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April 15, 2008

La città in vendita

P. BERDINI, La città in vendita, Roma, Donzelli, 2008
Un libro molto documentato, pieno di dati, però molto insoddisfacente. Non è sufficiente, per es.,  buttar lì il numero delle automobili o dei turisti di Roma e pretendere che dal mero dato si deduca la conclusione che il traffico o il turismo a Roma sono “insostenibili” (o “palesemente insostenibili”): è una cosa che si può benissimo affermare, ma ci vorrebbe anche qualche argomento, no?
A me verrebbe voglia di dire all’autore: caro Berdini, abbiamo capito che

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February 5, 2008

Gita a Porto


Un giorno e mezzo a Oporto, Portogallo.
Il centro storico dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, nel 2001 è città europea della cultura.
In questa occasione viene costruita la Casa Da Musica di Rem Koolhaas ed eseguiti tanti piccoli interventi sul lungo Douro (il fiume su cui si affaccia Porto)  e il lungo oceano, oltre al nuovo aeroporto.
Il Portogallo è il fanalino di coda dell’Unione Europea.
L’economia portoghese stenta e si vede che il Paese è più povero dell’Italia, per esempio.

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August 30, 2007

Il Zentrum Paul Klee di Renzo Piano

Renzo Piano, ZENTRUM PAUL KLEE, Berna, Svizzera

Tre onde, un gesto felice e leggero, una forma che è struttura.

Questo è il Zentrum Paul Klee, il museo privato, realizzato alla periferia di Berna dal Renzo Piano Building Workshop in collaborazione con ARB architects, inaugurato nel giugno 2005.

 

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June 19, 2007

L'idea di città

J. RYKWERT, L’idea di città, Milano, 2002                               

Partiamo da ciò che abbiamo perso noi contemporanei, partiamo cioè dallo smarrimento della sicurezza sul modo di funzionare dell’universo, la cui più tragica conseguenza è l’incapacità di interpretarlo, questo mondo.
Le città antiche rispondono ad uno schema unico, che accomuna civiltà diverse e lontane tra loro: Roma, gli Etruschi, gli Egizi, gli Indù, le popolazioni africane, gli Indiani d’America, i Tiwi australiani, i Cinesi agiscono tutto nel medesimo modo.

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April 16, 2007

Architettura e felicità

di Anna Diana Debernardi

Alain de Botton ha i suoi affezionati lettori; è autore accattivante, comprensibile, lieve ed erudito nella quantità giusta per non aggravare né far scadere gli argomenti che tratta.

E’ diretto, asciutto, ti parla con stupefacente naturalezza e senza affanni della definizione di bello; rimane calmo e rilassante quando cerca di spiegare e spiegarsi perché certe cose ci piacciono, perché altre ci disgustano e perché il gusto nel tempo si modifica; scrive, arriva a conclusioni, porta alla comprensione.

“Architettura e felicità” è il suo ultimo libro; te lo tieni sul comodino, te lo leggi e te lo sfogli, non richiede che certi passaggi vengano letti più di una volta per comprenderli, non bisogna sapere già un’infinità di cose per seguire il filo del discorso, anzi, forse è meglio essere dei profani dell’architettura, per apprezzarlo e divertirsi almeno quanto lui si è divertito nello scrivere.

E dunque, perché la felicità è così intrinsecamente legata all’idea del bello che abbiamo nella mente?

 

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February 26, 2007

La città nella storia d'Europa

Leonardo Benevolo, La città nella storia d’Europa, Bari, Laterza, 1993.

 

 

La città nella storia d’Europa è il contributo di Leonardo Benevolo [*] alla collana “Fare l’Europa”, nata nel 1993 dall’iniziativa di cinque editori (Beck a Monaco di Baviera, Basil Blackwell a Oxford, Critica a Barcellona, Laterza a Roma e Bari, Seuil a Parigi) per ricostruire l’eccezionale storia e varietà che caratterizza il Vecchio Continente.

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February 7, 2007

Lo sprawl- (3)

Di Anna Diana Debernardi

Le super palestrate e in formissima protagoniste della serie televisiva sulle casalinghe disperate, ambientata nei sobborghi tutti uguali di non so quale città americana, dalle tipiche casette  in legno con giardino,  affacciate su reticoli stradali a cul de sac, ci stanno prendendo in giro.

E vi svelo il perché.

