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Il consumo "critico"

L. CECCARINI, Consumare con impegno, Roma-Bari, Laterza, 2008-07-14             

Questo saggio studia il c.d. consumo ‘critico’, ‘etico’, o alterconsumo, da un punto di vista sociologico, cioè (come a quanto pare ormai la sociologia viene correntemente onsiderata) come insieme di rappresentazioni.
Se il consumo è centrale nel mondo contemporaneo, non è sorprendente che molti cerchino di caricare il consumo di finalità diverse da quelle usuali. Da attività meramente economica, volta alla soddisfazione di un bisogno e alla razionale massimizzazione dell’utilità secondo il calcolo economico, diviene un mezzo di espressione, di protesta, e anche di comunicaizone e partecipazione (o anche, paradossalmente: “il consumo, elemento fondamentale del mercato, diventa anche strumento dell’impegno civico e poilitico contro determinate pratiche di mercato”, p. 29).

La ragione è che la finalità dell’acquisto non sarebbe più meramente individuale, ma diviene, nelle intenzioni di chi lo compie, pubblica, collettiva; e sovente il bene acquistato è notevolmente più costoso delle alternative esistenti. Si tratterebbe di un modo diverso di quel che una volta si chiamava impegno, e tramite esso si creano nuovi luoghi della politica, diversi da quelli tradizionali perché tradizionalmente considerati estranei alla politica (arene subpolitiche, le chiama Beck: il negozio, il supermercato, la vita quotidiana). Per certi versi, si tratta di una radicale applicazione del motto sessantottino “il personale è politico”. Giddens la classifica all’interno di quella che chiama “life style politics”, Norris “politics of choice” (p. 131).
Storicamente, non si tratta di fenomeni del tutto nuovi (il boicottaggio o il sostegno a determinati prodotti per finalità extraeconomiche sono semrpre esistiti), ma oggi assumono un’importanza e una connotazione del tutto caratteristiche (p. 10-11)
Il che implica anche il superamento della tradizionale (nella letteratura sociologica, da Packard a Baudrillard) passività del consumatore: il cons. critico è invece attivo (v. specialm. p. 136-137).
Il mercato dei beni di consumo “alternativi” o “etici” è ormai molto vasto, anche in Italia (che ha peraltro avuto un iniziale svantaggio rispetto ad altri paesi occidentali, successivamente colmato), ed anzi oggi la sua stessa notevole crescita pone problemi ai “militanti”, ai “conumatori etici” di più lunga attività. La “crisi di crescita” pone infatti il problema della necessità di scegliere fra identità e efficacia: quel che l’espansione, intesa come allargamento del consumo “etico” a più larghe fasce di persone, fa guadagnare in termini di efficacia (visibilità, forza del messaggio, o anche semplicemente maggiore aiuto economico alle attività e alle persone che si intende beneficare con il consumo etico) si perde in termini identitari. “In definitiva, il consumo motivato da criteri di responsabilità si configura principalmente come un modo di essere, che segna l’identità – e i comportamenti – dei consumatori che lo praticano” (p. 106).

