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Il gran cadavere della sinistra

B.-H. LẾVY, Ce grand cadavre à la renverse, Paris, Grasset, 2007

 

Nel gennaio 2007 BHL (come in Francia è noto Lévy) riceve la telefonata di Sarkozy (candidato all’Eliseo, nonché suo amico da anni), il quale lo invita ad appoggiarlo. Ma BHL prima esita, poi rifiuta, perché, dice, la Gauche è “la mia famiglia”. Sarkozy ha un bel ricordargli le volte in cui Lévy è stato in feroce disaccordo con quella “famiglia”, e proprio su questioni cruciali (i diritti umani, la politica internazionale, il Darfur, la Cecenia, la Bosnia, ecc.), ma senza successo. Abbassato il telefono, tuttavia, BHL è costretto ad interrogarsi sui motivi per restare fedele a una sinistra che, sulle cose che più gli stanno a  cuore, si comporta “stranamente”. Il resto del libro è un tentativo di rispondere a questa domanda.

Si tratta quindi del noto genere delle “ragioni della sinistra”. Ma il libro risulta assai diverso dagli altri sullo stesso argomento, perché non solo animato dalla lucidità e dal pessimismo, ma pervaso anche da un autentico spirito di passione laica che – come appare nel bellissimo Epilogo – è esemplato sull’orgoglioso motto di Guglielmo d’Orange (“Non è necessario sperare per intraprendere né riuscire per perseverare”) ed è piuttosto raro, oggi, a sinistra.

Diciamo subito che è un libro per molti versi irritante: scritto in primissima persona, in cui tutto è visto sotto la lente delle vicende personali dell’autore, ed anche stilisticamente aduggiato da vezzi e idiotismi spesso insopportabili. E tuttavia vale la pena leggerlo, perché almeno da pagina 180 in poi diviene del massimo interesse per capire come la sinistra francese (e, aggiungiamo, quella italiana) si sia ridotta oggi e quali strade le siano aperte per recuperare le proprie ragioni. Aggiungiamo che il ”grande cadavere riverso” del titolo –appunto il cadavere della Gauche – viene dalla prefazione di Sartre del 1961 ad Aden Arabie di Nizan.

BHL rigetta subito la vecchia distinzione destra/sinistra basata sulla “idea reazionaria di progresso”, perché oggi non spiega più nulla, così come risultano superate altre distinzioni (la classe, la rivoluzione, il socialismo stesso: “non ci sarà salvezza per la sinistra senza un atto di rottura che la faccia tagliare nel vivo della sua storia, dunque del suo nome”). E dunque? Le immagini, cui l’A. in un primo momento pensa, non bastano per fare una identità, anche perché non c’è un monopolio su di esse (e infatti Sarkozy ha potuto validamente richiamarsi a Jaurès e a Moulin in campagna elettorale). A servire da spartiacque, allora, potrebbero essere degli avvenimenti storici. Uno è Vichy, un altro la guerra d’Algeria: chi li minimizza e cerca di disfarsi della loro memoria non è di sinistra. Poi, il ’68: chi immagina un ’68 inventore degli egoismi predatori e consumistici e dimentica che il ’68 è stato in primis un’esaltazione della gratuità e del dono, oltre che una lotta contro tutti gli autoritarismi, a cominciare dai partiti comunisti, non è di sinistra. Infine, l’affare Dreyfus: all’epoca del processo, tutti sapevano che il capitano ebreo era innocente, eppure una vasta parte della Francia si comportò come se questo non importasse affatto, dinanzi a valori come l’Esercito, l’Ordine, il Paese. Ma alcuni si levarono per protestare ed esigere che venisse fatta giustizia ad un uomo solo ed indifeso. La sinistra è tutto questo; e al riguardo BHL trova molte cose da rimproverare a Sarkozy, a cominciare dal suo glissare sui crimini coloniali.

