dell’artista di essere se stesso. Ma ciò che questa plausibile teoria trascura è il semplice fatto che la personalità non può manifestarsi nel vuoto, bensì soltanto tramite decisioni prese in situazioni strutturate”: Raffaello si trovava appunto in una situazione strutturata (p. 95). Paradossalmente, nell’Ottocento una “strutturazione” poteva essere offerta proprio dalla fede nel progresso, che d’altronde passò immediatamente dalla tecnica alla politica. Fu la fede nel progresso come portatore di felicità che fu alla base delle grandi rivoluzioni, l’americana e la francese. E in questo senso, ha senz’altro ragione G. nel dire che rispondere al progresso sostenendo che esso non ha niente a che vedere con l’arte è una risposta reazionaria (p. 98). I sostenitori dell’art pour l’art dissero proprio questo. Tuttavia, il resto degli artisti seguì una strada diversa, esposta con la massima chiarezza da Laverdan (che inrrodusse il concetto di “avanguardia”) nel 1845: “Per sapere se l’arte assolve alla sua vera missione ... e se l’artista appartiene effettivamente all’avanguardia, bisogna prima avere una chiara idea della meta cui tende l’umanità e del futuro destino dell’uomo” (p. 103).  Ma anche per i critici progressisti, come per Mme de Stael “il culmine dell’arte, la vetta alla quale tutti gli artisti dovrebbero tendere, è ancora lontana”: così, l’artista d’avanguardia diventa “uno studioso, uno scienziato sperimentale, che forse non raccoglierà mai ciò che ha seminato, eppure spiana la strada a future scoperte” (p. 104). Forse il XIX secolo fu “la prima epoca storica in cui agli stili artistici toccò la funzione di marche di opinione” nonché l’epoca “in cui gli storici dell’arte cominciarono ad interpretare la storia degli stili come espressione delle forze sociali, senza rendersi pienamente conto che questo metodo si fonda spesso su una illecita analogia” (p. 105).

L’idea del progresso in arte fu fortemente influenzata da Hegel, e seocndo G. torva la sua massima manifestazione in uno scritto di Wagner, L’opera d’arte dell’avvenire: dopo Beethoven la perfezione nella “musica pura” era già stata raggiunta; dunque lo sviluppo si sarebbe dovuto realizzare in una sfera più alta, il dramma universale, l’unione di musica e parola (prefigurata ovviamente da Beethoven stesso nella Nona). Taine dal suo canto accostò esplicitamente il progresso storico e quello tecnico a quello artistico: è questa, dice G., l’ideologia del modernismo in arte (p. 108). G. dedica poi una decina di pagine ad illustrare l’evoluzione moderna del quadro “di genere”, dalle odalische di Ingres al Déjeuner sur l’herbe di Manet: qui la novità, che rese l’opera di Manet tanto sconvolgente, fu la rottura radicale con la tradizione che richiedeva, nel quadro “di genere”, di rendere evidente la situazione in cui la scena dipinta si svolgeva: e ciò nonostanbte il fatto che anche Manet fosse tutt’altro che un rivoluzionario (come l’ispirazione raffaellesca del quadro avrebbe dovuto rendere manifesto). la logica evolutiva dell’arte moderna fu, in effetti, proprio questo: la progressiva liberazione dai vincoli, dalle regole, dalle convenzioni accademiche (p. 115). E il culmine fu raggiunto dalle opere di critica d’arte di Zola, che scrisse del resto: “Io disprezzo profondamente i piccoli trucchi, i calcolati lenocinii, tutto ciò che si può apprendere mediante lo studio... La parola <<arte>> non mi piace affatto, contiene ogni possibile idea di disposizioni necessarie e di ideali assoluti... Ciò che io ricerco sopra ogni cosa in un quadro è l’uomo e non il dipint .... Un’altra divertente piacevolezza: la credenza che esista qualcosa come la bellezza artistica, una verità assoluta ed eterna... Come ogni altra cosa, l’arte è un prodotto dell’uomo, una secrezione umana; il nostro corpo trasuda la bellezza delle nostre opere. Il nostro corpo si modifica a seconda del clima e delle usanze, e in egual modo si modificano anche le secrezioni. Ne consegue che l’opera di domani sarà diversa da quella di oggi. Non si possono formulare regole né stabilire precetti. Dovete abbandonarvi con coraggio alla vostra naturai” (p. 118). Una teoria del genere conduceva coerentemente al rifiuto della critica, o alla visione della critica come mera interpretazione o spiegazione dell’arte, poiché quetso tipo di ‘storicismo’ conduce necessariamente alla negazione dei valori (p. 122). Zola non fu coerente in questo, perché per lui l’arte aveva in realtà una funzione precisa: quella di insegnare un nuovo modo di vedere, in accordo con i progressi della scienza. per questo salutò con entusiasmo il primo Impressionismo, ma successivamente manifestò ampie riserve (per lui gli impressionisti si erano accontentati troppo presto invece di aprire nuove strade; si erano limitati ad essere precursori, ma “invano cercheremmo un nuovo capolavoro”; p. 125)  