Analogo problema pone la diffusione dei “prodotti etici” anche nei supermercati, oltre che nelle tradizionali botteghe. L’idea di alcuni è che comperare nei supermercati svilisca o snaturi la militanza: nelle botteghe, a differenza che nei supermarket, si parla, ci si informa, si fanno domande, cresce insomma la consapevolezza (anche se.... Un intervistato dice: ”Se compri un prodotto qui non devi solo pensare che aiuti qualcuno ma ti devi anche fermare a riflettere sul perché ci troviamo in questa situazione, bisogna porsi la domanda: se c’è qualcuno povero, di chi è la colpa?... Son contrario  ai prodotti del comm. equo e solidale  nella grande distribuzione perché non ha un significato politico, quello sarebbe solo mero consumo”, p. 103). Ma non manca il lato paradossale della questione: molti ritengono stimolante e fonte di gratificazione personale il fatto di andare in un supermercato e, invece di acquistare i soliti beni, ignorarli a  favore di quelli equo-solidali: sarebbe quasi come entrare e uscire incolumi da un “territorio nemico”, fonte di “orgoglio”, quasi una prova iniziatica (p. 109-110).
L’idea di fondo è quella di influenzare politica e mercato attraverso scelte individuali di acquisto; e come spesso accade, a muoversi per prima è una élite, successivamente imitata da gruppi più vsti richiamati anche dal fascino acquisito da quel particolare stile di vita e di consumo (p 31).
Il libro esamina poi i dati di alcuni studi sul campo, basati fondamentalmente su interviste e questionari (in assenza dei dati numerici, l’impressione è che si tratti di campioni alquanto esigui: v. per es. p. 68) mirante a distinguere tra i consumatori ‘etci’ vari sottogruppi, d a quelli più politicizzati a  quelli più ‘disimpegnati’, tra quelli di origine laica a quelli di matrice cattolica (opinione dell’autore è che in Italia, a causa della formazione culturale peculiare del nostro paese, il ‘consumoc ritico’ si svolge seguendo la tradizionale bipartizione laico/cattolico). I ‘cons. critici’ tendenzialmente esprimono sfiducia e delusione nei confronti della politica, ma non in sé (manifestano anzi grande rispetto per il sistema dei partiti e la democrazia partecipativa), ma per i politici attuali, che evidentemente considerano non all’altezza delle loro aspirazioni (p. 50-51). Non sono affatto apolitici o disimpegnati, al contrario, affiancano alla politica tradizionale un nuovo tipo di coinvolgimento e militanza. Eppure non sfugge che si tratta di una “militanza” ben diversa, e più facile, di quella di un tempo: lo mostra  la consumatrice critica la quale dice: “comprare qui [una bottega del commercio equo e solidale] è un atto di solidarietà. Un volontariato che non fa sudare” (p. 67)!
Emergono anche spunti di chiara matrice, dicamo così, sobrio-austeritaria. Un’intervistata dice: “Una politica che vuole solo aiutare persone sfortunate cercando di ridimensionare il nostro benessere o di pilotarlo verso qaulcosa di più puro!” (p. 84-85: è interessante che il ‘nostro’ benessree vada ridimensionato e ciò sia in una relazione di qualche tipo con il benessere altrui, o che il nostro benessere sia ‘impuro’: ma la ragazza in questione sembra dare tutto ciò per scontato).  In molti casi, quel che si vuole è una “influenza sulle coscienze”, un “movimento di massa che rifiuta il modello economico classico, boicottandolo e che va a favore di un’economia alternativa” (p. 106: solo che non si sa cosa sia quest’ec. altern.).
Non va trascurata anche la dimensione della soddisfazione personale.  Gli atti del consumo critico hanno un grande valore simbolico. “Hanno quindi una forte valenza verso i consumatori stessi, sul piano personale del sé.  Queste azioni esorcizzano da un lato  l’idea di sentrsi complici e irresponsabili, e rafforzano, dall’altro, la sensazione di essere parte di una comunità e impegnati per il bene comune” (p. 91). “L’atto di acquisto presuppone nei comsumatori più coinvolti un investimento emotivo profondo e si connota come azione critica e di denuncia” (p. 117). Poi si aggiunge significativamente: “I prodotti del commercio equo e solidale venduti nella bottega <<incorporano>> il nesso tra produzione e consumo, e la scelta di acquisto si carica di significati che rafforzano l’identità del consumatore” (p. 117: qui è interessantissima la compresenza della relazione produzione/consumo con il piano simbolico- ed in effetti non è affatto chiaro perché il nesso produzione/consumo sarebbe presente nella bottega più che nel supermercato)
E’ poi singolare che molti cons. critici manifestino seri dubbi sulla rilevanza ‘autonoma’ del cons. critico per influenzare la politica: “se dietro a  questi acquisti non c’è un’azione politica c’è il rischio che anche il commercio equo e solidale diventi una forma di carità. Non ci si può limitare a creare in una nazione che ha dieci milioni di contadini una cooperativa che ne comprende solo trenta. Questa è carità, questo significa mettere a posto la coscienza dando dieci centesimi in più ad un contadino che comunque resta povero. Il tutto deve essere iunito ad un’operazione politica altrimenti non serve a niente” (p. 102; v. anche p. 106).
Questa connessione tra presa di responsabilità individuale e azione di consumo è interessante anche perché rappresenta un esempio dove il mercato, generalmente associato a una razionalitùà di natura utilitaristica, si configura come un luogo in cui si sviluppano dinamiche di segno diverso: dove l’individualismo si combina con la solidarietà e dove prendono forma azioni e logiche che vanno oltre il calcolo dell’homo oeconomicus. Il costo delle scelte di acquisto critico o di non acquisto di determinati beni, sia in termini monetari, ma anche di reperimento degli stessi prodotti o delle informazioni su di essi, è spesso più elevato ripetto ad altre possibilità per il consumatore. Eppure, questa pratica sembra avere una notevole diffusione anche nella società italiana.” (p. 141)
Nel libro vi sono poi alcuni svarioni abbastanza gravi (v. p. 125, dove la crescente tendenza a regolare normativamente la qualità dei prodotti, ad es. in tema di sicurezza, viene vista come un “processo di politicizzazione del mercato... il mercato, dunque, diventa uno spazio che assume, più che in passato e su piani differenti, anche una valenza politica”; o a pp. 133-134, dove si critica la concezione economica del consumatere in quanto essa tralascerebbe la “caratterizzazione simbolica che segna l’azione nella prospettiva dell’attore-consumatore” e finirebbe per vedere il consumo in modo eccessivametne “atomistico” anziché vederlo come un frammento dell’intero sistema sociale-culturale (è una critica ben nota e del tutto insensata, come lo sarebbe accusare la matematica di ignorare i sentimenti).