Infine, vi sono dei riflessi, degli istinti corrispondenti a quegli avvenimenti: quello dreyfusardo, quello antifascista, quello sessantottino, o antiautoritario, e  infine quello anticoloniale. Se questi istinti vengono separati, si assiste a qualcosa che non è più sinistra (così, avremo coloro per i quali i paesi dove si sviluppa una dittatura non vanno aiutati ma lasciati soli, o per i quali addirittura i diritti dell’uomo sono un prodotto culturale occidentale e non si possono “esportare”; avremo quelli che, in nome dell’antifascismo, saranno disposti a scendere a patti con il totalitarismo sovietico; avremo il sessantottino che ha dimenticato i riflessi dreyfusardi e a cui non resterà, del ’68, “altro che la filosofia del sospetto, il rifiuto dei dogmi, la contestazione generalizzata, la voluttà di scisma e di demistificazione” finendo al negazionismo e al sostegno a Faurisson). Essere “di sinistra” significa aver mantenuto, tutti insieme, questi quattro “buoni riflessi”. Ma accade ciò nella “sinistra reale”? Proprio a questo argomento, cioè ai difetti della “sinistra reale”, è dedicata la seconda parte del libro. Non perché la Gauche non sia ormai sostanzialmente un partito socialdemocratico: nonostante sia mancata una Bad Godesberg, è innegabile che la sinistra francese ha accettato, nei fatti se non a parole, l’economia di mercato. E la stessa famosa “tentazione totalitaria” (cioè la simpatia e il fascino per il totalitarismo comunista e la tentazione a giustificarne gli orrori con la teoria che “la rivoluzione non è un pranzo di gala”), che pure ha a lungo afflitto la sinistra, non è neppure essa più attuale. Peraltro, aggiunge subito BHL, c’è un’altra “tentazione totalitaria” che forse invece non è stata chiaramente esorcizzata. Lévy ricorda che la nouvelle philosophie – di cui lui stesso è stato esponente – era nata appunto per combattere la tentazione totalitaria nei suoi elementi di base: le idee di Assoluto, Bene,  Male, Storia, Dialettica. La morte dell’Assoluto è anche la morte della teologia politica e la scelta, necessariamente antifascista, del relativo. Ma questa battaglia ideologica, dice BHL, è stata ormai vinta; l’atmosfera è cambiata. Certo, “la sinistra, dopo ciò, ha continuato a dire delle sciocchezze, naturalmente... Ma non sono più le  stesse sciocchezze”. L’esperienza fatta da BHL nella campagna elettorale di Ségolène Royal gli fa sospettare l’esistenza di due sinistre antagoniste, in costante lotta fra loro. E una di queste due sinistre, che non può più giustificare i massacri in nome di un bene superiore, perché non ha più un Bene da impiantare in terra, risulta bizzarramente ridotta a “un odio per nulla”. Altri sintomi sono “la riabilitazione di Carl Schmitt ad opera di Giorgio Agamben o di Etienne Balibar, il trionfo di Heidegger che la vince una volta per tutte su Marx ed Hegel, la deriva nazionalista di Régis Debray e la sua critica, presto, della <<oscenità democratica>>, i testi di Alain Badiou sul Kossovo o sul giudaismo, quello di Jean Baudrillard sull’11 settembre, i dibattititi sull’Islam”. Giungiamo, qui, alla tesi centrale del libro: la sinistra è sopravvissuta sì alla sua prima “tentazione totalitaria”, ma al posto di questa è ora soggetta al fascino di una “seconda” tentazione, il cui tratto più singolare è che “essa prende la propria ispirazione, non più a sinistra ma a destra, quando non all’estrema destra, nel magazzino degli accessori della peggiore <<ideologia francese>>”. Il resto del libro è appunto dedicato all’esame dei vari “sintomi” della malattia della Gauche, della sua seconda “tentazione totalitaria”. Come vedremo, tutti questi sintomi vengono dal carniere della destra peggiore.

