« Il Concorso: 2 | Home | Il gran cadavere della sinistra »

L'uomo ridotto a una scheggia di PIL

G. TREMONTI, La paura e la speranza, Milano, 2008

È un saggio senza dubbio discutibile, ma anche complesso e ricco di spunti di riflessione. Mi limiterò a riassumerne gli aspetti che mi sembrano essenziali, senza (o quasi) entrare nel merito dei contenuti. È un’opera estremamente articolata ed anche macchinosa nella sua costruzione, ma basata in realtà su poche idee essenziali, alcune delle quali peraltro, in particolare laddove l’autore tira in ballo concetti come identità autorità e valori, abbastanza discutibili e a mio avviso eccessivamente “integraliste”.

In ogni caso, il discorso si svolge su due piani: uno economico (ovvero di economia politica); l’altro culturale, politico e istituzionale.

Il primo, più generico, potrebbe a mio avviso – almeno da molti punti di vista – essere sottoscritto da molte delle attuali parti politiche. Il secondo è invece decisamente più orientato verso destra, in particolare verso le idee federaliste (…non a caso Tremonti è, anche politicamente, un “uomo del nord”).

Il libro è diviso in due parti: la Paura (ovvero i problemi posti dalla globalizzazione) e la Speranza (ovvero le soluzioni proposte da Tremonti a tali problemi).  

* Il discorso economico-politico

Il testo si basa su un’ammissione che non tutti si aspetterebbero da un pensatore/politico di fama liberista come Tremonti. La globalizzazione attuale – egli dice – ha avuto fortissime ripercussioni in tutto il Pianeta, determinando un po’ ovunque enormi squilibri.

Ne hanno sofferto tutti: i Paesi sviluppati, che hanno delocalizzato in quelli in via di sviluppo gran parte della loro produzione con ovvie conseguenze negative sul piano occupazionale, e che risentono inoltre della concorrenza di merci i cui costi sono troppo bassi per i propri standard; i Paesi in via di sviluppo, le cui popolazioni (allettate dalla prospettiva di una crescita repentina dei loro livelli di vita) sono costrette, per alimentare i meccanismi appena delineati, a sopportare ritmi di lavoro pesantissimi e ingiustizie di ogni tipo, rese possibili peraltro proprio dall’assenza di tradizioni liberali e sindacali paragonabili a quelle sviluppatesi nel mondo occidentale durante un plurisecolare processo d’industrializzazione.

Il punto allora – dice Tremonti – è di ribellarsi, di porre dei freni a questa globalizzazione selvaggia, basata su una concorrenza di mercato mondiale pressochè deregolamentata e, quindi, ingiusta e arbitraria!

Da qui ad esempio la proposta di difendere attraverso misure protezionsitiche la produzione dei Paesi occidentali da quella dei Paesi orientali, a tutto vantaggio di entrambi. In questo modo infatti, i meccanismi di assestamento attualmente in atto continuerebbero a sussistere, ma decisamente attenuati.

Fin qui, tutto Ok! Pochi credo avrebbero molto da eccepire a un tale discorso.

(Noto inoltre per inciso come proproste finalizzate a controllare e regolamentare i mercati mondiali – seppure indubbiamente di tutt’altra natura, in quanto basate, piuttosto che su dazi e su misure protezionistiche, su accordi politici super-nazionali – fossero state avanzate dalla Sinistra e dal Centro sinistra ancora qualche anno fa, incontrando l’opposizione della parte rappresentata da Tr. che le aveva bollate come misure anti-mercato e reazionarie.)

Accanto poi a questo nucleo forte, troviamo – sempre nella prima parte del libro – alcune considerazioni di carattere storico.

Innanzitutto Tr. compie una rapidissima retrospettiva di quelli che sono stati gli eventi cruciali degli ultimi 20 anni, eventi che gradualmente hanno portato alla situazione attuale.

- La prima data cruciale è il 1989, ovvero la caduta dell’URSS e la “fine” della Guerra Fredda tra Est e Ovest del mondo.

- La seconda data cruciale è il 1994/5, una data da lui definita fredda e lontana dalla coscienza collettiva, che coincide però con la stipula nell’ambito del WTO (a Marrakech, in Marocco) dei primi accordi per la libera circolazione delle merci tra un numero di Paesi in continua crescita (tra i quali, dal 2001, anche la Cina). Un evento che è stato alla base dell’attuale globalizzazione dei mercati.

- La terza data è l’11 settembre 2001, il famoso attacco alle Torri Gemelle di New York, ovvero il primo “conto” che la globalizzazione ha presentato al mondo e che Tr. definisce “una reazione contro la blasfema empietà della società occidentale nella sua proiezione commerciale globale e neocoloniale” ovvero “una modalità barbarica di difesa dell’identità, della memoria e della tradizione” (pag. 31) violate dalle troppo rapide trasformazioni economiche e sociali del mondo attuale. Conti che oggi – come egli ci racconta nella parte iniziale del libro – si fanno ancora più evidenti attraverso lo spettro della povertà che avanza e della crisi finanziaria che, pur rimossa e negata, coinvolge sempre di più Europa e USA.

E qui torniamo al punto d'avvio del nostro discorso, cioè alla necessità di regolamentare il Mercato mondiale, ma con qualcosa in più: una riflessione sulle origini storico-ideologiche di questa globalizzazione (la prima peraltro, di una serie di critiche/accuse lanciate da Tremonti alla Sinistra e alla sua cultura anti-liberale ed estremista).

A questo proposito, mi sembra che la cosa migliore sia lasciar parlare l’autore stesso.

“Il liberalismo si basava su un principio di libertà applicato al mercato. Il comunismo su di una legge di sviluppo applicata alla società.

Il mercatismo è la loro sintesi. Perché applica al mercato una legge di sviluppo lineare e globale.” (pag. 33)

Senza il comunismo quindi – o meglio senza il suo fallimento che non ha cancellato però atteggiamenti mentali tipici dell’ideologia che vi era a base – non vi sarebbe stato nemmeno il “mercatismo” ovvero l’attuale ideologia del LIBERO MERCATO COME UNICA LEGGE DELLA STORIA MONDIALE.

E infatti, Tremonti continua dicendo: “diversamente dal comunismo, il liberalismo non poggiava su una legge assoluta, ma da un lato sul principio della libertà applicato al mercato, dall’altro su un apparato dialettico, empirico e graduale fatto da regole, tempi, metodi, coessenziali alla libertà stessa.” E continua poco più avanti dicendo che “il comunismo [leggi: dopo la caduta dei regimi comunisti, che ha fatto sì che “la forza ideologica profonda della sinistra si sia spostata, da sinistra a destra, dal suo vecchio quandrante al quadrante opposto, … portando con sé il suo carico di dognatismo, di fanatismo, di integralismo e di fondamentalismo”] è riuscito a trasferire e trapiantare proprio nel campo opposto, nel dominio del mercato, il proprio DNA, con l’idea che la vita degli uomini sia mossa e possa essere mossa da una “legge” ”.

Da un tale mostruoso trapianto, nasce dunque l’uomo del mondo globale: l’uomo a taglia unica, che vive per consumare e che ha più o meno gli stessi gusti in tutto il pianeta, che rinuncia cioè alla propria identità culturale, al proprio patrimonio storico, che va “oltre le vecchie geografie, i vecchi differenziali accumulati dalla storia e stratificati nella matrice della tradizione, ecc. ecc.”

In sintesi insomma, “all’utopia comunista si è sostituita l’utopia mercatista”, ragion per cui Tr. può dire che “è il comunismo a fornire al consumismo il codice di forza necessario per la sua diffusione lineare su scala globale” (pag. 36).

Infine, a completamento di quanto detto, l’autore si premura di fornire ai lettori un esempio di globalizzazione “virtuosa”, avvenuta nel recente passato: l’ingresso del Giappone nel mercato americano ed europeo alla fine della Seconda Guerra Mondiale. A questo proposito, scrive: “Nel dopoguerra l’Occidente ha aperto al Giappone, che allora era appaena un decimo di quello che è la Cina di oggi, con un gradualismo che è durato per alcuni decenni. Eppure, non si può dire che l’Occidente fosse dominato da ideologie anti-mercato. All’opposto, erano proprio le ragioni del vecchio liberalismo che da una parte spingevano certo per l’apertura. Ma dall’altra parte anche per la prudenza. L’obiettivo era l’apertura al mercato, ma la base di partenza erano dazi d’ingressso e quote commerciali, destinati a essere progressivamente abbattuti.

Era semplicemente una follia pensare che con il WTO l’apertura del mercato mondiale potesse svilupparsi in modo lineare, senza creare squilibri economici e sociali, sia nei Paesi di destinazione del nuovo progetto sia nei Paesi di origine” (pag. 38).

Un passo quest’ultimo, con cui Tr. sintetizza l’idea (economica) centrale del suo libro: l’esigenza di un maggior gradualismo nelle trasformazioni in atto, di un governo politico della situazione mondiale – idea per molti versi simile a quella del “primato della politica sull’economia” di cui anche la sinistra, in particolare quella “radicale”, parla molto spesso.  

* Riforma morale e politica dell’Europa

Veniamo ora alla seconda parte del testo, la quale – dopo la precedente disamina dei problemi – si sofferma sulle loro possibili soluzioni attraverso una riforma graduale dell’attuale situazione.

Innanzitutto, dice più volte Tr., il vero problema dell’Europa di oggi non è di natura economica bensì politica e valoriale, e ciò nonostante la difficile congiuntura economica che il nostro continente – e non solo esso – sta effettivamente attraversando da alcuni anni.

La metafora, mutuata da Platone, che egli utilizza è quella del marinaio, il quale sa che non si governa il mare ma che sa tuttavia governare la nave. La nave-Europa, è la sua tesi, ha bisogno di una politica adeguata ai suoi attuali problemi, non solo a quelli economici, ma anche a quelli demografici, istituzionali, ecc. per poter resistere alle forti tensioni cui è sottoposta. La questione da risolvere non è perciò, innanzitutto, economica, bensì sociale, laddove la società costituisce un insieme di variabili o elementi (tra cui e non certo ultima quella economica) che ha nella politica la propria bussola, lo strumento cardine per orientarsi e conservare la propria stabilità. La politica ha perciò come compito essenziale quello di guidare la società sia nella buona che, e soprattutto, nella cattiva sorte. L’attuale debolezza dell’Europa (posta, come si diceva, la difficile congiuntura mondiale e le radicali trasformazioni con cui siamo costretti a fare i conti) è proprio quella di non avere ancora elaborato una politica solida, coerente e adeguata ai problemi dterminati dall’attuale congiuntura internazionale.