Commenti

Segnato come lettura in montagna.
Scusa, ma perché ce l'hai tanto con Packard?

etienne64 | July 21, 2008 11:23 PM

Ah, una sciocchezza: ma Tiziano lo hai messo adesso o lo noto solo io adesso?

etienne64 | July 21, 2008 11:27 PM

La seconda che hai detto.

(No, non ce l'ho con Packard, è solo che le mie letture di sociologia dei consumi sono piuttosto limitate)

KK | July 22, 2008 1:05 AM

Ritengo che "la crescente tendenza a regolare normativamente la qualità dei prodotti, ad es. in tema di sicurezza, viene vista come un “processo di politicizzazione del mercato... il mercato, dunque, diventa uno spazio che assume, più che in passato e su piani differenti, anche una valenza politica" sia un'osservazione decisamente interessante (non perchè io condivida questa visione, ma perchè trovo che siano in tanti a pensarlo). Un esempio?

link

dove si è oramai al rifiuto dell'industria tout court. Per carità mia (perchè sarebbe un soggetto che fa politica attiva in quello schieramento che io ho votato) tralasciamo il fatto che addirittura arriva a mettere in discussione lo "sviluppo sostenibile", ahimè dopo essere stato in coalizione con i verdi...

Intendo dire insomma che questi parlano di ambiente, certificazioni, ecolabel etc e non sanno manco di che parlano.

infine mi sembra poco corretto ma lo faccio ugualmente segnalare questa piccola chicca a commento del post della solita tizia

link

alessandro | July 22, 2008 10:42 PM

Concordo con quel che hai scritto in quel blog, Ale. Non è nemmeno più il problema se si ha ragione a dire che bisogna crescere o meno, il problema è che non si sa nemmeno cosa si sta dicendo.

Il secondo post che linki l'ho visto, ma cosa sarebbe la "chicca"? Che l'altra tizia la definisce "marxista"? :-))

KK | July 23, 2008 8:52 AM

esatto! :o))

alessandro | July 23, 2008 9:54 AM

Una Tizia mi ha segnalato questa interessante discussione.
E' solo la parola m-a-r-x-i-s-t-a che vi provoca queste ilarità oppure tutto il discorso sull'alienazione che, certo, a me sembrava assolutamente azzeccato?

e. | July 24, 2008 7:44 AM

No, e., la parola marxista in noi non provoca nessuna ilarità, ma solo molto molto rispetto. E' per questo che trovavo ridicolo vederla associata a un discorso che di marxista non ha proprio nulla, ma assolutamente e definitivamente nulla.

KK | July 24, 2008 10:10 AM

Boh, forse dovresti provare a rileggerlo...Magari ti è sfuggito qualcosa.
Quasi quasi lo rileggo anch'io, magari mi è sfuggito qualcosa.
Queste certezze granitiche fanno sempre una certa impressione.

e. | July 24, 2008 2:00 PM

e.,
facciamo così: tu mi dici cos'è che mi è sfuggito, di marxiano/marxista, nel testo della Giuliana Cupi (to', ci metto il nome e cognome completo, così non si offende), e ne parliamo?
Io non ho trovato traccia né di analisi dei rapporti di produzione (e sarebbe strano attendersi qualcosa di diverso, da una che è convinta che l'autoproduzione e il risparmio siano decrescita) o di classe, né tanto meno di critica dell'"alienazione" (tra l'altro la G.C. parla di "conformismo", che è una cosa del tutto diversa). Ma naturalmente è possibilissimo che mi sia sfuggito qualcosa.
Facciamo così?