Il primo sintomo è l’ antiliberalismo. Che certo non è appannaggio solo della sinistra, anzi è endemico in Francia (si pensi che Chirac, nel 2005, ha definito il liberalismo “una perversione dello spirito umano”). Ma è attecchito soprattutto nella sinistra, che, pur cessando di essere marxista, non ha smesso di essere antiliberale, ed anzi lo è ancora di più. L’antiliberalismo è ormai un articolo di fede che unisce tutti, dai socialisti ai trotzkisti agli attivisti di ATTAC. La Francia è l’unico paese al mondo dove oggi si dice antiliberale come una volta si diceva anticapitalista. E’ vero che la sinistra è in buona fede, che è convinta di prendersela non con il liberalismo in sé, ma con il “neo-liberalismo” o con l’”ultra-liberismo”; ma questo riflesso anti-liberale, che si vorrebbe post-marxista, è in realtà pre-marxista e pre-moderno. Lasciamo anche stare la questione se sia davvero possibile distinguere il liberalismo politico da quello economico. Il vero problema “è l’ignoranza insensata di cui danno prova la maggior parte di questi signori  quando ci spiegano che il liberalismo è il mercato mentre esso in realtà è il contratto”; “che il liberalismo è la giungla, lo stato di natura, l’umanità restituita al regno e alla collera delle cose”, laddove esso “ è al contrario lo sforzo per padroneggiare la legge della giungla, uscire dallo stato di natura, inventare norme e regole capaci di impedire la lotta di tutti contro tutti”. Se almeno la sinistra dicesse: accettiamo quel che c’è di buono nel liberalismo, e rigettiamo quel che c’è di cattivo- come possono fare gli italiani, che almeno possiedono a questo fine la distinzione crociana tra liberalismo e liberismo.  Ma neppure questo accade, il rigetto è totale.. Ciò appare tanto più singolare in quanto la sinistra sente il bisogno di combattere il predominio della destra nelle questioni, per es., dell’ordine pubblico e della sicurezza, o della nazionalità e della patria; ma allora, perchè non farle concorrenza anche in quelle della libertà? Così facendo, la sinistra dimentica che le grandi rivoluzioni (l’inglese, la francese, l’americana) furono tutte rivoluzioni in nome della libertà contro l’assolutismo (e finisce per dire addio a Lafayette e per acclamare i Chavez e gli Ahmadinejad), e che le lotte per l’uguaglianza sono sempre state anche lotte per la libertà, dal 1830 al 1944, per non parlare delle insurrezioni d’Ungheria, di Cecoslovacchia o di Polonia nel secondo dopoguerra; ed infine, quanto alla insensata polemica contro l’Illuminismo, è facile notare come, dopo aver abbandonato gli illuministi “liberali” (Voltaire, Turgot, Montesquieu) in favore di quelli “materialisti” (D’Holbach, Helvétius, La Mettrie), oggi la sinistra vada ancora più indietro e, come previsto da H. Arendt, torna direttamente agli antilluministi, cioè ai reazionari, da Burke e Herder fino a Maurras. Ed eccoci così alle singolari commistioni rosso-brune in atto. Una delle più vistose è il recupero “da sinistra” di Carl Schmitt; uno dei principali responsabili ne è stato Agamben - BHL non lo cita, ma c’è anche Zolo -  che è andato a  cercare nella condanna schimittiana della “guerra giusta” lo strumento teorico per condannare la spedizione di Bush in Irak. Eppure non c’era certo bisogno di Schmitt per criticare la  “guerra giusta”. Il fascino esercitato da “questo vecchio nazi” è inspiegabile. “C’è tutta una frangia della sinistra che in mancanza di Marx mangia dello Schmitt- e va a cercare nel secondo le ragioni d’agire e di pensare che non trova più nel primo”.

Secondo sintomo: l’antieuropeismo. Fino a qualche decennio fa, ad essere antieuropea era la destra, mentre la sinistra era filoeuropea. Oggi è tutto un ripiegarsi intorno alle identità, alle piccole nazionalità. Insomma la Gauche “è stata internazionalista, ed è diventata nazionale. Riveriva i cittadini del mondo, e adesso celebra i territori, i formaggi del paese e le culture autentiche, certificate anti-OGM. E’ indigenista nel Chiapas. Sciovinista con Chavez. Patriota economica con Castro. Patriota tout court quando, in Francia, si preoccupa per l’invasione degli idraulici polacchi o fustiga la direttiva Bolkenstein (pronunciare bene lo <<stein>>”. Si pensi che gli “altermondialisti”, fino al 2003, si sono chiamati “antimondialisti”! Non si sono fatte delle vere distinzioni; il No al referendum sulla costituzione europea è diventato un vero e proprio stendardo, un articolo di fede, indiscusso La ragione, secondo l’A., è una débacle culturale, una “pigrizia di spirito”, la debolezza di dare per scontato che le cose fossero fatte una volta per tutte, che la storia fosse finita con la caduta del Muro, insomma che l’Europa si sarebbe fatta da sé. Oggi, la situazione è cambiata, e la sinistra ha paura anche solo di “ripetere le sue audacie di un tempo”, ed ammesso che sia ancora l’avanguardia di qualcosa, lo è  del partito della prudenza, del ripiegamento su se stessi, della resistenza al rischio dell’Europa, della regressione. L’Europa? Il mercato. L’Europa? Il liberalismo, che essa abomina. L’Europa? Queste deregulations, delocalizzazioni, privatizzazioni, regolamentazioni, che sono la sua bestia nera... La verità vera è che l’Europa le fa paura e orrore. L’avvenire, ancora una volta, ci dirà se questo vento di disfattismo è cosa nuova o vecchia”.

