L. PASSERINI, Autoritratto di gruppo, Firenze, 1988.
Iniziamo con questo libro una serie di letture sul Sessantotto.
Si tratta peraltro di un libro assai debole. Anzi il libro della Passerini è talmente debole da diventare un bell’esempio di quei libri (di cui parlò tanto tempo fa Eco) che ti insegnano l’umiltà scientifica. Dopo le prime due pagine, si prova la fortissima tentazione di buttarlo via; invece, probabilmente contro la volontà dell’autore, ci si trovano cose interessanti.
L’inizio è agghiacciante: l’A. si lagna di avere la febbre il giorno del suo compleanno (“Giaccio sconfitta, sotto il peso delle mie contraddizioni. Non ho voluto figli e non ne ho. L’uomo che stava con me da dieci anni si è definitivamente fermato nella città da cui era pendolare, prendendo sul serio le mie passate richieste di abitare separati, proprio adesso che avrei bisogno che ci fosse”, p. 9: è un passo decisamente da ricordare, l’A. è una da non prendere sul serio. Oppure: “Ascolto la sua esperienza del carcere: nonostante le differenze, la sento affine ai periodi di reclusione nella mia solitudine”, p. 11)”.
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