Non sono ormai pochi gli studi che si sono concentrati nell’analisi delle correlazioni tra la forma della città e la forma del corpo, tra sprawl e obesità, in particolar modo.

Uno dei primi rapporti pubblicati negli Stati Uniti dall’Università del Maryland, risalente al 2003, analizza i dati di una rilevazione nazionale in cui ognuno dei 200.000 interpellati riferiva indirizzo, attività fisica, massa corporea, altezza e altre variabili sullo stato di salute. Gli abitanti delle città e regioni a insediamento diffuso tendono a pesare di più, camminare di meno e ad avere pressione sanguigna più elevata di coloro che abitano in tessuti urbani compatti.

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December 11, 2006

Lo Sprawl - (2)- di Anna Diana Debernardi

Lo sprawl nuoce gravemente all’ambiente.

Lo dice un rapporto della EEA, European Environment Agency.

E alla salute.

Lo dice lo studio condotto dal CPRE, Campaign to Protect Rural England, sull’importanza della tranquillità [1].

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November 9, 2006

La città sostenibile- di Anna Diana Debernardi

Il concetto di “sostenibilità” non è così recente.La città di Howard

E’ da circa 20 anni che in campo internazionale si discute su cosa sia la sostenibilità dello sviluppo, da quel 1987 in cui fu pubblicato il Rapporto “Our common future”, conosciuto ai più come Rapporto Brundtland [1], nel quale la Commissione mondiale su Ambiente e Sviluppo (WCED), istituita 4 anni prima, presenta le linee guida per il cosiddetto sviluppo sostenibile, a cui si diede la seguente definizione:

«Lo sviluppo sostenibile è quello sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri».

 

Come mettere in pratica la teoria?

Come tradurre in realtà, non ultima la realtà urbana, le linee guida del rapporto?

 

Le soluzioni studiate sono molteplici e si rifanno al principio comune secondo cui vanno massimizzate le risorse: all’interno degli edifici, con spazi e servizi comuni (locali lavanderia comuni, centrali termiche “intelligenti”, risorse energetiche combinate, etc.), oppure all’esterno degli edifici, sostenendo gli spostamenti a piedi e in bicicletta, col trasporto pubblico, scoraggiando l’auto privata col solo guidatore a bordo.

In scala maggiore, la teoria urbanistica predominante sostiene che si debbano sviluppare degli activity centers attorno ai nodi del trasporto pubblico, a formare la “mega-regione metropolitana”, che non deve affatto spaventare, ma che deve essere vista per quello che è: una vasta porzione di territorio, omogenea per caratteristiche produttive e tendenza all’insediamento, in cui i vari centri sono collegati tra loro dal trasporto pubblico.

E non è una novità.

E’ il ritorno ai movimenti e alle teorie di inizio Novecento di E. Howard con le Città Giardino [2], contrapposto al modello di Città lineare [3] proposto da Soria y Mata, risultato fallimentare.La città di Soria

Insomma, la crescita compatta e radiocentrica della città ottocentesca non è più “sostenibile”, né allora né oggi.

E tra allora (quando cioè non si conosceva la, né si ragionava in termini di, sostenibilità) e oggi, ispirandosi ai principi howardiani di un sistema urbano policentrico, l’Inghilterra ha fondato le New Towns, la Svezia ha redatto il Piano Generale del 1952, la Francia degli anni ’60 ha creato le Cités Nouvelles attorno a Parigi, solo per citare alcuni esempi.

 

Nel secondo dopoguerra, Abercrombie progetta otto New Towns attorno a Londra, relativamente autosufficienti e socialmente equilibrate.

Quelle più riuscite appartengono alle seconda generazione, sorte a partire dagli anni ’60: ad es. Milton Keynes, 80 km a nord di Londra, oggi, raddoppiata di dimensioni rispetto ad allora, tocca il mezzo milione di abitanti.

Stoccolma, invece, sviluppa un diverso concetto di città satellite, collegate col trasporto pubblico, a formare un vero e proprio sistema, ma soprattutto a rappresentare l’elemento sorgente dell’insediamento, la condicio sine qua non.

Ovvero: stazione della metropolitana circondata da appartamenti ad alta densità, con un sistema a piramide discendente di densità verso i margini.

Parigi ha seguito l’esempio svedese, ma su scala molto più ampia : verso la metà degli anni ’60 nasce l’RER, la rete di trasporto su rotaia regionale, che collega le nuove città con il centro, con Parigi.