Poi,  l’antiamericanismo (l’”altro socialismo degli imbecilli”); che non è la mera ostilità a questa o quella cosa che l’America fa, ma “a ciò che l’America è”. Una specie di religione che lega tutte le parti della sinistra, che fa dell’America un luogo maledetto, quasi uno stato dell’Essere, capace di tutto e del suo contrario: di “affamare il mondo, e di inondarlo delle sue merci“, di “combattere il terrorismo e di averlo fomentato”, di “essere un paese senza cultura che riempie il mondo della sua cultura”, ecc. All’America non è stato risparmiato alcun rimprovero; tanto che “la Francia, durante la guerra di Secessione, non è forse riuscita nel tour de force di essere il solo paese al mondo che fosse insieme ostile alla schiavitù (...) e favorevole alla vittoria del Sud (...)? Non fu essa il solo paese che, nel 1918, per bocca di Clemenceau, osò trovare bizzarro, e perfino un po’ sospetto, che i nostri alleati <<yankee>> non avessero perduto più uomini nelle battaglie di Francia?”. Per BHL, quest’odio ha una storia che comincia con il Contratto sociale di Rousseau, dove si sostiene che gli uomini possono creare una società artificiale, mediante un contratto, senza alcun elemento preesistente (sangue, tradizioni, lingua, religione, ecc.) in comune. Possibilità irrisa da tutti i pensatori reazionari, eppure realizzatasi nella storia, proprio con la nascita degli USA. E questo paese assurdo, artificiale, ridicolo, non solo prospera e diviene potente, ma salva per due volte (o tre, se aggiungiamo la guerra fredda) l’Europa. L’antiamericanismo nasce da quella umiliazione. Inoltre, l’America è la smentita alla necessità delle tradizioni nazionali, la più antica e importante delle religioni europee. E poi, è “uno choc ideologico senza precedenti per quelli che credevano che l’Europa fosse al centro del mondo, la Francia il centro dell’Europa, e il modello organico e organicistico di costruzione delle nazioni, il solo modello possibile”. Le reazioni sono varie. Una di queste è l’odio, e senza paragoni con quello che potevano suscitare le dittature comuniste. Per i fascisti francesi, il vero nemico non era Stalin, era Ford (il “cancro americano”, l’”America interiore” di Maurras); e anche i non fascisti, come Mounier, diranno che l’America è “una barbarie che minaccia l’edificio umano” e il suo discepolo Domenach nel 1959 che quella americana è una civiltà “destinata dalla sua nascita a diventare la civiltà totalitaria”. Come si vede, è una posizione tipicamente di destra: ”l’antiamericanismo è una metafora dell’antisemitismo”. V’è stato un tempo in cui la sinistra francese ed europea era pro-americana (Lenin, Trotsky, Bucharin, per non parlare di Marx ed Engels). Tanto che quando, a partire dal 1945, l’atteggiamento cambia, il mutamento è così brusco che la sinistra, ritrovandosi in un campo tradizionalmente di destra, è costretta a ripetere i topoi più vieti della destra medesima. Così “vedete Maurice Thorez che nel 1948 sostiene che il cinema americano <<avvelena letteralmente l’anima dei nostri figli>> e vorrebbe fare delle <<nostre fanciulle>> non più delle vere <<francesi>> ma le <<docili schiave dei miliardari americani>>”. Oggi, in Monde Diplomatique, si leggono le stesse cose che scriveva Maurras. BHL ne conclude che “non esiste alcun antiamericanismo di sinistra”.