Si pone allora spontanea la domanda: da dove dobbiamo partire per ricostruire una valida politica europea? La risposta che Tr. dà è che si deve partire dai valori. Ma perché proprio da valori e non da una valutazione della situazione di natura tecnica, impersonale, che aspiri insomma a essere “scientifica”?

Per la semplice ragione che non si debbono anteporre i mezzi ai fini, la conoscenza alle intenzioni. È questo l’errore fatto fino ad ora, l’illusione tutta europea di potersi mantenere al di sopra delle parti, in una sorta di neutralità fondata su basi pseudo-scientifiche e buoniste, che non portano da nessuna parte.

È necessaria una presa di posizione, che può partire soltanto dall’adesione a valori ben determinati, da Tr. infatti elencati uno ad uno (in numero di 7) in un apposito capitoletto, ma in realtà trattati diffusamente un po’ in tutto il libro.

In realtà, di questi sette valori o “parole d'ordine” (valori, famiglia, identità, autorità, ordine, responsabilità e federalismo) tre, e cioè identità, famiglia, federalismo, sono a mio giudizio quelli fondamentali, cui gli altri sono in qualche modo tutti riconducibili. Identità infatti vuole dire “essere fedeli” alle proprie radici, alle proprie tradizioni (valori), e impegnarsi in prima persona (responsabilità) a farle rispettare (autorità, ordine) nel proprio territorio. La famiglia è la cellula alla base della società e come tale va tutelata nella sua forma tradizionale. Il federalismo infine, è – assieme all'europeismo – l'orizzonte politico del nostro futuro.

Anche se il libro non procede precisamente secondo tale ordine, è mia intenzione per comodità mia e dei lettori analizzare anche gli altri argomenti (davvero non pochi) trattati in questa seconda parte a partire da questi tre temi.

Partiamo dal federalismo. Il discorso di Tr. ruota in questa seconda parte attorno all'idea del progressivo indebolimento degli stati nazionali, organismi la cui attualità è in gran parte sorpassata da un'economia tendenzialmente priva di confini geografici, tantopiù appunto se di carattere nazionale.

Gli stati nazionali – dice – sono oggi divenuti creature “troppo grandi per gli affari piccoli, troppo grosse per gli affari grandi” (pag. 67), incapaci di conseguenza di supportare efficacemente tanto le attività locali quanto quelle (non solo economiche, ma anche politiche, diplomatiche, ecc.) più ad ampio raggio. Per favorire le prime sono allora necessarie delle strutture locali sempre più indipendenti e agili; per le seconde invece una struttura sopranazionale forte, capace di costituire una guida e un ausilio per tutte le realtà comprese al suo interno.

Una volta – questo in sostanza il discroso di Tr. – lo stato svolgeva un effettivo controllo sulle attività che si svolgevano al suo interno, ancora essenzialmente comprese nei suoi stessi confini, oggi non più. Per questo, gli stati accentratori e centralizzati del passato non hanno più ragione di esistere. I centri locali (le regioni, i comuni, ecc.) sono ormai insofferenti del loro potere e della loro autorità, da cui sono appesantiti e rallentati senza al contempo esserne realmente favoriti. Mentre, d’altra parte, se un’autorità superiore è effettivamente necessaria, questa non può più essere (quantomeno esclusivamente) di carattere nazionale, dal momento che “i grandi flussi migratori dei consumi, dei capitali e delle persone si sviluppano oramai su scala mondiale” (pag. 67). Da qui dunque, la sua visione ambivalente e per alcuni versi ambigua, oscillante tra i due estremi del federalismo da una parte e dell’europeismo dall’altra.

Sempre a partire dal tema dello stato, ovvero del suo declino, si sviluppa il discorso di Tr. sulla Sinistra. Egli ammette che la sinistra è stata per molto tempo una forza progessiva e non regressiva (parla di “geniale e generosa spinta socialista” durata decenni), ma afferma anche (e non a torto, mi pare) che oggi “la sinistra ha esaurito la sua spinta vitale, tanto sul piano dell’economia, con l’accettazione neofita ed enfatica del mercatismo che è stata ed è tipica della parte finora preponderante della sinistra (la parte “governista”), quanto e soprattutto e decisivamente sul piano del modello sociale” (pag. 64).

Ed è proprio su questo secondo punto (il modello sociale dei partiti di sinistra) che Tr. si sofferma in questa seconda parte. Il declino della Sinistra sul piano delle politiche sociali – sostiene – è un fatto essenzialmente collegato con quello dello stato, cui tale forza ha indissolubilmente legato i suoi destini.

La mentalità e la progettualità politiche di tale parte politica sono difatti da sempre imprescindibilmente legate all’idea di uno Stato “forte” (previdenziale e provvidenziale) cui il destino dei singoli cittadini è affidato “dalla culla alla tomba”, attraverso un sistema burocratico e assistenziale che oggi non è più possibile: da una parte difatti, la società di oggi è in ogni campo il regno delle libertà individuali (scontato il rimando a internet, come esemplificazione dei nuovi orizzonti esistenziali che travalicano ogni confine geogragfico e ogni canale istituzionale tradizionale); dall'altra, il benessere declinante del mondo occidentale imporrà sempre più tagli alla spesa pubblica e all'assistenzialismo di Stato (che è da sempre uno dei pilastri delle politiche della Sinistra). Emerge qui dunque, da una parte la contrapposizione tra un'idea di organizzazione sociale basata su libertà e responsabilità individuali ed una basata sulla pianificazione dall'alto (statalismo), dall’altra la tesi della necessità sempre crescente di compensare con il volontariato l’impossibilità per il bilancio pubblico (in particolare, per ciò che riguarda la spesa per la sanità) di dare risposta alla crescente domanda di assistenza sociale e di welfare.

Quello che Tr. immagina è dunque un mondo fatto di piccole comunità “autogestite”, tenute insieme da forti vincoli identitari, ovvero da tradizioni e valori condivisi: un mondo che all'autore appare, anche a precindere (almeno in gran parte) dal fatto che lo si voglia o no, come la prossima frontiera dell'Europa.

Sempre nel solco del tema dell’identità, intesa come base della vita comunitaria (sia locale sia europea), ovvero come collante sociale essenziale, si colloca la critica al ’68. Anche questo – come altri – è un tema che ritorna in più occasioni, in modo a volte più a volte meno esplicito. Come è facile immaginare, il giudizio che Tr. dà di questo periodo (dai confini storici, oltre che dalla definizione, in realtà molto incerti) è estremamente negativo. A proposito di esso, Tr. parla di “democrazia del ’68”, “democrazia dei consigli”, “democrazia dal basso” a significare sempre un eccesso di populismo, una partecipazione popolare disordinata e inconcludente (ispirata in gran parte ai soviet russi) il cui risultato è stata la graduale demolizione o comunque la sconsiderata messa in discussione delle istituzioni-chiave della nostra società, e in primo luogo di quella più importante in assoluto: la famiglia.

In altre parole, il ’68 ha portato all’Europa e all’Occidente il “frutto avvelenato” del relativismo, disfacendo così la ‘sana’ fede nei valori tradizionali (da qui l’appello ad un seppur parziale ritorno alla cultura romantica, valido correttivo alla situazione di degrado attuale).

E, anche se l’autore non lo dice esplicitamente (almeno che io ricordi), quel che scrive mi induce a fare la seguente considerazione: fino a quando l’Europa e il mondo occidentale hanno potuto usufruire della “protezione” del muro di Berlino, ovvero della divisione del Pianeta tra due fronti contrapposti, che tutelava un ordine da molti punti di vista conveniente all’Occidente (implicando per esso un netto predominio economico, politico e militare su un numero molto vasto di stati, un mercato e un asse atlantico estremamente forti, problemi di immigrazione decisamente più contenuti rispetto ad oggi…), gli effetti di questa demolizione non si sono fatti sentire in modo drammatico. Il problema sorge invece con grande chiarezza oggi.

Le profonde trasformazioni e i drastici sconvolgimenti degli assetti mondiali in cui siamo nostro malgrado coinvolti, ci rendono difatti tanto più vulnerabili in quanto appunto, mancano all’Europa delle basi certe, sicure, tanto dal punto di vista etico quanto da quello istituzionale e della progettualità politica. La rinuncia alla nostra identità ci ha lasciato in un vuoto di idee e di programmi che viene dissimulato attraverso dichiarazioni di principio vuote e fumose, che malnascondono però l’assenza di una vera direzione nel cammino europeo, la quale per sussistere richiederebbe il coraggio – che oggi ci manca – di decisioni forti.

Dunque, una rivalutazione dell’identità storica europea (le famose radici giudaico-cristiane dell’Europa, che non si è voluto inserire nella Carta europea) che sembra sfiorare a volte il ‘fanatismo’ e che comunque non concede certamente nulla al politicaly correct, come dimostra ad esempio questa frase: “L’inclusione degli “altri” in Europa può proseguire però, solo se gli “altri” cessano di essere “altri” e diventano noi. Quindi: o sono gli “altri” che rinunciano alla loro identità, o è l’Europa stessa che perde la sua identità e va così a porte aperte incontro alla sua disintegrazione” (pag. 78).

Chiudono infine il libro, alcune valutazioni sullo stato dell’Unione Europea. Nell’ultimo capitoletto infatti, l’autore cerca di darci una visione d’insieme del suo europeismo: un tema che tiene per ultimo forse proprio per sottolineare che l’UE è una federazione di stati e regioni dotati ciascuno di vita propria, che vedono nell’unirsi attraverso istituzioni politiche e vincoli comuni un mezzo di sopravvivenza e non certo un fine. Il suo discorso ruota attorno all’idea di un maggiore pragmatismo, di un sostanziale snellimento e alleggerimento delle strutture burocratiche europee, anche se a dire la verità su certi temi, come la difficoltà di far dialogare e decidere i 27 Paesi Paesi che attualmente la compongono, mi pare che altro non faccia che prospettare problemi noti senza fornirvi soluzioni precise.

Ragionevolmente, Tr. insiste sulla proliferazioni di leggi e leggine, tanto inutili quanto capziose (“…il futuro non pone problemi giuridici, ma politici” pag. 99) e sulla necessità di trovare valori e principi, nonché mezzi, comuni da porre alla base della condotta politica europea..

Ma il suo discorso comprende anche, come sempre, una parte storica. Egli infatti divide l'argomento in tre periodi: quello immediatamente seguente la II GM (definito dei "Padri Fondatori"); quello successivo della graduale creazione di un mercato unico a livello europeo (culminante con la nascita dell'Euro); ed infine quello attualmente in corso, cominciato all’incirca un decennio fa.