La conclusione di G. è che “L’idea che l’artista sia sempre al servizio del principio del progresso, purché riesca a esprimere la propria personalità o lo spirito della sua epoca, è risultata troppo priva di contenuto per essere utile all’argomentazione. Possiamo ivnidiare le epoche in cui la società assegnava all’artista un compito preciso che intere generazioni potevano perseguire, ma anche consolarci pensando che l’uomo è un essere che può porsi problemi e cercarne la soluzione, e non soltanto nella scienza e nella tecnica, ma anche nell’arte. E’ sotlanto venuta l’ora di ricordare che siamo noi stessi quelli che fissiamo gli obiettivi. I pubblicitari tendono  a farci credere che abbiamo il dovere morale di andare coi tempi... A me non pare che possa esistere una tale obbligaizone morale. Nella scienza potrà essere sciocco o addirittura riprovevole aderire tenacemente ad ideee obsolete...., giacchè la scienza tende alla verità, e noi non possiamo preferire il falso al vero. Ma anche se non possiamo metterci dalla parte della menzogna, abbiamo però il diritto di discutere e di mettere in questione le finalità di un determinato progetto scientifico o di una innovazione tecnica. Ci siamo finalmente resi conto di non essere la marionette passive di una evoluzione inarrestabile e che non è affatto necessario fare qualcosa solo perchè esiste la possibilità di farlo. Là dove queste possibilità entrano in conflitto coi nostri valori, dobbiamo anche essere in grado di dire <<no>> con tutta tranquillità”. E nell’arte deve accadere lo stesso: “l’avventato culto di ogni novità non potrà mai sostituirsi ai valori umani sui quali l’arte deve fondarsi” (p. 128).

June 19, 2008

Robin Hood tax

Se succede a voi come a me, e cercate oggi su google "Robin Hood Tax", ottenete una lista di recenti pagine in italiano, articoli di giornali per lo più.

Se cercate invece "Windfall Profits Tax" la musica cambia completamente, e scoprite che non è una invenzione né recente, né di Tremonti, né ignota, né concepita da qualche movimento antagonista tipo Merry Men. Il dizionario di The Economist vi da per esempio, per orientarvi, le voci "Windfall Gain" e "Windfall Profit", e in fondo a questo post trovate ulteriori voci tratte da Wikipedia.

Perchè dunque tutta questa enfasi "postmoderna" su Robin Hood? Questo signore ha una buona idea, io credo. "Strategia Comunicativa" del Ministro, dice. Ma in fondo aggiunge: "Robin Hood, nell’immaginario collettivo, è un simbolo della sinistra; il ministro dell’Economia, pertanto, si appropria di un’icona presente nell’apparato simbolico degli avversari".

Non ho dubbi che lo faccia per quello, intendo per le due ragioni: Strategia Comunicativa e anche Strat. Com. che si appropria di un "simbolo che nell'immaginario collettivo è della sinistra".

Una si domanda, domanda genuina, intendo non retorica: quando si accorgerà, la "sinistra", che a forza di "simboli" nell'"immaginario collettivo" e di "icone" non solo ci si svuota completamente riducendosi all'intreccio decorativo di essi simboli e all'interminabile endoscopia dell'"immaginario collettivo" (parlez-moi di "Vita Reale"), ma si preparano in più i pasticcini per i Tremonti? Perchè è così facile per Tremonti appropriarsi di "simboli&icone" e persino, nel suo saggio che sapete, di tutta una ideologia, se non perchè essa è ridotta a folklore "postmoderno"? Perchè è dei "simboli" che si appropria, mica riesce attrettanto facile appropriarsi di cose come l"organizzazione sociale della produzione"!

Ci fosse UNO dei bloggers o dei giornalisti solforosi che si sia degnato di dire: "Caro Ministro, non ci faccia ridere con la Robin Hood tax. Si chiama windfall profits tax, la conosciamo anche nei suoi limiti, ed è esattamente quella che l'Argentina ha deciso di applicare alle esportazioni agricole (salvo poi pensare, cedendo alla mitologia e ai "simboli", che non è una tassa, che si calcola per far funzionare, ma una "penitenza", che si declama e non funziona)".