Come a Stoccolma, le stazioni dell’RER generano insediamenti ad alta densità, con spazi pubblici ben progettati.

Gli Stati Uniti, nel frattempo, studiano ed attuano una delle idee urbanistiche più all’avanguardia: la completa, laddove possibile, distinzione dei percorsi pedonali e ciclabili, in particolare perché i bambini possano arrivare a scuola e usare lo spazio senza mai attraversare una strada destinata al traffico veicolare.

Un principio poi adottato da molta progettazione urbana anche in Europa dopo la seconda Guerra Mondiale.

 

Ma oggi, quali sono gli orientamenti?

 

-Olanda, Germania, Svizzera: città compatte , orientate al trasporto pubblico, con percorsi pedonali e ciclabili; pedonalizzazioni molto estese nei quartieri terziari centrali, regolamentazione del traffico in quelli residenziali all’esterno; trasporti pubblici di qualità molto elevata; grande attenzione a integrare diverse modalità di trasporto pubblico, in particolare ferrovia, metropolitana leggera e tranvie; limitazione del traffico con restrizioni di accesso anticongestione.

 

-Grenoble, Francia: all’ingresso della città grandi parcheggi (park-and-drive) invitano a lasciarvi la macchina, il biglietto del parcheggio è lo stesso dei mezzi pubblici cittadini, in 5 minuti si è in centro, ovviamente pedonalizzato.

 

-Friburgo, Germania: considerata una delle città europee più sostenibili. Negli ultimi 25 anni ha registrato, caso rarissimo, un consistente calo dell’uso dell’auto privata, con un equivalente aumento dell’uso del trasporto pubblico, esteso per chilometri nella zona rurale circostante.

 

-Karlsruhe, Germania: la prima città che ha permesso alle vetture tranviarie di usare i binari della rete ferroviaria pendolare, con la felice conseguenza che ora i tram svolgono un servizio intercity su 30-40 km al di fuori della città verso i centri minori. Esempio seguito da altre città tedesche.

 

-Zurigo: il massimo esempio di integrazione di trasporto pubblico. Sistema integrato di ferrovie locali esteso alle città satelliti, oltre naturalmente a una linea principale di intercity, convergenti su una stazione principale di interscambio col sistema tranviario. Semafori che danno la precedenza al trasporto pubblico.

 

 

Limitazione del traffico attraverso il pedaggio di ingresso:

 

-Singapore: nel 1975 è la prima città al mondo che sperimenta il ticket di ingresso, prendendo in blocco il progetto elaborato per Londra dal Greater London Council 2 anni prima e mai attuato.

Nel 2000 Singapore introduce la tariffa stradale elettronica: si paga l’uso dello spazio stradale urbano attraverso una smart-card, inserita in un trasponder sul cruscotto; la carta si ricarica in tanti posti, come i negozi della catena Seven-Eleven o gli sportelli Bancomat. Lo sviluppo di questo tipo di carte è la possibilità di poterle usare per il pagamento di servizi diversi, anche per lo shopping; alla base è sempre il concetto di sistema integrato.

 

-Oslo: nei primi anni ’90 introduce i caselli di pedaggio attorno agli accessi al centro città.

 

-Londra : storia recente, per opera di Ken –il rosso- Livingstone. Il traffico in centro si è ridotto del 17% e la congestione del 24%.

 

-Milano: ?

 

 

Il trasporto su bus.

 

Curitiba, Brasile: non potendosi permettere la realizzazione di sistemi elaborati di metropolitane, circa 30 anni fa, hanno creato il “sistema metro-bus”.

La chiave è integrare pianificazione urbanistica e servizio di autobus.

Si sono studiati e sviluppati bus altamente innovativi ad alta capacità, affiancati da intelligenti tecniche di salita-discesa dai mezzi: la stazione dell’autobus è progettata in modo tale da ridurre al minimo i tempi di fermata.

Si sono realizzati tre diversi tipi di autobus: gli espressi, i circolari e quelli locali, contraddistinti ognuno da un colore differente.

Le tre reti sono state integrate in punti di interscambio, in modo da poter passare da una all’altra.

La pianificazione urbanistica ha prodotto corridoi ad alta densità lungo i percorsi dell’autobus espresso, che sfrutta corsie riservate della carreggiata.

La linea espressa di Curitiba trasporta la stessa quantità di persone di una metropolitana leggera europea ad un costo notevolmente inferiore.