Del primo periodo l'autore non dice praticamente nulla, del secondo sottolinea l'attenzione quasi esclusiva riservata ai problemi economici, del terzo afferma infine che, pur rischiando di costituire una semplice continuazione del precedente, richiederebbe invece un profondo sforzo di ripensamento: una conversione della filosofia europea da un interesse prevalente per l’economica (mercatismo) a uno per la politica.

Di nuovo, come aveva fatto in precedenza, ribadisce la centralità dei valori come base della politica, il fatto cioè che una politica senza ideali, la vecchia politica fatta con mezzi tecnocratici e burocratici (due termini, come vedremo, strettamente connessi tra loro) non ha più senso, e ciò soprattutto dopo la realizzazione dell’unità dei mercati europei e il superamento degli ostacoli tecnici che vi si opponevano.

Parallelamente a questo discorso, Tr. sviluppa quello sulle istituzioni centrali europee, in particolare sul Parlamento. L’assenza di unità dell’Europa è infatti il riflesso non solo dell’indecisione dei suoi governi ad affermare una propria identità, e con essa quindi una linea di condotta comune (al di sopra dei ‘meschini’ ed egoistici calcoli economici, delle molte leggi superflue e delle inconsistenti dichiarazioni di intenti), ma anche dell’assenza di organismi forti, capaci di influenzare realmente il corso della vita all’interno dei propri confini. Si chiede allora “perché non iniziare la terza fase della Costruzione europea attribuendo finalmente al Parlamento europeo l’”iniziativa legislativa” sulle materie che non sono più di competenza nazionale, perché già di competenza europea?” (pag. 103)

Infatti, l’assenza di un’organizzazione verticale, quindi reale (anche se ovviamente tra vertice e base deve sussistere un forte rapporto di reciprocità), è un’altra delle principali cause di una condotta politica sterile, priva di una reale progettualità e di reali idealità. Ecco quindi, il “pensiero debole” (di vattimiana memoria) che “in un unico grande volo pindarico, accomuna diritti dell’individuo, pacifismo, lotta al razzismo, politica energetica e ambientale e altro ancora…” (pag 105), e che nasconde però il grande spreco di risorse materiali e di energie umane attualmente profuso dalle élite politiche nell’escogitare e imporre ai Paesi della comunità regolamentazioni artificiali e insostenibili, e a volte anche molto dannose – come le severe regole dell’Anti-trust, che vanno a colpire i Paesi dell’UE senza però opporsi “ai cartelli internazionali delle materie prime (per esempio, all’OPEC) e ai monopoli in costruzione nei Paesi extraeuropei i cui effetti si manifestano dentro l’Europa” (pag. 107).

E Tr. ha anche un pensiero gentile (anche se per la verità molto fuggevole) per il Terzo Mondo, laddove dice che l’Europa, nonostante le dichiarazioni d’intenti a favore della lotta alla povertà, non si decide tuttavia ad abolire le politiche agricole protezionistiche che affamano e mettono in ginocchio le economie dei Paesi più poveri.

Il libro si conclude infine con una serie di suggerimenti audaci, anche se a volte veramente anacronistici, come il ripristino dell’alzabandiera nelle scuole (perché, dice Tr., “sono proprio le cose semplici e piccole quelle che contano, perché sono le uniche che i popoli capiscono davvero” pag. 106); la creazione di un patto transatlantico Europa-Usa per i commerci; una nuova Bretton Woods che ponga le basi del futuro sviluppo politico ed economico del mondo; misure di attrazione dei capitali esteri attraverso la detassazione degli invetimenti; ecc.

In conclusione, vorrei citare una frase che mi sembra particolarmente significativa e – almeno in parte – condivisibile, e che in ogni casi riassume bene il senso di questa seconda parte del libro: “Chi non sa difendere le proprie idee ha già perso il suo confronto con gli “altri”. Gli islamici mettono in gioco la propria vita per l’islam, noi non sappiamo nemmeno dirci cristiani. Un continente che parla con una voce solo di economia, ma non di valori spirituali, è un’entità solo nominale. Come l’Italia dell’Ottocento: un’espressione geografica. Questo è un segno di decadenza, molto più degli indicatori di sviluppo dell’economia. L’uomo ridotto a una scheggia di PIL.” (pag. 105)

Una frase che, pur con i dovuti correttivi, può ricordare certi discorsi della cosiddetta Sinistra antagonista a favore di un nuovo necessario primato della politica sull’economia, della società nel suo insieme contro una sua variabile impazzita!

(Adriano Torricelli)

Commenti

Mi sembra un'ottima sintesi, difficile da commentare in poche parole. Dirò solo che il federalismo, o comunque le autonomie locali, sono anch'essi anacronistici quanto a criteri di aggregazione. Come si può, infatti, ridurre la connotazione a quella territoriale, mentre tutto si globalizza? Faccio un esempio fra i tanti. Un piccolo comune italiano può avere solo 1000 abitanti, ma sul suo territorio possono insistere bellezze artistiche o paesaggistiche che sono patrimonio neanche del Paese, ma dell'umanità intera. E' possibile lasciare a un sindaco eletto da 500 cittadini di disporre a piacimento suo e dei suoi elettori di ciò che è di tutti? eppure, come sappiamo, questo è avvenuto e avviene anche da prima del federalismo. Questo per dire che la mappa del potere andrebbe commisurata più agli interessi in gioco che a suddivisioni tradizionali. Per rompere le suddivisioni tradizionali e crearne di nuove, la scienza dell'organizzazione insegna che c'è un solo modo: centralizzazione spinta in una prima fase, per consentire l'abolizione delle vecchie barriere: e poi, in una seconda fase, decentarmento sulla base di criteri innovativi.

Erasmo | September 2, 2008 2:20 PM

Grazie ad Adriano per la lunga e completa recensione.
Credo che abbia messo bene in luce molte delle cose importanti del libro, e in particolare il fatto -senz'altro vero - che molte delle cose dette da T. vengono correntemente dette da molte parti di "sinistra". Questo però non vuol dire che T. sia diventato improvvisamente un uomo di sinistra: lui è davvero di destra (non vi fate ingannare dai richiami ad Adriano Olivetti - avete presente le "comunità solidali" di cui parla T.? quello è Olivetti - perché Olivetti, una delle ultime reincarnazioni di Robert Owen, tutto era meno che un uomo di sinistra; ed ecco perché oggi in Italia ne parlano tutti, da Alvi a Veneziani). E' la "sinistra" italiana che dice cose di destra, non è T. ad essersi messo improvvisamente a dire cose di sinistra.
Di ogni fenomeno nuovo* e importante, come appunto la globalizzazione, si possono vedere due aspetti: le minacce e le opportunità. Di questi due aspetti, la destra tende a vedere le minacce, la sinistra le opportunità. Inutile dire quale dei due aspetti T. e i no-global vedano.


*ammesso che la glob. sia un fenomeno nuovo.

KK | September 2, 2008 2:24 PM

Se a ciò si aggiunge che T. (e la "sinistra") si inventano un avversario inesistente (il "mercatismo" T., l'"economicismo" o il "neoliberismo" la "sinistra"), il quadro sembra chiaro.

C'è anche da dire che è sorprendente vedere un sedicente "federalista" che se la prende con l'autogoverno e la politica "dal basso", e un ministro delle Finanze che ignora (i) che l'effetto economico dei dazi non è tanto semplice come lui sembra dare per scontato, e (ii) i fondamenti più elementari dell'economia e del diritto antitrust.

KK | September 2, 2008 2:34 PM

A me sembra l'idea di centralizzazione molto anacronistica, aveva un senso in una società tecnologicamente arretrata in cui una piccola comunità poteva non avere i mezzi per l'analisi e la soluzione di molti problemi di gestione.
Attualmente in molti casi la gestine centralizzata comporta solo un ignoranza totale dei problemi specifici di una realtà locale, ho visto troppi casi del genere.
Un esempio che potrebbe essere ignoranza ma potrebbe anche essere peggio è a Novara, esiste un insediamento produttivo con varie attività a rischio di incidente rilevante, la zona classificata a rischio di evacuazione immediata, nei piani regionali, è stata stranamante troncata in corrispondenza di una strada statale, che ne fa da confine, immediatamente al di là di questa strada statale, ancora più stranamente è sorto sempre per iniziativa regionale un mega centro sportivo utilizzato anche per manifestazioni di altro genere (p.e la Beatificazione di Antonio Rosmini) e in cui possono trovare posto più di 5000 persone.
Dato che a Novara tutti sanno che esistevano altre zone adatte per la cotruzione del centro sportivo, così facendo si è bloccata ogni forma di sviluppo industriale nella zona, e dato che in totale sono coinvolti più di 2000 lavoratori la cosa difficilmente sarebbe stata decisa in questi termini da un amministratore locale che doveva rispondere in maniera più diretta alla popolazione cittadina.
L'esempio di un decentramento amministrativo funzionante c'è, e non è un paese ultraliberista, in Svezia 3/4 delle tasse e delle decisioni vengono prese dai comuni.
C'è da dire che Tremonti scriveva più o meno le stesse cose che scrive adesso 30 anni fa sul Manifesto, quindi non è questione di destra o di sinistra.
E anche nei confronti della globalizzazione dire che la destra ne vede solo le minaccie e la sinistra le opportunità mi sembra una semplificazione degna di essere candidata al concorso ...

pietro | September 2, 2008 4:10 PM

La questione del decentramento è un po' estravagante col libro di Tremonti, ma certo dire che la centralizzazione è anacronistica sembra leggermente azzardato. A parte le questioni che ricordava Erasmo, resta il fatto che, in tempi di scambi e spostamenti rapidissimi, stabilire cos'è locale e cosa no crea un grossissimo problema- ed infatti i sistemi "decentrati" perdono un sacco di tempo a definire le rispettive competenze (già ne parlammo quando si prospettò la riforma costituzionale, fortunatamente abortita, del cdx). Ciò detto, centralizzazione e decentramento hanno entrambi pregi e difetti, e visto che nessuno è perfetto si tratta di adattare i modelli alle circostanze concrete, sicché in certi casi sarà meglio l'uno e in alcuni l'altro.

Quanto a Tremonti, è proprio quel che dico io: T. scriveva le stesse cose sul manifesto vent'anni fa e oggi da ministro del Berlusca: e sempre cose di destra erano. Se non altro Tremonti ha capito e ha adeguato la sua divisa al suo pensiero; altri continuano a militare a "sinistra" mentre in realtà sono proprio uguali a T.

