Il Vertice di Roma e i "giornalisti"
A margine del vertice di Roma sull’alimentazione, che sta per concludersi, mi piace segnalare questo delirante articolo di Sabina Morandi su Liberazione (“FAO, un vertice che sa di antico: si torna al mercato”). Notate questo passo: “ La messa cantata non va disturbata nemmeno con le statistiche prodotte dai ricercatori dell'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di alimentazione: oltre alle trascrizioni dei discorsi dei politici, in sala stampa si trova ben poco. Comprensibile: sarebbe imbarazzante continuare a proporre l'aumento della produttività come cura per la crisi quando tutte le statistiche dimostrano che si produce abbastanza per sfamare tutti, e anche di più.”
Ma davvero? Non pare proprio così, visto che i rapporti delle organizzazioni internazionali (dalla FAO, all’UNCTAD, allo IAASTD), nel riconoscere la complessità della questione, hanno incluso tra le cause del problema il fatto che “given that the demand for food is continuing to rise and supply continues to be limited or to increase only gradually, the current food crisis will not be overcome without additional investment in agricolture production” (UNCTAD Report, p. 16). Meglio non parlare poi del modo in cui la giornalista parla delle altre questioni:
”Insomma, per avere qualche numero bisogna affidarsi alle organizzazioni della società civile: secondo Oxfam, se si continua con i biocombustibili, nel 2025 ci saranno altri 600 milioni di affamati in più rispetto a oggi. Secondo Action Aid, appena 5 compagnie (Cargill, Archer Daniels Midland, ConAgra, Bunge e Dreyfuss) controllano oltre l'80% del mercato dei cereali. Secondo Medici senza frontiere, a pagare sono soprattutto i bambini: 180 milioni di affamati e 20 milioni di malnutriti. Anche Antonio Onorati di Crocevia punta il dito sulle multinazionali: «I prezzi agricoli li decide la grande distribuzione, catene come Auchan o Wal Mart che trattano direttamente con i produttori e ottengono il massimo vantaggio dal prezzo finale». Ma quel che dicono le organizzazioni dell'Ipc - il comitato internazionale sulla sovranità alimentare che ha organizzato Terra Preta - conta ben poco: alla Fao si suona il solito spartito a base di produttività, apertura dei mercati e aiuti per lo sviluppo delle zone più depresse. In particolare l'Africa, per la quale si propone una nuova rivoluzione verde a base di ogm e additivi chimici, il solito "aiuto" per le multinazionali di cui sopra.”
Notate come la tizia affastella l’una sull’altra cose che 1-non provano affatto che la produzione attuale sia sufficiente, 2-sono eterogenee fra loro, 3-sono trattate in maniera del tutto impropria e superficiale: superficiala anche perché i dati veri ci sono eccome anche nei report della FAO, perché i dati veri NON sono quelli indicati dalla tizia e perché i dati - anche quelli citati dalla tizia - NON dicono affatto quel che la tizia vorrebbe (es. banale: tutti i tre report citati menzionano la possibilità che sui prezzi influiscano cartelli o altre pratiche anticoncorrenziali. Ma indicare una possibilità del genere non vuol dire affatto sostenere che si debba eliminare il mercato, significa auspicare che ci sia più mercato: questo infatti, e non altro, significa la lotta ai monopoli. Analogamente, denunciare le molte storture del commercio internazionale è giusto, ma non vuol dire affatto eliminare il commercio, significa al contrario renderlo più efficiente con le appropriate soluzioni di governance- in primis, eliminando le sovvenzioni e le protezioni al mercato interno dei Paesi più ricchi).
Ma come a tutti i preti, alla tizia non interessa né cercare le cause, né trovare i rimedi: le importa solo di poter indicare a dito un "colpevole". Tanto della fame del mondo a lei e ai suoi lettori cosa gliene frega?
Finché a “sinistra” esisteranno giornali del genere, la destra italiana può stare tranquilla.
Commenti
Luca,
l'agricoltura, e più in generale la produzione di cibo sul piatto, è una delle cose più complesse (nel senso della dinamica dei sistemi) che c'è. Interagiscono fra loro decine di sistemi a loro volta complessi: quelli biologici, quelli del clima, quelli del comesichiama - "breeding", quelli finanziari, quelli logistici, quelli di gestione delle acque, quelli degli ingrassi, quelli demografici, quelli giuridici e di governance, quelli delle assicurazioni (che a loro volta implicano in 'secondo grado' i sistemi finanziari e le politiche (plurale) monetarie), le politiche regionali e nazionali e locali, e ANCHE i mercati (plurale: non c'è UN mercato). In più tutti questi sistemi rispondono agli inputs (per esempio alla riduzione delle tariffe, o qualsiasi altra di tutte quelle MIGLIAIA di variabili, soltanto dopo un certo ritardo.
E' una cosa immensa.
Qui possiamo forse limitarci a una sola cosa (e solo perchè salta fuori costantemente anche al di là di questo specifico).
1-La "produttività " NON è la stessa cosa del "prodotto".