KK | July 24, 2008 2:22 PM

Mi pare di aver letto che la deriva marxista sia stata attribuita all'uso della parola "lotta". Ma ovviamente potrei sbagliare.

Pippi | July 24, 2008 3:59 PM

Occhei, dovrebbe essere questo il pezzo:

"A me pare invece evidente qualcos'altro: che in questo panorama di paura e ricatto generalizzato il lavoratore pubblico è l'ultima resistenza da abbattere. I suoi privilegi – i diritti di cui abbiamo già parlato, la sicurezza di un introito per quanto di più che modesta entità, il fatto di disporre di una certa quantità di tempo libero – lo rendono un fastidioso impiccio alla piena realizzazione del disegno sopra illustrato. Bisogna spaventarlo, impoverirlo, minacciarlo, incatenarlo alla scrivania."

In pratica lei dice che quelli della pubblica amministrazione sono lavoratori non alienati.

Mi riferivo a questa cosa qui. Adesso, però, non facciamone una questione da ottanta commenti noiosi. Mi piaceva spiegarmi ma ci ho messo mezz'ora per ritrovare il post e cercare il punto giusto. E preferisco fare dell'altro. Con tutto il rispetto per voi e per la Giuliana Cupi che mi è anche simpatica.
E' che trovo queste discussioni abbastanza sterili e penso che la sinistra dovrebbe parlare un po' meno e fare un po' di più.
Se fossi un ragazzino e fossi incappato a metà di questa discussione vi giuro che mi iscriverei subito a forza nuova.
Saluti.

e. | July 25, 2008 11:39 AM

Ma certo, come no. Basta usare le parole "lotta", "resistenza da abbattere", "ricatto generalizzato", et voila che siamo diventati per incanto "marxisti". Che importa che di classe, di rapporti di produzione, di storia e di economia non ci sia una mazza?

Iscriviti a Forza Nuova, lì di certo tante chiacchiere non ne fanno.

KK | July 25, 2008 11:50 AM

Mettiamola così, Karl Kraus. Io non ho mai citato Marx nell'articolo, ma a un certo punto ho parlato di lotta. E., spiritosamente, ha tirato fuori il marxismo.
Ma non mi aspetto certo che l'ironia rientri nei vostri parametri.
Giuliana Cupi

Giuliana Cupi | July 26, 2008 7:45 PM

Giuliana Cupi,
e infatti nessuno parlava del tuo pezzo. Si notava, in risposta appunto alla e., che di Marx, nel tuo pezzo, non c'era la minima traccia. La e., che quella affermazione, a quanto pare, non l'aveva fatta tanto spiritosamente, ha insistito; di qui il thread.
Chissà perché poi è sempre la gente più mortalmente tediosa, egocentrica, incompetente, intollerante delle contraddizioni e incapace di dialogo ad autoattribuisi l'ironia.

KK | July 27, 2008 2:19 PM

Scusate se mi intrometto un'ultima, prometto ultima volta.
Giuro che il mio commento non c'entrava una fava con la parola "lotta". Io ho parlato di ALIENAZIONE. Cazzarola. Leggeteli con attenzione i commenti, prima di replicare. E' fastidioso.

La seconda cosa è che Marx io credo si stia rivoltando nella tombola a essere citato e ri-citato per giustificare un'antipatia che mi sembra palesemente personale.

Non fatemi vergognare di essere intervenuta qui.
Tornate nei ranghi.

e. | July 28, 2008 12:13 PM

e.,
i- di Marx sei tu che hai parlato, non io
ii- di alienazione, nel testo della G.C., non c'è traccia.
Sono entrambe due cose che ti ho già detto più volte e non so più come dirtele.
Qua di dentro, di personale, non c'è una emerita sega. Non me ne frega nulla né della rispettabile persona di G.C., né della tua. L'unica cosa che mi sta a cuore, è che la sinistra e il marxismo non vengano evocati a vanvera.
Se ti vuoi vergognare, non ti mancheranno certo i motivi.

KK | July 28, 2008 12:29 PM

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