Ti basta poi vedere come Stiglitz o Krugman parlano della globalizzazione e come ne parlano Tremonti o Naomi Klein per capire cos'è la differenza tra "vedere le minacce" e "vedere le opportunità".

KK | September 2, 2008 4:31 PM

Io credo che una sinistra all'altezza delle aspettative, della globalizzazione dovrebbe essere capace di vedere CONTEMPORANEAMENTE le minacce e le opportunità, ma questo mi sembra non lo faccia nessuno, nè in questo blog nè altrove. Vedo solo argomentazioni senza vie di mezzo che cercano di convincere o che la globalizzazione è catastrofica (nel caso della "sinistra" alla Naomi Klein) oppure che è ricca di meravigliose opportunità (nel caso della "sinistra") di KK. E in tutto questo non posso non trovare un partito preso.

Luca | September 2, 2008 7:58 PM

Effettivamente studiando la storia del XX secolo, si vede bene come i totalitarsimi (fascista, nazista, franchista...) abbiano tratto la propria linfa vitale proprio dalla PAURA del presente (e in effetti si sono affermati tutti in periodi di crisi) e dalla SPERANZA (cioè dal fatto di dare alla gente ricette troppo facili e spesso manifestamente assurde - ex la teoria del complotto ebraico come causa dei mali della Germania post bellica).
In questo senso il libro di Tr. è di destra, nel senso che dice più o meno: Guardate, i problemi sono questi... per fermarli bisogna per esempio ripristinare l'alzabandiera!...
Cioè sfrutta un momento di crisi reale (anche se forse non proprio.... catastrofica?) per proporre e giustificare politiche "non del tutto ortodosse", come in economia un'allentamento dei controlli contro i monopoli, in politica un ritorno ai "sani principi della tradizione" (guarda caso favorevoli all'autorità e quindi ai monopoli!... e poi il fascismo stesso ha deliberatamente favorito le grandi concentrazioni industriali....)
QUINDI CONFERMO, DAL MIO MISERO PUNTO DI VISTA, CHE IL LIBRO DI TR. E' DI DESTRA.
Ciò non toglie che affronta con grande chiarezza temi scottanti come l'impoverimento (relativo) dell'Europa e dell'Occidente, quindi il precariato, il caro-benzina, ecc. Credo infatti ad esempio, che il protezionismo possa essere un'arma efficace per fare in modo (non me ne voglia Francesca....) che le trasformazioni e le opportunità nate dalla globalizzazione attuale (altre infatti ve ne furono in passato, poichè il capitalismo e i mercati tendono per se stessi a estendersi a macchia d'olio...) avvengano in modo graduale e quindi senza scosse eccessive.
Tra l'altro, penso che l'attuale situazione del lavoro - oramai pressoché interamente precario, nonostante alcuni goffi mascheramenti - sarebbe oggi molto più contenuta se avessimo posto dei limiti all'invasione di merci cinesi. Certo a esagerare col protezionismo si rischia la guerra, o cmq la rottura dei rapporti diplomatici tra potenze.... ma se l'Europa si fosse imposta forse oggi non staremmo così male.
Poi è chiaro che - come dice KK - ogni medaglia ha il suo rovescio: ovvero che avremmo meno opportunità di crescita, nell'immediato. Ma considerando che le merci cinesi e in genere quelle prodotte fuori dal vecchio mondo ricco sono attualmente infinitamente più a buon mercato delle nostre, la cosa non mi preoccuperebbe troppo.
Aspettiamo che i Cinesi si arrichchiscano e che il tenore di vita aumenti e i loro mercati saranno più accessibili ai nostri...
Se i meccanismi attuali fossero stati governati con più oculatezza, io penso che staremmo meglio un po' tutti.... e in questo - mi spiace - ma do ragione a Tr. E proprio questa mi sembra la cosa più importante che ha detto, pur molto semplice!

Adriano | September 2, 2008 8:12 PM

Non capisco un affermazione di Adriano:"considerando che le merci cinesi e in genere quelle prodotte fuori dal vecchio mondo ricco sono attualmente infinitamente più a buon mercato delle nostre, la cosa non mi preoccuperebbe troppo".
Il fatto che chiudendo il mercato a merci più a buon mercato le stesse merci prodotte in Italia risulterebbero notevolmente più costosee che contemporaneamente anche le esportazioni verso i paesi nei confronti di cui si dovessero prendere provvedimenti di chiusura si ridurrebbero notevolmente, questo non dovrebbe portare ad un danno per tutti noi?

pietro | September 3, 2008 1:40 PM

Adriano,
ma invece di preoccuparti di quel che può pensare Francesca (che non 'ne vuole' a nessuno), perché non provi a chiederti se è davvero così scontato che il 'protezionismo' possa essere 'un'arma efficace' per ... (cosa esattamente? ritardare la crescita dei Paesi in via di sviluppo? proteggere i salari? cosa?)
Le barriere doganali ecc. sono un argomento parecchio complicato; per me la cosa sconcertante (una delle piùs concertanti del libro) è proprio che un Ministro dell'Economia possa impunemente permettersi di trattare in modo così semplicistico e superficiale un argomento del genere. E che dire della brillante tesi per cui, per consentire alle NOSTRE merci di penetrare più liberamente in Cina, occorrerebbe ritardare l'ingresso della Cina nel WTO (che è proprio ciò che OBBLIGA la Cina ad aprire i suoi mercati)?
Siamo o no in presenza di un dilettante, neanche troppo sveglio?

(Btw: la tesi per cui 'ritardando' un mutamento inevitabile lo si rende meno dirompente e socialmente più accettabile è vecchissima; la trovi, a proposito delle leggi sul lavoro inglesi, in La grande trasformazione di K. Polanyi. Lì però il contesto era completamente diverso)

KK | September 3, 2008 1:49 PM

Faccio pubblica ammenda per quanto detto a favore del protezionismo... in effetti stamattina ci ho pensato, mentre ero sulla metro e andavo a lavorare, e devo dire che la certezza che il protezionismo sia la soluzione dei nostri attuali problemi mi è abbastanza crollata. Chissà, forse ora esagero in senso opposto.

Adriano | September 3, 2008 8:27 PM

Sulle mie elucubrazioni (senza dubbio per nulla originali...) mi riservo di informarvi più avanti, quando saranno un po' più chiare nella mia testa, ovviamente se vorrete leggerle.
Dico solo che quel che scrive kk "perché non provi a chiederti se è davvero così scontato che il 'protezionismo' possa essere 'un'arma efficace' per ... (cosa esattamente? ritardare la crescita dei Paesi in via di sviluppo? proteggere i salari? cosa?)
[...]
E che dire della brillante tesi per cui, per consentire alle NOSTRE merci di penetrare più liberamente in Cina, occorrerebbe ritardare l'ingresso della Cina nel WTO (che è proprio ciò che OBBLIGA la Cina ad aprire i suoi mercati)?"
mi sembra che ciò rifletta alcuni dei punti della mia critica a Tr.

Su Polanyi, devo dire che non l'ho mai studiato e quindi non capisco quello che vuoi dire, ma è chiaro che il tema (tremontiano e non solo ...) della politica che deve giudare la società e la sua stessa economia si porta dietro evidenti suggestioni polinyiane, per nulla mascherate. Anzi, credo che oggi, anche se non molti lo sanno, Marx sia stato rimpiazzato proprio da Polanyi, anche se ovviamente dalla sua brutta copia (lo stesso del resto era avvenuto per Marx...)
Anche la sinistra, strenua difenditrice del "welfare state" e delle garanzie sociali, è moooooolto più polanyiana che marxista! MA SPESSO NON LO SA; MI SA!!!!!!!

Sul tema delle affinità tra socialismo e comunismo, penso che siano molto più antiche di oggi, anzi il socialismo e il comunismo REALI sono da sempre molto di destra e la destra a modo suo è almeno un po' socialista (non a caso il nazismo era una forza di nazional-socialismo!)
E' bello ricordare che il comunista Lenin (senza nulla togliere alla sua grandezza di pensatore e di politico) era un grande ammiratore di Ford e del fordismo americano, insomma di quella pratica alienante del lavoro (catena di montaggio) che era ai suoi tempi alla base della produzione capitalistica, e che il non-comunista Chaplin aveva invece denunciato nei suoi film.
Che poi la Russia ai tempi di Lenin avesse bisogno di industrie e di un forte decollo industriale, in stile europeo, questo è tutt'altro discorso...

Adriano | September 3, 2008 10:26 PM

Ehi, Adriano, qui mica siamo alle Frattocchie, non c'è bisogno di fare autocritica! :-))

Però la parte sul socialismo/comunismo reali che sarebbero 'di destra' mentre la destra a sua volta sarebbe 'un po' socialista' mi sembra davvero infondata. Non è che bastano alcune somiglianze di politica economica, peraltro limitate, o le simpatie di Lenin per il fordismo (se è per questo, Engels era lui stesso un capitalista...), per far venir meno tutte le altre differenze fondamentali tra comunismo (o socialdemocrazia) e fascismo!

KK | September 4, 2008 5:30 PM

Bè in ogni caso Engels era capitalista a titolo personale, Lenin era fordista nella sua stessa idea di società, che è una cosa differente e molto!
E poi la catena di montaggio è la massima espressione dell'alienazione e del macchinismo, quindi di ciò che di più antimarxista possa esistere.... già Lenin - insomma - mi pare che fosse molto revisionista rispetto alle tesi di Marx!
Sarebbe interessante anche sapere come Engels trattava i suoi operai, ovvero se era meglio o meno degli altri capitalisti. Anzi, non è per caso che le cooperative (COOP), ovviamente quelle rosse, le ha inventate proprio lui?! :-)

Adriano | September 4, 2008 9:09 PM

Senti, il passo di Lenin che dici non lo conosco. E che L. sia stato "revisionista" rispetto a Marx (che del resto non ha mica creato un "sistema" bello e finito: di molte cose importanti, tipo come sarebbe stata la futura società senza classi o il nuovo Stato, praticamente non ha parlato) è non solo vero, ma inevitabile. Solo che, conoscendo i motivi per cuii Marx elogiava il capitalismo (esposti se ti ricordi nel Manifesto del partito comunista: da un lato perché aveva sviluppato fino all'estremo le forze produttive, dall'altro perché aveva spezzato per sempre i miti, le foschie, le allegorie, le chiacchiere sentimentali che abbellivano e rendevano sopportabili i rapporti di classe, in entrambi i casi rendendo inevitabile e prossima la rivoluzione proletaria), scommetto che l'ammirazione di Lenin per il fordismo si basasse su argomenti analoghi.