 

Si muove così Bogotà, ma anche Adelaide, in Australia e molte città canadesi.

 

Il trasporto pubblico, a sua volta, quale densità può sostenere?

 

La Urban Taskforce, istituita sul finire degli anni Novanta in Inghilterra, arrivò alla conclusione, non nuova, che bisogni sviluppare un solido trasporto pubblico radiale a partire dal centro città. Farlo convergere in nodi chiave di interscambio col trasporto locale, secondo il principio di Curitiba o di Stoccolma, per intenderci, e infine collegare i quartieri realizzati secondo una piramide discendente di densità, maggiore nelle zone centrali più accessibili, minore verso la periferia.

Nulla di nuovo sotto il sole.

Gli insediamenti, poi, funzionano meglio se sono mixed use, con commercio altamente accessibile dagli interscambi e altri tipi di servizi, oltre alla residenza ad alta densità.

 

Si verifica un grave deficit di accessibilità al trasporto pubblico negli insediamenti a cul de sac, quelli raffigurati nella foto esemplificativa dello sprawl, -ricordate?- che piacciono molto nella tradizione anglosassone e americana; il motivo è semplice: dalle diramazioni cieche residenziali ci si immette in un’unica arteria di smistamento principale, intasata regolarmente nelle ore di punta e difficilmente servibile da un efficace trasporto pubblico.

Ma le persone amano vivere nei sistemi cul de sac (in Inghilterra e negli USA).

Quindi? Quindi sono allo studio una serie di soluzioni che non rinunciano a dare alle persone la casa unifamiliare tanto amata, ma che rispettino i principi di efficienza e accessibilità al trasporto pubblico esposti fin qui.

Densità medie (fino a 45 abitazioni/ettaro) permettono già un buon compromesso tra efficienza urbanistica degli insediamenti e tipologia unifamiliare delle abitazioni.

Densità maggiori, quelle a cui siamo abituati nella Mitteleuropea e in Scandinavia, se realizzate, come visto, attorno ai nodi del trasporto pubblico, hanno grande “rendimento” urbanistico.

 

Un altro principio importante e già sperimentato è il decentramento, o meglio, la creazione di nuovi centri decentrati.

Non è un gioco di parole, non vuole esserlo, ma nelle città che viviamo il centro non è più solo quello geografico, non è un concetto meramente geometrico.

Il centro è laddove accade qualcosa di attrattore, anche se fuori dai limiti della città.

La Defense a Parigi è il nuovo centro terziario della capitale francese.

Anche Amsterdam ha portato fuori il centro degli affari: interessata quanto Parigi a preservare le città storica, la capitale olandese ha individuato sull’asse che porta a sud (zuidas) il centro direzionale, a cavallo con la stazione di Amsterdam Sud e l’aeroporto di Schipol.

Si sposterà sul medesimo asse anche un campus universitario di una della università della città.

Londra sta procedendo nella stessa direzione, forse in proporzioni più notevoli, con tutti i progetti di riqualificazione e trasformazione dell’area dei Docklands.

Si è incominciato all’inizio degli anni ’80; vent’anni dopo abbiamo Canary Wharf, una nuova linea di metropolitana (Jubilee line) e la nuova skyline di Londra, quella della ruota panoramica, dei nuovi grattacieli che vediamo in ogni cartolina.

Chiave dello sviluppo dell’area non è una fantomatica vocazione urbanistica individuata sulla carta e inesistente nella realtà, bensì il nuovo treno ad alta velocità.

 

E l’Italia?

Siamo indietro di almeno 20 anni.

 

 

(Anna Diana Debernardi)

 

[1]Gro Harlem Brundtland, presidente della Commissione mondiale su Ambiente e Sviluppo (World Commission on Environment and Development, WCED), 1983.

 

[2] “Il piano di Howard prevede la costruzione di città nuove, autogovernate dagli stessi cittadini e non dipendenti da un singolo individuo o da un'industria. Le dimensioni di queste città devono essere limitate: 30.000 abitanti su una superficie di 1.000 acri destinati a nucleo urbano, e 2.000 abitanti nei 5.000 acri di terreno agricolo che circondano la città, formando la "cintura agricola". Superato questo numero di abitanti si dovranno costruire altre città in modo da formare una rete di garden cities tutte collegate tra loro con mezzi di comunicazione rapida. Città e campagna non devono essere in contrasto ma armonicamente collegate. All'agglomerazione sostituiva una dispersione pianificata, alla concentrazione monopolistica il decentramento, alla disorganizzazione un'unità di tipo superiore” L. Mumford, La città nella storia.