Quarto sintomo, l’ossessione per l’Impero. Un concetto, nota BHL, singolarmente “inefficace se si tratta di spiegare il funzionamento di un’America la cui linea più naturale è sempre stata l’isolazionismo e che, contrariamente alle grandi nazioni della vecchia Europa, non ha mai colonizzato nessuno”. E’ davvero difficile scoprire un filo unico nelle varie guerre degli USA. Quando Lenin, Rosa Luxemburg o Hilferding parlavano di “imperialismo”, si trattava di un concetto, giusto o sbagliato, fecondo o no, ma che si poteva discutere razionalmente. Ma quando ne parlano Chomsky o Pinter o Monde Diplo, attribuendogli i tratti della piovra che avvolge nelle sue trame il mondo intero, quando si pretende di spiegare l’intera politica estera USA come “l’agenda segreta di una setta di neoconservatori di cui ci si prende cura, di passaggio, di ricordarci finemente  che sono, in maggioranza, ebrei e che hanno preso d’assalto il cervello del Presidente” allora si cambia completamente registro: “Non siamo più nell’analisi ma nella magia. Non si è più nel concetto, ma nell’occulto. Si dà a vedere un mondo il cui motore non è più la lotta di classe, la formazione del valore, gli interessi in contrasto, o le passioni, degli uomini, ma un gioco di maschere e di mosse oscure, il gusto dei travestimenti e quello di denunciarli, il ritorno degli imam mascherati, i doppi discorsi all’assalto dei doppi o tripli fondi del reale. Si fabbrica, in una parola, una nuova teoria del complotto”. Ma c’è forse ancora di peggio: che questa polarizzazione  rende la sinistra sorda e cieca alle catastrofi che affliggono il mondo. Lo si è visto alla conferenza di  Durban, dove le speranze dei darfuriani e di altri popoli martoriati di avere finalmente un’arena dove chiedere l’aiuto e la solidarietà del mondo sono state frustrate dagli schiamazzi degli antisionisti: a furia di ripetere che non c’è che uno stato criminale, Israele, e che non c’è che una vittima, i palestinesi, non rimane più spazio per le cause dei numerosi altri popoli umiliati del mondo. E’ un mondo dove ci si divide nettamente tra buoni e cattivi, e dove i cattivi sono i segreti padroni del mondo: e tutti quelli che si oppongono loro, siano pure dittatori, massacratori, antidemocratici, antifemministi ecc., sono comunque “buoni” perché in qualche modo si oppongono all’Impero. Gli altri sono solo dei seccatori. Si è arrivati al punto che intellettuali come Pinter o Chomsky hanno preso pubblicamente le parti di Milosevic solo perché l’America gli si è opposta, o quelle di Faurisson o del regime cambogiano solo perché è impossibile che una tragedia sia veramente accaduta se non è colpa dell’America! Il meccanismo è “implacabile e terribile. Non si può essere un assassino e nemico degli USA- dunque Milosevic  è innocente. Non si può essere vittime ed essere amici degli USA – dunque i Kosovari (come i bosniaci e come, ovviamente, i Ruandesi) sono colpevoli,.. Non si può, in generale, essere nero, giallo o arabo, appartenere al mondo dei paesi poveri o dei paesi ex-poveri, non ci si può dire del Terzo Mondo, pensare che Castro sia un eroe, ed essere degli assassini: dunque viva l’Hutu col machete! viva Chavez che vieta la stampa e la televisione libere, accarezza il sogno di una presidenza a vita e dichiara che l’economia mondiale è dominata dai discendenti del popolo che ha “ammazzato il Cristo”! viva la giusta lotta di Ahmadinejiad contro le donne del suo paese!”.

Quinto, l’antisemitismo. Si sa che l’antisemitismo è di diverse specie: religioso, irreligioso, nazionalistico, economico e razziale. Tutti questi diversi antisemitismi si sono, col tempo, mescolati: l’antisemitismo moderno è un ibrido, un virus mutante, che, al fine di convincere nuovamente al mutare delle condizioni storiche, deve cambiare aspetto. E’ quindi logico che oggi esso abbia nuovamente mutato faccia; quelli “storici”, pur non del tutto spenti, sono però fuori moda. A parere di BHL, se mai l’antisemitismo riapparirà su larga scala, lo farà incorporando questi tre elementi: 1) la convinzione che gli ebrei sono accaparratori di un nuovo genere di bene, precisamente “della compassione degli uomini”: insomma un “antisemitismo giustificato dalla guerra delle memorie” dei diversi massacri;. 2) la convinzione che la sofferenza degli ebrei è falsa o esagerata (e qui le varianti vanno dal negazionismo puro e semplice alla negazione della sua “unicità”); 3) infine, la credenza che questa sempre rinnovata memoria della Shoah sia funzionale alla perpetuazione dei crimini israeliani contro i palestinesi. Tutte queste affermazioni, innocue da sole perché totalmente infondate, sono elementi che combinandosi possono comporre una miscela  micidiale. Secondo l’A. “la sintesi, al momento, non è ancora fatta”; ma è questo il pericolo. E stavolta non sembra che contro questo nuovo virus l’America sia meglio immunizzata dell’Europa.