KK | September 4, 2008 11:42 PM

Può darsi in effetti che il mio giudizio sia stato un po' affrettato e impulsivo. Oltre a tutto mi riferisco a cose che ho più volte letto, ma sempre da fonti secondarie mai direttamente da Lenin quindi non saprei precisare il significato della cosa.

Adriano | September 6, 2008 6:06 PM

Sul protezionismo, questo più o meno il mio ragionamento, ovviamente estremamente semplice e quindi discutibile:
il protezionismo è una limitazione della circolazione delle merci dall'esterno di una nazione, volta a favorire lo sviluppo dell'economia della nazione stessa e dei suoi abitanti.
Ora parliamo del rapporto tra Occidente, vecchio capitalista, e Oriente, nuovo capitalista (per mera comodità lo chiamerò "Cina").
Individuiamo due fasi nel loro rapporto (fase A e fase B) in assenza di una regolamentazione protezionistica da parte dell'Occidente nei confronti delle merci orentali.

FASE A- nella prima fase, A, la Cina ha costi di produzione molto bassi rispetto all'Occidente, fattore legato al basso costo della manodopera autoctona (il paese è povero, non ci sono garanzie per i lavoratori...). Anche i prodotti cinesi sono perciò a basso costo e quindi si esportano molto facilmente in Occidente.
Anche gli imprenditori occid. tendono poi a spostare la loro produzione in Cina perchè appunto è più economica e le loro merci diventano così quindi più concorrenziali.
In Occidente allora il lavoro diminuisce e inoltre perde molte garanzie sindacali e gli stipendi si abbassano.

FASE B- i Cinesi però, col tempo, diventano più ricchi, hanno sempre più esigenze di consumo e crescono prevedibilmente anche i loro diritti sindacali e i loro salari. A questo punto le merci Occidentali sono sempre più vendibili ai cinesi: infatti ora siamo noi a essere più poveri di prima e più vicini quindi a loro dal unto di vista del benessere, e quindi anche più competitivi che in passato (l'esempio a riguardo ce lo da il Giappone, che ha visto negli ultimi anni un processo di "imborghesimento" con un aumento del benessere e un rallentamento dei vecchi ritmi di lavoro da "samurai"....)

Ora il mio ragionamento si basa su una considerazione molto semplice: se la fase B (quella positiva per noi) è possibile solo dopo e come conseguenza della fase A, rallentare (come propone di fare Tr.) il processo di integrazione dell'economia cinese con quella dell'Europa, a cosa può servire? Se la Cina dispiega gradualmente (per merito dell'apertura graduale dell'Europa al mercato cinese, di cui parla Tr.) le sue potenzialità produttive in Occidente o se lo fa per così dire "di botto" (senza dazi, ecc.) alla fine, cosa cambia? Voglio dire, la Cine diviene meno temibile nella misura in cui questo dispiegamento e il conseguente arricchimento avviene effettivamente!!

Certo, si dirà, questa gradualità permetterebbe di prepararsi gradualmente a ciò che deve avvenire, ma non capisco in che modo questo possa cambiare la sostanza delle cose. Ovvero, se la Cina con la sua competizione commerciale indebolisce la forza contrattuale della manodopera occidentale - come si è visto e detto - e se questo processo avviene per gradi (!!!) ne segue che questo indebolimento anzichè avvenire in un anno avviene chessò in venti, ma avviene lo stesso. Come dire, si ha il tempo di "assuefarsi" al male, e anzichè vedere i diritti sindacali scomparire di botto li si vede affievolirsi gradualmente, ci si fa l'abitudine.... Non è certo uno svantaggio ma nemmeno un gran vantaggio, mi pare!
Le conseguenze dell'invasione cinese infatti saranno sempre le stesse, sia che siano il prodotto di misure improvvise e drastiche o di misure più graduali: cioè quelle già illustrate: maggiore mobilità del lavoro, meno ammortizzatori sociali, salari più bassi (...MA A QUESTO -- NOTA BENE!!! -- SI DEVE SOMMARE IL FATTO CHE LE MERCI AVRANNO ANCHE UN COSTO MINORE, QUINDI IL NOSTRO POTERE D'ACQUISTO NON DOVREBBE NECESSARIAMENTE CALARE...)

ALTRE MOTIVAZIONI, OLTRE A QUESTA ASSUEFAZIONE, A FAVORE DI QUESTA APERTURA GRADUALE IO AL MOMENTO NON LE VEDO, SE LE VEDETE VOI DITEMELE, PLEASE!

Il tutto sta in questa frase: nella misura in cui si frena l'ingresso della Cina in Europa, si frena la possibilità dell'Europa di entrare in Cina (anche se questa seconda fase si accentuerebbe col tempo, mentre inizalmente sarebbe più forte il primo aspetto). Inibendo A si inibisce anche B!

Per non avere A e B bisognerebbe impedire per sempre alla Cina di invadere l'Occidente con le sue merci. Cioè bloccare un processo storico già avviato. O no?!
Senza contare poi, che le merci cinesi sono più a buon mercato, cosa da cui anche noi traiamo qualche vantaggio.
Quindi, se questo è vero, la presunta chiarezza e inoppugnabilità del protezionismo di Tremonti va a farsi benedire....
E' una formula semplice, chiara, accattivante e immediatamente comprensibile ma sbagliata, mi pare!

Ora una domanda: a chi gioverebbe tutto ciò? Non alla gente in generale, che dalla globalizzazione trae svantaggi ma anche vantaggi.
Forse ai produttori occidentali, che avendo a che fare con manodopera occidentale quindi sindacalizzata, viziata, ecc. sono svantaggiati rispetto ai loro omologhi cinesi (ma possono sempre delocalizzare la produzione...)
Forse e soprattutto ai politici, che con queste misure si ergono a difensori della causa comune nazionale (o europea, che dir si voglia) e che possono giustificare con esse alcune limitazioni della libertà individuale che accrescono il loro potere. In questo senso mi sembra che le formule protezinistiche di Tr. possano essere una riproposizione (mutatis mutandis) delle politiche nazionalistiche del mai rimpianto periodo fascista.

Che ne pensate voi di questo mio ragionamento?

Adriano


Adriano | September 13, 2008 12:42 AM

Io penso che il commercio internazionale è materia assai ardua e a me non notissima; però alcune cose te le posso dire. In primis, non tutte le limitazioni al commercio funzionano come uno si aspetterebbe: a volte, avvantaggiano non il paese che applica la misura, ma quella che la subisce (anche se sembra strano, accade spesso). Inoltre, anche quando ci sono vantaggi, questi non sono equamente distribuiti all'interno del paese che applica la misura protezionistica (ad es., la PAC dell'UE avvantaggia i contadini europei, ma danneggia tutti gli altri); in generale, quindi, un'affermazione straight del tipo "mettere i dazi alla Cina significa proteggere l'economia europea" è una cazzata. In terzo luogo, bisogna considerare il momento storico, il tipo di situazione economica ecc. (anche in Italia, alcuni settori economici non hanno granché da temere dalla Cina), e soprattutto gli scopi che ci si prefigge. Non è che non funzioni mai, ma è una cosa da maneggiare con cautela. La cosa veramente inquietante è che T., che di queste cose dovrebbe - per il suo ruolo - appunto saperne abbastanza, sembra ragionare per semplificazioni.

KK | September 13, 2008 7:49 PM

...se Tr. ragiona per semplificazioni la ragione è - molto probabilmente - che desidera CONVINCERE i suoi lettori, più che farli ragionare, oltre a tutto su problemi che come dici tu sono troppo complessi per la loro effettiva preparazione. Non dimentichiamo che il testo è un libro da supermercato!
Quel che si coglie, è anche la volontà di inserire in un sistema di pensiero abbastanza organico, delle istanze politiche (protezionismo, difesa della "razza", disprezzo per il 68, ecc.) tipiche delle forze che Tr. vuole rappresentare, e questo forse più che altro per sedurre non tanto i suoi compagni di partito quanto parte della sinistra, in crisi per la mancanza di ideali politici forti... come a dire, che la Sinistra riinasce a Destra.

Adriano | September 14, 2008 12:42 PM

Il protezionismo può essere visto in 2 modi completamente diversi, quello in base alla quale viene giustificato, ovvero che un settore dell'economia attualmente in crisi sta passando un perido di ristrutturazione, di ricerca di una maggiore competitività, e avendo il tempo necessario tutto il sistema potrà giovarne, e quello che viene in pratica applicato, cioè che se un settore è inefficente e improduttivo, a pagarne le conseguenze devono essere i consumatori, e i profitti dei produttori non concorrenziali devono essere protetti senza che questi siano costretti a risolvere i loro problemi di inefficenza.
In alcuni casi, come per esempio la difesa dei taxisti si sfiora il ridicolo.
Quindi non vedo in Tremonti tanto una difesa di istanze "politiche", quanto una più mediocre strategia elettoralistica.

pietro | September 14, 2008 2:07 PM

Adriano,
formulare, partendo da certi dati "di fatto" o relazioni "note" (chiamiamoli 'elementi di primo ordine), una ipotesi che prefiguri una dinamica su larga scala al fine di progettare politiche o Istituzioni (chiamiamoli elementi di 'secondo ordine') che indirizzino quella dinamica in un senso invece di un altro, fare tutto questo è una delle attività più creative e intelligenti possibili, A CONDIZIONE CHE SI SIA DISPOSTI A RIVEDERE quegli 'elementi di primo ordine', a condizione di NON darli come evidenze, come cose ovvie, come dati "di fatto" o come "note" solo perchè l'intuizione o il giornale le dichiarano tali.

Per esempio:
a)può esserci una invasione di merci cinesi senza che ci sia una invasione nel verso opposto? Non vogliono, i cinesi, qualcosa IN CAMBIO per le merci che ci VENDONO? (nota: il nostro deficit nella bilancia commerciale corrisponde a un afflusso di investimenti verso di NOI).
b)che cosa vuol dire davvero "i loro costi di produzione sono bassi"? I costi di produzione DI COSA? di prodotti tessili come di aeroplani o turbine eoliche? che vuol dire DAVVERO 'costi di produzione'?
c)perchè una volta "imborghesiti" i cinesi dovrebbero comprare i nostri prodotti hi-tech invece di produrli loro? Sei sicuro che i prodotti hi-tech non servano PIU' alle produzioni povere che ai consumatori "imborghesiti"? Perchè, "imborghesitisi", i cinesi non dovrebbero costruire turbine eoliche? Perchè le turbine eoliche le fanno i Danesi e non gli Italiani?
d)Se mette dazi sull'importazione delle arance siciliane, il Piemonte stimola o 'protegge' la produzione di arance piemontesi?