 

[3] “Un’unica strada di cinquecento metri di larghezza e della lunghezza necessaria: questa sarà la città del futuro. Mettete in mezzo a questa striscia dei treni e dei tram, condutture dell’acqua, il gas e l’elettricità, serbatoi, giardini e, a intervalli regolari, edifici per diversi servizi municipali (…) e sarebbero risolti tutti i complessi problemi che sono causati dall’enorme popolazione della nostra vita urbana. Il nostro progetto unisce le condizioni igieniche della campagna alle grandi metropoli.” G.R. Collins, C. Flores, Arturo Soria y Mata. La città lineare.

November 3, 2006

Il Buon Governo del territorio- di Alessandro Maffucci

Territorio: area nella quale un sovrano, un signore o uno Stato o un comune, ecc. esercitano il potere politico e amministrativo. [1]

 

L’art. 117 della Costituzione elenca le materie nel quale lo Stato ha legislazione esclusiva (a).

Nelle materie a legislazione concorrente (b) spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei princìpi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato. Spetta alle Regioni la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato (c).

Il governo del territorio (x) è ricompreso nell’elenco delle materie a legislazione concorrente (b).

Cerchiamo di capire cosa significhi governo del territorio (x). Dall’insieme comprendente tutte le materie oggetto di legislazione, proviamo ad escludere (a) le competenze esclusive dello Stato. Escludiamo, ancora, le restanti materie (b-x) di legislazione concorrente ricomprese nell’elenco e le materie residue (c). Il risultato è quello che la nostra Carta fondamentale coerentemente non definisce come governo del territorio se non come governo del territorio…

Permettetemi alcune considerazioni personali.

L’urbanistica o la pianificazione territoriale possono essere compiutamente comprese nella definizione di governo del territorio? Possiamo cioè ammettere che le altre materie (ad esempio la tutela dell’ambiente o le grandi reti di trasporto) siano “altro” rispetto ai temi dell’urbanistica e della pianificazione?

Se non è chiaro cosa si intenda per governo del territorio, risulta difficile delinearne i princìpi fondamentali, e forse diventa impossibile governare.

 

(Alessandro Maffucci)

 

[1] AA.VV., Grande dizionario della lingua italiana, UTET

 

October 23, 2006

Lo Sprawl- di Anna Diana Debernardi

Premessa.

 

Lo sprawl è la diffusione della città e del suo suburbio su una quantità sempre maggiore di terreni agricoli, alla periferia di un’area urbana (le megalopoli terzomondiste sono un caso a sé stante per l’assenza del rapporto diretto di tipo occidentale sprawl/sviluppo economico, n.d.r.).

Ovvero: terreni rurali, spazi aperti che si trasformano in aree edificate, urbanizzate.

Dal punto di vista urbanistico, la qualità è più importante della quantità di terreno “consumato”: si valutano l’aspetto esteriore del costruito e la sua adeguatezza, per esempio, rispetto ai percorsi pedonali all’interno dei nuovi isolati.

Dal punto di vista ambientalista, invece, conta solo la quantità : lo sprawl indica la riduzione delle superfici rurali dovuta all’incremento della superficie totale della città e i suoi sobborghi in un particolare periodo.

L’approccio ambientalista riconduce il fenomeno urbanistico dello sprawl a criterio di misurazione: per esempio, se un’area urbana copriva 25 chilometri quadrati nel 1980, e poi 30 chilometri quadrati nel 1990, si dice che la città e i suoi sobborghi “hanno fatto sprawl per 5 chilometri quadrati”.

Ma la qualità influenza direttamente la quantità, tanto che in genere lo sprawl ben pianificato si traduce in meno chilometri quadrati di terreno rurale coperto dallo sviluppo urbano.

L’urbanistica sta dibattendo vivacemente sul fenomeno dello sprawl, per alcuni fenomeno inevitabile, per altri un male da arginare, per altri ancora niente affatto un male.