 

June 12, 2008

I Limiti dello Sviluppo

I Limiti dello Sviluppo è l'inspiegabile traduzione del titolo, che nell'originale era The Limits to Growth (alla 'crescita', non dello 'sviluppo') di un importante studio commissionato dal Club di Roma e pubblicato nel 1972. Esso presentava i risultati delle proiezioni a lungo termine attraverso la simulazione di diversi scenari di un modello 'del mondo' caratterizzato da una dotazione di risorse finite a fronte di una crescita esponenziale della produzione di "capitale" (industriale + agricolo), esaminandone gli effetti in termini di popolazione, inquinamento, disponibilità di cibo e di beni 'economici', e di esaurimento delle risorse non rinnovabili.

In questo post non ci occupiamo dei risultati di questa elaborazione (che trovate sintetizzati qui, in inglese, per la pubblicazione del '72, e qui in un breve aggiornamento del 1992), e che sono stati discussi da allora in ogni modo e in ogni dove, come tutti i risultati importanti: quelli che alimentano, appunto, la discussione.

Parliamo solo - o piuttosto accenniamo solo - al tema "modello".

Prendete questa affermazione: "Il capitalismo è fondato su un'equazione che è un esponenziale. Ogni incremento annuale è proporzionale a un certo coefficiente moltiplicato il capitale stesso".

Lasciando stare per un momento la questione se "il capitalismo è fondato" proprio su quella equazione, esaminiamo l'equazione. Essa è un 'modello' di come funziona l'evoluzione nel tempo del capitale.

(Cliccate questa e tutte le altre imagini per ingrandirla). Questa figura vi da due rappresentazioni della stessa cosa, della stessa equazione (e dunque dell stesso modello) di cui si parla in quella affermazione. Quella in alto è espressa in termini di "equazione differenziale", mentre la figura in basso ne è una raffigurazione grafica. Nella figura la freccia nera rappresenta un "flusso", la cui grandezza (rappresentata da quella specie di clessidra azzurra) è il "tasso di variazione" del capitale: nell'eq. differenziale la freccia nera con la clessidra è dK/dt. Questo tasso è determinato dal "coefficiente", rappresentato dal rettangolo grigio, che è la frazione del capitale (rappresentato dal rettangolo azzurro) 'reinvestito'. Dunque nella figura, la freccia azzurra che parte dal rettangolo azzurro e finisce nella clessidra corrisponde, nell'eq. differenziale, ai simboli " = c K. Insomma le figurine colorate sono un modo di dire esattamente quello che dice l'eq. differenziale. Le clessidre sono tassi di variazione di un flusso (frecce nere), i rettangoli scuri sono variabili del modello impostabili dall'analista (come il valore del coefficiente), e i rettangoli azzurri sono "livelli", o grandezze di cui si vuole simulare la variazione nel tempo.

Questi simboli sono quelli utilizzati nel libro, che dunque rappresenta graficamente (per il "grande pubblico") la stessa cosa che le eq. differenziali rappresentano per gli "specialisti".

Allora tanto per cominciare vediamo come il modello "World" utilizzato dagli studiosi descrive le equazioni del "capitale industriale".

La parte in basso è la rappresentazione delle eq. differenziali del capitale
industriale, e quella in alto quella della dinamica della popolazione nel suo legame reciproco con il capitale industriale. La prima cosa da osservare è che in questo modello World, quello che ha convinto a studiare seriamente i "limiti della crescita" decenni prima, e nel covo dei capitalisti, che chiunque dei 'decrescenti felici' (felici!), l'equazione del capitale NON è manco per niente dK/dt = c K. E' più "complicata". Vedete per esempio che "tasso di investimento" del cap. ind. (il flusso in entrata, che tende a far aumentare il livello del cap. ind) è determinato dal "prodotto industriale" (PIL). Vedete dunque che il "prodotto industriale" gioca il ruolo che il "coefficiente" ha nella prima figura; e se stabilite che il consumo di energia "va come il PIL", allora nella prima figura state dicendo che il consumo di energia va come il coefficiente, che è costante in quella "equazione del capitalismo"! Il modello "world" (nella seconda figura) vi mostra invece un ciclo che lega le risorse naturali al rendimento del capitale - e non al capitale - e da questo al PIL, e ancora indietro al livello delle ris. naturali. Ma c'è di più: vedete che c'è un flusso in uscita del capitale industriale, che gli economisti chiamano "deprezzamento" e che corrisponde all'usura, alla rottura, ect, e che, per come è rappresentato, determina una diminuzione esponenziale del livello del cap. industr. Provate a immaginare (a simulare nella vostra testa): perchè il consumo di risorse naturali aumenta 'esponenzialmente' se c'è un flusso in uscita che, se ci fosse solo lui, diminuirebbe esponenzialmente lo stock di capitale industriale?