Ci sono diecimila questioni nella tua ipotesi in "fasi" che dai per scontate, e che NON LO SONO AFFATTO.
Non sapendo da dove cominciare in tutto questo pasticcio, proverò nei posts che seguono a indicarti che succede alla redistribuzione relativa della remunerazione dei fattori di produzione quando due beni a diversa intensità di utilizzazione dei fattori produttivi sono scambiati fra di loro (che sia fra Piemontesi e Siciliani o fra Italiani e Cinesi). Lo scopo è di mostrare perchè i salari cinesi in certe produzioni aumentano, e perchè aumentano quelli italiani in certe altre, togliendo di mezzo gli "imborghesimenti" e altre faccende del genere (che potrai reintrodurre a piacere, se così ti sembra, ma con cognizione di causa). E' la descrizione più 'semplice' che mi è venuta in mente (mi hai dato un gran lavoro!) di un fondamentale teorema: quello di Samuelson-Stolper (vedi link). Dirò alla fine come proprio questo teorema sia in corso di fondamentali rielaborazione da qualche decennio in qua.

Francesca | September 15, 2008 1:23 PM

Allora,

comincia a studiare questo grafico: link.

Qui vedi come (sotto certe condizioni del modello che troverai enunciate nell'articolo di wikipedia che ho messo nel post precedente), la remunerazione dei due fattori di produzione (lavoro qualificato, lavoro non qualificato) sia fissata dalla 'pendenza' relativa delle due rette, in funzione cioè di quanto ciascun fattore sia impiegato nella produzione di un certo bene. Nota che queste 'pendenze' dipendono esclusivamente dai coefficienti a, b, c e d. Puoi immaginare questi coeff. come misura della relativa abbondanza di un fattore rispetto a un altro. Per esempio, in un caso il fattore Lq è utilizzato nella proporzione "a" e il fattore Lnq nella proporzione "b".

Nota che scambiando beni che utilizzano diverse percentuali degli STESSI fattori, i salari (reali) Lq e Lnq sono determinati contemporaneamente per le due produzioni dei due diversi beni, e che essi dipendono da a, b, c e d, che sono misure di produttività (per es: P/a è la produttività di Lq nella produzione di quel bene); insomma non dipendono da cose come "imborghesimento" o "etica del Samurai"!!!.

Dunque prima di tutto: 1)lo SCAMBIO di beni induce una distribuzione della remunerazione dei fattori (salari reali in questo esempio) in proporzione alla produttività di questi fattori in una certa configurazione (per esempio: data una certa tecnologia), e 2) non "in sé" ma in relazione alla produttività degli stessi fattori nella produzione del bene con cui si scambia.
QUESTO è IMPORTANTE!! DUE COSE IMPORTANTI!!
a) relazione salario reale -> produttività
b) in funzione della produttività dello stesso fattore nella prod. del bene CON CUI SI SCAMBIA.

Posso benissimo dire che "merito" in grosso salario perchè il mio lavoro è molto produttivo nella fabbricazione di A. Ma questo dipende dalla produttività dello stesso lavoro nella fabbricazione di B con cui scambio A.

Francesca | September 15, 2008 2:02 PM

Ora, osserva qui link cosa succede quando cambia il prezzo del bene a maggior tenore di utilizz. di Lnq rispetto a Lq. Nell'esempio ipotizzo che questo prezzo diminuisca (per es: lo importo dalla Cina), ma succede esattamente lo stesso se aumento il prezzo dell'altro bene (per es: metto un dazio sulla sua importazione).

Succede che a parità di a, b, c e d, cioè a parità di TUTTO (in particolare della produttività) tranne che la diminuzione del prezzo di un bene rispetto all'altro, aumenta la remunerazione del fattore più abbondante (o usato più intensivamente) e diminusce quella del fattore meno abbondante. (questo è l'enunciato "à la buona" del theorema di Samuelson-Stolper).

DUNQUE:
a)NON perdono TUTTI ugualmente: perdono quelli che forniscono il fattore MENO abbondante. Attenzione in poche parole a dire che "penalizzo" (o, con i dazi, "proteggo") l'"economia"!!!.

Domanda: metto dazi che "proteggono" alcuni (lavoro non qualificato) a scapito degli altri, e che eternizzano il lavoro non qualificato, oppure invento una misura che mi permette di cogliere il vantaggio per i lavoratori qualificati ma compensa gli altri, e magari contribuisce a qualificarli? Come si disegna questa misura? DIFFICILE! Ma posso dire che l"imborghesimento" c'entra un **$$##à!.

Francesca | September 15, 2008 2:16 PM


E come appare la cosa dal punto di vista del produttore di beni a maggior utilizz. di Lnq? Vedi qui link

Succede la cosa complementare: aumenta la remunerazione di Lnq perchè, in QUELLA produzione, Lnq è il fattore più abbondante. I salari (reali) cinesi AUMENTANO non perchè "ci vendono e non comprano da noi", ma perchè la produttività relativa della loro prod. aumenta.

Francesca | September 15, 2008 2:22 PM

Detto questo, il th. di Sam.-Stolper NON spiega tutto. Le cose sono, da circa 20 anni, MOLTO più complicate a causa di "ritorni crescenti" (una violazione di una delle condizioni del th.), e in quelle condizioni il comm. internazionale è soggetto a "information asymmetry" (di un tipo che non c'entra con la cosa che abbiamo trattato discutendo del microcredito).
Dunque tutti al lavoro...

(Lunch break finito: se ne riparlerà).
Saluti.

Francesca | September 15, 2008 2:27 PM

A me sembra che Adriano e KK continuino a considerare il “protezionismo” di cui parla Tremonti come una faccenda economica. E provino a entrare nella meccanica minuta di uno scenario che presumibilmente Tremonti, che sarebbe semplice ma inverosimile considerare uno sprovveduto, ha solo additato. Al contrario il punto del libro è proprio mettere in discussione l’affermazione “esiste un livello economico pre-politico” che noi tutti, post-marxisti volontari o involontari, prendiamo per vera.
Il “protezionismo” tremontiano, al livello della semplificazione utilizzato nel libro, è quasi solamente un artificio retorico per dire: se consideriamo il mercato una questione meramente economica trasformiamo il liberismo in mercatismo. Ma se proviamo a salvaguardare l’idea di società capitalista da questa involuzione, dice Tremonti, dobbiamo andare verso il mercato, e a maggior ragione verso i mercati, con una pre-visione del ruolo e dello scopo politico che la nostra comunità deve mantenere dentro quelle dinamiche. Il “protezionismo” è una zona franca, magari flessibile ma reale, che una comunità deve saper aprire e saper mantenere per non vedersi trasformata a variabile. Credo che in definitiva gli effetti che Tremonti auspica possano derivare da tale “protezionismo” non siano tanto quelli di rallentare o mandare indietro l’orologio dei processi, ma siano effetti politici, culturali e sociali. Categorie che in questo dibattito, lo so, verranno considerate poco meno che phantasmata. Ma il punto di Tremonti è proprio ridare spazio e valore a questi ambiti, al limite solo nella loro capacità di incidere sulle dinamiche di un mercato che non è più solo “fordista”, ma già ampiamente simbolico e immateriale, è mercato delle merci e del lavoro, ma anche delle identità, dei possibili futuri, dei valori. Accettiamo di entrare in competizione anche su questi, oppure c’è qualcosa di non negoziabile?
A questo punto Adriano mi dirai che sono anch’io un polinyiano inconsapevole, ma ti ripeto quel che già ti ho scritto altrove: è la storia che ha deciso su che piano ragioniamo, e non è stata la forza meccanica della giustizia collettiva ma della libertà individuale a decidere l’esito dei processi storici che abbiamo alle spalle. Se non accettiamo questo passaggio siamo come scienziati che non accettano il risultato dell’esperimento, e continuano a fantasticare di fisica newtoniana ormai fuori tempo massimo.

guido | September 15, 2008 2:50 PM

Rispondo a Guido.
In altri termini, tu vorresti dire che noi (kk e io) consideriamo il protezionismo come una difesa economica, mente Tr. lo vede come una difesa della cultura, dell'identità e della società. Il mercato cioè non è per Tr. la prima istanza che debba essere tutelata, e il suo Protezionismo è innanzitutto protezione della società da uno svilimento dei propri valori dovuto appunto a un mercatismo fuori controllo, a una parificazione di tutti e tutto sul piano del Mercato mondiale e da quell'"uomo a taglia unica" che tale Mercato crea, ecc.
Cioè il discorso di Tr. sarebbe finalizzato alla conservazione delle identità e dei "differenziali storici" (come li chiama lui) anzichè al potenziamento dell'economia e dei mercati (e quindi, del PIL!!!!.... tema ricorrente in questo blog).
In quest'ottica la mia lettura, che tende a vedere nel protezionismo economico la vena sotterranea del libro e nella difesa dell'identità dei valori ecc. la "sovrastruttura politica" che serve a giustificarlo, peccherebbe di evidenti pregiudizi economicistici. In realtà il punto di vista di Tr. sarebbe infatti meramente politico e il suo protezionismo avrebbe una natura e delle finalità culturali e politiche, non economiche o economicistiche.
La conclusione è che in questo "Mondo senza confini" (all'interno del quale l'Economia Globale sarebbe appunto la prima fonte di questo smarrimento delle frontiere e dei differenziali storici) è di primaria importanza difendere proprio le frontiere, le culture, le identità, ecc., insomma I DIFFERENZIALI STESSI.
L'Europa deve quindi entrare in questo Mercato mondiale con una propria personalità, identità, delle proprie finalità, ecc. (ma non capisco in che modo la nostra identità potrebbe influenzare il nostro modo di fare mercato con il resto del mondo...)
Non so se ho correttamente interpretato il tuo pensiero.

Comunque a me sembra che da molti punti di vista Tr. entri in contraddizione con se stesso, almeno laddove afferma di voler rinunciare (o quasi) agli stati-nazione perchè oramai in contrasto con la nuova realtà globale dell'economia (... mentre contemporaneamente sostiene che si devono difendere le particolarità, le differenze locali e regionali, le identità, ecc.)