Altro sintomo, la bizzarra alleanza che la sinistra ha stretto con l’islamismo radicale. E’ ben noto il legame che tutti questi partiti islamici  hanno avuto, fin dal loro sorgere, con il fascismo europeo (dai partiti Ba’as siriano e irakeno, al movimento dei fratelli Musulmani, fino ad Al Fatah, Hizbollah o Hamas). Come si fa a rimanere indifferenti quando Ahmadinejiad, Hamas o Hizbollah fanno dichiarazioni francamente antisemite? Dove è finito l’antifascismo per non sapere da che parte stare di fronte alle atrocità contro donne e bambini, o nel caso degli attentatori dell’11 settembre?  Bisogna davvero aver perduto il riflesso antifascista per non reagire dinanzi al caso del professor Redeker o dinanzi al politico socialista che ha suggerito tranquillamente di abbandonare l’elettorato ebraico per rincorrere quello musulmano, più numeroso, o per accettare senza protestare che le donne vadano in giro in burqa ad Amsterdam o che Ayaan Hirsi Ali venga scacciata dall’Olanda.

Cosa fare, si chiede BHL, per resistere a questa marea? Tre cose, ahimé, difficili. Primo, limitare lo spazio che nel dibattito occupa il riferimento ad Israele. La tesi che la colpa è di Israele è non solo irragionevole, ma sbagliata (ai fascislamisti di Israele e della Palestina non importa nulla). Secondo: opporre a questa deriva islamica non la tolleranza, ma la laicità. E’ nel nome della tolleranza che la sinistra ha sviluppato, nell’ultimo ventennio, i peggiori riflessi; la laicità è un’altra cosa. Essa distingue, ad es., nell’ambito delle varie confessioni, tra quelle che invitano all’assassinio (e che non vanno tollerate) e le altre; inoltre, quanto alle seconde, essa non si limita a tollerarle, ma le rispetta ugualmente; infine, essa tiene il potere politico ad eguale distanza dalle confessioni (mentre la tolleranza potrebbe accettare che questa o quella confessione, reputandosi offesa, facesse appello al potere politico per ottenere riparazione, questo è inaccettabile per la laicità). In una parola, mentre la tolleranza ammette un legame tra il piano politico e quello religioso (essa è “l’ultimo avatar di ciò che la tradizione chiamava  il teologico-politico”), la laicità lo nega. “La tolleranza è il principio secondo cui la mia libertà di opinione deve arrestarsi laddove comincia la libertà d’opinione del mio prossimo (sicché non si potrebbe più esprimere se non ciò che è già inteso); la laicità è la libertà, non d’opinione ma di pensiero (persino contro le fedi di cui non condivido i dogmi; perfino contro delle proposizioni – tagliare la mano del tale scrittore apostata – di cui mi riservo di ritenere che sono proposizioni barbare). La tolleranza è tutto il potere alle comunità e tanto peggio per Robert Redeker. La laicità è tutti i diritti ai diritti dell’uomo e tanto peggio per l’islamista radicale che vuole censurare o uccidere Redeker. La tolleranza, lo si sarà capito, può divenire il cimitero delle democrazia laddove la laicità è il loro crogiolo”. Terzo: sostituire al cocnetto di fondamentalismo quello di fascislamismo. “Fondamentalismo” è concetto falso perché fa pensare che “i crimini dell’islamismo radicale siano frutto di una interpretazione fondamentale, letterale, del Corano”, mentre nel Corano non c’è nulla che inviti ai crimini di cui si sono macchiati gli islamisti radicali. “Fascislamismo” invece è un termine innanzitutto giusto storicamente (dato che rende conto appunto dei rapporti che legano gli islamisti radicali di oggi ai fascisti di ieri), e che inoltre consente ciò che la sinistra dovrebbe sempre tentare di fare, cioè “mettere la storia là dove alcuni non vedono che destino; iniettare la politica là dove alcuni ci vorrebbero convincere che si affrontino, da tutta l’eternità, delle forme fisse, delle essenze, delle parole increate; rendere diritto alla libertà degli uomini, foss’anche la libertà di fare il male, di prendere delle parti errate, di uccidere per propria volontà e non in virtù d’una legge di temperamenti e di religioni; riconoscere, infine, l’altra libertà, inversa,  che è quella di tutti i lettori del Corano  che non hanno fatto questa scelta del fascislamismo e hanno optato per un Islam di moderazione e di pace”. La nozione che serve per questa distinzione è appunto fascislamismo: perché “non c’è un islam solo ma molti, o almeno due - quello che tollera il fascismo e quello che se ne distacca”.

E c’è poi, ultimo sintomo, la fine di quello che BHL chiama “l’Universale”, ”il principio di responsabilità illimitata a riguardo degli altri”, o anche “il <<dovere di ingerenza>>”. Oggi si assiste a un ripiegamento su se stessi, un rifiuto di prendersi cura degli altri, o addirittura un rifiuto dei diritti dell’uomo. In base all’idea che i diritti dell’uomo sono un’invenzione occidentale, si sostiene che noi non avremmo il diritto di diffondere queste idee, e la nostra idea di giustizia e libertà, presso gli altri popoli. Insomma, un “differenzialismo” di contro all’”universalismo”. BHL esamina i passaggi di questa nuova ideologia come segue.