In secondo luogo notate come due gruppi di equaz. differenziali, i due modelli della popolazione e del capitale, siano fra di loro 'legati' da frecce azzurre. Queste frecce sono cose del tipo " = funzione(v)", dove 'v' è la variabile rappresentata dal rettangolo scuro (nell'esempio della prima figura, la freccia azzurra è la funzione "tasso di variazione = c K dt", dove 'c' è la variabile nel rettangolo scuro). (C'è un simbolo in più nel modello della popolazione: quella specie di rettangolo 'a caselle'' rappresenta un "lag" o ritardo. Per esempio, i servizi pro-capite agiscono sulla fecondità solo dopo un certo tempo.)

Un'osservazione generale è che i sistemi di eq. differenziali che descrivono un modello sono collegati ad altri che ne descrivono un altro. In generale non è mai possibile usare UN modello (per s. quello del capitale) SENZA che funzioni l'altro. SOPRATUTTO non basta vedere la cosa "a occhio" per immaginare come va. Spesso, come in questo caso, non è neanche possibile 'risolvere' il sistema delle eq. differenziali: non resta che simularlo. Per esempio: aumento il tasso di investimenti e rifaccio l'intera simulazione per vedere come finisce.

Un'altra osservazione - questa volta specifica - è che il modello World ipotizza una influenza del modello del capitale su quello della popolazione, ma NON il contrario (vedere il verso delle frecce).

Bon. Qui avete (purtroppo capovolto! non so perchè è venuto sotto sopra: le monde à l'enverse, quoi!) il modello completo "world" dello studio. Tanto per darvi un'idea di come sia "intuitivo" prevedere "a occhio" la fine del mondo, di come le cose siano "ovvie", e del perchè SI PUO' sbagliare.

Anche perché nonostante il garbuglio, quello è un modello MOLTO semplice. Considerate ad esempio che NON c'è un sottomodello del clima, o della biologia, e di MOLTI altri. E in più le variabili sono tutte 'semplici', laddove nel mondo una cosa come la 'fecondità' è una variabile "stocastica". Considerate che il modello dell'agricoltura del Lesotho è circa cinque volte più "complicato" di questo!.

Considerate anche che quel modello PRESCINDE dal fatto che ci sia un "mercato" o Monignor Scalfari a stabilire come certe variabili debbano essere impostate. Nel 1972 le nazioni capitalistiche erano una minoranza nel mondo.

Considerate che non potete mettere la vostra panza da qualche parte e far girare il "mondo" per sapere se essa panza migliora o peggiora. Considerate che sia il mercato che Msgr. Scalfari agiscono su variabili MOLTO più granulari di quelle che si crede di poter controllare: per esempio sul tasso di interesse (per via indiretta) e NON (direttamente) sul "rendimento del capitale". Se volete vedere che succede se cambiate il tasso di interesse dovete interporre un altro sottomodello che leghi il rendimento del capitale al tasso di interesse.

Infine, considerate questo: quanta energia è stata necessaria nel 1972 per rendere noto quel modello e i suoi risultati?. L'uso di un computer grande come una stanza, per giorni interi. La carta per la stampa del libro, la sua distribuzione. Se qualcuno propone un diverso scenario, per esempio una diversa impostazione di una o più variabile, rifare tutto il calcolo con il computer formato stanza, ect.

Oggi potere scaricare qui un software con il modello World-3 (un aggiornamento al 2003) e farlo funzionare nel vostro computer a casa. Potete soprattutto fare l'Imperatore della Decrescita Felice, e DECIDERE che la fecondità sarà X, il tasso di investimento Y, e provare a vedere come spargete felicità e valori&sentimenti in omnia secula seculorum.

Appena ci riuscite fatecelo sapere. 

June 8, 2008

Presidenziali in Zimbabwe, secondo round

In vista del secondo turno delle presidenziali in Zimbabwe- già vinte dal leader dell'opposizione Morgan Tsvangirai - si vede bene che Mugabe e lo Zanu-PF sono ben determinati a garantirsi la vittoria a modo loro: oltre alle violenze diffuse, ora si è passati ad arrestare i leader dell'opposizione e a vietar loro la partecipazione a comizi e manifestazioni elettorali.

E purtroppo il ruolo di mediazione fin qui svolto (bene o male) dal presidente sudafricano è ormai seriamente compromesso.

In questa situazione, i dubbi dell'Economist ("Può Tsvangirai vincere le elezioni di nuovo?") sono purtroppo più che ragionevoli.