Infine, tu stesso dici che oggi la libertà individuale ha prevalso sulle ragioni dela giustizia sociale, collettiva. Ma come si concilia questa tua affermazione con la richiesta di valorizzare la dimensione comunitaria, identitaria, ecc. che della libertà personale è inevitabilmente un po' l'opposto?

adriano | September 15, 2008 10:32 PM

Guido e Adriano,
io comincerei da certi chiarimenti fondamentali, perché qua e là emergono possibilità di confusione che impediscono di capirsi.
1. Contrariamente a quel che si crede, il marxismo non ha mai concepito "“un livello economico pre-politico” che noi tutti, post-marxisti volontari o involontari, prendiamo per vero": esiste sì un determinato assetto dei rapporti di produzione, ma che a sua volta è storicamente determinato (non è "naturale") e non è certamente immutabile; in particolare, questo assetto è eccome modificabile ed influenzabile dalla politica; anzi il marxismo è notoriamente fautore proprio di uno di questi mutamenti (l'espropriazione e messa in comune dei mezzi di produzione) che è insieme atto politico e atto che dà inizio ad una società in cui la "politica" come la intendiamo non esisterebbe più.
2. Contrariamente a quel che molti credono, il liberalismo è strenuo fautore delle regole e delle istituzioni sociopolitiche. D'altronde sia il liberalismo, sia l'economia politica (classica, marxista, neoclassica, new age o quel che volete) hanno sempre riconosciuto che il "mercato", che è appunto una istituzione, non esisterebbe nemmeno un'ora senza regole e senza altre istituzioni che applichino queste regole: provate ad eliminare i tribunali, e vedete in quanto tempo il "mercato" collasserebbe. Questa è una conclusione tanto nuova e rivoluzionaria che già Adam Smith nel *1776* la dava per evidente.
3. Quando si dice che il "mercato" si estende oltre i suoi limiti, con i corollari che di solito si accompagnano a questa affermazione (=imperialismo dell'economia, neolibbberismo globbbale ecc.), si implica che restringere i limiti del mercato sia politica, mentre ampliarli sarebbe economia. Ma questa è una cazzata: entrambe le scelte sono scelte politiche, non economiche (ed entrambe le politiche usano la teoria economica, seppure in modi diversi, per i propri fini).
4. Chiarito questo, sarà già evidente, io credo, che la frase "se consideriamo il mercato una questione meramente economica trasformiamo il liberismo in mercatismo", anche se probabilmente indica proprio quel che vuol dire Tremonti, ed a parte la goffaggine dei termini adoperati (quel che T. chiama "mercatismo" è il liberismo di Polanyi e il "neoliberismo" dei tanti giornali e blog "de sinistra" odierni), è una ovvietà, nel senso che non esiste nessuno, né a destra né a sinistra né al centro, e nemmeno un economista di qualsiasi tendenza, che si sognerebbe mai di dire che il mercato è una questione meramente economica, perché il mercato non è affatto nulla del genere.
5. A me sta benissimo ricordare Polanyi (che peraltro secondo me T. non consoce affatto): P. è appunto all'origine delle teorie che dicono che, fino all'epoca moderna, il "mercato" era "embedded" all'interno di strutture sociali che lo limitavano e lo determinavano. Di fatto, come ho detto sopra, questa teoria è errata (anche oggi e sempre il mercato è limitato e determinato dalle altre istituzioni sociali; quel che cambia, di volta in volta, sono i modi e i termini di questa limitazione). Tra l'altro, la teoria di P. si basa sulla nota affermazione per cui solo l'età moderna ha visto (ed è proprio ciò che ha consentito la fine dell'"embeddedness" del mercato nella società) la trasformazione di lavoro, terra e denaro in "merci": si tratta di una affermazione che non è solidissima storicamente.
Ma quel ch'è peggio, mi chiedo se tutti quelli che invocano (magari senza saperlo) il ritorno all'embeddedness polanyiana sono disposti a ritornare alle società preindustriali nelle quali lavoro, terra e denaro non erano merci (ma in compenso, oltre alla fame cronica e a differenze di reddito ben superiori alle odierne, esistevano cose come la servitù, le rigide ed immutabili distinzioni in termini di classi, sesso, religione ecc.). Tutto ciò, tra parentesi, probabilmente non spaventa affatto T. e la destra (che in fondo all'Ordine ci hanno sempre creduto), ma mi chiedo come ci si faccia a ritrovare la "sinistra".
7. Insomma, io mi chiedo se valga davvero la pena, per correre dietro ad un avversario probabilmente immaginario come il "neoliberalismo" degli uni o il "mercatismo" di T., buttare a mare tutto ciò che di buono ha fatto la società moderna... e continuo a pensare che dietro a molte frenesie odierne ci sia sempre lo stesso giro di pensieri e di cultura a cui ha dato memorabilmente espressione William Morris qui:
link
8. Per concludere: no, non credo affatto che quando T. parla di "protezionismo" intenda, in generale, qualcosa di "culturale"; e in questo senso, dà appunto prova di preoccupante semplicismo (e se avete dato un'occhiata ai link di Francesca, cosa che vi consiglio caldamente di fare, avrete avuto un'idea di quanto sia complicata l'intera faccenda). Ma anche se fosse non cambierebbe il discorso. Non che il "protezionismo" e il "liberismo" siano faccende meramante economiche (abbiamo già visto che non lo sono affatto); ma proprio perché sono politica e cultura insieme, sono cose per discutere e progettare le quali è imprescindibile la considerazione delle technicalities.

KK | September 16, 2008 12:27 PM

sto leggendo (lentamente perche' dovrei fare altro) i commenti di francesca. e ho subito alcune domanda rispetto al primo grafico da lei linkato dato che non ho nessun /feeling/ per i fenomeni economici:
e' una approssimazione il fatto che a e b (e P!) siano indipendenti da Lq e Lnq (e di conseguenza che la curva sia una retta)?
quanto e' buona questa approssimazione?
esiste un regime lineare davvero (e regimi invece ad alta non-linearita')?

dal basso del mio non-feeling mi sembrerebbe che la linearita' non si verifichi mai, perche' sia il prezzo di produzione sia la somma del lavoro q e nq sono fortemente dipendenti dal metodo di prduzione scelto. ma evidentemente mi sfugge qualcosa.

(adesso continuo a leggere)

mamo | September 16, 2008 4:16 PM

P, Lq e Lnq sono grandezze differenziali. In particolare P è il nome dei ricavi differenziali (che è la definizione di quella cosa che chiamiamo 'prezzo'), e aLq + bLnq è l'espansione 'fino al primo ordine' del differenziale di C(q, nq) = costi di produzione. Lq e Lnq sono dunque derivate parziali di C rispetto a q e rispetto a nq (e per qualche ragione le chiamiamo 'salario reale' invece che 'peanuts' o 'Suzette' o 'derivata parziale, ect).
L'equaglianza "ricavi diff = costi diff." esmprime la condizione di "estremo" (Profitto = Ricavo - Costi), dove Ricavi - Costi è una relazione lineare fra funzioni che, quanto a loro, possono essere come ti pare (purchè siano derivabili almeno in qualche punto).

Come sai, non basta che la relazione fra derivate di grandezze sia lineare per dire se esse grandezze vanno dritte o storte.

La domanda se P sia indipendente da Lq o Lnq nell'espressione P = aLq + bLnq ti costa 100 punti per ovvie ragioni.
L'espressione "regime di linearità" te ne costa altri 20 perchè non vedo 'regimi' (ma te li restituisco se mi convinci che sai di che stai parlando:)

La domanda se a o b siano indipendenti da Lq o Lnq invece è importante (se sai cosa stai domandando:-). Come dicevo, a e b hanno a che fare con una certa configurazione di, per es:, la tecnologia 'in vigore'. Dunque non sono "costanti" e dipendono "in the long run" da Lq e Lnq e da un bazillion di altre cose. Ma variano molto più lentamente di Lq o Lnq. Nell'espansione di Delta(C(q, nq)) si possono dunque considerare a)costanti e b)indip. da q, da nq, o dalle derivate Lq, Lnq, ect).
Quella è anzi la definiz. di "long run".

BONUS.
Ed ecco perchè è possibile una cosa come "open source" con certi tipi di cicli tecnologici, tipo "software". (à développer)

Tu ti rendi conto, naturalmente, che mi esponi a processo per "corruzione della gioventù" nella persona di Adriano, con questo linguaggio eretico.. Forse Guido si preoccupa che non finisca per atrofizzargli la ghiandola che secerne i valori pre-economici.

Francesca | September 16, 2008 5:03 PM

Grazie Francesca dell’attenzione, ma credo che le mie ghiandole siano spontaneamente immuni al tuo virus! (e infatti non capisco un acca di quello che scrivi...)
In risposta a KK.
Non ho detto che nel marxismo il livello economico corrisponda all’oggettività, perchè so bene che in quanto sistema dialettico assume la storia come processo (“la verità è soggetto…” diceva quel tale). Né ho detto che è immodificabile. Leggere la storia come un processo immanente, e tradurre le meccaniche di quel processo in rapporti economici è la “causa finale” del marxismo. Le componenti del processo possono essere numeriche, quantitative e impersonali oppure finalizzate, qualitative e agite volontariamente, ma questo non è sufficiente a mutare la natura materialistica del processo stesso. Nel quale infatti continuano a trovare posto tutte le categorie idealiste precedenti, compresa la politica, la religione, la cultura, la morale ecc… ma rovesciate, cioè come sovrastruttura.
Detto questo, io però ho parlato di “post-marxismo”, perché la filologia marxista non è interessante. Perché il marxismo, che è una filosofia della storia, o è attuale o non è. In altre parole è un esercizio di stile continuare a leggerne i testi come se fossero freschi di stampa, mentre al contrario è dirimente l’esito fallimentare dell’idea di storia che propugnava, l’esito concreto delle esperienze storiche che l’hanno voluta compiere e persino la forma storica della sua vulgata. Che la vulgata semplifichi “economia = storia” forse corrisponde malamente al testo, tuttavia corrisponde alla comprensione storica di quel testo. Con questa comprensione o incomprensione dobbiamo fare i conti.

guido | September 16, 2008 5:58 PM

In risposta a Adriano.
La tua ultima domanda coglie il punto, credo. Ma io la leggo girandola in questo senso: perché la nostra concezione di libertà individuale è antisociale? Cosa c’è di contraddittorio nel fare del valore della singolarità della persona la pietra angolare di un ethos comunitario? La filosofia morale antica, la filosofia morale cristiana funzionavano così. Lo stesso illuminismo ancora tentava di tenere le due cose assieme. Siamo noi, lo ribadisco, “post-marxisti” che le separiamo. Perché per noi libertà individuale = individuo assolto dal processo storico, quindi alienato, egoisticamente inconsapevole, strumento involontario delle strutture e delle sovrastrutture che governano il "grande gioco". Ma l’aporia è proprio questa: che l’individuo libero, che aspira non egoisticamente, istintivamente ma legittimamente e umanamente a “tutto ciò che di buono ha fatto la società moderna” come scrive KK, per noi (post-marxisti) in fondo rimane un residuato della storia, pulviscolo, materia oscura che non rientra nel conto, e non accettiamo che è invece lui che decide la storia, molto più dei grandi numeri e delle loro technicalities, più che le masse unite dalla giustizia collettiva. L’aspirazione alla libertà individuale, come dimensione autentica e inalienabile, è la radice più profonda, è la volontà incoercibile davanti alla quale le categorie del progresso, dell’egualitarismo e dell’utopia sociale diventano, esse sì, solo sovrastruttura.

guido | September 16, 2008 6:02 PM

Sinceramente,
che si dia per scontato, come se fosse qualcosa di self-evident, che "è un esercizio di stile continuare a leggerne i testi come se fossero freschi di stampa, mentre al contrario è dirimente l’esito fallimentare dell’idea di storia che propugnava, l’esito concreto delle esperienze storiche che l’hanno voluta compiere e persino la forma storica della sua vulgata", mi lascia veramente perplesso.
Non è che esista solo il fighettismo di "sinistra", eh. E forse "superare" Marx per ritornare tranquillamente, attraverso l'antimarxismo, al pre-marxismo è stato qualcosa che non valeva la pena.