Innanzitutto, si sostiene, i principi di democrazia, di diritti dell’uomo, di rispetto della persona, sarebbero giudeo-cristiani, dunque occidentali e “intrasportabili sul resto del pianeta”. Ma giudeo-cristiano non vuol dire affatto occidentale. E perché proprio i popoli da cui quei principi sono usciti dovrebbero rinunciarci? Questo vorrebbe dire trasformare la religione che è derivata da essi, l’islamica, proprio nella caricatura sanguinaria che gli estremisti vogliono darne.  A questo punto, di solito si obietta: e che dire delle conseguenze propriamente politiche, John Locke, l’habeas corpus, la forma parlamentare, la separazione dei poteri, la laicità propriamente detta? Non sono forse questi principi esclusivamente occidentali? BHL concede che lo siano (A. Sen la penserebbe diversamente), ma nega la conseguenza: “Chi ha detto che le idee siano prigioniere del suolo dove nacquero? Non è proprio delle idee, al contrario, di spargersi, migrare?”. Sono idee più grandi di chi le ha create, e il fatto di essere nate in Oriente non ha impedito loro di diffondersi altrove. A questo punto, la mossa dei differenzialisti è di affermare che le civiltà sono dei blocchi omogenei, cresciute su un suolo che li nutre, e dal quale non si può astrarre. Ma le civiltà, replica BHL, non sono corpi, e ancor meno omogenei: “Caratteristica di una civiltà è che essa è un insieme mobile, labile, eterogeneo- che si modifica in permanenza”. Sono gli Spengler (o, oggi, gli Huntington) che pensano il contrario, che la civiltà è un destino non scelto ma imposto alla nascita e che non si può cambiare. E’ questo ciò che vogliamo, questa concezione deterministica delle civiltà come prigioni? Né è corretto affermare che il suolo dove si vuol trapiantare l’idea dei diritti dell’uomo sarebbe fragile, con sue strutture e una sua ecologia, e in cui non si potrebbe introdurre brutalmente idee nate altrove, che non le si confanno: si tratta infatti della medesima tesi precedente, così deterministica (come provano le metafore del suolo e delle radici). “Non la trovo meno detestabile quando essa ci mette in guardia contro gli effetti devastanti che avrebbe, sul tale terreno culturale locale, l’abolizione del burqa o il divieto dell’infibulazione di quando ci racconta che i diritti dell’uomo perirebbero se li si trasporta lontano dal loro terreno d’origine” Tra l’altro, è un’idea falsa, e noi occidentali dovremmo saperlo. Pensiamo alla questione (così scottante) della blasfemia.  Nel ‘700 in Francia si finiva sulla forca se non ci si levava il cappello davanti a una processione (il riferimento è al cavalier de La Barre, giustiziato nel 1766). Eppure, nonostante le proteste dei fondamentalisti, che predicevano la scomparsa dello stato, della chiesa, della famiglia, la blasfemia non è più un crimine e la Francia è ancora viva e vegeta. E perché mai quel che è stato vero per la Francia non potrebbe esserlo anche per le altre nazioni? “Si può amare una civiltà e volerla rendere ancor più abitabile, meglio respirabile, per i suoi abitanti:  questa è la buona lezione dell’Europa. Si può rispettare una cultura e tentare di riformarla  invocando il diritto degli uomini e delle donne a non essere torturati: è ciò che l’Occidente ha fatto – in nome di quale pregiudizio potremmo impedire ad altri di fare lo stesso? Sostenere l’universale è argomentare contro i due pesi e le due misure che danno agli uni il diritto alla Storia e condannano gli altri a vivere in società immobili, prive di Storia e di Tempo”. C’è poi un altro argomento, contro la tesi che l’espansionismo dei diritti dell’uomos arebbe una sorta di neocolonialismo: che il rapporto colonie/colonizzatore è complesso. Se il colonialismo viene dall’Europa, anche l’anticolonialismo deriva dall’Europa. E poi, ci sono quei movimenti non europei (come i Fratelli Musulmani, i Khmer rossi, ecc.) che credevano di lottare contro l’Europa, e invece non facevano che ripeterne una delle facce, cioè il fascismo. E allora, tra un lascito europeo e un altro,  perché scegliere il peggiore? Ma si badi: questo non significa certo sostenere che l’Europa sia una civiltà ‘superiore’: primo perché la nozione di superiorità tra culture non ha senso, e secondo, perché se ne avesse, la cultura che ha prodotto Auschwitz e il Gulag non vi avrebbe alcun titolo. Ma è altrettanto sciocco negare che le culture possano e debbano dialogare, trasmettersi quel che hanno di meglio, giudicarsi e valutarsi, e  quindi scambiarsiquel che di buono hanno creato. Non ci sono culture superiori; ma ci sono idee che lo sono. “Vi è un modo veramente abietto di partire dal rispetto delle identità e delle integrità per non lasciare alla gente, alla fine del processo, che l’identità di una miseria e l’integrità di una sofferenza”. A questa idea per cui “le culture sarebbero, al fondo, dei flagelli che meglio sarebbe lasciar morire delle loro malattie”,  bisogna opporre il vero dialogo, in cui ciascuna civiltà prende dall’altra il meglio che questa ha prodotto: non si vede quindi perché dall’Europa bisognerebbe prendere il fascismo e l’intolleranza e non invece i Lumi, Voltaire, i diritti dell’uomo.