Chiudo con queste due poesie, entrambe apparse sul blog Kubatana.net:

To climb a mountain takes courage and strength, yet to overcome the cliffs of despair takes even greater courage and strength.

When suffering comes, it is time to go on rather than stop;
it is time to accept rather than reject;
it is time for courage rather than weakness;
it is time to look forward rather than back;
it is time to understand rather than question.

In loss, not all is lost, for memories are left to be cherished.
In darkness, light is needed.
In confusion, clarity is needed.
In despair, hope is needed.

- Prem Rawat

Dance your anger and your joys,

Dance the military guns to silence,

Dance oppression and injustice to death,

Dance my people.

- Ken Saro-Wiwa


 

June 5, 2008

Il Vertice di Roma e i "giornalisti"

A margine del vertice di Roma sull’alimentazione, che sta per concludersi, mi piace segnalare questo delirante articolo di Sabina Morandi su Liberazione (“FAO, un vertice che sa di antico: si torna al mercato”). Notate questo passo: “ La messa cantata non va disturbata nemmeno con le statistiche prodotte dai ricercatori dell'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di alimentazione: oltre alle trascrizioni dei discorsi dei politici, in sala stampa si trova ben poco. Comprensibile: sarebbe imbarazzante continuare a proporre l'aumento della produttività come cura per la crisi quando tutte le statistiche dimostrano che si produce abbastanza per sfamare tutti, e anche di più.

Ma davvero? Non pare proprio così, visto che  i rapporti delle organizzazioni internazionali (dalla FAO, all’UNCTAD, allo IAASTD), nel riconoscere la complessità della questione, hanno incluso tra le cause del problema il fatto che “given that the demand for food is continuing to  rise and supply continues to be limited or to increase only gradually, the current food crisis will not be overcome without additional investment in agricolture production” (UNCTAD Report, p. 16). Meglio non parlare poi del modo in cui la giornalista parla delle altre questioni:

Insomma, per avere qualche numero bisogna affidarsi alle organizzazioni della società civile: secondo Oxfam, se si continua con i biocombustibili, nel 2025 ci saranno altri 600 milioni di affamati in più rispetto a oggi. Secondo Action Aid, appena 5 compagnie (Cargill, Archer Daniels Midland, ConAgra, Bunge e Dreyfuss) controllano oltre l'80% del mercato dei cereali. Secondo Medici senza frontiere, a pagare sono soprattutto i bambini: 180 milioni di affamati e 20 milioni di malnutriti. Anche Antonio Onorati di Crocevia punta il dito sulle multinazionali: «I prezzi agricoli li decide la grande distribuzione, catene come Auchan o Wal Mart che trattano direttamente con i produttori e ottengono il massimo vantaggio dal prezzo finale». Ma quel che dicono le organizzazioni dell'Ipc - il comitato internazionale sulla sovranità alimentare che ha organizzato Terra Preta - conta ben poco: alla Fao si suona il solito spartito a base di produttività, apertura dei mercati e aiuti per lo sviluppo delle zone più depresse. In particolare l'Africa, per la quale si propone una nuova rivoluzione verde a base di ogm e additivi chimici, il solito "aiuto" per le multinazionali di cui sopra.”

Notate come la tizia affastella l’una sull’altra cose che 1-non provano affatto che la produzione attuale sia sufficiente, 2-sono eterogenee fra loro, 3-sono trattate in maniera del tutto impropria e superficiale: superficiala anche perché i dati veri ci sono eccome anche nei report della FAO, perché i dati veri  NON sono quelli indicati dalla tizia e perché i dati - anche quelli citati dalla tizia - NON dicono affatto quel che la tizia vorrebbe (es. banale: tutti i tre report citati menzionano la possibilità che sui prezzi influiscano cartelli o altre pratiche anticoncorrenziali. Ma indicare una possibilità del genere non vuol dire affatto sostenere che si debba eliminare il mercato, significa auspicare che ci sia più mercato: questo infatti, e non altro, significa la lotta ai monopoli. Analogamente, denunciare le molte storture del commercio internazionale è giusto, ma non vuol dire affatto eliminare il commercio, significa al contrario renderlo più efficiente con le appropriate soluzioni di governance- in primis, eliminando le sovvenzioni e le protezioni al mercato interno dei Paesi più ricchi).

 

Ma come a tutti i preti, alla tizia non interessa né cercare le cause, né trovare i rimedi: le importa solo di poter indicare a dito un "colpevole". Tanto della fame del mondo a lei e ai suoi lettori cosa gliene frega? 

Finché a “sinistra” esisteranno giornali del genere, la destra italiana può stare tranquilla.