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October 19, 2006

Architettura di vetro

1

Non è per invadere il campo dei molti architetti del blog, ma in attesa di pubblicare nuovi articoli dei medesimi, non resisto alla tentazione di citare alcuni brani di Glasarkitektur, il libro di Paul Scheerbart del 1914 (cap. I, “L’ambiente e il suo influsso sull’evoluzione della civiltà”; cap. 110, “Chimica e tecnica nel ventesimo secolo”; cap. 111, “La civiltà del vetro”, trad. M. Fabbri, Adelphi, Milano, 1982, p.15, 139, 140):

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October 12, 2006

De Architectura- Dialogo tra due architetti, di Anna Diana Debernardi e Alessandro Maffucci

Quello proposto di seguente è un dialogo svoltosi a distanza, a mezzo posta informatica, tra due architetti che non si conoscevano prima.

 

 

addb: Sono stata alla Biennale in una giornata di fine settembre, tersa e meravigliosa; Venezia al suo massimo splendore, davvero un peccato sentirsi “confinati” ai Giardini e all’Arsenale, soprattutto di fronte all’edizione deludente di quest’anno.

 

Alessandro: Non ci sono stato, perché la definisci deludente?

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October 5, 2006

Signori, (ci) si svende!- di Anna Diana Debernardi

In questi giorni a Venezia si tiene la Biennale di Architettura, appuntamento irrinunciabile per appassionati e addetti ai lavori.

Edizione deludente, a mio parere, dedicata alle Metropoli del Mondo.

Ma non è dell’esposizione all’Arsenale né nei diversi Padiglioni che voglio parlare, bensì di una particolare “sezione” che quest’anno la Biennale dedica a due progetti molto importanti per Milano.

Trattasi del progetto Milano-Santa Giulia di Sir Norman Foster e del progetto per l’ex area Falck a Sesto San Giovanni (immediata periferia nord di Milano) di Renzo Piano.

 

Il primo, per la verità, non è una grande novità.

Il cantiere è aperto, una selva di gigantesche gru ne è la prova: la città nella città, l’utopia fosteriana è in costruzione.

1,2 milioni di metri quadrati a sud est del Duomo pronti a trasformarsi

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September 20, 2006

Incomprensioni. La Torre Agbar a Barcellona

Barcellona, Catalogna, Spagna.

Torre Agbar, Jean Nouvel.

 

Torre Agbar Torre AgbarAgbar evoca sonorità arabeggianti, invece significa Agua de Barcelona, molto semplicemente.

La torre Agbar è da circa 2 anni il nuovo punto più alto della città di Barcellona.

142 metri di lamelle di vetro stratificato a differenti gradi di trasparenza, orientate in funzione della posizione e dell’incidenza dei raggi solari.

Una meraviglia?

Nelle intenzioni del progettista, il francese Jean Nouvel, sì.

Probabilmente anche in quelle del committente, si spera, almeno.

 

“Non è una torre o un grattacielo nel senso americano. E’ piuttosto un’apparizione, che emerge singolare dal centro di una città in genere tranquilla. Al contrario delle sottili guglie e dei campanili che tipicamente trafiggono l’orizzonte nelle città orizzontali, questa è una massa fluida che sgorga dalla terra come un geyser sotto pressione calcolata e permanente.

La superficie dell’edificio evoca l’acqua: fluida e ininterrotta, scintillante e trasparente, i materiali si svelano in sfumate ombre di colore e luce. Un’architettura della terra senza la pesantezza della pietra, una lontana eco delle antiche ossessioni formali catalane, che un vento misterioso porta dalle alture del Monserrat.

Le ambiguità di materiali e luce conducono la Torre Agbar ad entrare in risonanza con il profilo di Barcellona, notte e giorno, come un miraggio in lontananza a contrassegnare l’ingresso all’Avenida Diagonal dalla Plaza de las Glorias Catalanes. Questo oggetto singolare sarà il nuovo simbolo di Barcellona, città internazionale, e ne diverrà uno dei suoi migliori ambasciatori.” (Jean Nouvel)

Tecnicamente, 2 cilindri in calcestruzzo a sezione ovale sostengono un sistema di travi metalliche di supporto ai solai collaboranti in calcestruzzo e lamiere grecate in acciaio.

Esternamente la torre appare come un’immagine digitale a milioni di pixel, in realtà un reticolo irregolare di moduli quadrangolari in lamiera di alluminio ondulato, laccati in 25 colori: in basso, i toni rossastri della terra (non dimenticate che è un geyser!), procedendo verso l’alto i toni sfumano al blu, fino a “fondersi” col cielo, alla ricerca della smaterializzazione.