L’epilogo si apre con una criptocitazione da Keynes (“sono le idee che, per il meglio e  per il peggio, guidano e  permettono di cambiare il mondo”). Non importa l’apparente debolezza delle idee o di chi le sostiene. A Zurigo, si credeva di avere a che fare con “un piccolo gruppo di agitatori russi”; a Monaco, un gruppetto di matti in una birreria; o ancora, un secolo e mezzo prima, a Parigi, un gruppo di avvocati, impiegati di notaio, membri di accademie di provincia, vecchi seminaristi, che parevano occupati in dispute bizzarre e ridicole. Eppure, da questi cenacoli  ridicoli e marginali sono nate la Rivoluzione russa, il Terzo Reich, la Rivoluzione francese.

La questione cruciale è, secondo BHL,  quella dell’”ateismo”. Non si tratta, chiariamolo, dell’ennesima polemica anticlericale: Lévy parla dell’ateismo in politica, campo “dove è forse più difficile che altrove disfarsi, non solo delle vecchie fedi, ma della fede nelle fedi”. La sinistra ha smesso di adorare i vecchi idoli (la Rivoluzione, la Società Giusta, l’Assoluto), sa che non c’è altro mondo che questo; “ma fa tanta fatica a riprendersene! e soffre tanto, soprattutto, ad affrontare le conseguenze, tutte le conseguenze, della sua incredulità!” E così accade che “invece di prenderne atto, invece di vivere fino alla fine, come Gide o Sartre, l’agonia e la morte di questo Dio  che non ci ha salvati e il cui avatar politico ha persino, secondo ogni apparenza, precipitato la nostra caduta, invece di ridurre la velatura, oppure di vedere in questo cielo vuoto una fonte di libertà e un invito a pensare da se soli e ad inventare, ci si fabbrica delle fedi selvagge, si rappatta un cielo di sintesi, ci si riattacca  a tutti i valori-rifugio disponibili.” Il problema della sinistra non è che non prende atto di questa fine delle divinità politiche, ma che trova questa consapevolezza insopportabile. Se la Gauche torna a patteggiare col peggio e “ricomincia a voltare la schiena a questa tradizione dreyfusarda, antitotalitaria, antifascista che era il suo onore e che resta la sua sola ragione di esistere, è perché essa non sopporta l’idea del cielo vuoto e del crepuscolo dei suoi idoli”. Se invece riesce ad evitarlo, lo farà “perché si sarà educata a questo ateismo metodico”. Una sinistra che resterà fedele ai suoi buoni riflessi; ma una sinistra che, d’ora in poi, non avrà più delle divinità. Una sinistra che farà i suoi piani sui mali del mondo, senza pensare all’altro, “il che è, esattamente, il fondamento  delle politiche del male minore e, dunque, del meglio”. occorre, inoltre,

la melanconia, che non è l’accidia di chi non fa nulla perché non spera più, “ma l’iniziativa, il prometeismo di colui che, precisamente perché non aspetta più, precisamente perché il cielo è vuoto e lo è irrimediabilmente, precisamente perché il mondo non ha più che lui, va a svolgere questa pratica, tutto sommato abbastanza improbabile, che è figlia dell’abbandono degli umani e che si chiama politica”. Questa sinistra “melanconica” e attiva è la sinistra di Camus, Sartre, Moulin, Mendès-France. “Sinistra melanconica contro sinistra lirica: la scelta, tutto sommato, è chiara”.

 

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