KK | September 16, 2008 9:14 PM

Anche a me sembra esagerato, per così dire, affermare che il marxismo è "superato": al contrario io ho l'impressione che i concetti fondamentali attraverso cui leggere la realtà siano ancora in buona misura marxisti, o se preferite marxiani (la distinzione è sottile: essenzialmente, marxiano è colui che usa Marx per comprendere il mondo - non per fare propaganda politica).
Ad esempio, la lotta di classe: non possiamo negare che esista la lotta tra le classi, altrimenti finiamo per parlare dell'Italia e del mondo in termini di unità nazionale, ovvero - come qualcuno direbbe oggi - continentale: non possiamo insomma rimuovere un aspetto così essenziale della realtà (che nemmeno Weber che non era certo marxista ha mai trascurato) a favore di quelli che oggi in certo senso "ci fanno più comodo" (ex: la libertà individuale, la possibilità di affermazione ed emancipazione personale, ecc.)
A me sembra che in questo modo si torni effettivamente a una versione aggiornata del vecchio nazionalismo d'inizio Novecento che ha portato tante guerre e tanta miseria, cone il suoi miti di solidarietà interclassista, di superamente dei conflitti sociali, ecc....

Su quello che dice Guido, cioè che non è il caso di considerare la libertà personale sempre e solo in opposizione alla dimesione sociale... bè, questo è vero. La democrazia ateniese, ad esempio, si basava su una profonda integrazione tra dimensione personale e dimensione collettiva, cioè politica.
Scrive un certo Murray una frase molto bella: "E' il concetto di individuo che manca in Atene, non quello della sua libertà. Infatti, c'è una libertà personale, una capacità di vivere secondo i propri desideri, che fa parte dell'ideale ateniese...." e più avanti: "Si tratta di una libertà nella socialità, che è frutto della certezza di appartenere contemporaneamente a una molteplicità di realtà sociali" (O. Murray, in L'uomo greco).
Ecco, è questa la libertà che - secondo me - Tr. accarezza nel suo testo, ma è una libertà che si può attuare nel piccolo e non nel grande, nel quartire o al max nella regione, ma certo NON in una dimensione globale.
Per questo la libertà individuale ci riporta, tanto più oggi in un mondo globalizzato e di grandissimi numeri, all'anarchia e al solipsismo sradicandoci da ogni orizzonte sociale, se si eccettua appunto quello a breve termine, che però è sempre meno fondamentale per la nostra stessa vita (tutto il contrario che nella polis antica insomma). Quel che propone Tr. - un mondo di volontariato e di solidarietà, nel rispetto delle sacrosante libertà dell'individuo - è un ideale bellissimo e forse possibile (ed è evidente il suo riferimento al mondo classico), ma lo è per me SOLO a livello locale, non certo nazionale nè tantomeno mondiale.

Tornando a Marx, la lotta di classe resta una verità in ogni contesto sociale, forse potrà essere attenuata a livello locale (attraverso comitati di solidarietà, volontariato, ecc.) ma a livello più ampio no. L'uomo occidentale ha scoperto l'iniziativa privata (e la democrazia parlamentare) come base del vivere e la sua civiltà ha vinto INDISCUTIBILMENTE su tutte le altre, è maestra del mondo intero come lo era Atene per la Grecia.
Ma questo non deve portarci a sconfessare i temi della giustizia sociale, della lotta tra i "grandi numeri", tra le classi, ecc. che Marx aveva studiato e organizzato in un sistema di pensiero organico e - soprattutto - in buona parte ancora valido.

adriano | September 16, 2008 10:59 PM

ripongo allora la domanda: quanto e' buona l'approssimazione al primo ordine? perche' la mia (evidentemente scarsissima) intuizione mi dice che P, a e b dipendono criticamente da Lq e Lnq.
io sono un fisico e sono abituato a pensare a casi limite nei quali il problema si semplifica enormemente e poi a cercare di inquadrare il problema generale per interpolazione. in questo caso ho pensato per esempio ad un prodotto che richieda per forza una parte di Lq e' chiaro che una situazione del genere non viene catturata dalla curva che riporti tu dato che questa intercetta l'asse Lnq.
immagino pertanto che esista un intervallo di valori di Lq e Lnq (che se lo chiamo regime poi mi prendi per il culo) sicuramente proibito al modello lineare.
poi pero' la mia totale ignoranza e inesperienza nel campo mi impedisce l'interpolazione e sono fermo al caso limite e allora la mia domanda diventa, esiste mai un intervallo di valori di Lq e Lnq /concessa/ al modello lineare oppure questo e' soltanto un toy model per capire come vanno (o andrebbero) le cose in una situazione semplificata e costruirsi un'esperienza con la quale raccapezzarsi in situazioni piu' realistiche?
la mia idea era intuitivamente che la C(Lnq,Lq) fosse una curva continua ma piena di punti non derivabili, con scalini impervi e salti nel vuoto e invece tu me la presenti come un paesaggio dell'astigiano da sviluppare in serie a piacimento senza paura. insomma immaginavo che variando anche di poco la miscela ottimale di Lq e Lnq ci fossero stravolgimenti paurosi nei costi di produzione. e invece no. e vabbe'. aggiungiamo anche questa alla serie delle mie credenze infondate.

che il prezzo sia i ricavi differenziali mi e' anche meno chiaro. la spiegazione e' complicatissima? se non lo e' me la dai?

non ho capito nemmeno la storia dell'open source. li' mi sentirei proprio di dire che il modello P = a Lq + b Lnq salta alla grande dato che a e b diventano incontrollabili e addirittura si fondono. ma forse volevi dire che proprio perche' a e b e P non dipendono da Lq e Lnq e dato che C e' una funzione /smooth/ di Lq e Lnq si puo' procedere in regime (tie') open source senza paura di grossi scossoni?

dopo aver scritto tutta 'sta mappazza vado a letto fiducioso

mamo | September 17, 2008 12:25 AM

(ah mi sono scordato: ridammi i 100 punti perche' la domanda e' piu' che giustificata se mi disegni la funzione P = a Lq + b Lnq come _una_ retta nel piano Lq-Lnq. se invece intendevi rappresentare un fascio -attenzione qui a non fare il collegamento con regime- di rette parallele con P come parametro, allora capisco e accetto la multa)

mamo | September 17, 2008 12:38 AM

Supponiamo di vendere n widgets a P ciascuno, ricavando R = nP.
Supponiamo che produrre questi n widg. costi Cn(n) (Cn qualsiasi, cioè NON FACCIO NESSUNA IPOTESI su come sia fatta Cn).
Definiamo una funz. così:

Pr(n) = R(n) – Cn(n)

e diamo un nome a Pr(n). La chiamiamo “Profitto”? D’accord. (**leggere su questa un’importante nota in fondo).

Supponiamo che – insensibili ai “valori” – ci chiediamo per quale n Pr è massimo. Qualcosa ci dice che deve essere per un n dove Pr’(n) = 0, cioè dove R’(n) = Cn’(n). E cioè dove
P = Cn’(n).
Generalizziamo al caso in cui R(n) sia qualsiasi (cioè non il solo caso particolare in qui sia nP), e chiamiamo R’(n) col nome di “prezzo” e indichiamolo P.

Supponiamo adesso che per fare n widgets ci servano aq + bnq, dove “q” e “nq” sono la quantità (NON il salario) di lavoro qualificato e non qualificato.
Dunque Cn(n) = C(aq, bnq).
Allora il max. profitto si ha dove:

P = a C’(q) + b C’(nq) + “roba di ordine superiore”.

Per pura comodità diamo a C’(q) il nome di “remuneraz. del fattore q”, e anzi siccome “q” è una quantità di lavoro, chiamiamola proprio “salario reale” di q, e indichiamolo Lq. (Same stuff per C’(nq) e Lnq). Dunque:

P = a Lq + b Lnq.

Non ho fatto nessuna particolare ipotesi sulla linearità di C (o R, e dunque di Pr), e del resto NON PUOI DIRE, viceversa, se io abbia ipotizzato che C sia lin. o non-lin soltanto osservando una relazione lineare fra le DERIVATE di queste grandezze.
Dunque quella non è una “buona” obiezione. Ti “prendo per il culo”, quella roba di “tarallucci&vino”, NON perché l’obienzione non è “buona”, ma per indurti a farne di MIGLIORI, che come vedremo si possono fare.

Francesca | September 17, 2008 12:38 PM

Ora, la tua “intuizione” ti dice che deve esserci una dipendenza critica di P ‘a’ e ‘b’ da Lq e Lnq.

Discutiamo prima P.

Ci sarà una dipendenza di P da Lq e Lnq?

(mumble mumble, intuzione&ispirazione, mumble mumble)

Ma P = a Lq + b Lnq non è l’espressione, nero su bianco, precisamente di una dipendenza di P da Lq e Lnq?

Some intuizione!!
Se, come credevo ieri, la tua obiezione era su una dipendenza lineare di P da Lq e Lnq, bisognava che questa dipendenza intanto ci fosse, ne trouves-tu pas?

Dunque ti tolgo altri 100 punti (e vedi che applico penitenze solo li