2-La 'supply' (o offerta) NON è il "prodotto", NON è una quantità , tipo x tonnellate.
3-la 'domanda' stessa cosa: NON è una quantità , tipo y tonnellate.
4- Dunque il problema NON è sapere se x = y, o x > y, o x minore di y.
Supply e domanda sono 'schedules', curve, relazioni quantità /prezzo.
Il problema è sapere se x è minore, uguale o maggiore di y A UN CERTO PREZZO. (e - par là - a tutti i prezzi).
La "produttività " della produz. agricola (che per i motivi che ho detto all'inizio non è solo "uova per gallina", o "latte per vache", o "quintale di grano o altro per acro"), ma un aggregato (che non è una "somma") determina A CHE PREZZO una certa quantità è offerta (dunque 'dove sta la curva') e come questa quantità dipende dal prezzo (e dunque 'quanto pende la curva').
Il problema dal punto di vista dei poveri non è sapere se "ce n'è abbastanza" (che non vuol dire niente), ma se ce n'è abbastanza PER UN CERTO PREZZO.
Ah! "ridistribuzione" invece di "produttività ".
Dunque il tale campo dà 100Kg e voi aggiungete 50Kg dalla ridistribuzione? Magnifico! Il prezzo diminuisce ma per il produttore locale dei 100Kg il COSTO è lo stesso, e dunque RIDUCE la produzione l'anno prossimo, e voi andate in Paradiso.
Non è "invece": è ridistribuzione PER aumentare la produttività . E' letteralmente ridistribuzione di produttività .
Beni capitali, compresa 'conoscenza', strumenti finanziari e legali e assicurativi, infrastrutture, ect.
Se la si piantasse di credere superstiziosamente che "produttività " è una parola solforosa e un'invenzione neolibberista. Che cocomeri!
Quiz: descrivere un meccanismo qualsiasi(*) che spieghi come il litro d'acqua che risparmiate a Milano nel lavare l'insalata diventa disponibile a Bulawayo per irrigare una coltivazione.
(hint: ce ne sono più di uno).
(*)escludendo portenti, miracoli e interventi divini o diabolici.
Fatevi questo test fra voi e voi non per vedere se 'sapete' ma solo se vi interessate VERAMENTE al problema della "redistribuzione".
Dato che nella zona di Milano l'acqua di falda è disponibile in eccesso il risparmio principale è l' energia utilizzata per il pompaggio e il trattamento, ciò non toglie che nei periodi secchi l'acqua destinata alle industrie e alle centrali elettriche possa scarseggiare.
Gli effetti del risparmio di acqua dunque sono: risparmio enrgetico e meggior disponibilità di energia e acqua per il sistema produttivo.
Considerato poi che da quel poco che sono riuscito a capire il problema in Zimbabwe non sia certo la mancanza d'acqua bisogna solo trovare il modo in cui una riduzione dei costi per l'industria padana possa eliminare uno dei problemi dello Zimbabwe: Mugabe.....
Chiedere più mercato significa combattere i monopoli ? Forse lasciar fare al mercato vuol dire fare sì che i monopoli si estendano...
"Chiedere più mercato significa combattere i monopoli ?"
Esatto, significa intervenire perché il mercato funzioni. Così' come quando si introducono imposte sull'inquinamento, standard di qualità , ordini professionali e così via.
Credo che sia una battaglia simile a quella volta a restaurare gli ordini cavallereschi.
Facciamo che sia più di uno slogan :
si agisce sulle regole ? Si tolgono i finanziamenti protezionistici di alcuni stati europei ? Si aiutano i piccoli agricoltori dei paesi in via di sviluppo ? Si apre ai prodotti Ogm ?
Anche qui non c'è una scelta univoca : si può aprire a diverse cose e sostenere la concorrenza in diversi modi. Ad es. nel caso dei prodotti Ogm quali e quante saranno le aziende che potranno reggere sul mercato ?
P.s. ho fatto un lungo intervento anche sulla questione dei rapporti tra etica e politica.
Ma quali slogan? Sono cose che GIA' SI FANNO, dappertutto, anche in Italia.
Cosa pensi che siano l'AGCM, la Consob, l'Ordine dei Medici, l'AIFA, l'Ufficio Tecnico del Comune?
Svegliati.
Sono come i cavalieri del'Ordine di Malta (per quanto soggettivamente qualcuno di loro sia in gamba o benintenzionato).
Contano solo quando si mettono a tavola.
LÃ si fanno valere sicuramente.
Là la concorrenza è spietata e il cibo ripulito in quattro e quattr'otto.
Per una valutazione per quanto prudente delle politiche antitrust
link
Non c'entra essere "in gamba e benintenzionato". Sono strumenti diffusissimi (non slogan, non battaglie contro i mulini a vento, non ordini cavallereschi; strumenti consolidati e provati dall'uso) che servono a rendere il mercato più efficiente, a farlo funzionare meglio, non ad eliminarlo. Solo che è difficile farlo entrare in testa a certa gente come la giornalista di Liberazione, e molti altri, che di mercato, capitalismo, neoliberismo e concorrenza parlano solo a sproposito.