D. HUME, La bilancia commerciale, 1752 (Saggi, XV, Roma, 1975, trad. L. Formigari)
Eccoci al terzo e ultimo dei grandi saggi economici di Hume.
L’obiettivo polemico del saggio sono le correnti mercantiliste, all’epoca molto forti.
H. comincia col ricordare come, “nelle nazioni inesperte della natura del commercio”, è frequente vietare l’esportazione delle merci, per mantenere tutto ciò che abbia valore e utilità nel paese. H. obietta che questa poltiica produce proprio l’effetto opposto (“più una merce si esporta più se ne produce, ed è all’interno che se ne avrà sempre la prima offerta”); ed espone la storia di questi divieti, da Atene all’epoca presente. Ma non meno sciocco è nutrire analoghi timori per il denaro (metallico, ricordiamolo: oro e argento, per la precisione). L’errore, come abbiamo già visto in precedenz, consiste nel credere che la ricchezza risieda nel denaro anziché nelle merci che una nazione produce. “Temere che il denaro corra via lontano da una nazione popolosa e attiva è come temere che tutte le sorgenti e i fiumi si prosciughino”.
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