Il tema della smaterializzazione non è una novità; soprattutto per edifici alti i progettisti hanno spesso proposto strutture che si alleggeriscono progressivamente verso l’alto, fino a divenire trasparenti.

Il linguaggio dell’architettura classica prevede, al contrario, linee di demarcazione forti, a scandire e poi  limitare l’edificio nella sua parte terminale; sono i marcapiano, sono i cornicioni, gli sporti di gronda. Tutti elementi profondamente materici, dai colori e dai materiali contrastanti quelli utilizzati per il resto della facciata;  sono i limiti dell’edificio, la giusta cornice. Sono, altresì, un modo efficace per dare ritmo, riconoscibilità, lettura dell’oggetto architettonico.

L’architettura di oggi è molto più libera, ha abbandonato il linguaggio classico, ha libertà di riprenderlo o di reinventarlo, di stravolgerlo, di piegarlo alle proprie esigenze. Ma è pur sempre condannata a farsi leggere e comprendere. E’ pur sempre pratica alla continua ricerca di proporzioni, di armonia con il contesto, con se stessa, con ciò che le accade attorno, di architettonico, di sociale, di naturale.

La Torre Agbar svetta sul grande svincolo stradale de las Glorias Catalanes, alle sue spalle, tra l’Avenida Diagonal - che attraversa in diagonale la città di Barcellona - e il mare è il Poble Nou, quartiere della prima industrializzazione della città, per opera degli inglesi, alla fine dell’Ottocento. Disseminato di fabbriche in mattoni rossi a vista e ciminiere, il Poble Nou viene ben presto definito la Manchester di Spagna.

Dismesse le fabbriche, superata la guerra, la dittatura e le Olimpiadi del ‘92, ora è un quartiere ambitissimo dalla speculazione edilizia, e sta velocemente perdendo il proprio volto popolare, quello degli operai e delle officine. Nei sui graziosi edifici si aprono loft (piacciono molto), studi di architettura, di design, di grafica.

Nel Poble Nou le dimensioni delle case sono ridotte rispetto al resto della città, tutto è più basso, le strade del Plan Cerdà (20 m di larghezza) qua non sono arrivate, qua sopravvivono stradine dai tracciati contorti, irregolari.

Morfologicamente, non sembra nemmeno di essere a Barcellona.

Torniamo alla Torre di Nouvel.

Cosa vedete in questo grattacielo? Come lo vedete? E’ lo sgorgare dell’acqua dalla terra o vi viene in mente altro?

Qualsiasi cosa vi venga in mente, qualsiasi sia il giudizio estetico che ne diate, la Torre Agbar emerge in modo così dirompente nel tessuto urbano di Barcellona, nel suo orizzonte, che, piaccia o dispiaccia, bisogna farci i conti.

Anche questo è un successo dell’architettura, o forse il suo più grande insuccesso.

La Torre Agbar è un mostro sproporzionato, che tutto annulla attorno a sé; non esprime leggerezza a dispetto delle intenzioni del progettista, non si smaterializza verso l’alto, ma incombe sulla città pesante e presuntuosa.

C’è qualcosa di sbagliato nel progetto e non è la volontà di realizzare una nuova emergenza architettonica, non è l’ambizione di dettare un nuovo punto di fuga, di dare un nuovo vertice a Barcellona. Non sta qui l’errore, bensì nel non aver considerato quanto questo grattacielo, questa apparizione, subisca la gravità e precipiti in tutta la sua pesantezza verso il basso, conficcata nel terreno per non spostarsi più.

Doveva evocare l’acqua che sgorga, un’immagine vaporosa, senza lineamenti definiti, doveva essere un edificio il cui movimento dal basso va verso l’alto, tanto da “sparire” in questo alto. Invece questo grattacielo, se ispira un movimento, è un movimento verso il basso.

A dimostrazione che si può essere pesanti anche senza la pesantezza della pietra.

Molte di queste percezioni (e in architettura come viene percepito un edificio è cosa fondamentale) derivano dal fatto che non v’è attorno al grattacielo un tessuto urbano che possa sostenerlo e sopportarlo.

A Londra, la Swiss Re Tower di Foster, assimilabile per forma, non disturba e turba la vista quanto la Torre Agbar a Barcellona.                     

Poi, anche l’edificio di Foster può piacere o non piacere, ma non è inopportuno, non è incomprensibile per il luogo in cui sorge.

Anna Diana Debernardi